Maurizio Blondet
30/06/2006

NEW YORK - Leggo che Warren Buffett ha voluto i suoi tre figli alla cerimonia in cui si spogliava della sua fortuna, che essi non erediteranno.
Cerimonia altamente pubblica, nella monumentale Public Library di New York, davanti a studenti ed ospiti di riguardo, oltre che a Bill Gates e alla moglie Melinda.
Alla loro presenza, il vecchio di Omaha (75 anni) ha firmato assegni da un miliardo di dollari l’uno alle varie fondazioni per le cui cause sono impegnati i tre figli, Susan, Howard e Peter Buffett; un’altra donazione da 3 miliardi alla fondazione sua, la «Warren Buffett», che è diretta da Allen Greenberg, ex-marito di sua figlia Susan.
E infine, il grosso del suo patrimonio, 30 miliardi di dollari, alla fondazione per la lotta contro la malaria e la TBC creata da Bill Gates e da sua moglie Melinda, e finanziata col grosso della loro fortuna.
Warren Buffet è un uomo asciutto, solitamente laconico.
Nell’occasione, si è diffuso sul motivo per cui non ha lasciato ai figli la massima parte del suo capitale: un'eredità così grossa, ha detto, «sarebbe uno schiaffo in faccia alla nostra società meritocratica» e rischia di creare quella aristocrazia «che i nostri fondatori vollero prevenire».
In interviste di questi giorni, aveva spiegato: «quando i tuoi figli hanno avuto già tutti i vantaggi per come li hai tirati su, non è né giusto né razionale coprirli d’oro».
D’altra parte, ha aggiunto, non li lascia in miseria.
Lascia loro «abbastanza da poter fare tutto, ma non da poter fare nulla».
Non ha voluto creare in loro una «dipendenza per tutta la vita».



Più francamente, Warren Buffett ha detto che «nessuno ha un ‘diritto’ ad essere ricco come sono io».
Ha sottolineato la parte che ha avuto, nella sua ricchezza, la fortuna.
«Sono un membro del club degli spermatozoi fortunati», ha ironizzato: un solo spermatozoo fortunato penetra l’ovulo, contro le centinaia di milioni che non ci riescono.
Naturalmente, ci ha tenuto a dire che la sua prima fortuna è stata di «nascere nel Paese giusto», con un «sistema giusto» che offre le «opportunità» che lui ha saputo sfruttare; e d’essere nato, inoltre, «precisamente al momento che retribuisce in modo assurdo il mio specifico talento di allocatore di capitali».
Warren Buffett non si riconosce alcun talento speciale nella filantropia.
Fare le scelte giuste in questo campo «è un problema molto più difficile che ammassar denaro».
A questo scopo ha deciso di contribuire alla fondazione di Bill Gates, che ha avuto più tempo per pensare al «problema» e di sbagliare.
«Prometto», ha concluso rivolto al fondatore di Microsoft, «che non ti chiederò come hai investito i miei soldi… più di una volta al giorno».
Risate molto americane.



Ed è stato un vero spettacolo americano: come è stato notato, Warren Buffett ha usato
la sua astronomica filantropia come supporto al sistema americano nel momento in cui li sente in crisi, insidiati dalle scandalose ineguaglianze, dalla plutocrazia immeritata, e dall’impoverimento degli spermatozoi senza fortuna.
Tutto vero.
Verissimo che, grazie alle leggi Usa sulle esenzioni fiscali alle donazioni, Buffett ha risparmiato miliardi di tasse.
Tutto vero, verissimo.
Ma la grandiosità del gesto ha pur sempre un valore.
Americano anche questo: mostrare che il far denaro, la passione divorante americana, non è in fondo il fine; lo scopo è aver giocato e vinto, aver accolto la «sfida» - o almeno così noi traduciamo la parola «challenge», così americana e sportiva.
Ciò mostra che tutta l’avidità è stata un gioco, e che il gioco, in fondo, è stato leale.
Tutto condito con la retorica dell’happy end, per giunta.
Forse insopportabile.
Forse.
Ma se penso a Lapo Elkann e alla famiglia Agnelli, non so come mai, riesco a sopportare meglio l’insopportabile America di Warren Buffet.

Maurizio Blondet




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