di Paola Sacchi
3/7/2006





Dopo la batosta del referendum Umberto Bossi ha deciso di annullare il raduno di Pontida fissato per il 2 luglio e rimandarlo a data da definire.
I colonnelli ostacolano i giovani, i giovani ignorano Maroni e Calderoli: e la base chiede a Bossi di riprendere in mano il partito.



«Non posso sempre fare la guerra a tutti». Fu lo sfogo amaro di Umberto Bossi la sera in cui decise di assecondare i suoi colonnelli che gli chiedevano di rinviare a dopo il referendum la sua amata Pontida, inizialmente convocata per il 18 giugno, una settimana prima del voto. Doveva essere un grande spot mediatico a favore della devoluzione. Ma Roberto Calderoli, Roberto Maroni e Giancarlo Giorgetti chiesero di spostare il raduno al 2 luglio.
Temevano le contestazioni dei secessionisti, guidati dall'ex direttore di Telepadania Max Ferrari, defenestrato dalla Lega, che per quel giorno avevano minacciato la loro presenza sul «sacro prato». Ora però, dopo la bocciatura della devoluzione, è stato Bossi in persona ad annullare d'imperio la Pontida del 2 luglio, quasi prendendosi una rivincita sui colonnelli.

Anche se formalmente sempre negata, in realtà da mesi la guerra di successione tiene banco dentro e fuori la Lega. Dopo la batosta di lunedì 26 giugno che ha messo una pietra tombale sul sogno che il Carroccio inseguiva da una vita, l'europarlamentare Matteo Salvini, 33 anni, capogruppo del Carroccio a Milano, ammette: «La leadership del capo è indiscutibile. Ma lo scontro per posizionarsi immediatamente dopo di lui è in atto. Anche se, sia chiaro, io lo smentirò sempre».
Sebbene ci sia anche chi è pronto a scommettere che per Bossi la sconfitta funzionerà come un tonico che gli darà la forza per riprendersi in mano tutto il partito. Il presidente federale della Lega, Angelo Alessandri, formalmente il numero due del Senatùr, ne è convinto: Nell'ultima settimana ha fatto un comizio al giorno, ritmi simili a quelli dei vecchi tempi. E intende bruciare le tappe per tornare a fare il segretario a tempo pieno. Non l'ho mai visto così determinato».

Alessandri, 36 anni, è uno dei giovani di punta che il Senatùr sta schierando per il futuro del Carroccio. Nell'intervista rilasciata nel marzo scorso a Panorama dopo un anno di silenzio, Bossi smentì le voci incontrollate che lo volevano sul punto di lasciare per fare il padre nobile. E annunciò che «il vecchio saggio» lo avrebbe fatto solo fra tre o quattro anni: in politica un tempo lunghissimo, uguale alla durata di un nuovo mandato congressuale.
Sul futuro fu chiaro: «Io devo portare avanti i giovani, ce ne sono tanti». Tra questi indicò due varesini: Giancarlo Giorgetti, 40 anni, segretario della Lega lombarda, laureato alla Bocconi, membro del prestigioso Aspen Institute, e Marco Reguzzoni, 35 anni, potente presidente della Provincia di Varese, feudo leghista, un duro che giudicava la devoluzione troppo all'acqua di rose.

In quell'intervista Bossi condannò a sorpresa la T-shirt antislamica di Calderoli e non citò Maroni, che solo pochi giorni prima aveva sferrato un duro attacco a Giorgetti. Uscita che scatenò le ire di Calderoli e Maroni, i due colonnelli ritenuti fino ad allora in pole position per la successione al capo.



A quel punto Maroni stabilì un armistizio con Giorgetti volto a emarginare Reguzzoni. Decisionista, grintoso, vicinissimo a Bossi e alla sua famiglia (tanto che viene considerato una sorta di figlio politico del capo), Reguzzoni anche come carattere è agli antipodi di Maroni. Anche l'ex ministro del Welfare è legato a Bossi da uno strettissimo e molto più antico sodalizio: insieme fondarono la Lega. Tempi lontani.

Ora l'emergente Reguzzoni, che rimprovera a Maroni di non aver tutelato abbastanza a Roma gli interessi di Varese e l'ex ministro, che accusa il presidente della Provincia di rampantismo, si scontrano un po' su tutto. Al malessere della base leghista dà voce Cesare Rizzi, ex deputato di Erba (provincia di Como), un militante senza peli sulla lingua: «Se Bossi non riprende presto in mano il partito, qui finisce a puttane.
La base non ne può più del carrierismo di Calderoli, dell'assenza di Giorgetti che non parla mai, non si sente mai. Qui non c'è più l'anima. Bossi ce lo ha sempre detto: la base si guarda dal basso in alto, non dall'alto in basso. Di questi colonnelli salvo solo Maroni, almeno è una mente politica. Mandiamolo avanti».

Ma il trentenne Roberto Cota, segretario del Piemonte, ribadisce che un numero due di Bossi c'è già: «Mi sbaglio o c'è un coordinatore delle segreterie del Carroccio, si chiama Calderoli e ha fatto bene il suo lavoro?».
Intanto, secondo indiscrezioni, lo schivo Giorgetti, dopo il non entusiasmante risultato elettorale in alcune zone della Lombardia, avrebbe già rassegnato le dimissioni a Bossi che però le avrebbe respinte. Il congresso della sua Lega lombarda dovrebbe tenersi in autunno, facendo da apripista a tutti i congressi regionali per arrivare nel 2007 a quello federale. Ma molti sono pronti a scommettere che Bossi sposterà l'appuntamento.

«Ma quale congresso...» ha detto al Corriere della sera. Il vecchio leone, indebolito ma non piegato dalla malattia, è determinato a riprendersi tutto il partito. Mezz'ora di dolorosissima terapia di riabilitazione ogni mattina e poi via con la sua Volvo verde da Gemonio (Varese) in via Bellerio a Milano, spesso accompagnato dai figli Renzo e Roberto Libertà, ora che il loro liceo è chiuso. Il gran capo padano lo sa: la Lega o è Bossi o non è. Ma ora su quale nuovo progetto politico si reggerà questo imperativo?