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Discussione: Beatrice Cenci

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    Predefinito Beatrice Cenci

    Beatrice nacque a Roma [1577-1599] da Francesco Cenci, uomo di casato nobile ma violento, più volte incriminato per i suoi vizi e rilasciato solo grazie alla sua ricchezza, ereditata dal padre che era stato tesoriere dello Stato Pontificio mentre la madre della ragazza, Ersilia Santacroce, muore nell'aprile del 1584, in seguito a un parto gemellare, dopo aver messo al mondo dodici figli di cui ne sopravvissero sette. Gli stessi fratelli di Beatrice chiesero più volte un'udienza papale per denunciare il genitore, ma Clemente VIII°, nonostante sapeva che raccontavano la verità, fu invece costretto a farli esiliare.

    A Palazzo rimasero le due figlie, che in assenza dei fratelli dovettero sopportare i festini organizzati dal padre e subire ancora più forti le violenze del genitore. La più grande, per interessamento di Papa Clemente VIII°, fu inviata come sposa al nobile Carlo Gabrielli della famiglia di Gubbio, riuscendo in questo mondo a salvarsi. Sentendosi isolato, il Conte Cenci decise di perseverare nelle sue violenze e nelle sue attenzioni sessuali lontano dagli sguardi di Roma, portando Beatrice e la seconda moglie Lucrezia Petroni, sposata nel 1593, nel possedimento della fortezza di Petrella, in Abruzzo, vicino L'Aquila. Beatrice, sostanzialmente seviziata, tentò di far pervenire a Roma, tramite persone di corte, una lettera dettagliata al Papa che tuttavia non arrivò mai. I continui soprusi la portarono così all'estrema decisione che venne appoggiata dal fratello Giacomo. Ad aiutarli furono due vassalli che odiavano Francesco Cenci in modo particolare, Marzio Catalano e Olimpio Calvetti. L'idea iniziale era di simulare un sequestro, in occasione di un viaggio a Roma del Cenci, e di farlo uccidere a causa del ritardato pagamento del riscatto. I banditi arruolati dai due commessi sbagliarono però i tempi, quando il Conte aveva ormai superato il tratto di strada scelto per il rapimento. Si pensò così di agire durante il sonno.

    La sera del 9 settembre 1598 le due donne riuscirono con qualche stratagemma a far mangiare un po di oppio a Francesco Cenci, che andando a dormire cadde in un sonno profondo. Vennero poi fatti entrare Marzio e Olimpo, a cui si promise un ottimo compenso, che con freddezza o meno conficcarono, usando il martello, un chiodo nella testa e uno nella gola dell'uomo, che morì poco dopo. Tolti i chiodi il corpo fu avvolto in un lenzuolo e gettato da un balconcino nel giardino sottostante, in modo da poter far pensare che era scivolato. Ma Beatrice prima di tornare a Roma dette a far lavare il lenzuolo sporco di sangue, giustificandosi con la lavandaia che la notte prima aveva avuto il ciclo mestruale.
    All'inizio nessuno indagò ma poi il giudice principale di Napoli, non convinto, mandò un commissario a Rocca Petrella per svolgere le indagini. L'uomo non trovò alcun indizio ma alla fine parlò con la lavandaia. Alla donna fu chiesto un parere sull'origine delle macchie e così si determinò il tipo di sangue. Il Monsignor Guerra, invaghito della giovane e che aveva sostenuto il parricidio, puntando probabilmente all'eredità, si preoccupò subito di far eliminare i testimoni. Olimpio fu ucciso a Terni, Marzio fu solo arrestato e nel tentativo di salvarsi raccontò tutto per poi ritrarre quando ebbe il confronto con Beatrice. Ma, quando sembrava che ci si era dimenticati del Conte Francesco Cenci, venne arrestato il sicario di Olimpio che confessò tutti i particolari.

    Monsignor Guerra, ricercato, fuggì da Roma travestito da venditore di carbone. Lucrezia, Giacomo e Bernardo Cenci vennero portati al carcere di Corte Savella e non resistendo alla tortura della corda [che consiste nel tenere appese le vittime dalle braccia] confessarono. Poi toccò a Beatrice, che resistette, nonostante le braccia slogate. Ma Clemente VIII° dubbioso che il giudice Moscati fosse stato intenerito dalla figura della giovane affidò il caso a un giudice più severo. Appesa per i capelli alla fine confessò. In difesa dei giovani Cenci si attivarono diversi principi e cardinali che riuscirono a ottenere dal Papa una proroga di venticinque giorni per presentare una difesa. Gli ottimi avvocati romani consegnarono alla scadenza una serie di motivazioni, un po' contraddittorie, perchè per salvare i fratelli e Beatrice qualcuno scaricava la colpa sui primi altri sulla giovane. Ma restava il principio della legittima difesa e considerata la cattiva reputazione di Francesco Cenci tutto lasciava ben sperare. Ma la notizia del matricidio del nobile Paolo Santacroce che si aggiungeva al fratricidio dei nobili Massimi indusse il Pontefice a non fare eccezioni. Venerdì 10 settembre 1599 Clemente VIII° ordinò l'esecuzione. Mentre si allestiva il patibolo a Piazza Ponte S.Angelo i principali cardinali tentarono ancora di salvare la vita dei ragazzi, o almeno di non farli uccidere e di fargli scontare la pena in prigione. L'avvocato Prospero Farinacci riuscì a parlare con il Papa e insistendo ottenne la grazia per il quindicenne Bernardo, che comunque fu costretto a pagare 400.000 franchi entro un'anno alla Santissima Trinità di Ponte Sisto.
    La notizia dell'esucuzione giunse a Beatrice alle sei del mattino, giusto il tempo di fare testamento e lasciare tutto in beneficienza. La processione verso il patibolo partì dal carcere di Tor di Nona, dove erano rinchiusi Giacomo e Bernardo, che ricevette la notizia della grazia ma a cui fu imposto di assistere all'esecuzione. Accompagnati da numerosi cittadini, il carro del boia passò quindi per Via Monserrato, al carcere di Corte Savella, per prendere Lucrezia e Beatrice. Si doveva raggiungere la piazzetta di Castel S.Angelo, scelta per il patibolo in quanto luogo di passaggio delle migliaia di pellegrini diretti a San Pietro ai quali si voleva mostrare l'esemplare punizione. La prima a essere uccisa fu Lucrezia, che salì sul patibolo con le mani legate dietro alla schiena e impiegò alcuni minuti prima di mettersi seduta come le aveva indicato il boia. Le venne tolto il mantello e rimase a petto nudo. Pochi istanti e scese la mannaia. Ma in attesa dell'uccisione di Beatrice, un palco dove qualcuno assisteva alla condanna, crollò, e ci furono parecchi morti. Quando salì la giovane Beatrice si attese il colpo di cannone da Castel S.Angelo, che avrebbe segnalato al Pontefice di quando dare l'assoluzione alla ragazza per il post mortem. La ragazza con fierezza prese posizione, si sistemò i capelli, in modo da non farsi toccare dal boia. Beatrice lanciò un urlo che sembra arrivò fino a San Pietro. Dopo la sua decapitazione fu il turno di Giacomo, che subì un trattamento ancora più atroce. Fu ridotto a brandelli, che vennero appesi a dei ganci attorno alla piazza. Alle 21.15 il corpo di Beatrice fu condotto e sepolto, come aveva chiesto, nella chiesa di S.Pietro in Montorio al Gianicolo.

    Ma la ragazza non trovò pace neanche dopo la morte. Nel 1798 durante l'occupazione francese un soldato aprì la tomba, rubò il vassoio d'argento su cui era stata posata la testa e si portò via il teschio, episodio di cui fu testimone il pittore Vincenzo Camuccini. Per evitare altre profanazioni e soprattutto polemiche ed imbarazzi per la sepoltura in un luogo sacro di una ragazza eletta a martire dal popolo ma comunque complice di un omicidio, per giunta giudicato proprio da un Pontefice, la tomba fu coperta dagli strati superiori delle nuove pavimentazioni e non fu riportata nessun indicazione. A Castel S.Angelo, nel luogo in cui è stata decapitata, la notte dell'undici settembre, come hanno riferito a distanza di anni centinaia di persone, si è vista la sua figura aleggiare sopra il ponte, anche se lo scetticismo in questi casi è d'obbligo. Rimane il fatto che la storia e la vita di Beatrice sono emblema di una perpetua ingiustizia, di un'infanzia rubata, di muri di silenzio che costrinsero la ragazza a difendere la sua vita, ma allo stesso tempo a condannare la sua vita, in base a delle leggi che non conoscono il sapore del dolore, del senso della violazione di un diritto.

    Beatrice discende dal ramo della famiglia iniziato a metà del 1400 da Giacomo Cenci che sposando Sofia Albertoni avrà due figli, Cristoforo e Giordano. Nel 1475 Giordano sposa Sigismonda De Fabris e in seguito Cristofora, che muore nel 1526. Dalle due unioni nacquero sei figli: Luisa, Perna, Sigismonda, Francesco, Giacomo, Rocco. Nel 1593 Giacomo sposa Concordia Teocoli da cui avrà tre figli: Cesare, Cassandra e Cristoforo, che eredita dallo zio Rocco tutti quanti i beni. Nel 1555 Cristoforo sposa Beatrice Arias, da cui già aveva avuto il figlio Francesco, che nel 1562 diventa erede universale di tutte le ricchezze. Nel 1562 Francesco, padre di Beatrice, sposa Ersilia Santacroce, di nobile e antica casata romana, che metterà al mondo dodici figli, di cui cinque già morti alla nascita. Gli altri moriranno giovani, uccisi o giustiziati, tranne Bernardo, che finirà i suoi giorni in prigione. Oggi il lontano discendente è il principe romano Bolognetti, in virtù del matrimonio che nel 1755 vide Virgilio Cenci sposare Anna Maria Bolognetti da cui ereditò i titoli e i beni. Ogni anno, in ricorrenza dell'undici settembre, Beatrice Cenci viene ricordata con la messa pomeridiana voluta dal Principe e dall'Associazione Beatrice Cenci nella Chiesa di Gesù e Maria a Via del Corso, fatta costruire nel 1600 dall'ordine degli Agostiniani Scalzi con il contributo di Monsignor Bolognetti.

    La figura di Beatrice fu ripresa in diverse opere, fra cui il racconto di Stendhal inserito nelle "Cronache Italiane". Nell'inchiesta sulla storia lo scrittore francese ottenne dai Frati Minori della chiesa di visualizzare l'archivio dei documenti riguardanti la data di nascita di Beatrice Cenci ed il luogo della sua sepoltura, da cui emerge che la ragazza morì a 22 anni e non a 16 anni come erroneamente alcune cronache letterarie hanno preferito usare. Si aggiunge la tragedia, scritta e conclusa proprio a Roma, nel maggio 1819, da Percy Shelley, di cui riportiamo un brano.


    Il ritratto di Beatrice Cenci è esposto nella Galleria di Palazzo Barberini. Visita questa pagina per orari e informazioni.L'attribuzione però è ancora incerta: le cronache romane dell'epoca parlarono del maestro Guido che venne appositamente per vedere e dipingere la giovane condannata a morte. Ma dalla biografia di Guido Reni risulta che il pittore in quei giorni era a Bologna. Ad avvalorare l'ipotesi che si trattavano di semplici vocerie del popolo è l'esecuzione del ritratto, in cui i dettagli così accurati dimostrano che si tratta di un lavoro più lungo di un giorno o due. [Reni avrebbe dipinto Beatrice il giorno prima della morte] Il restauro del 2000 ha dimostrato l'autenticità e che non si tratta di una copia. Rimane però il dubbio dell'esecutore: nonostante la raffinatezza della mano, la composizione è inusuale rispetto alla struttura compositiva reniana, in genere vivace e densa di particolari. Qui invece il mezzo busto della ragazza, il mantello e il turbante bianco, illumina un fondo nero spoglio, avvicinandosi di più alla filosofia caravaggesca. Si presume quindi che il quadro sia stato realizzato nella cerchia degli allievi di Guido Reni, e l'unica ad avere una tale abilità alla rappresentazione dei dettagli, come i lunghi capelli fini e le pieghe del turbante, si ritiene era Elisabetta Sirani, il genio al femminile della pittura italiana, capace di realizzare circa duecento quadri prima di morire improvvisamente a 27 anni. Elisabetta era figlia di Andrea Sirani, grande amico e collaboratore di Reni, tanto che alla morte la ragazza venne sepolta insieme al famoso artista nella Cappella del Rosario nella Chiesa di San Domenico a Bologna. Il ritrato sarebbe stato realizzato nel 1662 su incisioni romane di Beatrice Cenci risalenti all'epoca del processo. [1599]

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    Citazione Originariamente Scritto da er uagh
    La ragazza con fierezza prese posizione, si sistemò i capelli, in modo da non farsi toccare dal boia. Beatrice lanciò un urlo che sembra arrivò fino a San Pietro. Dopo la sua decapitazione fu il turno di Giacomo, che subì un trattamento ancora più atroce. Fu ridotto a brandelli, che vennero appesi a dei ganci attorno alla piazza.
    I due boia che avevano eseguito le condanne di Beatrice e Giacomo Cenci e di Lucrezia Petroni - Mastro Alessandro Bracca e Mastro Peppe - conclusero tragicamente i loro giorni: il primo, oppresso da incubi terribili soprattutto per il trattamento riservato a Giacomo, morì tredici giorni dopo il supplizio dei Cenci. Il secondo un mese dopo, accoltellato a Porta Castello.

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    Citazione Originariamente Scritto da Silvia
    I due boia che avevano eseguito le condanne di Beatrice e Giacomo Cenci e di Lucrezia Petroni - Mastro Alessandro Bracca e Mastro Peppe - conclusero tragicamente i loro giorni: il primo, oppresso da incubi terribili soprattutto per il trattamento riservato a Giacomo, morì tredici giorni dopo il supplizio dei Cenci. Il secondo un mese dopo, accoltellato a Porta Castello.
    Grazie per il tuo contributo,Silvia.

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    Statua di Beatrice Cenci di Harriet Goodhue Hosmer

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    Guido Reni, Beatrice Cenci, 1662, Palazzo Corsini, Roma

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    Non possiamo dimenticare le opere letterarie e cinematografiche ispirate alla tragedia di Beatrice Cenci.Tra queste,citiamo:
    Il racconto di Stendhal inserito nelle Cronache Italiane.
    La tragedia "I Cenci" di Percy Bysshe Shelley del 1819.
    Vari film dal titolo "Beatrice Cenci",cioè:
    Quello del 1909 di Mario Caserini, quello del 1910 di Ugo Falena, quell del 1913 e del 1926 di Baldassarre Negroni,quello del 1941 di Guido Brignone,quello del 1956 di Riccardo Freda,quello del 1969 di Lucio Fulci.

 

 

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