Afghanistan - 08.4.2006
Afghanistan, scorribande e censura
Il Corriere della Sera non pubblica i dati di PeaceReporter sulla guerra in Afghanistran
Il Corriere della Sera ha pubblicato ieri, venerdì 7 aprile, un articolo contenente un’intervista fatta al nostro direttore, Maso Notarianni, in cui lui aveva dato le cifre che dimostrano una realtà: la guerra in Afghanistan non è affatto finita, come ci vogliono far credere: “1.500 morti nel 2002, mille nel 2003, settecento nel 2004. Il 2005 si è chiuso con il bilancio più pesante del ‘dopoguerra’: duemila morti, e il 2006 ha la stessa tendenza: nei primi tre mesi dell’anno si contano già 470 morti”.
Ma l’articolista nel pezzo gli ha fatto dire un’altra cosa: “In Afghanistan la guerra non è mai finita, anzi dal 2004 c’è stata una vera e propria offensiva talebana. Se esci da Kabul il controllo del territorio non è in mano né al governo né alle forze occidentali”. Un’opinione, invece che una notizia documentata da cifre incontestabili, per di più fatta seguire alle parole di Emma Bonino: “Ma certo che la guerra è finita: ci sono ancora un po’ di scorribande talebane, ma non la chiamerei guerra”.
Tutto questo dopo che, in risposta a un articolo apparso sul Corriere in cui si affermava che la guerra in Afghanistan era finita, avevamo mandato alla rubrica delle lettere del quotidiano di Via Solferino un nostro intervento sulla questione, che non è stato pubblicato. Lo riportiamo qui di seguito.
Scorribande. La guerra in Afghanistan è finita? Purtroppo non è assolutamente vero. Anzi, da un anno a questa parte la resistenza armata talebana contro le forze d’occupazione statunitensi e contro quelle del governo Karzai si è intensificata raggiungendo un livello quasi ‘iracheno’. I numeri parlano chiaro.
I primi tre anni di ‘dopoguerra’ hanno visto un progressivo indebolimento della resistenza talebana e un conseguente calo dell’intensità dei combattimenti: 1.500 morti nel 2002, mille nel 2003, settecento nel 2004. Ma poi il vento è cambiato. I talebani rifugiati in Pakistan si sono riorganizzati grazie al sostegno dei servizi segreti di Islamabad (Isi), all’appoggio dei movimenti integralisti pachistani e alle armi acquistate con gli incassi record del raccolto d’oppio 2004.
Così nel 2005, i guerriglieri del mullah Omar sono dilagati dal confine pachistano a tutte le province meridionali afgane riprendendo sostanzialmente il controllo di tutto il sud del paese. Gli attacchi contro convogli e basi dell’esercito governativo afgano e di quello americano si sono intensificati fino a costringere le forze Usa a riprendere i bombardamenti aerei e a sferrare imponenti offensive terresti, come non si erano viste nemmeno nel 2001.
Il 2005 si è chiuso con il bilancio più pesante del ‘dopoguerra’: duemila morti, di cui la metà talebani (o presunti tali), 330 civili, 430 militari afgani, 99 soldati Usa (il doppio che negli anni precedenti) e 30 soldati del contingente Isaf-Nato (contro i 6 del 2004) – sono le cifre ufficiali fornite dai comandi militari. E il 2006 si è aperto nel segno della stessa preoccupante tendenza. Nei primi tre mesi dell’anno si contano già 470 morti, di cui 111 civili, 113 talebani, 215 militari afgani, 25 soldati Usa e 6 del contingente Isaf-Nato. Con in più l’inquietante novità del ricorso, da parte dei talebani, agli attentati suicidi: già una ventina dall’inizio dell’anno.
La guerra in Afghanistan è tutt’altro che finita.


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