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    Predefinito afghanistan - articoli di cannavò e gino strada

    Quel compromesso non può bastarci
    di Salvatore Cannavò


    Trovo un po’ troppo allarmistico l’editoriale di Piero Sansonetti di ieri con cui paventa la possibile caduta del governo Prodi sul voto della missione militare in Afghanistan. Allarmistico e non comprensivo delle reali posizioni di chi oggi è in dissenso. Inoltre è apodittico nella premessa, laddove si dà per raggiunto un accordo, addirittura “alto”, tra le varie componenti della coalizione che compromesso proprio non è. Va chiarito infatti che il decreto, secondo quanto confermato da Parisi e D’Alema, ricalcherà esattamente quelli precedentemente messi a punto dal governo Berlusconi e che la proclamata riduzione dei militari fa parte, cito ancora Parisi e D’Alema, “di una normale rotazione fisiologica decisa dal Comando alleato”. L’intervento in Afghanistan, almeno a quanto ne sappiamo finora, non muta e se una novità c’è questa è data dalla mozione parlamentare di accompagno. Che non voglio sottovalutare ma che rientra nelle dichiarazioni di intenti – peraltro tutte da scrivere – mentre il decreto struttura l’intervento militare vero e proprio. Quanto all’Osservatorio o Comitato parlamentare – ma in realtà ognuno ne detiene una versione e non c’è un vero e proprio accordo su questo – secondo Parisi è formato dalle Commissioni Esteri e Difesa e nessun esponente del governo si è detto finora d’accordo su un suo allargamento a settori della società civile. Se questo organismo permetta o meno di effettuare una verifica è tutto da stabilire sapendo però che, sempre ieri, Parisi ha parlato della necessità di “almeno tre anni” per realizzare una verifica soddisfacente e di un impegno in Afghanistan di almeno “dieci anni” per stabilizzare il paese, impegno non necessariamente tutto militare. Quindi come si vede i dubbi e le contrarietà di chi si dice non disposto a votare il decreto poggiano sulla constatazione che la discontinuità non esiste e che il governo dell’Unione si appresta a prorogare la permanenza di una missione militare di circa 1500 uomini in Afghanistan. Che staranno lì a sparare e a farsi sparare, inquadrati in una missione complessiva Nato nella quale cureranno le aree di Kabul e Herat che non sono certamente tranquille.
    Il merito dunque incide moltissimo sull’atteggiamento da tenere nel voto che non può essere incastonato, troppo semplicemente, nel rispetto di un quadro politico quale la tenuta della maggioranza. Ecco, io credo che qui il dibattito al nostro interno e lo stesso articolo di Piero, registri un passo indietro rispetto a quanto elaborato e teorizzato dal nostro partito nella stagione dei movimenti. L’idea cioè che, per usare le parole di Sansonetti, “quando si fa politica, e si accetta di farlo a un livello molto alto e cioè da dentro le istituzioni, non si possono solo enunciare principi e intenzioni” mi sembra un cedimento al politicismo cui ci ha abituato la politica moderata delle sinistre negli ultimi venti anni. “Bisogna farsi carico dei problemi”, “bisogna saper accettare dei compromessi” e così via non collimano più con l’enunciazione del “senza se e senza ma” che, sulla guerra, ha guidato la nostra condotta per cinque meravigliosi anni. E’ tutto finito? Ora, che si è al governo, ci “si sporca le mani”? Io non voglio sporcarmele ma soprattutto non credo che la politica possa essere ridotta a questo. Non è quanto abbiamo appreso, e detto, nell’esperienza dei Social Forum, nella pratica della disobbedienza, nella rivalutazione di un’etica che sovrasta la politica, financo nella indicazione di una scelta nonviolenta. Tutto questo non può andare bene quando si è all’opposizione ed essere relativizzato quando si è al governo. E’ uno scarto troppo audace e una furberia che nega noi stessi, la nostra storia e la nostra funzione. Voglio dire che Rifondazione non è solo il partito che lotta per la pace, l’uguaglianza, le libertà ma anche il partito che fonda un nuovo modo di fare politica e che sconfigge la logica dei due tempi cioè quella che mantiene intatti gli ideali per poi cedere nella concretezza al compromesso. Non possiamo dire che siamo contro la guerra, contro la missione in Afghanistan, che questa posizione resta intatta e poi, al momento delle scelte operative – ché questo è il governo, altro che “attraversarlo indenni” - negare questo convincimento. Se la nostra politica non poggia solidamente su principi e intenzioni allora non ha avuto senso quanto abbiamo costruito finora.
    Ma, dice Sansonetti, è anche necessario “dichiarare lealmente tutto il percorso che si vuole scegliere”. E questo percorso in caso di voto contrario, implicherebbe “la caduta del governo, le elezioni anticipate o la formazione di una nuova maggioranza neocentrista, la candidatura del Prc alle prossime elezioni da solo e fuori dall’alleanza con l’Ulivo”. Mancano solo le cavallette e la peste bubbonica. Così facendo non ci si lascia altra strada che accettare per sempre il compromesso possibile, quello dettato dagli attuali rapporti di forza. Ma questo lo faceva Cossuta prima di noi e lo abbiamo contrastato.
    E’ un po’ paradossale che chi, come Rifondazione, denuncia , giustamente, il ricorso alla fiducia come un espediente per salvarsi l’anima, in realtà la fiducia su questo decreto l’ha già messa sin da quando l’ex segretario Fausto Bertinotti avvertì che “se non votiamo l’Afghanistan il governo rischia di cadere”. Io non credo che sia così a meno che su questa missione, non inscritta nel programma, il governo non intenda legare le proprie sorti e la propria natura. Il che sarebbe scandaloso. Anche per questo ho chiesto di scorporare la missione afgana dalle altre, consentendo al governo di ottenere un ampio consenso sull’impianto centrale di politica estera e delimitando il dissenso sull’Afghanistan. Il punto è che se si è in dissenso su questo punto non si mette in gioco la sorte del governo – che invece è legata al suo programma che ci siamo impegnati a rispettare pur non condividendolo - ma si certifica che su una questione importante Prodi non ha la maggioranza e quindi deve tenerne conto. Questo significa che non si possono mantenere i soldati in Afghanistan?Allora li si ritiri. Oppure si accetti di discutere un’ipotesi di “exit strategy” che è già un’enorme concessione che facciamo al governo. Se invece li si vuole mantenere lo si faccia sapendo di non poter contare sul sostegno di chi contro quella guerra si è battuto da sempre “senza se e senza ma”. E’ questa è una scelta politica di prima grandezza.


    Ripudiare la guerra o la costituzione?

    di Gino Strada

    Il governo italiano rifinanzia la «missione militare» in Afganistan.
    Il governo italiano decide così di accettare la guerra «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».
    Questa decisione è compatibile con la lettera e con lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione?
    Il governo italiano è determinato a violare l’articolo 11 della Costituzione?
    I componenti del governo hanno giurato di rispettare la Costituzione.
    I componenti del governo sono determinati a violare i loro giuramenti?
    Quando questo governo decide di protrarla, la guerra in Afganistan è durata per l’Italia già quanto la seconda guerra mondiale.
    Nessun presidente o ministro ha detto a quale risultato raggiungibile miri la guerra in Afganistan; nessuno sa seriamente dire che cosa dovrebbe o potrebbe accadere per considerarla conclusa.
    La guerra in Afganistan è potenzialmente una «guerra infinita».
    Il governo italiano ribadisce la partecipazione a questa «guerra infinita».
    L’aggressione all’Afganistan è avvenuta per scelta unilaterale nell’ottobre 2001 senza alcuna parvenza di legalità internazionale, in violazione dello Statuto delle Nazioni Unite.
    Le sole ragioni addotte per la rinnovata partecipazione dell’Italia sono di appartenenza e di subordinazione. Ragioni false, peraltro.
    Non ha fondamento o contenuto l’affermazione che, rifiutando la partecipazione a questa guerra, l’Italia «uscirebbe dall’Europa».
    È altrettanto improbabile che rifiutarsi a questa guerra comporterebbe per l’Italia «uscire dalla Nato», un’alleanza militare nata come difensiva per un’area e divenuta strumento di aggressione in altre parti del mondo.
    L’aggressione di apparati e media a parlamentari che intendono rispettare l’articolo 11 testimonia ignora e viola l’articolo 67: «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato».
    «La coscienza» dei parlamentari merita rispetto se si parla di un grumo di cellule, ma deve tacere sulla vita o la morte di esseri umani già perfettamente formati?
    C’è chi sottomette le convinzioni alle opportunità.
    Abbiamo il massimo apprezzamento per chi antepone la coerenza morale e istituzionale a qualsiasi genere di convenienza

  2. #2
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    Concordo con l'articolo di Gino Strada.

    Secondo me si potrebbe trovare un accordo ed una discontinuità se ci fosse, unitamente a questo finanziamento (su cui non sono d'accordo) la pianificazione di un ritiro "agganciato" a quello dell'Iraq.

    Diversamente la vedo grigia.


    Tutti pero' abbiamo firmato un programma...cosa dice in relazione all'Afghanistan?
    Chi riesce a recuperare il dato?

  3. #3
    Hanno assassinato Calipari
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    Io sto con Strada, senza se e ma.

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da yurj
    Io sto con Strada, senza se e ma.
    Quindi fuori da questo governo?

  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da AVION
    Concordo con l'articolo di Gino Strada.

    Secondo me si potrebbe trovare un accordo ed una discontinuità se ci fosse, unitamente a questo finanziamento (su cui non sono d'accordo) la pianificazione di un ritiro "agganciato" a quello dell'Iraq.

    Diversamente la vedo grigia.


    Tutti pero' abbiamo firmato un programma...cosa dice in relazione all'Afghanistan?
    Chi riesce a recuperare il dato?
    il programma sull'afghanistan non dice niente.
    anch'io sono totalmente contraria a questo rifinanziamento, credo che chiunque lo sia debba sostenere in tutti i modi i senatori che hanno dichiarato il loro voto contrario.

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da assata
    il programma sull'afghanistan non dice niente.
    anch'io sono totalmente contraria a questo rifinanziamento, credo che chiunque lo sia debba sostenere in tutti i modi i senatori che hanno dichiarato il loro voto contrario.
    Vediamo il testo che il cx proporra' alle Camere prima.....

    ...un rifinanziamento propedeutico ad un preciso programma di ritiro... forse, turandomi tutte e due le narici, lo voterei...

    ...comunque se non dovesse esserci la maggioranza e l'UDC compensasse il vuoto, pensi sia giusto ripensare alla nostra partecipazione a questo Governo o si dovrebbe continuare?

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da AVION
    Vediamo il testo che il cx proporra' alle Camere prima.....

    ...un rifinanziamento propedeutico ad un preciso programma di ritiro... forse, turandomi tutte e due le narici, lo voterei...

    ...comunque se non dovesse esserci la maggioranza e l'UDC compensasse il vuoto, pensi sia giusto ripensare alla nostra partecipazione a questo Governo o si dovrebbe continuare?
    non so, bisogna vedere cosa uscirà dal consiglio dei ministri di oggi. personalmente non sono molto ottimista, viste anche le dichiarazioni di parisi e di d'alema.

    io credo che la prospettiva di rifondazione debba essere la ricollocazione di questa fuori dall'unione e la costruzione di una sinistra di alternativa ed anticapitalista.

  8. #8
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    Il Consiglio dei ministri, secondo quanto si è appreso in ambienti ministeriali, ha varato il decreto di rifinanziamento di tutte le missioni militari all'estero tra cui quella in Afghanistan. Il testo, che comprende anche le misure per il rientro del contingente italiano dall' Iraq, è accompagnato da un disegno di legge. 'Il decreto è stato approvato all'unanimità dal Consiglio dei ministri' ha detto il ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro, il quale aggiunge che il ministro dei Trasporti Alessandro Bianchi (area Pdci) era assente dalla riunione.

    www.ansa.it

  9. #9
    Tremendo
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    Citazione Originariamente Scritto da yurj
    Io sto con Strada, senza se e ma.
    Non stai più con la Menapacefinta?


    Afghanistan - 26.6.2006
    Il gioco delle tre carte
    Gino Strada spiega cosa ci stiamo a fare in Afghanistan e perché dobbiamo andarcene



    Scritto per noi
    Da Gino Strada

    Tra le anime belle della politica nostrana, c’è chi si infastidisce se gli si fa notare che stanno per decidere di continuare “la guerra” in Afghanistan. Preferiscono, per il pubblico, chiamarla in altri modi, mascherarla. Mimetizzarla con gli “impegni internazionali” e “le alleanze”, perche’ i cittadini non capiscano che di guerra e non altro si tratta.
    Qui qualcuno non dice la verita’. Che siano proprio i nostri politici?

    Enduring Freedom, missione di guerra. La risposta e’ nel sito del Ministero della Difesa (www.difesa.it). Nel capitolo sulle “operazioni militari in atto” (al 25 giugno 2006) si spiega che l’Italia partecipa alla Operazione Enduring Freedom. “Il Comando dell'operazione è affidato al Comando Centrale americano (USCENTCOM) situato a Tampa (Florida, USA)... L'operazione militare è parte della guerra globale che impegna la grande coalizione nella lotta contro il terrorismo, denominata Global War Against Terrorism (GWAT)”.
    Questo e’ parlare chiaro. Una guerra locale come parte di una guerra globale. E noi in mezzo, agli ordini.
    “E in atto – cosi’ il Ministero della Difesa spiega la situazione attuale in Afghanistan e i compiti delle nostre forze - la terza fase, che prevede l'impiego di unità di terra... Circa le attività volte a neutralizzare le sacche di terrorismo ancora presenti, le possibili basi logistiche ed i centri di reclutamento, la fase, dopo un periodo iniziale di intensi combattimenti, sta evolvendo in operazioni di interdizione di area per la completa bonifica del territorio. Sono operazioni condotte mediante pattugliamenti, posti di blocco ed eliminazione delle residue presenze di Al Qaida, sulla base dell'attività di "intelligence".
    In altre parole, i comandi USA, basandosi sui racconti delle loro spie, indicano di volta in volta chi ammazzare, mandando truppe, o qualche aereo a bombardare. E fare a pezzi esseri umani si chiama ora – nel sito ufficiale del Ministero della Difesa italiano – “bonifica del territorio”. Nessun commento.
    All'operazione, come ci informa lo stesso sito, “contribuiscono 70 Paesi dei quali 27, tra cui l'Italia, hanno offerto "pacchetti di forze" da impiegare, per la condotta dell'operazione militare vera e propria”.
    Inequivocabile.
    E allora come mai i politici dell’attuale maggioranza continuano a intorbidire le acque? Hanno forse paura di essere considerati “guerrafondai”?
    Scelgono la guerra ma conviene loro farsi credere pacifisti (i guerra fondai dichiarati stanno, questa volta, perlopiu’ all’opposizione).
    “Ritirarci dall’Afghanistan significherebbe uscire dalla UE e dalla Nato”
    si proclama con toni solenni, come se fosse l’orlo del baratro.
    E’ in effetti l’ultima delle scuse. E’ possibile che il “ripudiare la guerra” (quella in Afghanistan, ad esempio) comporti problemi con quei Governi europei e d’oltreoceano che producono una guerra dopo l’altra. E anche con le loro alleanze militari. E allora?
    La nostra Costituzione e il suo Articolo 11 vengono prima o dopo le “alleanze internazionali” o “gli impegni NATO”?
    Si puo’ fare una guerra perche’ e’ “un impegno preso”?
    Il mondo della politica – apparentemente compatto – risponde “si’”.
    Si puo’ fare la guerra (se si riesce poi a farla passare come un’opera di carita’, e’ ancora meglio!) se si e’ con la Nato, o con gli USA, o con l’ONU, se la guerra e’ legittima, se e’ per la democrazia, se e’ umanitaria. “La guerra per far finire tutte le guerre” come sentenzio’ il Presidente Wilson cercando (con risultati mediocri) di convincere gli americani ad entrare nella Prima Guerra mondiale.
    Le “ragioni” per una guerra, per qualsiasi guerra, non sono mai mancate. Vere o fittizie, dichiarate o meno, se c’e’ una guerra ce ne sara’ pure una ragione. E poi ci sono le varie forme di propaganda di guerra.
    Sono convinto che in questi anni moltissimi cittadini, italiani e non solo, abbiano compiuto un grande percorso di riflessione sui temi della guerra e della pace, dei diritti umani, della violenza. Alcune idee si sono fatte largo e sono finite dentro la coscienza di molti, nella loro etica, nel modo di concepire i rapporti tra esseri umani. Una di queste idee e’ che non esista piu’ giustificazione alcuna per la guerra. Ne’ etica, ne’ storica, ne’ politica.
    Per quel movimento di coscienze, nessuna guerra sara’ “mai piu’” accettabile ne’ negoziabile. Perche’ sarebbe un’altra perdita di pezzi di umanita’, sacrificata alle misere alchimie della politica.
    Se la scelta “contro la guerra” dovesse davvero obbligare l’Italia a uscire dalla NATO, perche’ la NATO intende continuare la guerra in Afghanistan, non mi sembrerebbe una grande tragedia.
    Lo sarebbe di certo per buona parte dei politici, ma non per i cittadini italiani.
    Anzi. Scommetto che, dovesse l’Italia uscire dalla NATO, ci sarebbe in Italia una festa di popolo di milioni di persone, a prescindere dalle direttive e dagli anatemi dei politici.

    ISAF: l'altra faccia di Enduring Freedom. Se su Enduring Freedom non viene detta la verità, tantomeno ciò accade per la missione "di pace" ISAF.
    Quando, verso la fine del 2001, l’ONU autorizza per 6 mesi una forza di sicurezza internazionale (ISAF) in Afghanistan, al governo italiano non par vero: finalmente si puo’ essere in Afghanistan sotto l’ “ombrello” dell’ONU, senza dovere rendere conto a nessuno. O quasi.
    Perche’ in realta’ la missione ISAF e’ solo una manovra, un “gioco delle tre carte”.
    Alla riunione che il 20 dicembre 2001 approva la Risoluzione 1386, i membri del Consiglio di Sicurezza si trovano sul tavolo una lettera in cui gli inglesi si propongono di assumere il comando dell’ ISAF. Ma a comandare e’ sempre il Padrone, e’ chiaro. Perfino esplicito. Nella stessa lettera, resa nota dal Dipartimento di Stato USA, viene precisato che: “Per cio’ che riguarda i rapporti tra le forze dell’ ISAF e altre forze operanti in Afghanistan in Enduring Freedom… per ragioni di efficienza, il Comando Centrale degli Stati Uniti avra’ autorita’ sulle forze ISAF”. Tu sei il comandante, ma io ti comando.
    Un trucco sopraffino: l’ONU mette in piedi, su richiesta USA, una forza ONU per l’Afghanistan; gli inglesi, che partecipano a qualsiasi guerra made in USA e che sono pertanto in Enduring Freedom, si offrono di guidarla (e come rifiutare tanta generosita’?); le truppe dell’ISAF (quelle dell’ONU) guidate da un inglese, prendono poi ordini dai militari USA, mandati li’ non dall’ONU, bensi’ dal Pentagono.
    Aderiamo, secondo i desideri del Padrone, anche alla missione ISAF. Figurarsi, manna dal cielo! Avevamo gia’ deciso di entrare, in modo ancora piu’ illegale, con Enduring Freedom. Adesso arriva l’ombrello dell’ONU a giustificarci.
    Nell’agosto del 2003, la missione ISAF entra nella terza fase (anche lei, come Endruing Freedom: ma guarda un po’ che coincidenza) e passa sotto il comando della NATO. Con i compiti che ben sappiamo, ce li hanno gia’ assegnati: combattere gli insurgents, quelli che si ribellano in qualsiasi modo e a qualsiasi titolo alla pax americana, e portare avanti la “guerra al terrorismo”, il lavoro di Enduring Freedom.
    Poco importa, siamo comunque felici dello “scudo” rappresentato dalla NATO: per sentirci piu’ tranquilli, in regola, quando si dovra’ sparare parecchio.
    Il momento sembra arrivato. Il “lavoro” che attende le truppe NATO, e che ci attende, non sembra facile neppure agli USA, se il Washington Post scrive: “Ne deriverà una battaglia per il controllo del sud, cruciale per l’Afghanistan e per la Nato”.
    Con l’avvicinarsi della battaglia cruciale - un’altra “madre di tutte le battaglie” ? – non e’ casuale che le truppe NATO, ex ISAF, ex Enduring Freedom si ritrovino, cinque anni dopo, un comandante di nuovo inglese, che sara’ poi sostituito, verso la fine dell’anno, da un comandante USA. Eh si’, quando il gioco si fa duro...
    Cosi’ anche ai “nostri ragazzi”, sotto il comando dei militaristi piu’ convinti, spettera’ il compito di estendere “il controllo del governo Karzai” e di “rimpiazzare” gli USA nelle operazioni di contro- insurrezione.
    “Restate, chiedete rinforzi” ci sta domandando ora il Padrone, e ci assicura che stavolta saremo anche noi “in prima linea“ perche’ le sue truppe intendono passarci il testimone.
    Anche noi adesso abbiamo l’occasione per sederci al tavolo dei grandi, “chi non spara non e’ di serie A” come dice Luttwack.
    Enduring Freedom, ISAF, NATO: perde, sbaglia, la carta bianca vince! Proprio come nel mezzanino del metro’. Poi i politici possono sguazzare tra articoli e codicilli alla caccia di qualcosa che giustifichi scelte gia’ decise, e i cittadini capiscono sempre meno.

    Fuori l’Italia dalla guerra, senza ‘se’ e senza ‘ma’ Dira’ si’ o no a “finire il lavoro” lasciato incompiuto (per la verita’ un fallimento totale anche sul piano militare) dall’ Alleato-Padrone? Siamo alla vigilia di “grandi offensive”, dicono i comandi USA, e non si puo’ dubitarne.
    Il Governo sta per decidere – con il rifinanziamento della missione militare in Afghanistan - se mandare militari italiani a combattere, per conto degli USA e sotto il loro comando, i “nemici” che le forze USA, di volta in volta, additeranno come soggetti da eliminare. E se mandarli a combattere per proteggere “gli amici”. Criminali quanto i nemici ma servili quanto noi, e quindi dalla parte “giusta”.
    Non e’ strano che il Governo sia in difficolta’.
    Molti tra loro vorrebbero, col senno di poi, non essersi mai infilati anche nel “pantano” Afghanistan. Ma cinque anni fa la maggior parte di loro ha votato di tuffarcisi dentro entusiasticamente, approvando una Risoluzione (7 novembre 2001) che restera’ nella storia della Repubblica come esempio di stravolgimento, in una sola pagina, della Costituzione Italiana, dello Statuto dell’ONU e delle risoluzioni del suo Consiglio di Sicurezza.
    Della situazione difficile in cui ci troviamo in Afghanistan, e da cui non e’ facile uscire, molti politici dell’attuale maggioranza sono corresponsabili. Da qui nasce la prima difficolta’.
    L’altra difficoltà, per i governanti di oggi, e’ tutta interna. Tra pochi giorni devono andare in Parlamento e votare un documento importante.
    Non tanto per il suo contenuto. Per molti parlamentari dell’attuale maggioranza, quello che si decidera’ e’ in un certo senso secondario. La cosa piu’ importante, quando non la sola importante, e’ che il documento del Governo, quale che sia, venga approvato.
    Non si puo’ rischiare di “andare sotto e far cadere il Governo” e’ voce di popolo. Non si puo’ rischiare.
    Quindi bisogna incominciare a fare rinunce, cercare compromessi, delineare una exit-strategy, o un modo per toglierci dai guai, per essere piu’ chiari.
    Sembra un vicolo cieco. Perche’ il vero problema su cui la politica sta annaspando e’ la necessita’ di inventare un trucco. Una formula per poter tenere i militari a fare il lavoro per il Padrone, dando allo stesso tempo un carota a quella parte della maggioranza che sa – dovesse votare per il rifinanziamento – di trovarsi in linea di collisione con i propri elettori.
    Ma se “la Patria vuole sacrifici”, che cosa non si farebbe per fare stare in piedi un Governo, specie quando la sua “stabilita’” e’ considerata l’obbiettivo primario da raggiungere?
    Cosi’ in quell’area politica normalmente associata (o forse non piu’, potremo capirlo meglio dopo il voto) al “pacifismo” tira aria pesante di suicidio.
    Non e’ principalmente un problema di uomini di partito, ma di cittadini, di elettori, di coscienze.
    Se i partiti di quell’area votassero per la guerra, ne pagherebbero un prezzo politico e di consenso devastante. Un prezzo ancora maggiore finirebbero col pagare se cercassero di truccare le carte, di fare passare inosservata o cammuffata la scelta della guerra.
    “No alla guerra, senza se e senza ma” e’ espressione certamente efficace. Oggi si puo’ darle concretezza.
    Essere contro la guerra – prima ancora che un obbligo costituzionale - mi pare il discrimine tra civilta’ e incivilta’, tra le cose umane, per brutte che siano, e quelle dis-umane. Rifiutarsi di avere qualsiasi ruolo nel produrre violenza e omicidi di massa, pulizie etniche e genocidi, stupri e torture, mi sembra insieme un valore primario di specie e una garanzia di sopravvivenza, da custodire entrambi gelosamente.
    Non si tratta di un valore di “destra” ne’ di “sinistra”.
    Ma possono la coscienza e l’intelligenza rifiutare l’orrore della guerra a giorni alterni? Una guerra si e una no, questa guerra e’ diversa, in quest’altra il nostro ruolo e’ diverso, qui siamo forze ONU e la’ forze NATO, gli impegni internazionali, le alleanze, questa guerra e’ giusta...
    Basta alle nostre coscienze sapere che i soldati italiani hanno il bollino ONU, per rendere “accettabile” la partecipazione alla guerra in Afghanistan?
    Negli ultimi anni e’ maturato un importante movimento di persone che non vuole piu’ saperne della guerra ne’ della “logica della guerra”, della logica del togliere agli altri quello che hanno, o quello che potrebbero avere, fino a togliere loro anche la vita. Questo movimento rifiuta di aggredire economicamente, militarmente e moralmente, di sfruttare altri esseri umani.
    In questo movimento sono state rifiutate tutte le “ragioni per la guerra”, le sue giustificazioni. Per questo credo che un voto per la guerra sarebbe un macigno per quella area politica che ha piu’ volte dichiarato sintonie col movimento per la pace.
    Rifiutate la guerra “umanitaria” del centrosinistra e quella “per la civilta’” del centrodestra, rifiutata la guerra bipartisan “al terrorismo”, puo’ il movimento accettarla oggi “perche’ non cada il governo italiano”?
    Nel nuovo modo di pensare di milioni di persone, la “questione guerra” e’ stata “risolta”, da tempo e per sempre. Perche’ cio’ che ogni guerra produce e’ talmente ripugnante che nessun fine, neppure il piu’ nobile, potra’ mai “giustificarla”. Ci potranno essere guerre legali o perfino legittime – le leggi cambiano - ma non ci saranno mai guerre giuste. Per questo, nessuna guerra e’ negoziabile.
    Dopo cinque anni di evidente fallimento del nostro intervento in Afghanistan – con il risultato paradossale che i supposti militari “in missione di pace” sono visti con sempre maggior insofferenza - il mondo della politica dovrebbe – se non altro per buon senso - provare un approccio diverso..
    Vuole il Governo, per qualsiasi ragione, scegliere di stare ancora li’, a fare servilmente la guerra per conto terzi? Vogliono vedere “altro sangue italiano in Afghanistan” (e forse non solo) come poi titolerebbero le prime pagine dei nostri quotidiani, per “estendere il controllo del governo Karzai”?
    Sta a loro decidere. Penso solo sia mio dovere, come cittadino che fa parte del popolo di Emergency e del movimento per la pace, riaffermare che chi scegliera’ la guerra lo fara’ not in my name, non a nome mio.

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    Comunicato Stampa di Sinistra Critica


    ''Come avevamo temuto l'intervento in Afghanistan avviene all'insegna della continuità e nel solco delle missioni precedenti - dicono il deputato Salvatore Cannavò e i senatori Gigi Malabarba e Franco Turigliatto di Sinistra Critica del PRC -. E' il ministro della Difesa Parisi ad ammetterlo a conclusione del Consiglio dei ministri che ha approvato il decreto e il disegno di legge sulle missioni all'estero che, per come sono configurate, non ci consente di approvarlo''.

    ''E' certamente positiva la definitiva deliberazione circa il ritiro dall'Iraq anche se la data non è ancora chiara - aggiungono gli esponenti di Rifondazione -. Ritiro che avviene grazie al contributo che in questi anni ha dato il movimento per la pace. Positivo anche lo stanziamento di fondi per la cooperazione sia in Afghanistan che in Darfur anche se attendiamo di capire come saranno impiegati e a quali finalità. Resta la delusione e l'avversione per un impianto complessivo del decreto in forte continuità con le politiche adottate dal governo Berlusconi''.

    ''Il nostro dissenso rimane dunque netto e nulla ha a che vedere con i destini di questo governo. Ci sembrano quindi particolarmente fuori luogo, oltre che inaccettabili, i ripetuti ricatti, come quello avanzato ieri dal ministro Parisi, o le intimidazioni mediatiche cui sono fatti oggetto quei parlamentari che hanno annunciato il loro no alla missione in Afghanistan. Resta comunque da vedere quale sarà il dibattito in Parlamento e quali saranno le reali possibilità di mutare l'impianto del provvedimento in direzione di una effettiva 'exit strategy' dall'avventura afghana. E contestualmente ci impegneremo per un reale coinvolgimento dei movimenti pacifisti con i quali intendiamo avviare un ampio confronto per individuare le modalità migliori per contrastare la guerra 'senza se e senza ma'''.


    Roma 30 giugno 2006

 

 
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