Tedesca morta nel Tevere:
Nadil evade dai domiciliari
Per il marocchino condannato a 4 anni e mezzo per aver violentato una studentessa romana e per non aver aiutato Vera Heinzl, annegata nel Tevere, il pm aveva chiesto 10 anni
Roma, 23 agosto 2006 - «Se dovessi sentirlo in questi giorni, gli dirò che si deve costituire». Nadil Benyahya (nella foto), il marocchino condannato a quattro anni, sei mesi e dieci giorni di reclusione per aver violentato una studentessa romana e per non aver prestato aiuto alla turista tedesca Vera Heinzl, trovata cadavere nel Tevere il 24 agosto del 2004, è evaso dagli arresti domiciliari, che scontava dal maggio scorso nell'abitazione di una sorella a Motta di Livenza, vicino Treviso.
E la notizia, segnalata dai carabinieri alla procura di Roma, ha lasciato «allibito» il suo difensore, l'avvocato Domenico Naccari: «Avevo sentito il ragazzo due settimane fa per telefono - spiega il penalista -, mi aveva detto che avrebbe voluto farsi visitare da un dentista e che gli sarebbe servita un'autorizzazione per lasciare i domiciliari per alcune ore. Dopo quel contatto, più nulla. Sapevo che stava in casa della sorella senza problemi e senza manifestare particolari sofferenze. È completamente inaspettato quello che è successo - commenta ancora con amarezza Naccari -. Il comportamento di Nabil mi ha deluso non poco. Se dovessi sentirlo, sarà mio impegno invitarlo a costituirsi».
Per l'avvocato non c'è alcun rischio che questa vicenda abbia ripercussioni sul processo d'appello, ancora da fissare.«L'evasione sarà certamente sanzionata ed è una storia a sè, altra cosa è la responsabilità penale per cui il mio assistito è stato giudicato in primo grado».
Di certo c'è che il pm Gloria Attanasio, che aveva sollecitato la condanna del marocchino a dieci anni di reclusione attribuendogli il sequestro di Vera Heinzl e la morte della tedesca come conseguenza della cessione di alcool e droga avvenuta in piazza di Spagna in quei giorni di agosto, chiederà il ripristino della custodia cautelare in carcere.
Del resto il magistrato aveva deciso di impugnare al riesame il provvedimento con il quale i giudici della quarta sezione penale del tribunale, qualche giorno dopo la sentenza, avevano concesso i domiciliari a Benyahya. Provvedimento, questo, contestato dal pm convinto che a carico dell'imputato fosse sussistente e concreto il pericolo di fuga e di reiterazione del reato.
Con il senno del poi, si può dire come fossero ben fondati i timori del magistrato.
http://ilgiorno.quotidiano.net/art/2006/08/23/5431623




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