Anni fa una forumista si espresse nei confronti dei partiti del centro sinistra con una definizione folgorante: sembrano i passeggeri del Titanic poco prima della tragedia....
Si, l'impressione tratta al convegno di irei sul Partito Democratico è che non si farà mai.
Tempo fa Gianni Riotta sul Corriere scriveva: manca lo slancio ideale. Quello sslancio che per esempio ai partiti Democratico e Repubblicano americani fece perdere su temi considerati essenziali "di principio" parecchi voti per amor di coerenza.
Qualcosa di simile ha dettto ieri Prodi a distanza: un progetto ideale di questa portata non può essere costruito col bilancino della convenienza di parte. A fronte di queste considerazioni ecco il resoconto del Corriere di oggi che mi ha convinto, con gli interventi di ieri ed il tipo di associazioni che sostengono questo progetto che il Partito Democratico, almeno come lo intendono i più, non si farò mai: Preferiscono crepare i partiti attaccati anche all'ultimo assessorato locale che guardare oltre il loro naso.
L’ombra della competizione e della diffidenza fra Ds e ...
L’ombra della competizione e della diffidenza fra Ds e Margherita è vistosa. E sullo sfondo si intravede un residuo di scetticismo sulla possibilità che Piero Fassino travasi nel Partito Democratico la sua sinistra senza subire scissioni. «Quello è un problema mio», ha risposto ieri il segretario diessino a chi, maliziosamente, gli domandava come vincerà le resistenze della minoranza di Fabio Mussi (per la cronaca: se non era per un intervento dal pubblico che ha mosso questa contestazione a Fassino questa scomoda domanda in quell'ambiente molto ospitale a Fassino non gliela avrebbero mai posta) Ma il vero puntello che potrà sostenere o far crollare il progetto sembra il governo presieduto da Romano Prodi. Se dura, si dice, sarà difficile ritardare una dinamica che incontra ostacoli, ma è avviata. Se cade, gli scenari diventano imprevedibili; e così il rimescolamento delle alleanze. Che l’epicentro del dibattito sia palazzo Chigi è così evidente, che qualcuno tende a rovesciare lo schema. E spiega che in realtà la stabilità di Prodi è legata a doppio filo al Partito Democratico, e non vice versa. Si tratta di un dibattito cifrato e un po’ noioso, che sembra fatto apposta per alimentare solo polemiche; ma in realtà nasconde strategie diverse.
La Margherita teme che un progetto perseguito a tappe forzate sia arrischiato. E venga utilizzato per scrivere «una nuova edizione della storia italiana che nasce dal Pci». Così, perfino quando mostra di volere accelerare il progetto, come ieri, Rutelli finisce per rallentarlo. Sa che i vertici diessini e Romano Prodi spingono per far presto; ma sa anche che le resistenze rimangono enormi.
Per questo, Rutelli evoca un partito «del tutto nuovo», che annacqui il primato dei ds e superi le sigle attuali dell’Unione. E chiede che la decisione passi attraverso la benedizione di un congresso. È un modo per sottolineare le perplessità di una Margherita timorosa di essere risucchiata nell’universo della sinistra italiana ed europea. Ed è un’indicazione di metodo, ingombrante per i Ds: a chiedere il congresso sono gli avversari interni di Fassino. Non solo Mussi, ma anche il dalemiano Angius. Non bastasse, c’è l’inquietudine degli alleati minori.
I socialisti e Antonio Di Pietro osservano con inquietudine la diarchia di fatto fra Ds e Margherita. E già pongono condizioni che somigliano a mini-veti. Dietro le parole solenni affiora un quadro così confuso e nervoso, che non si capisce se il Partito Democratico rafforzerebbe Prodi, o lo terremoterebbe. Si intuisce solo che il premier dovrà seguire ogni tappa con estrema prudenza. L’appello al « popolo delle primarie», rilanciato dal ministro Arturo Parisi pensando al nuovo partito, suscita entusiasmi; ma lascia indovinare anche l’ennesimo braccio di ferro fra il premier e le forze della coalizione.


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