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    scemo del villaggio
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    Predefinito Scampoli di buona stampa

    Studi Cattolici n. 543 maggio 2006

    La Shoah ha acquistato una dimensione metafisica, quasi a dover svolge il ruolo, nella nuova religione secolare, dell'elezione del popolo ebraico nella religione tradizionale. Attraverso la vittimizzazione immunizza l'ebreo e lo stesso Israele contro ogni critica. Guai a coloro che infrangono questa regola, subito trattati da antisemiti

    di Augusto Zuliani




    Le violente scatenate in diversi Paesi islamici, come reazione - è stato detto - alla pubblicazione e diffusione delle famose «vignette blasfeme», e la condanna dello storico britannico David Irving a tre anni di galera da parte di un tribunale austriaco «per apologia di nazismo», presentano degli aspetti che riguardano non solo la libertà di ricerca e di espressione, latu sensu, ma investono i princìpi stessi che danno legittimazione ai regimi democratici europei. Pur nella loro semplificazione propagandistica le argomentazioni di alcuni esponenti iraniani, che considerano risibile affermare la libertà di stampa per i vignettisti e nel contempo negarla a uno storico, hanno evidenziato l'attuale nodo della coscienza europea, cioè il progressivo slittamento dall'uso strumentale della «verità storica» - fenomeno non certo nuovo, né, se vogliamo, particolarmente scandaloso, visto che da sempre si fa un uso politico della storia - alla sua codificazione giuridica con ampi margini di discrezionalità, questa si novità assoluta in regimi democratici. Non a caso il processo Irving ha suscitato perplessità presso studiosi e ambienti non certo simpatizzanti del nazionalsocialismo, ma che considerano un grave errore sanzionare penalmente le idee. Si tratta di un rilievo condivisibile, che tuttavia non mette a fuoco il cuore del problema: in che modo un evento storico - la Shoah (1) che nella seconda guerra mondiale travolse le comunità ebraiche europee, in particolare quelle orientali, molto più numerose, che abitavano il cosiddetto yiddishland - abbia acquisito una dimensione metafisica e come mai tale dimensione sia riuscita ad affermarsi anche in campo giuridico. Un percorso dove la storia e la sua rappresentazione giocano un ruolo centrale, per cui è necessario un lavorio di scansione che evidenzi sia le reali dimensioni degli avvenimenti, sia il contesto in cui essi si svolsero. In tale prospettiva è significativo il fatto che uno studioso vicino al mondo ebraico scrivesse dieci anni fa: «Bisogna ammettere che la cifra di un milione di morti ad Auschwitz è un'ipotesi molto più ragionevole dei quattro milioni riportati su una targa commemorativa all'ingresso del campo» (2). In effetti era un dato talmente enorme - imposto dai sovietici, abituati come sappiamo a lavorare sui grandi numeri - che rischiava di minare la stessa credibilità dell'impianto storiografico che regge la Shoah, per cui in anni recenti la cifra è stata drasticamente ridimensionata a un milione.

    Un gioco macabro

    Questo intervento riduttivo tuttavia non elimina affatto il sospetto che, dopo il 1945, più di uno abbia svolto un gioco macabro sul numero delle vittime, strumentalizzando la Shoah, come peraltro denunciato da più parti, basti ricordare l'onesto lavoro dello storico ebreo americano NormanG.Finkelstein (3). Risulta quindi difficilmente comprensibile l'atteggiamento di chi fa della Shoah l'ipostasi del «male assoluto» con un'operazione tipica del linguaggio letterario, ma non della ricerca storica che indaga proprio sui fatti i quali non appartengono al regno della fede, ma al terreno della conoscenza razionale ed empirica, quindi sottoposti a costante verifica, approfondimento e interpretazione. Voler stabilire in termini giuridici penalmente rilevanti che un certo avvenimento deve essere salvaguardato da ogni esame critico, pena l'accusa di «revisionismo» o peggio «negazionismo». altro termine della neolingua inventato dai cultori dello storiograficamente corretto, significa compiere un salto di paradigma, entrando in una dimensione religioso-dogmatica, il che ricorda in modo curioso l'operazione con cui gli ulama dichiararono dopo il XII secolo che erano chiuse le porte alla ijtihad (la riflessione e interpretazione giuridico-normativa del testo coranico e degli hadith). Una metamorfosi la cui finalità religiosa è stata ben colta da Hsther Benbassa, che rileva: «[la Shoah] svolge un po' il ruolo, in questa nuova religione secolare, dell'elezione del popolo ebraico nella religione tradizionale; [attraverso la] vittimizzazione immunizza l'ebreo e lo stesso Israele contro ogni critica. Guai a coloro che infrangono questa regola, subito trattati da antisemiti» (4).

    Questa metamorfosi sembra sfuggire a Claude Lanzmann, direttore di Les Temps Modernes, che nel fare l'apologia della legge Fabius - Gayssot (5) contro i «delitti di opinione», scrive: «II negazionismo fu il motore e l'arma del crimine nazista che cancellava le sue tracce proprio mentre si realizzava. In un certo senso il crimine perfetto è stato compiuto e coloro che lo negano sono gli credi diretti degli assassini» (6). In realtà Laizmann è ben consapevole che l'operazione storico-culturale intorno alla Shoah riveste una dimensione metafisica, perché si vuoi fare di questa rispettabile «memoria etnica» (7), una «memoria universale», come testimonia, tra le altre, l'iniziativa paradossale di una delegazione ebraica recatasi in Cina - con la quale Israele ha allaccialo rapporti diplomatici solo nel 1992 - per svolgere un'attività pedagogica sulla Shoah, mentre il popolo cinese dove ancora elaborare il lutto per i milioni ili vittime del delirio maoista. Trasformare il «culto della Shoah» in una sorta di religione di Stato, garantita dalla legge, significa assegnare agli ebrei, un popolo «metafamiglia». cosi come lo definisce il rabbino Sleinsallz (8), il primato a un tempo della sofferenza e dell'innocenza assoluta, primato che lo stesso Lanzmann. autore nel 1995 di un film intitolato per l'appunto Shoah (9) aveva già espresso nel 1993 con termini molto chiari lanciando una sfida radicale al cristianesimo: «Se Ausehwìtz è vera allora siamo in presenza di una sofferenza umana che non si può assolutamente paragonare a quella del Cristo. In tal caso il Cristo è falso e la salvezza non giungerà da lui» (10). In realtà questa nuova religione laica è l'esito finale di un'operazione ideologica scandita dalle vicende politiche i cui protagonisti sono da un lato lo Stato israeliano nei suoi circa sessanta anni di tormentala, epica esistenza, dall'altro le comunità della diaspora, in particolare quella statunitense, alla continua ricerca ed elaborazione di un'identità parallela, ma diversa da quella di Heretz Israel. In questa operazione storia e memoria sono state utilizzate con un processo alchemico, mescolando due registri diversi; perché mentre la prima cerca di illuminare gli avvenimenti del passato e costruire un ordine razionale adeguato per comprenderli, la seconda cerea di fondare il passato modellandolo, come fa la tradizione, ed è attraversata dal disordine delle passioni, delle emozioni e degli affetti. Entrambe hanno un molo importarne nella costruzione di una identità Stato-nazionale, ma se prevale la seconda insidiando costantemente la prima, questa stessa identità è sottoposta a pericolose sollecitazioni che ne minano le basi. Come scriveva lo studioso Avneri, il culto della Shoah ha «colmato il vuoto spirituale degli ebrei non religiosi [...] diventando un nuovo simbolo nazionale che elimina tutti gli altri», aggiungendo: «Se non supereremo il trauma di Auschwitz non ritorneremo mai a essere un popolo normale» (11). Consapevolezza pienamente condivisa da Steinsaltz che, dopo aver rilevato come la Shoah non abbia alcuna influenza nella definizione dell'identità ebraica, afferma: «La religione della Shoah, locuzione che è del tutto irriverente, è la religione della vittima, e per me rappresenta un'offesa, perchè l'essenza dall'ebreo sarebbe quella di essere morto» (12). Una denuncia che, nella sua brutale chiarezza, esprime l'insofferenza di una parte crescente del mondo ebraico verso tutti coloro, ebrei e non, che per tanti anni si sono serviti di quella Catastrofe come dì un taxi per raggiungere i loro obiettivi economici o politici, personali o di clan.

    Una guerra contro il popolo

    II percorso attraverso il quale la Shoah e andata assumendo progressivamente una connotazione universalista e a un tempo metafisica, risale agli esiti della seconda guerra mondiale e ai criteri in base ai quali vennero condannati gli alti esponenti del III Reich dal Tribunale militare internazionale (Tmi): giurisdizione interalleata con sede a Norimberga, il cui statuto era stato definito a Londra l'8 agosto 1945 dai governi di Usa, Urss, Regno Unito e dal governo provvisorio della Repubblica francese. Si trattava di un «accordo intergovernativo», non di una convenzione, o di un trattato internazionale da sottoporre a ratifica parlamentare; di uno strumento da utilizzare in quella sola occasione, nel quadro della dittatura militare interalleata su una Germania priva di istituzioni sovrane tra il 1945 e il 1949. L'eccezionalità dell'evento era sottolineata dal procuratore americano Robert H. Jackson, ex ministro della Giustizia nel governo Roosevelt, giudice presso la Corte suprema degli Stati Uniti, artefice dello statuto del Tmi che dichiarava a Norimberga il 26 luglio 1946: «La Germania si è arresa senza condizioni, ma non è stato formulato o deciso nessun trattato di pace, per cui gli Alleati tecnicamente sono ancora in stato di guerra con la Germania, benché le istituzioni politiche e militari del nemico siano scomparse. In quanto Tribunale internazionale non siamo tenuti a seguire i criteri procedurali dei nostri rispettivi sistemi costituzionali o giuridici, e le nostre regole non costituiranno dei precedenti nel sistema interno o nella giustizia civile di nessun Paese». Con questa affermazione Jackson confessava però implicitamente che il Tmi stesso, emanazione diretta dei governi alleati, era in guerra non più contro lo Stato tedesco di fatto inesistente, ma contro il popolo tedesco attraverso i suoi più alti rappresentanti messi sul banco degli accusati. Si apriva cosi la strada a quell'imputazione di responsabilità collettiva che verrà ampiamente utilizzata nei processi per risarcimento intentati alla Repubblica federale tedesca da varie associazioni ebraiche soprattutto americane (13). Lo statuto del Tmi che giuridicamente poteva apparire un dispositivo pragmatico, utile solo alla liquidazione politica, morale e fisica dei principali esponenti del III Reich, assumerà nel corso del tempo una valenza ben più ampia, proprio perché a Norimberga vennero create delle incriminazioni formalmente retroattive, in particolare quella di «crimine contro l'umanità», che servirà da principio ispiratore per la costruzione del «nemico assoluto», identificato poi nel «male assoluto» assurto a una dimensione metafisica. Il pesce pilota per introdurre il reato di «crimine contro l'umanità» fu il concetto di genocidio elaborato da Raphael Lemkin, giurista polacco di origine ebraica che giunto fortunosamente negli Stati Uniti nel 1941 partecipò in qualità di consulente giuridico di Jackson ai processi di Norimberga. Questo disegno, la cui realizzazione fu possibile grazie all'adozione in quella sede della common lav anglosassone che rendeva caduco il principio di non retroattività delle leggi valido nel diritto europeo continentale, avrebbe poi favorito lo sviluppo progressivo di una guilty cultur, in realtà un vero e proprio complesso di colpa alimentato dal sistema mediatico-spettacolare e, in tempi recenti, dagli stessi apparati istituzionali, che dalla Germania si è poi diffuso nel resto dell'Europa fino a contaminare oggi rutto l'Occidente, moltiplicando i responsabili di «crimini contro l'umanità», magari compiuti nei secoli passati nei confronti di qualche remota tribù tropicale.

    Manipolazione mediatica

    Tale strategia per funzionare con efficacia deve poggiare, oltre che su un apparato giudiziario ideologicamente e culturalmente devoto, anche su una manipolazione mediatica a livello internazionale. Anticipazione esemplare al riguardo fu il processo Eichmann (14), con il quale gli ispiratori ottennero una serie di clamorosi risultati: sul piano interno il rafforzamento dell'identità nazionale israeliana; sul piano internazionale dimostrare alla potenza protettrice, gli Stati Uniti, la totale autonomia politica e operativa di Israele; a fronte del consesso mondiale affermare la propria impunità nel violare le sovranità degli altri Stati (nell'occasione l'Argentina); nel teatro europeo costringere nuovamente a Canossa una Germania che era in pieno boom economico.

    Vi era però un altro aspetto sottaciuto durante tutto l'«affaire Eichmann»: la volontà da parte del sionismo laico, attore decisivo nella fondazione dello Stato israeliano, di chiudere il capitolo sul ruolo da esso svolto prima e durante la seconda guerra mondiale, trattando con entrambi gli schieramenti in conflitto e facendo pagare per i propri errori un prezzo altissimo alle comunità ebraiche europee (15). Con l'operazione Eichmann la leadership storica israeliana voleva saldare i conti con il proprio passato e in qualche modo pacificarsi con il suo popolo, ma sul versante della diaspora si apriva un altro fronte, quello europeo. Anche questa volta lo strumento ideologico-operativo era costituito dai «crimini contro l'umanità»: il «male assoluto» è imprescrittibile, dovunque si sia manifestato va perseguito e le sue incarnazioni punite senza indugio; solo in tal modo si costruisce l'«ordine morale universale». Un dispositivo ormai rodato che avrebbe colpito nella Repubblica federale tedesca, a partire dal 1964, diversi ex esponenti minori del III Reich, e più tardi in Francia, dove, tramontato il gollismo e la sua versione mitterrandiana, vennero processati ex esponenti del governo di Vichy che avevano ricoperto incarichi importanti anche in seguito, come Maurice Papon, prefetto di polizia di Parigi durante la guerra d'Algeria, poi deputato e ministro del Bilancio nei governi Barre dal 1978 al 1981 e processato per «crimini contro l'umanità» nel 1997. Uno dei casi più clamorosi fu quello che riguardò Kurt Waldheim. segretario generale delle Nazioni Unite dal 1972 al 1981 e poi nel 1986 candidato alla carica di presidente austriaco, quando venne accusato dalla stampa internazionale e dal World Jewish Congress di aver commesso «crimini contro l'umanità», operando con la sua unità militare in Grecia durante la seconda guerra mondiale. Una commissione internazionale nominata dal governo di Vienna per verificare la fondatezza delle accuse, avrebbe poi scagionato Waldheim, ma l'«Internazionale mediatica» aveva ancora una volta dato prova della sua micidiale efficienza, rivelando quanto fosse pericolosa per la stessa vita democratica (16). Una minaccia che nel corso degli anni si è fatta sempre più grave operando su scala mondiale, di conserva con un apparato giudiziario auto-investitosi di sacralità morale e producendo una metafisica del diritto; in realtà travestimento di precisi interessi e quindi di scelte politiche, come giustamente sottolineava il grande giurista Hans Kelsen: «Quando si vuole definire il rapporto tra diritto internazionale e diritto statale, bisogna accettare necessariamente entrambi i sistemi di riferimento. Ma la decisione stessa si pone fuori dalla scienza del diritto, e risulta da considerazioni che non sono scientifiche, ma determinate da considerazioni politiche». La cosiddetta «ingerenza umanitaria» tende così a coniugarsi con l' «ingerenza giudiziaria», con il rischio della virtuale disintegrazione della «comunità internazionale» (17). Resta tuttavia da chiedersi se proprio questo non sia il reale obiettivo di potenti forze che agiscono a livello planetario usando con spietata efficienza tutti gli strumenti possibili.

    Note

    1) II termine Shoah significa catastrofe, per cause sia naturali sia umane, e non distruzione o sterminio, che in ebraico si esprime con la parola hurban.

    2) Joèl Candau, Antropologie de la mémoire, Puf, Parigi 1996, p. 77.

    3) Norman G Finkelstein, The Holocaust lindustry. Reflections on the Exploitation of Jewish Suffering, Verso, Londra - New York 2003 (tr. it. L'industria dell'Olocausto. Lo sfruttamento della sofferenza degli ebrei, Rizzoli, Milano 2004).

    4) E. Benbassa, «La Shoah comme religion», Liberation, 11 settembre 2000.

    5) La legge presentata dal socialista Laurent Fabius e dal comunista Jean-Claude Oayssot venne approvata nel luglio 1990, dando così la stura a una serie di processi contro i «negazionisti».

    6) C. Lanzmann, «Universalité des victimes, singularité des événements historiques», Les Temps Modernes, 2006, nn. 635-636, p. 3.

    7) A. Leroi Gourhan, Le geste et la parole. II. La mémoire et les rythmes, Albin Michel, Parigi 1964.

    8) Adin Steinsaltz, We Jews, John Wiley and Sons Ltd, Chichester 2005.

    9) II film di Lanzmann, della durata di 9 ore, venne diffuso sulle reti tv pubbliche francesi nel 1987 con «intento pedagogico» mentre si chiudeva il processo contro Klaus Barine, responsabile della Gestapo nella regione di Lione tra il 1943 il 1944, espulso nel 1983 dalla Bolivia verso la Francia, dove fu accusato di «crimini contro l'umanità» e condannato all'ergastolo.

    10 Les Temps Modernes, dicembre 1993, pp. 132-133.

    11 Uri Avneri, «L'ultima vendetta di Hitler», «22», 1993, n. 85, pp. 132 ss., cit. in Aleksandre SolUenicyn, Deux siècles ensemble 1917-1972. Juifs et Russes pendant la pérìode soviétique, Fayard, Parigi 2003, p. 420.

    12) Le Monde des religions, Horssérie n. 2, «20 clés pour comprendre le judai-sme».

    13) Secondo una fonte della comunità ebraica tedesca l'ammontare complessivo delle «riparazioni» fino al 1974 era stato di 85,5 miliardi di DM, al cambio dell'epoca circa 23.260 miliardi di lire (Allgemeine jùdische Wochenzeitung, 4 aprile 1975).

    14) M Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil, The Vinking Press, New York 1963 (tr. it. La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964). Le sue sferzanti osservazioni relative alle modalità del processo e alla sua gestione spettacolare suscitarono aspre polemiche soprattutto da parte degli esponenti delle comunità ebraiche americane.

    15) Sulle responsabilità dei leader sionisti nella catastrofe che sconvolse le comunità ebraiche europee durante la seconda guerra mondiale e già rilevate dalla Arendt si vedano: S.B. Beit-Zvi, Post-Ugandan Zionism On Trial. A Study of thè Factors that Caused thè Mistake Mode by thè Zionist Movement during thè Holocaust, Ed. S.B. Beit-Zvi, Zahala Tei Aviv 1991; Lenni Brenner, 5/ Documento: Zionist Collaboration with the Nazis, Ed. by Lenni Brenner, Fort Lee, New Jersey, Barricade Books, 2002.

    16) Harold H. Tittmann, The Waldheim Affair: Democracy Subverted, Olin Frederick, Ine, New York 2000.

    17) Ernesto Galli della Loggia - Federico Stella, «I processi alla storia e l'ingerenza giudiziaria», Vita e Pensiero, gennaio-febbraio 2006, pp. 70-71.

  2. #2
    scemo del villaggio
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    MA UN PULPITO NON E' UN PALCOSCENICO

    Fedrico Midgar su "Linea" del 30 giugno 2006

    Quando c'è da invitare i cittadini a versare l'otto per mille alla Chiesa cattolica, allora le gerarchie ecclesiastiche ricorrono, attraverso gli spot televisivi, all'immagine che ognuno di noi ha del prete, ossia un uomo dall'atteggiamento solenne, pur col sorriso sulle labbra, con la tonaca nera e lunga fino alle caviglie, mentre sta in mezzo ai bambini o ai poveri. Non ce li fa vedere seduti nei salotti con la Mara Venier di turno che li intervista, e nemmeno ce li propone allo stadio nelle vesti di telecronisti.
    Poi, una volta superata la data del versamento, lo spot sparisce e a noi tocca sorbirci questa specie di showman (sic) che pare amino più le telecamere che le sacrestie. Potremmo fare un elenco lungo di qui a là di questi sacerdoti affetti da mania di protagonismo. E non è affatto vero che sia assolutamente necessario fare tappa nelle varie televisioni, pubbliche o private, per aiutare meglio il prossimo.
    Fratel Ettore, ad esempio, ha trascorso la sua vita muovendosi tra i diseredati di Milano, soprattutto intorno alla Stazione Centrale, eppure rifuggiva interviste e telecamere. Ciononostante non si può dire che si sia prodigato meno di quanti sventolano il proprio impegno ai quattro venti. Aveva una tunica, Fratel Ettore, con una grande croce sul petto, mica come 'sti showman (risic) che si presentano al pubblico in golfino e jeans! E al massimo loro la croce la portano come un qualsiasi distintivo all'occhiello della giacca, se ce l'hanno... E nemmeno si interessava di politica, certamente aveva le sue idee, ma le teneva per sé, non le andava a sbandierare in giro, non si faceva ricevere dai ministri per poi uscire dall'incontro con il petto in fuori...
    Fratel Ettore era uno che non amava la ribalta, eppure, per usare una terminologia cristiana, del bene ne faceva, eccome! Probabilmente apparteneva alla vecchia guardia, a quel tipo di sacerdote tanto schivo quanto determinato, a differenza di molti preti di oggi che neppure le prediche sanno fare e per dire qualcosa devono ricorrere a Internet, dove trovano indicazioni utili, come se non bastasse il Vangelo.
    E a dirlo non siamo soltanto noi, ma un interessante libro a firma di Roberto Beretta ("Da che pulpito - Cone difenderci dalle prediche", ed. Piemme) non ancora uscito nelle librerie e recensito da alcuni giornali "non allineati".
    Il giornalista-scrittore mette in evidenza un fatto che ai frequentatori di chiese salta ogni domenica agli occhi, e cioè che le prediche, troppo spesso, hanno poca attinenza con la dottrina: in sostanza il pulpito viene considerato una sorta di palcoscenico dove il prete di turno affronta i temi più disparati.
    Il sottoscritto non è, se non casualmente, un frequentatore di chiese, ma mi è tuttavia capitato di ascoltarli, come quella volta che ero nella basilica vaticana. La sto visitando, sono circa le sei del pomeriggio di un giorno feriale, quando sento che il sacerdote comincia a parlare: sono curioso, mi fermo e ascolto. Ha fatto tutta una tiritera sui Paesi poveri del terzo Mondo, sfruttati dai Paesi ricchi. Ora, che avesse ragione ci può anche stare, ma che facesse 'sto pseudo-comizio in Vaticano mi è parso francamente eccessivo.
    Dove sta la sacralità in questa predica? Dove il riferimento alla dottrina? E' così che si vuole proteggere l'individuo dal rischio di essere risucchiato da qualche setta? Si sono mai poste il problema, le gerarchie ecclesiastiche, che le sette prolificano per la semplice ragione che lì la gente trova quella tensione spirituale che ormai nelle chiese non si trova più?
    Del resto, come può esserci una tale tensione se addirittura, in alcune, bisogna pagare il biglietto per entrarvi? A noi risultava che i mercanti dovessero stare fuori dal tempio, non dentro.
    E che dire di quei preti che si fanno applaudire alla fine della predica? Perché ci sono anche quelli! O che permettono che si battano le mani ai funerali?
    Già, ma loro sono al passo coi tempi e, quindi, siamo noi a non capire niente... Intanto, però, le chiese si svuotano.

    [I]

    Il signor Midgar dovrebbe andare più a fondo e domandarsi il perché di prediche così sciatte e inascoltabili: il perché, lo sappiamo bene, è la perdita della fede. E dovrebbe anche domandarsi se non ci sia qualche respondabilità più in alto, dal momento che questi "preti" escono da seminari dove quelle cose qualcuno gliele ha insegnate. E forse non è male che non parlino di dottrina, perché quale "dottrina" hanno studiato, poveretti? Quella del finto buonismo cattoprogressista in salsa vaticansecondista, non certo quella cattolica. Per cui è quasi meglio che parlino del Terzo Mondo...Non sarebbe neanche male se questi giornalisti facessero una capatina nelle cappelle tradizionaliste, dove troverebbero preti in talare che fanno prediche come una volta e che sicuramente non si fanno ospitare da Mara Venier per sparare le solite banalità alla moda. E se addirittura facessero un'inchiesta sui seminari tradizionalisti? Se poi Midgar frequentasse più spesso il Vaticano, avrebbe visto in San Pietro cose ben peggiori, come ballerine a seno nudo e tamburi risuonanti. ma questa è l'"inculturazione" richiesta l'altro giorno, sulle stesse colonne, da Luciano Arcella... Per Beretta la cosa è più grave, perché lui le cose le sa. Ma non è quello stesso giornalista scrittore diventato famoso, oltre che per la meritoria ricerca sui preti uccisi dai partigiani, per i libri sull'"undicesimo comandamento", le "bugie della Chiesa" e "il sesso cattolico" o qualcosa del genere? Comunque qualcosa si muove. Chissà che fra quarant'anni su qualche quotidiano di larga tiratura qualcuno scopra che Mons. Lefèbvre, Mons. Guérard, Mons. Thuc e Mons. de Castro Mayer avevano ragioneI]

  3. #3
    scemo del villaggio
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    Predefinito Socci: se anche la Chiesa sconsiglia di farsi cristiani

    SE ANCHE LA CHIESA “SCONSIGLIA” DI FARSI CRISTIANI… 30.06.2006


    Forse c’è qualcosa che non va….Ecco cosa.

    Ma la Chiesa Cattolica ha forse cambiato natura e missione? No, ma me lo sono chiesto leggendo, sul mensile paolino “Jesus”, una intervista a monsignor Walter Ruspi, direttore dell’ufficio catechistico della Cei. La domanda diceva così: “Sul delicato tema delle conversioni dall’islam ci sono indicazioni particolari?”. Risposta: “Non è un fenomeno uniforme. In Italia non esistono dati certi, ma noi stimiamo in circa il 2-3 per cento gli adulti che chiedono il battesimo. Ci siamo dati linee di comportamento precise: se la persona, immigrata, pensa che la sua presenza nelle nostre realtà sarà provvisoria, gli consigliamo di soprassedere perché abbracciare la fede cristiana sarebbe pericoloso una volta rientrato in un Paese islamico”.

    Dunque “gli consigliamo di soprassedere” dal convertirsi e dal chiedere il battesimo. E’ addirittura l’indicazione ufficiale a nome della Cei. Sono andato a rileggermi il Vangelo di Matteo, la pagina dove Gesù indica la missione della sua Chiesa per tutti i secoli: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo... Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.

    Gesù non consiglia di soprassedere dal diventare cristiani se è “pericoloso”. Promettendo “il centuplo” e la vita eterna a chi lo segue prevede anche persecuzioni: “beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”. E poi: “chi perderà la sua vita per causa mia, la salverà”. Come si spiega la scelta dell’ufficio Cei? Non sembra corrispondere al continuo invito all’evangelizzazione fatto dal cardinal Ruini, né alla persistente apologia del martirio che Benedetto XVI ha fatto in tutto questo anno di pontificato: anche ieri, festa dei santi Pietro e Paolo, ha sottolineato che “il loro martirio viene considerato come il vero e proprio atto di nascita della Chiesa di Roma” e ha aggiunto che “il Signore attraverso la Croce vince sempre”.

    Del resto il cuore del Concilio Vaticano II è stata proprio l’universale chiamata alla santità e la “Lumen Gentium”, ricordando le parole di Gesù (“nessuno ha un amore più grande di chi dà la vita per i propri amici”), ha proclamato il martirio come la grazia suprema: “fin dai primi tempi alcuni cristiani sono stati chiamati e altri lo saranno sempre a rendere questa massima testimonianza d’amore davanti agli uomini e specialmente davanti ai persecutori. Perciò il martirio, col quale il discepolo è reso simile al suo maestro, è stimato dalla Chiesa come dono insigne e suprema prova di carità. Ché se a pochi è concesso, tutti però devono essere pronti a confessare Cristo davanti agli uomini e a seguirlo sulla via della croce durante le persecuzioni, che non mancano mai alla Chiesa”.

    Naturalmente non penso affatto che i vertici ecclesiastici che hanno scelto quelle “linee di comportamento” esposte da don Ruspi vogliano venir meno al mandato di Cristo. Sicuramente hanno una lodevole preoccupazione per l’incolumità di chi si converte che va incontro all’accusa di “apostasia” e quindi perfino alla morte nei paesi islamici. Ma, in questi duemila anni, se la Chiesa avesse “consigliato di soprassedere” a tutti coloro che chiedevano il battesimo in terre pagane, certamente la fede cristiana si sarebbe estinta. Lo stesso Gesù Cristo – se prima di venire sulla terra avesse consultato l’ufficio catechistico della Cei si sarebbe sentito dire che non era cosa: gli avrebbero “consigliato di soprassedere” perché era troppo “pericoloso” per lui.

    Se poi fosse egualmente venuto a morire per noi gli avrebbero “consigliato di soprassedere” dal farsi discepoli perché era pericoloso per loro: infatti – a parte Giuda – i suoi apostoli morirono tutti martiri. Inoltre la Chiesa non si sarebbe diffusa mai in Palestina grazie ai primi martiri (a cominciare da Stefano), né poi nell’Impero romano, dove i cristiani furono “illegali” e perseguitati per trecento anni e dove venivano periodicamente massacrati (a cominciare da Pietro e Paolo di cui ieri si celebrava la festa). Perfino ragazzi e ragazze cristiane venivano dati ai leoni o crocifissi e prima sottoposti a crudeli torture. Tertulliano scrisse che “il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani”, tanto era impressionante il coraggio di questi giovani nell’affrontare inermi la morte per amore di Gesù.

    E certamente, se avesse ascoltato l’ufficio catechistico della Cei, nel corso dei secoli la Chiesa non avrebbe mai mandato i grandi missionari che hanno evangelizzato il mondo, da san Bonifacio a Cirillo e Metodio, da san Patrizio ad Agostino, uomini meravigliosi e intrepidi come san Francesco Saverio che ha annunciato Cristo fino all’India e alla Cina. Nessuno di loro sarebbe andato a rischiare la vita per annunciare Cristo esponendo così chi si battezzava alle persecuzioni e al martirio da parte dei potenti. Tutta la storia cristiana è una storia di martirio. Fino al Novecento che ha visto il grande macello dei cristiani sotto tutti i più diversi regimi. Proprio in questi giorni è stato presentato l’annuale “Rapporto sulla libertà religiosa nel mondo” redatto dall’Aiuto alla Chiesa che soffre. Anche quest’anno è un tragico bollettino di violenza: i cristiani sono il gruppo umano più perseguitato del pianeta. Sono odiati e combattuti dappertutto. Non fanno violenza a nessuno, ma ne subiscono da tutti. I mass media (pure quelli cattolici) non raccontano quanto odio si scateni contro di loro, specialmente nei Paesi islamici e nei regimi comunisti. A voler essere conseguenti con le “linee” dell’ufficio della Cei si dovrebbe consigliare loro di non battezzare i propri figli. Pochi giorni fa parlavo con un sacerdote cattolico egiziano che studia a Roma. Mi raccontava di una sua giovane cugina: essendo cristiana alcuni estremisti islamici l’hanno rapita, violentata, convertita a forza e data in moglie a un musulmano. A suo padre la stessa polizia ha intimato di smettere di cercarla “se ci tiene alle altre due figlie”. Purtroppo è una pratica molto diffusa là contro i cristiani. Dovremmo consigliare loro di farsi islamici?

    In realtà accade il contrario. Clandestinamente sono migliaia a convertirsi per l’attrazione irresistibile che Gesù esercita su tutti. Lo testimonia il libro di Eid e Paolucci, “I cristiani venuti dall’Islam”. Lo ha raccontato una splendida inchiesta di Magdi Allam sul “Corriere della sera” dove si dice che i musulmani immigrati che si convertono sono molti di più di quelli calcolati da don Ruspi e soprattutto che spesso non ricevono aiuto dalle vendette a cui si trovano esposti. Interrogai su questo il cardinale Ratzinger, era l’ottobre 2004, e lui accoratamente mi disse: “non dobbiamo lasciarli soli”. Ma perché si convertono? Giovanni Sardelli, autore di una splendida tesi su questo argomento, mi passa la testimonianza di Mahru Khanum, iraniana il cui padre si è fatto cristiano 18 anni fa: “Era troppo per me, non avevo mai visto un atteggiamento nobile come il suo. Mio padre è povero, io sono ricca e ho tutto ciò che desidero, ma non ho la pazienza e lo spirito di perdono di mio padre. Non sono felice e voglio ciò che ha lui. Così sono venuta a chiedervi di condurmi a Cristo, di mettere la mia mano nella Sua, affinché io diventi come mio padre”.





    I nuovi perseguitati

    Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio

    Indagine sulla intolleranza anticristiana nel nuovo secolo del martirio.
    250 milioni di cristiani rischiano la vita ogni giorno. Il bilancio è tragico: 160.000 vittime all'anno in America Latina, Nord Africa, Paesi Arabi e Asia, 604 missionari trucidati dal 1990 a oggi in Messico, Colombia, Algeria, Arabia Saudíta, Pakistan, India, Cina e Birmania. All'alba del terzo millennio i cristiani subis cono ancora persecuzioni cruente, costanti e diffuse. Si tratta di massacri perpetrati per ragioni politiche oppure in nome della fede? Un reportage giornalistico avvincente che fa il punto sulla situazione internazionale cogliendo i nessi fra politica, economia e cultura con lucidità ed efficacia.

 

 

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