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    Predefinito Onde Cristo è romano - cristiani a Roma

    Onde Cristo è romano
    di Stefania FALASCA, Giovanni RICCIARDI

    tratto da 30 Giorni, anno XIV, marzo 1996, p. 70s.

    Lo storico Tacito, l'autore degli Annales -composti agli inizi del II secolo- testimonia, in un celebre passo della sua opera, la presenza e il martirio dei cristiani a Roma sotto Nerone. Insieme a loro trovò la morte anche l'apostolo Pietro. Il punto di vista di Tacito era quello di un rappresentante della classe senatoria, incline al disprezzo verso tutto ciò che contribuiva a contaminare la purezza della tradizione che Roma rappresentava ai suoi occhi. Ma proprio perché viene da una posizione ideologicamente ostile alla novità cristiana, la sua testimonianza appare preziosa e autorevole in merito alla sostanza dei fatti.
    Dunque Roma bruciò, annota Tacito nel luglio del 64, «non è chiaro se a causa di una disgrazia o per la perversa volontà dell'imperatore». Nerone in quel periodo soggiornava nella sua villa di Anzio. Venuto a sapere che la folla mormorava il suo nome, attribuendogli la responsabilità del disastro, decide di fornirle un capro espiatorio su cui scaricare la sua rabbia: i cristiani. Per la prima volta nella storia, quella piccola comunità composita di giudei e pagani convertiti esce drammaticamente dall'anonimato. «Così, per troncare quelle voci» spiega lo storico «fu lo stesso Nerone a suggerire dei colpevoli, e inflisse pene raffinatissime a quelli che, già odiati per le loro infamie, il volgo chiamava cristiani. Furono dunque condotti in tribunale innanzitutto quelli che confessavano, poi, su loro indicazione, fu arrestato un gran numero di persone, non tanto per l'accusa di aver provocato l'incendio, quanto per odio nei riguardi del genere umano» (Annales, XV, 44).
    In questa seconda ondata di arresti deve essere stato coinvolto anche il pescatore di Galilea. Dei giorni drammatici della sua prigionia e del suo martirio la tradizione cristiana ricorda luoghi ed episodi, alcuni dei quali sono stati arricchiti, nel tempo, di particolari leggendari. Ma senza dubbio l'antichità e la consistenza delle tradizioni accumulatesi nei secoli rimandano già di per sè a un nucleo storico sostanziale e indubitabile.

    Testimonianze concordi
    Oggi nessuno più mette in dubbio che Pietro sia venuto a Roma e qui abbia trovato il martirio sul colle Vaticano, dove ora il suo corpo riposa. Le testimonianze archeologiche e letterarie concordano tutte su questo elemento di fondo. Tuttavia, mentre su Paolo abbiamo notizie più precise, in gran parte ricavate dalle sue stesse lettere, della presenza e della predicazione di Pietro a Roma non possediamo molte testimonianze a lui contemporanee. Solo alla fine della sua prima lettera, indirizzata alle comunità dell'Asia Minore, Pietro accenna ai saluti della «comunità che è stata eletta come voi e dimora in Babilonia» (1Pt 5,12). Secondo la tradizionale lettura del passo petrino, il termine «Babilonia» indicherebbe la corrotta e caotica capitale dell'impero, anche se recenti studi tendono a darne un'interpretazione letterale, identificando Babilonia con l'omonima città, vicina ad Alessandria d'Egitto, che ospitò una delle primissime comunità cristiane, forse fondata dall'evangelista Marco (vedi intervista con Giorgio Fedalto "Roma non è una Babilonia", 30Giorni n. 6 - 1992).
    La più antica testimonianza letteraria sulla presenza di Pietro a Roma è senz'altro quella del suo discepolo, Clemente, che fu ordinato vescovo dallo stesso Pietro e fu poi il suo terzo successore. In una lettera scritta intorno al 96 ai cristiani di Corinto egli dice, a proposito di Pietro e Paolo, che «per invidia e per gelosia le più grandi e giuste colonne furono perseguitate e lottarono fino alla morte (...). Pietro per ingiusta invidia non una o due, ma molte fatiche sopportò, e così col martirio raggiunse il luogo della gloria. Per invidia e discordia Paolo mostrò il premio della pazienza (...). A questi uomini, la cui vita fu santa, s'aggiunse una grande moltitudine di eletti, che in mezzo a numerosi supplizi, subiti per il loro zelo, diedero fra noi un magnifico esempio». La lettera di Clemente fa leva sulla diretta esperienza dei fatti narrati, concordando in tutto con l'osservazione di Tacito il quale disponeva, come fonte, degli atti ufficiali dello Stato.
    Ma quando Pietro sia giunto a Roma è difficile dire. Alcune fonti antiche (come la Storia ecclesiastica di Eusebio di Cesarea) collocano la sua venuta già nel 42 (fonti valorizzate da Marta Sordi, cf. 30Giorni n.5, 1994), calcolando da quella data venticinque anni di permanenza romana dell'apostolo. E' certo, però, che Pietro non restò ininterrottamente a Roma, tanto è vero che nel 49 lo ritroviamo a Gerusalemme, secondo il racconto degli Atti degli apostoli, dove incontra Paolo. La sua prima partenza da Roma deve essere avvenuta precedentemente, ma potrebbe anche essere collegata al decreto dell'imperatore Claudio, che in quello stesso anno 49 - come narra Svetonio - espulse i giudei dalla città, per essersi resi responsabili di gravi disordini «impulsore Chresto», su istigazione, cioè, di un certo «Cresto». Evidentemente in seno ai giudei di Roma la diffusione del Vangelo di Cristo già aveva prodotto una profonda frattura, tanto grave da degenerare in contrasti preoccupanti per l'autorità civile. Svetonio, non comprendendo affatto il motivo della disputa, confonde il nome di Cristo con un nome greco assai più familiare e comune, immaginando che si trattasse di un sobillatore della locale comunità giudaica. Certo è che quando Paolo, otto anni dopo, nel 57, scrive la sua lettera ai Romani, sa di avere di fronte a se una comunità numerosa e viva, la fama della cui fede «si espande in tutto il mondo» (Rm 1,8). E' difficile pensare che una Chiesa così importante non fosse nata e cresciuta per la diretta testimonianza di un apostolo. Se si esclude Paolo, che dichiara esplicitamente di non essere mai stato a Roma al tempo in cui scrive la lettera, non resta che pensare alla predicazione di Pietro. Il cui frutto dovette essere cospicuo, se Tacito, riferendosi ai cristiani uccisi da Nerone nel 64 parla di una «multitudo ingens», di un gran numero di persone (probabilmente alcune centinaia).
    Ma quali furono i luoghi di questa predicazione? Dove si riunivano i primi cristiani e ad ascoltare le parole di Pietro in quegli anni?

    Una casa sull'Esquilino
    Sul tracciato dell'odierna via Urbana, nel rione Monti, nei pressi del Cispio, la maggiore delle tre cime dell'Esquilino -oggi occupata dalla basilica di Santa Maria Maggiore- correva al tempo di Nerone una via già allora molto antica, risalente addirittura all'epoca del re Servio Tullio. Il suo stesso nome, vicus Patricius, indicava che doveva essere stata da sempre la sede di dimore signorili, appartenenti a famiglie di elevata nobiltà. Tale era appunto la famiglia del senatore Pudente. Un'antica tradizione afferma che in casa di questo senatore (come pure in quelle di Marcello e Nicostrato) si riunissero i primi cristiani ad ascoltare la predicazione di Pietro. L'apostolo stesso avrebbe trovato alloggio e ospitalità in questa casa, battezzando Pudente e i suoi figli. Le testimonianze al riguardo vengono da fonti agiografiche tradizionali, che non sono però in contrasto con le ricerche, anche recenti, di storici e archeologi.
    I primi cristiani, come è noto, si radunavano in case private per ascoltare la predicazione degli apostoli, pregare, celebrare l'eucarestia. Sono le domus ecclesiae di cui parla san Paolo, come quella di Narcisso (cf. Rm 16,11), o quella di Aquila e Prisca sull'Aventino (cf. Rm 16,5; 1Cor 16,19), dove oggi sorge la chiesa di Santa Prisca. E dove lo stesso Pietro, secondo la tradizione, aveva battezzato Prisca e molti altri cristiani. E' ancora Paolo, nella seconda lettera a Timoteo, a fare il nome, tra gli amici della comunità di Roma, di Pudente: «Ti salutano Eubulo, Pudente, Lino e Claudia, vostri fratelli» (2Tm 4,21).
    E' chiaro che a radunare gruppi di cristiani, col tempo sempre più numerosi, meglio si adattassero le dimore signorili di quei patrizi che si convertivano alla fede. La casa di Pudente continuò, anche dopo la morte del senatore, a costituire un luogo di incontro per i cristiani della popolosa zona della Suburra. Quest'abitazione privata divenne così uno dei più antichi titoli, le prime parrocchie romane. La navata della chiesa paleocristiana che vi fu eretta verso la metà del IV secolo fu ricavata da un edificio termale (le terme di Novaziano) che li si trovava dal il secolo. Un'antica iscrizione, risalente al 384, nomina un lettore della ecclesia Pudentiana, la «chiesa di Pudente», oggi nota sotto il nome di Santa Pudenziana, dal nome di una delle figlie del senatore che ospitò Pietro, o secondo altri, semplice travisamento dell'antica denominazione del titulus Pudentis o ecclesia Pudentiana.
    Scavi recenti hanno portato alla luce, nove metri sotto il livello delle terme, un'abitazione privata del I secolo avanti Cristo. Gli archeologi hanno pure rinvenuto dei bolli di terracotta sui quali appare inciso il nome di Pudente.
    Altri luoghi della predicazione di Pietro sono meno facilmente individuabili. Fonti del IV secolo ci parlano ad esempio di un luogo dove egli battezzava (ad nymphas sancti Petri, ubi Petrus baptizabat) che si troverebbe sulla via Nomentana, presso il cimitero detto Ostriano. Ma di questa notizia non abbiamo precisi riscontri.
    Molti luoghi la tradizione invece lega all'arresto di Pietro e ai giorni che immediatamente precedettero il suo martirio.

    In catene per Cristo
    Sulla sommità del Fagutale, una delle tre cime dell'Esquilino, sorge oggi la basilica di San Pietro in Vincoli. Fu costruita tra il 430 e il 442 per ospitare una delle più preziose reliquie dell'apostolo Pietro, le catene che portò nei giorni della sua prigionia. Alla costruzione contribuì l'imperatrice di Bisanzio Eudossia, da cui la chiesa deriva anche il nome di Basilica eudossiana. Già dal 431 un'iscrizione posta nel mosaico dell'abside -oggi perduta- ricordava il tesoro che quell'edificio era destinato a conservare: «In lesas olim servant haec tecta catenas vincla sacrata Petri ferrum pretiosius auro» (questo luogo conserva intatte le sacre catene di Pietro, ferro più prezioso dell'oro). Si tratta di una catena composta di due parti; la prima con ventitré anelli rettangolari legati ad uno più grande, che serviva a legare il collo; l'altra, formata da 11 anelli più altri quattro di misura minore, per stringere i polsi. Anche qui gli scavi archeologici hanno rinvenuto, a un livello più basso di quello attuale, due fasi costruttive precedenti, una del III secolo, forse una domus ecclesiae, e una basilica del IV, che fu eliminata per lasciare il posto la quella attuale.
    E' qui che la più antica tradizione colloca il luogo in cui Pietro fu detenuto. La cosa, d'altra parte, non è improbabile. Al tempo del martirio dell'apostolo sorgeva in questa zona -la Regio III Augustea- la Praefectura Urbis, l'edificio in cui veniva amministrata la giustizia, si svolgevano i processi di prima istanza ed erano situate le celle destinate ad ospitare i condannati in attesa di giudizio. Moltissimi cristiani furono processati in questo luogo. Vicino ad esso si trovava anche il Templum Telluris, che viene citato in molti Atti dei Martiri come il luogo presso il quale venivano pronunciate le sentenze di morte a danno dei cristiani.
    Non è dunque senza qualche fondamento ipotizzare che questo luogo di antica venerazione possa avere realmente assistito alla prigionia dell'apostolo.
    Diverso è il caso del carcere Mamertino, prospiciente la valle del Foro. Questa antica cisterna, trasformata in seguito in una cella umida e tetra, che ancora in pieno IV secolo era usata come carcere, secondo la notizia riportata nelle Storie (XXVIII, 1,57) di Ammiano Marcellino (330-400 ca.), fu venerata solo dal VI secolo in poi come luogo di detenzione di Pietro e Paolo. La polla d'acqua sorgiva che ancora oggi è visibile nell'ambiente più basso e malsano dell'edificio -il terribile Tullianum, che molti scrittori antichi ricordano con orrore- esisteva fin dalla sua costruzione, che, come si è detto, ebbe originariamente, non a caso, funzione di cisterna. I cristiani del Medioevo collegarono probabilmente la presenza di questa fonte con il racconto del miracolo compiuto da Pietro, che fece sgorgare acqua nella cella dove era detenuto per poter battezzare i due carcerieri da lui convertiti, che la Chiesa venera come martiri con il nome di Processo e Martiniano. Questo episodio dovette colpire in modo particolare la comunità cristiana di Roma, tanto è vero che la scena si trova raffigurata in moltissimi sarcofagi paleocristiani rinvenuti nella città. Alcuni di essi risalgono addirittura al terzo secolo.

    «Domine, quo vadis?»
    La conversione di Processo e Martiniano porta Pietro a ottenere una provvisoria libertà. Gli Atti di Pietro, uno scritto apocrifo che risale alla fine del II secolo, raccontano che furono i carcerieri stessi a pregarlo di mettersi in salvo dall'imperatore e dal prefetto della città, Agrippa: «Anche i custodi del carcere, Processo e Martiniano, insieme agli altri magistrati e colleghi d'ufficio, lo pregavano dicendo: "Signore, va' dove vuoi, giacché noi pensiamo che l'imperatore si è dimenticato di te".
    Inizia così, secondo il racconto la momentanea fuga di Pietro da Roma lungo la via Appia. Gli Atti narrano di come all'apostolo, durante il percorso, fosse caduta la «fascia», la benda che gli copriva le caviglie, gonfie per essere state strette nei ceppi. Una matrona l'avrebbe raccolta e conservata nella sua casa, e da questo episodio avrebbe avuto origine il nome dell'antico titulus dei cristiani che abitavano presso l'Appia: il titulus Fasciolae, appunto. Dal VI secolo in poi la chiesa fu intitolata ai santi martiri Nereo e Achilleo, le cui spoglie riposano sotto l'altare. Ancora oggi essa è nota a Roma sotto questo nome.
    Ma l'episodio più famoso e commovente di cui la tradizione faccia menzione è ricordato a Roma nel punto in cui oggi si dividono la via Appia antica dalla via Ardeatina. A quell'incrocio sorge una piccola chiesa detta del Quo vadis, situata nel luogo in cui a Pietro, in fuga dalla città, sarebbe venuto incontro il Signore. La tradizione risale al II secolo, e si trova anch'essa nell'ultima parte degli Atti di Pietro, giunti a noi nell'originale testo greco. Nella redazione che ne fu fatta nel IV secolo leggiamo: "Stava per varcare la porta della città, quando si vide venire incontro Cristo. Lo adorò e gli disse: 'Signore, dove vai'. Cristo gli rispose: 'Vengo a Roma per essere crocifisso di nuovo'. Pietro a lui: 'Signore, sarai crocifisso di nuovo?'. Il Signore a lui: 'Sì, sarò crocifisso di nuovo'. Pietro replicò: 'Signore, torno indietro per seguirti'. Quindi il Signore prese la via del cielo. Pietro lo accompagnò, fisso con lo sguardo, e piangendo di consolazione. Tornando in sè, capì che le parole si riferivano al suo martirio, come cioè in lui avrebbe sofferto il Signore, il quale soffre negli eletti mediante la compassione pietosa e la loro celebrazione gloriosa".
    Così Pietro si incammina di nuovo verso Roma, per ricevere la corona di gloria tra gli spettacoli del circo, in mezzo a una folla crudele e festosa, in quei primi giorni di ottobre dell'anno 64. Nerone si mescola al popolo in veste di auriga e corre nel suo «stadio privato» sul colle Vaticano, aperto ai Romani per l'occasione. E' ancora Tacito a raccontare amaramente: «E a quelli che morivano veniva ad aggiungersi lo scherno: coperti di pelli d'animali morivano sbranati dai cani, o erano appesi alle croci oppure, quando calava il sole, venivano bruciati vivi per illuminare il buio della notte» (Annales, XV, 44).
    Chissà che a Pietro, tornando dall'Appia per riunirsi ai fratelli e affrontare il martirio, non siano ritornate in mente, finalmente chiare, le parole che Gesù gli aveva detto più di trent'anni prima, dopo la Sua resurrezione: «In verità ti dico, quando eri più giovane ti cingevi la veste e andavi dove volevi: ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18).

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    Molto interessante questo articolo,ringrazio Lepanto per averlo postato. Effettivamente a Roma sono moltissimi i tituli che nascono anche in periodi molto antichi su casa private di Patrizi Romani convertiti al Cristianesimo.

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    La sopracitata Chiesa di Santa Prisca.

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    Santa Pudenziana

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    Il Chiostro di San Pietro in Vincoli

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    Santi Nereo ed Achilleo

 

 

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