di Sabina Morandi

Dal XIX secolo a oggi

Una gigantesca scacchiera. E’ così che l’Impero britannico nel 19esimo secolo considerava l’Afghanistan, territorio strategicamente decisivo nel quale combattere la guerra contro le super-potenze del tempo, l’impero Ottomano e la Russia degli zar. Due secoli dopo, nelle medesime vallate che nei tempi antichi furono attraversate dagli eserciti di Alessandro il grande, i russi trovarono il loro Vietnam. C’è chi dice anzi che furono attirati lì esattamente a quello scopo (lo dimostrano alcuni documenti dell’intelligence resi pubblici sotto il Freedom Act) quando, nel 1979, i carri armati sovietici varcarono la frontiera per sostenere il regime filo-comunista che si era insediato a Kabul. Da allora, com’è noto, gli afgani hanno conosciuto ben pochi giorni di pace.

Nel corso degli anni Ottanta, complice un patto faustiano fra i servizi segreti statunitensi e quelli pakistani, con il solido sostegno dei petrodollari sauditi, furono riversate in Afghanistan un’enorme quantità di armi, dai leggeri kalashnikov ai micidiali missili terra-aria che tutt’ora vengono utilizzati per abbattere gli elicotteri degli “infedeli”. I soldi servivano anche per finanziare le scuole craniche che avrebbero dovuto confezionare la cornice ideologica dei mujaeddin: un fiero anti-comunismo nutrito da un’interpretazione dell’Islam decisamente sorpassata. Sì perché, anche se oggi appare difficile crederlo, negli anni Sessanta e Settanta l’interpretazione tradizionale del Corano era considerata residuo dei tempi che furono e l’Islam si andava modernizzando con notevole velocità.

La guerra di tutti contro tutti seguita al ritiro sovietico devastò il paese per parecchi anni. I signori della guerra si disputavano il lucroso traffico dell’oppio cresciuto nella Mezzaluna d’oro e non volevano saperne di mettersi d’accordo per pacificare il paese e costruire un ambiente più adatto agli interessi degli investitori occidentali, come si suol dire. Nello specifico erano in gioco i profitti di una potente compagnia petrolifera statunitense, la Unocal, che voleva far transitare un oleodotto dai ricchi giacimenti delle ex-repubbliche sovietiche fino al Pakistan senza passare per l’Iran. Esattamente per questo motivo gli americani decisero di appoggiare una minuscola fazione di studenti coranici che, se non altro, ogni volta che conquistava un territorio lo pacificava attraverso l’imposizione di una versione letterale dell’antica Sharia. Mentre gli studenti, meglio noti come talebani, marciavano spediti verso Kabul, i mujaeddin anti-sovietici facevano ritorno a casa portando con sé l’ideologia fondamentalista come cura contro le corrotte cleptocrazie che governavano i loro paesi d’origine. Per nulla allarmati dalla diffusione del contagio, buona parte dei governi occidentali riconobbero ufficialmente il governo talebano mentre, ufficiosamente, cominciavano le trattative per delineare il tracciato della pipeline.

Nella primavera del 2001 non era insolito vedere a Washington i turbanti degli studenti coranici aggirarsi nei corridoi dei palazzi che contano. Su di loro, del resto, si appoggiarono anche le agenzie delle Nazioni Unite che cercavano di arginare la piaga del narcotraffico, e bisogna dire che ottennero anche un discreto successo: sotto le leggi draconiane dei talebani la produzione di oppio cominciò effettivamente a declinare. In quella fatidica estate, tuttavia, i rapporti fra Casa Bianca e Kabul si incrinarono definitivamente. Narra la leggenda che in un burrascoso incontro i funzionari americani avvertirono i padroni di Kabul che dovevano scegliere fra “una montagna d’oro o un tappeto di bombe”. I talebani risposero picche e il Pentagno cominciò a preparare piani strategici e a dislocare le truppe. A fine agosto, prima dell’attacco al World Trade Center, mezza flotta Usa era già piazzata davanti alle coste pakistane pronta a far partire i massicci attacchi aerei che, in ottobre, avrebbero spazzato via il regime e messo al suo posto un ex dirigente della Unocal, Hamid Karzai.

Da allora, malgrado la presenza delle truppe occidentali e la montagna di soldi che sono piovute sul paese, Karzai non è riuscito a estendere la sua influenza fuori dalla capitale. Al contrario è stato costretto a cedere posti di prestigio ai signori della guerra. Intanto la produzione di oppio ha raggiunto punte da record proiettando il paese al primo posto nella classifica dei maggiori produttori. Il che non desta sorpresa considerando che la coltivazione dell’oppio è praticamente l’unica fonte di sussistenza per milioni di persone visto che la ricostruzione del paese procede con estrema lentezza. Anzi, secondo alcuni, non procede affatto.

Dal rapporto diffuso un paio di mesi fa da Corpwatch (nota associazione internazionale di “cani da guardia”) viene fuori che il business della ricostruzione è stato molto redditizio per le compagnie occidentali ma non ha migliorato di molto la vita degli afgani. Sono stati costruiti lussuosi compound e perfino qualche centro commerciale ma, secondo Unicef, Pam e i dati di altre agenzie tecniche dell’Onu, le donne afgane continuano a morire di parto (una ogni mezz’ora), il 20 per cento dei bambini non arriva a 5 anni e 3 milioni e mezzo di persone hanno ancora bisogno di aiuti alimentari su di un totale di 25 milioni mentre perfino nell’oasi di Kabul la disoccupazione sfiora ancora il 30 per cento. Per avere un’idea della situazione bastano le parole di Jean Mazurelle, direttore della sede della Banca Mondiale di Kabul: “In Afghanistan è in corso un vero e proprio saccheggio, principalmente a opera delle compagnie private. In 30 anni di lavoro non ho mai visto niente del genere”.