Abitato prevalentemente da popolazioni di lingua tedesca, retica e ladina il Sudtirolo è stato territorio austriaco ed asburgico per circa sei secoli.
Al termine della prima guerra mondiale fu annesso, contro la volontà della popolazione, all'Italia.
Questo fatto comportò numerose e profonde modificazioni:
l'immigrazione - favorita e promossa dallo Stato italiano - di una consistente popolazione di lingua italiana (oggi un terzo scarso degli abitanti della provincia),
l'industrializzazione del fondovalle,
la trasformazione in "minoranza nazionale" della popolazione tirolese originaria, il manifestarsi del fascismo italiano anche ed in particolare come oppressione snazionalizzatrice,
l'identificazione relativamente forte dei trentini e dei sudtirolesi con il nazionalsocialismo (anche come reazione "tedesca" al fascismo),
la rinnovata appartenenza allo Stato italiano anche dopo il 1945, ma questa volta con un trattato internazionale tra Austria ed Italia che vincolava quest'ultima ad una maggiore tutela delle minoranze ed alla concessione di una speciale autonomia (1946; accordo De Gasperi-Gruber).
Il primo assetto autonomistico del 1948 fu sentito dai sudtirolesi come gravemente insufficiente, una lunga lotta (a tratti anche violenta) - organizzata dalla S.V.P. (partito popolare sudtirolese) - portò una ampia riforma dell'autonomia che venne territorialmente circoscritta al Sudtirolo ed arricchita di molte nuove competenze.
Il c.d. "pacchetto per l'Alto Adige" fu varato dal Parlamento italiano alla fine del 1971, si trova tuttora in fase di lenta attuazione, prevede (anche in virtù di due risoluzioni ONU) una certa compartecipazione dell'Austria alla composizione della controversia e vede all'opera - ormai da anni - delle Commissioni paritetiche italo-sudtirolesi che elaborano i decreti con i quali si attuano le misure speciali concernenti l'autonomia sudtirolese.
Tali "norme di attuazione dello statuto di autonomia", emanate dal governo italiano con forza di legge, ai fini della vita quotidiana nel Sudtirolo rivestono spesso una maggiore rilevanza che non le stesse norme statutarie, di rango costituzionale; esse comportano una quantità di regolamentazioni etniche (scuola, uso delle lingue, riserva etnica dei posti del pubblico impiego, rappresentanza di interessi etnici in giudizio, ecc.).
Negli ultimi anni si è registrata non una diminuzione, bensì un certo aumento di tensione etnica, malgrado fosse stata ampliata l'autonomia sudtirolese attraverso il c.d. "pacchetto" (in vigore dal 1972) e realizzati sensibili miglioramenti dei diritti linguistici e minoritari in genere in favore della popolazione di lingua tedesca e ladina.
Alla fine degli anni '50 e fino ad oltre la metà degli anni '60 vi fu una serie di attentati ed atti "violenti" fino alla conclusione del "pacchetto", mentre oggi il conflitto etnico si manifesta in genere in forme più sottili.
Ma il latente o palese contrasto etnico è la nota dominante di tutti i processi anche sociali e culturali che si sviluppano nel Sudtirolo.
La dialettica etnica si rivela - nonostante, o forse invece proprio a causa di alcuni congegni del "pacchetto" - una dinamica apparentemente onnicomprensiva cui ogni altro elemento o impulso finisce per subordinarsi. Si può parlare di un etnocentrismo che caratterizza i rapporti tra i gruppi etnici e la loro situazione interna, seppure per ora in forme ed in misura differenziata ma sensibile.
È prevedibile che il perdurare e l'intensificarsi del conflitto etnico tenda ad evidenziare forme sempre più analoghe - ma ovviamente concorrenti - di etnocentrismo tra le due maggiori comunità (quella di lingua tedesca ed italiana).
Se ci si chiede come mai nonostante la soluzione del "pacchetto", congegnata - si sosteneva - per disinnescare la conflittualità etnica, questa medesima conflittualità si sia acuita, si devono analizzare alcuni particolari e ben studiati meccanismi di difesa etnica.
Sulla base della considerazione - giustissima - che una minoranza, che per sua essenza non può aspirare a diventare maggioranza (come è appunto il caso delle minoranze etno-nazionali o religiose), ha bisogno di una particolare tutela ed autonomia, la minoranza tirolese di lingua tedesca chiese ed ottenne un ordinamento che la metteva almeno settorialmente nelle condizioni di essere maggioranza, sul proprio territorio.
In tal modo, viceversa, la comunità di lingua italiana divenne minoritaria a livello provinciale.
In numerosissimi ambiti della vita pubblica sudtirolese si è venuto affermando, anche in sede normativa, uno specilissimo "principio regolativo", quello della c.d. proporzionale etnica. Si tratta di un sistema di quote, di contingenti etnici nella ripartizione di cariche ed uffici, posti di lavoro e prestazioni sociali, case, borse di studio, contributi, ecc.
Sino a quando la SVP (il partito popolare sudtirolese) rappresentava come principale rivendicazione della popolazione sudtirolese l'istanza autonomistica, la sua conflittualità era tutta indirizzata contro la Stato centrale italiano. In tal senso la questione sudtirolese si presentava soprattutto come conflitto tra una minoranza etno-nazionale e lo Stato. La legittimazione della SVP come partito di raccolta e di rappresentanza unitaria dei tirolesi di lingua tedesca e ladina (con un'adesione intorno al 95%, allora; e che ancora oggi si aggira intorno all'85%) derivava e si rinnovava direttamente alimentandosi dal conflitto con lo Stato.
Per poter mantenere il proprio ruolo di rappresentanza dei sudtirolesi di lingua tedesca (e ladina), questo partito si è sempre più trasformato, da "partito dell'autonomia" in "partito della proporzionale etnica": il conflitto etnico non più e non tanto nei confronti dello Stato, quanto tra i gruppi etnici all'interno della provincia autonoma.
Così il Sudtirolo offre l'esempio di un esercizio del potere che agisce
in ogni momento in nome di premesse e criteri di tipo etnico.