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    Gli allucinogeni nel mito. La mandragora

    Giorgio Samorini

    in E. Zolla (cur.), 1998, Il dio dell'ebbrezza.
    Antologia dei moderni Dionisiaci
    , Einaudi, Torino.


    Presso le culture del bacino del Mediterraneo, la mandragora possiede una lunga tradizione come pianta magica, afrodisiaco, allucinogeno e medicinale. E' una delle più rinomate piante della stregoneria medievale europea, ma le sue virtù sono note fin dal II millennio a.C.
    La conoscenza di questa pianta è infatti testimoniata da reperti archeologici egiziani a partire dal XIV secolo a.C. (durante la V Dinastia) e immagini della pianta sono state identificate in antichi bassorilievi a Boghazkeui.
    Assieme alla ninfea e al papavero da oppio - anch'esse piante dotate di proprietà psicoattive - era impiegata per fare unguenti capaci di indurre stati ipnotici, di trance ed estatici.
    Conosciuta dagli antichi Germani, dai Greci e dai Romani, è stata suggerita l'identificazione di questa pianta con l'enigmatica erba moly di Omero. Nel racconto, inserito nel decimo libro dell'Odissea, è il dio Hermes, il "messaggero degli dei", a donare la magica erba a Ulisse, affinché egli possa utilizzarla come agente protettivo contro gli effetti maligni del filtro della maga Circe, capace di trasformare gli uomini che ne bevono in animali, nella fattispecie in maiali.
    Nel racconto omerico, l'erba moly svolge dunque una funzione opposta a quella delle classiche erbe magiche: evita la trasformazione in animale, anziché indurla. Per Omero "la radice era nera, simile al latte il fiore, moly la chiamano i numi. Strapparla è difficile per le creature mortali, ma gli dei tutto possono".
    La difficoltà di estirpazione della pianta è un motivo che si presenterà secoli più tardi, anche nei racconti medievali sulla mandragora: un motivo che ha provocato timore nei confronti dell'erba, ma che ha anche dato impulso all'elaborazione di particolari pratiche magiche protettive per la sua raccolta.
    A partire dalla sua prima apparizione nelle opere di Omero, l'erba moly è stata celebrata a più riprese dagli autori greci e latini, e ha influenzato la fantasia di non pochi autori medievali.
    Alcuni autori tardo-latini ci hanno tramandato un mito d'origine del moly. Nella versione di Eustazio, il gigante Picoloo si era perdutamente innamorato di Circe ed era intenzionato a rapirla dall'isola in cui dimorava; ma il dio Helios (Sole), padre di Circe, venne in aiuto della figlia uccidendo il gigante: E dal sangue del gigante sparso sulla terra germogliò il moly, che prende nome dalla "fatica della battaglia".
    Ma il suo fiore, dal biancore abbagliante come quello del latte, proviene dall'abbagliante Helios, che vinse il combattimento; la nera radice spunta dal nero sangue del gigante, ovvero, se ne può spiegare la natura col fatto che Circe diviene spettralmente smorta per lo spavento.
    Le caratteristiche del moly, come sono riportate dalla lunga serie di autori classici e del periodo medievale, sono state oggetto di una serie di rielaborazioni e di fantasiose interpretazioni e nessuna descrizione - neppure quella originaria di Omero - corrisponde a quella della pianta della mandragora.
    L'identificazione botanica del moly rimane una questione aperta, come lo sono, del resto, quelle relative a un folto gruppo di piante dalle proprietà magiche e psicoattive descritte dagli autori classici.
    La mandragora è nota nella cultura ebraica ed è presente nell'Antico Testamento. Essa è citata in un racconto dalle connotazioni piuttosto "pagane", in cui la pianta viene utilizzata come mezzo di scambio per le sue proprietà afrodisiache e fecondanti.
    In effetti, questa pianta è stata considerata, un po' ovunque, come un portentoso afrodisiaco e non a caso Afrodite, la dea greca dell'Amore, aveva l'appellativo di "Mandragoritis".
    La grossa radice e i frutti (bacche rosse) erano le parti della pianta utilizzate per gli effetti medicinali e psicoattivi. Da tempi remoti, nella forma della radice si sono volute ravvisare le fattezze di un uomo o di una donna, e questa antropomorfizzazione, con la distinzione fra mandragore "maschio" e "femmina", è stata fonte di ispirazione nella mitologia, nelle credenze e nei riti relativi a questa pianta.
    Come aveva evidenziato Mircea Eliade, i racconti sulla mandragora hanno influenzato un più vasto cerchio di miti riguardanti piante dalla grossa radice, e fortemente antropomorfizzate nella loro interpretazione simbolica. Un'altra nota radice del medesimo gruppo mitologico è il ging-seng.
    In diverse fonti dei periodi medievali è riportata la credenza secondo la quale, quando un condannato a morte viene impiccato, nel momento in cui muore, emette il suo seme, o la sua urina, che, cadendo al suolo, danno origine alla mandragora.
    A questo tema segue solitamente la descrizione del procedimento per la raccolta della pianta: si riteneva che chiunque tentasse di sradicarla, ma anche chiunque vi inciampasse inavvertitamente, o vi passasse troppo vicino, ne morisse.
    La raccolta si basava sul sacrificio di un cane, per lo più nero, che veniva legato per la coda o per il collo, alla radice della pianta: nel momento in cui, correndo in direzione opposta alla radice, l'avesse sradicata, il cane sarebbe morto. E' un racconto diffuso nei paesi germanici, in Islanda, in Francia e altrove.
    E' probabile che il tema della nascita della mandragora dalle gocce di sperma o dall'urina di un impiccato facesse originariamente parte di un mito di origine della pianta. La persona impiccata - un condannato a morte per reati gravi, oppure per furto, ma innocente, come viene specificato in diverse fonti - sarebbe quindi stata un certo uomo, probabile protagonista del racconto originario; nella trasformazione del mito in credenza popolare, scompare il motivo della condanna iniqua, e l'analogia viene riferita a ogni condannato impiccato.
    Il rapporto fra mandragora e morte è presente in altre credenze, come quella che associa la sua presenza a luoghi ove siano seppelliti dei cadaveri (i dintorni di un cimitero sarebbero il suo habitat preferito).
    Nella cultura greca è stato evidenziato un certo rapporto fra la mandragora, il cane, e la dea Ecate; il regno di questa tenebrosa divinità dell'oltretomba è identificato proprio con i cimiteri.
    A un differente mito originario potrebbero essere fatti risalire un gruppo di racconti popolari e mitologici presenti nelle culture europee, arabe e asiatiche. Da questi racconti emerge un tema collocato al tempo delle origini dell'uomo, nel quale l'uomo stesso viene fatto originare dalla mandragora, sfruttando, a questo scopo, l'immagine fortemente antropomorfa (o antropomorfizzata) della sua radice.

    "I primi uomini sarebbero stati una famiglia di gigantesche mandragore sensitive, che il sole avrebbe animato e che, da sole, si sarebbero distaccate dalla terra"; oppure, "l'uomo apparve originariamente sulla terra in forma di mostruose mandragore, animate da una vita istintiva, e che il soffio dell'Altissimo costrinse, trasmutò, sgrossò, e infine sradicò, per farne degli esseri dotati di pensiero e di movimento proprio.
    Da ciò potremmo dedurre che la mandragora è legata a un mito d'origine dell'uomo". Sebbene non si tratti di un mito d'origine della mandragora, è interessante notare come, in queste cosmogonie, l'origine della pianta sia ritenuta più antica di quella dell'uomo.
    Un mito d'origine della mandragora è presente nella seguente leggenda, raccolta in Siria da M.R. Puaux:

    "Quando Dio creò il mondo, si riservò la creazione degli esseri viventi sulla terra, nelle acque e nell'aria; ma, nel suo contratto con Satana, aveva dimenticato il sottosuolo. Lo spirito del Male, geloso del Creatore, volle, anche lui, fabbricare degli uomini e delle donne viventi sotto terra. Il suo genio inventivo, ma incompleto, non portò che alla plasmazione informe delle mandragore. Dal momento che queste, strappate da terra, penetrano nel regno di Dio, cessano di vivere."
    Come si vede, un mito d'origine della mandragora vero e proprio, ben strutturato, non ci è pervenuto; solo qualche traccia isolata e continuamente rimaneggiata ha incontrato una certa fortuna nella credenza popolare e nella favolistica.
    Resta il fatto che la mandragora è stata considerata una pianta primordiale, creata prima, o ai primordi, dell'umanità, ed è probabile che, seguendo Massimo Izzi, "la localizzazione della mandragora in Paradiso (o comunque in un giardino primordiale, teatro della creazione primigenia), sia antecedente al cristianesimo".
    Forse, ciò che si avvicina maggiormente a un mito d'origine, se non proprio della pianta, del suo uso, lo incontriamo nelle fonti più antiche che trattano della mandragora, nella cultura egiziana. Si tratta di un racconto chiamato Distruzione e salvataggio del genere umano, che si è conservato in varie tombe regali, e appartiene alla letteratura egiziana di carattere strettamente religioso.
    In questo racconto, il dio solare Ra ha intenzione di punire gli uomini perché non lo venerano. Invia quindi la dea Hathor a distruggere l'umanità. Ma cambia idea ed escogita uno stratagemma per fermare la dea, che è già pronta alla strage:


    Disse allora Ra: "Chiamatemi messaggeri che corrano rapidamente, che si affrettino come l'ombra di un corpo".
    Furono portati allora questi messaggeri sull'istante. E disse quindi la Maestà di questo Dio: "Recatevi a Elefantina, e portatemi didit in quantità". Gli furono portate queste didit, e la Maestà di questo dio fece che il Chiomato che abita a Eliopoli macinasse queste didit, e che inoltre schiave spremessero l'orzo per farne birra. Quindi, furono poste queste didit in questa bevanda, ed essa fu come il sangue degli uomini.
    Si fecero 7000 brocche di birra. Venne quindi la Maestà del re della Valle e re del Delta Ra con questi dei per vedere questa birra.
    Ora, venne la mattina dell'uccisione degli uomini da parte della dea nel giorno in cui essi rientravano.
    Disse allora la Maestà di Ra: "Quanto è bello questo! Con questo io proteggerò gli uomini! " Disse Ra: "Portatelo al luogo dove essa vuole uccidere gli uomini".
    Si levò presto la Maestà del re della Valle e re del Delta Ra, al termine della notte, per fare che si versasse questa bevanda soporifera. Furono così sommersi i campi per tre palmi sotto l'acqua, per la potenza della Maestà di questo dio.
    Venne allora questa dea del mattino presto, e trovò questo sommerso. Bella ne fu la sua faccia, ed essa si mise a bere, e fu una cosa gradita al suo cuore tanto che se ne venne ubriaca e non riconobbe gli uomini.
    Disse allora la Maestà di Ra a questa dea: "Benvenuta in pace, o diletta! (Jamyt)". E questa fu l'origine delle Giovanette di Jamu.
    Disse allora la Maestà di Ra a questa dea: " Si facciano per lei bevande soporifere nella celebrazione della festa annuale, e si distribuiscano alle schiave". Questa è l'origine del fare bevande soporifere in distribuzione alle schiave per la festa di Hathor da parte di tutti gli uomini fino al primo giorno.


    Le piante didit, come le d'dym in ugaritico e le duda'im in ebraico, sono le mandragore. Concordiamo con le conclusioni di Izzi: "Non siamo di fronte a un semplice resoconto di una terapia: siamo al cospetto di una sorta di seconda antropogenesi, di un salvataggio dell'umanità. La mandragora qui non è un semplice sonnifero, ma una radice di vita, lo strumento scelto dal dio per la salvezza del mondo"; un mito d'origine dell'uso della mandragora, attraverso l'istituzione di un culto che prevede il suo consumo rituale.

    Fonte: www.samorini.net

  2. #2
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    La mandragora come viene illustrata in un
    erbario medievale tedesco...





    ... e come viene illustrata in un manoscritto latino del XV secolo

  3. #3
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    Pianta magica per eccellenza, la mandragora arriva a noi dalla credenza popolare, dalla letteratura, dalla medicina, che l'ha ampiamente utilizzata per i suoi effetti narcotici. Il passato l'ha vista protagonista di molteplici riti e impieghi. La sua radice, si dice, ha forma umanoide: e poiché il simile agisce sul simile, ha potere sull'intero corpo umano. Appartiene alle famiglia delle famigerate Solanacee, come lo stramonio e altre erbe delle streghe. Spunta nei cimiteri, oppure ai piedi dei patiboli. Nasce dall'ultima urina o dallo sperma di un condannato a morte. Eppure, è una delle piante del Paradiso terrestre, originaria dell'Eden: ne fanno fede il Fisiologo e i vari Bestiari medievali. Forse è lo stesso albero del bene e del male, oppure cresce alla sua base, strettamente legato ad esso e alla sua sorte. Infatti, nel Paradiso si era consumato il più grande mistero della storia dell'universo, la creazione della vita, e la mandragora era là, prima del primo uomo. Una mandragora primigenia, dunque. E perché no? Che l'uomo sia figlio della terra, per l'appunto chiamata "Madre", è un dato comune a moltissime tradizioni mitiche; e l'aspetto più evidente del potere generativo della terra è proprio il mondo vegetale. Fra gli esoterici, Eliphas Levi e Stanilas De Guaita riprendono queste ipotesi secondo cui gli uomini sono, inizialmente, delle gigantesche mandragore sensitive. Nel mito connesso a questa pianta, del resto, ha resistito a lungo l'idea che la radice, lasciata crescere tranquillamente, senza interferenze, si allungherebbe e si affermerebbe come essere umano, indipendente. All'inverso, una leggenda ebraica parla di Adamo che sogna: ed ecco che si sparge il suo seme, e nasce una pianta. Fra piante e uomini, uomini e piante, i rapporti esistono, intercorrono nei due sensi, sono molti stretti.

    Però quel che soprattutto interessa la magia, e poi la letteratura e le arti, è la radice. E' la radice che è simile all'uomo, che ha ogni virtù, sia soporifera che afrodisiaca. Può essere maschio o femmina: secondo Plinio, la mandragora bianca è maschio, quella nera è femmina. È sacra ad Ecate, dea dei crocicchi e delle tenebre, adusa a sacrifici animali, magie e incantesimi. Ama la notte, Ecate, ed è legata ad Artemide Diana, la luna. La mandragora guarisce quindi l'epilessia, il "mal di luna". E può scacciare i demoni. Ha sempre avuto una doppia identità: la radice nell'uomo guarisce il corpo e l'anima, ma può nello stesso tempo portarlo alla perdizione. Dona il sonno ristoratore, ma provoca anche la pazzia. Uccide spietatamente, ma è anche un rimedio contro il veleno dei serpenti. E’ un anestetico potente che permette le più delicate operazioni chirurgiche, ma causa anche spaventose allucinazioni. E' in definitiva una vera e propria bilancia sospesa fra la vita e la morte, simbolo dell'incertezza e dell'ambiguità.



  4. #4
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    LA MANDRAGORA

    Come il borametz, la mandragora confina col regno animale, perché grida quando la svellono; questo grido può fare impazzire chi lo sente [Romeo e Giulietta, IV, 3). Pitagora la chiamò antropomorfa; l'agronomo latino Lucio Columella, semiuomo; e Alberto Magno potè scrivere che le mandragore figurano l'umanità, con la distinzione dei sessi. Prima, Plinio aveva detto che la mandragora bianca è il maschio e la nera è la femmina. Quelli che la colgono, aveva anche detto, le tracciano intorno tre cerchi con la spada, e guardano a ponente; l'odore delle foglie è cosi forte da lasciare ammutoliti. Sradicarla, era mettersi a rischio di spaventose calamità; nell'ultimo libro delle sue Antichità Giudaiche, Flavio Giuseppe consiglia di ricorrere a un cane addestrato. Sradicata la pianta, l'animale muore; ma le foglie servono a usi narcotici, magici ed emollienti.
    La presunta forma umana delle mandragore ha suggerito alla superstizione l'idea che crescano al piede dei patiboli. Browne (Pseudodoxia Epidemica, 1646) parla del grasso degl'impiccati; il romanziere popolare Hanns Heinz Ewers (Alraune, 1913), della semenza. Mandragora, in tedesco, è Alraune, che una volta si diceva Alruna; la parola deriva da runa, che significò mistero, cosa nascosta, e s'applicò poi ai caratteri del primo alfabeto germanico.

    La Genesi (XXX, 14) contiene un curioso accenno alle virtù generative della mandragora. Nel secolo XII, un commentatore ebreotedesco del Talmud scrisse queste righe:

    Una specie di corda esce da una radice nel suolo, e alla corda sta attaccato per l'ombelico, come zucca o melone, l'animale chiamato yadu'a; ma lo yadu'a è in tutto eguale agli uomini: faccia, corpo, mani e piedi. Strappa e distrugge ogni cosa, fin dove arriva la corda. Bisogna rompere la corda con una freccia, e allora l'animale muore.

    Il medico Discoride identificò la mandragora con la circea, o erba di Circe, di cui nell'Odissea, libro X, si legge:

    La radice è nera, ma il fiore è come latte. È difficile impresa per gli uomini strapparla da terra, ma gli dèi sono onnipotenti.



    Da Manuale di zoologia fantastica - Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero
    (Einaudi, pagg. 92-93)





  5. #5
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    Nel Medio Evo vigeva il principio del "contraria contrariis curentur" inteso nel senso di usare farmaci di origine animale, vegetale o minerale, con qualità (freddo, caldo, umido, secco) opposte a quelle della patologia che si voleva curare, ipotizzando un meccanismo di "contrappeso e bilanciamento" rispetto al disequilibrio presente nel malato. Inoltre ci si basava sulla dottrina della "segnatura" (analogia), secondo cui, specie nel caso di analogie nella forma tra piante e corpo umano, si dovevano usare specifiche parti vegetali per curare quelle con cui vi era una presunta similitudine formale (è il classico caso della mandragora): similia similibus.
    Ma ciò valeva anche per l'uso terapeutico degli animali, di cui, ad esempio, si mangiava il cervello per aumentare la memoria, ecc., sempre in base alle stesso principio analogico, uno dei capisaldi del pensiero medievale. Il tutto doveva comunque servire solo di ausilio alla capacità innata della natura di ridare la salute al malato (vis sanatrix naturae), dopo che la malattia aveva superato le sue quattro fasi classiche: principium, augmentum, status, declinatio. La guarigione si aveva con la cottura della materia peccans e con la sua espulsione dal corpo (da cui l'uso dei diuretici, dei purganti, degli emetici e del salasso, praticato sia con tagli da cui far fuoriuscire il sangue, sia con le sanguisughe, usate anche per la guarigione delle ferite rimaste aperte per molto tempo).

    Comunque è oramai accettato dagli stessi medici che hanno studiato con obiettività e senza prevenzioni storiciste la medicina premoderna, e medievale in particolare, che tutto questo bagaglio di conoscenze non si riduceva a solo fumo, al di là di certi gravi errori. Ad esempio Walter Sannita, titolare della cattedra di Neurofisiopatologia dell'Università di Genova, scrive che "La farmacologia non [era] ancora scienza e la farmacoterapia del passato non è mai stata che accademia, ma non bisogna escludere che dei risultati apprezzabili siano stati ottenuti; in caso contrario, medicina, medici e medicamenti non avrebbero mantenuto per millenni ruolo, prestigio e potere sociale. Non sarebbe stato nemmeno possibile individuare empiricamente sostanze realmente attive ed in seguito introdotte nella teoria e prassi farmaceutica".

 

 

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