di Sergio Cararo*

La sostanziale impunità che la politica e la diplomazia italiana hanno assicurato alle ingerenze dell’ambasciatore israeliano, sono rivelatrici di una medesima realtà sul piano internazionale. Israele è l’unico Stato la quale per decenni è stata garantita la possibilità di violare o non ottemperare alle risoluzioni dell’ONU. E’ tempo che la sinistra e i governi europei mettano mano al risarcimento verso i palestinesi. Dire e fare altro diventa complicità con gli orrori di oggi, in Palestina come in Iraq.

A luglio, l’ambasciatore israeliano in Italia, Ehud Gol, lascerà il nostro paese per fine missione e sarà sostituito da un nuovo ambasciatore. L’auspicio è doppio: che il nuovo ambasciatore sia meno intrusivo e aggressivo dell’attuale e che il nuovo governo italiano sia meno indulgente nei confronti delle aperte e brutali ingerenze con cui la diplomazia israeliana ha cercato in ogni modo di interferire nella politica italiana. Il pessimismo della ragione ci dice che tale auspicio dovrà essere sostenuto politicamente se non vorrà rimanere nel limbo.

La vicenda simbolica del mandato dell’ambasciatore israeliano contiene in sé moltissimi elementi che dovrebbero far riflettere la sinistra italiana nelle sue relazioni con Israele e portarla a recuperare posizioni più coerenti sul piano democratico, internazionalista e, se volete, della propria dignità.

In questi anni, il sig. Ehud Gol, ambasciatore israeliano in Italia, è intervenuto sistematicamente “a gamba tesa” nella vita politica italiana. Prendendosi una licenza che il protocollo diplomatico e le relazioni tra stati sovrani non prevede, è intervenuto con valutazioni improprie e offensive contro giornalisti, uomini politici, associazioni e forze politiche ne nostro paese.

Ultimo in ordine di tempo a finire sotto anatema è stato il direttore e il quotidiano Liberazione per una vignetta di Apicella. Prima aveva inveito contro il segretario del PdCI, Oliviero Diliberto affermando che “forse sarà un ministro, un ministro italiano che appoggia il terrorismo” poi contro il palestinese Alì Rashid candidato nelle liste del PRC affermando che “la sua candidatura è una vergogna per l’Italia” (da “Il Giornale” del 24 febbraio). Ma le sortite di questo ambasciatore non sono nuove. Nel febbraio del 2003 definì i manifestanti (tre milioni di persone alla vigilia della guerra in Iraq) “nemici di Sion” paragonando “l’Italia a Sodoma” (La Repubblica del 19 febbraio 2003) in cui l’unico “giusto” era il sindaco di Roma Veltroni che si era rifiutato di ricevere Tarek Aziz. Successivamente ha inviato delle cartoline ai parlamentari italiani per impedire qualsiasi mozione di solidarietà con il presidente palestinese Yasser Arafat assediato a Ramallah. E’ poi intervenuto assai oltre le righe a seguito dell’incontro a Beirut tra il segretario del PdCI Oliviero Diliberto e il leader degli Hezbollah libanesi. Poi è stato il turno di Asor Rosa. Oltre le righe è andato anche quando fu interrotto e contestato da un gruppo di studenti all’università di Firenze.

E’ arrivato il momento per cui l’attuale Ministro degli Esteri ed anche il prossimo che scaturirà dal risultato delle elezioni del 9 aprile, rimettano in riga l’ambasciatore israeliano in Italia, ricordandogli che i rapporti tra Stati sovrani si basano sul rispetto e la reciprocità. Non è scritto da nessuna parte che ministri, giornalisti o i candidati al Parlamento italiano debbano subire i veti o il gradimento dell’ambasciata israeliana. L’ingerenza nella vita politica del paese ospitante è un “privilegio” che a nessuno diplomatico è concesso, neanche a quelli israeliani. Eppure abbiamo potuto verificare una sorta di impunità per l’ambasciatore israeliano non solo da parte del governo Berlusconi (apertamente filo-israeliano) ma anche da parte della stragrande maggioranza delle forze democratiche. Solo qualche ex diplomatico ha avuto il coraggio di segnalare che quell’atteggiamento era insostenibile. Come si spiega questa vulnerazione della dignità politica della sinistra e della stessa sovranità di uno Stato?

L’impunità partorisce mostri

La sostanziale impunità che la politica e la diplomazia italiana hanno assicurato alle ingerenze dell’ambasciatore israeliano, sono rivelatrici di una medesima realtà sul piano internazionale. Israele è l’unico Stato la quale per decenni è stata garantita la possibilità di violare o non ottemperare alle risoluzioni dell’ONU. Di fronte a questo dato di fatto, ministri, politici, funzionari della Farnesina allargano le braccia sconsolati affermando che “Israele rimane un paese speciale” di fronte al quale tutti i meccanismi della legalità internazionale cessano di funzionare rispetto a come agiscono verso tutti gli altri paesi (ad eccezion fatta per gli USA). Israele - secondo una sorta di senso comune - è infatti la riparazione della storia e dell’occidente all’orrore dello sterminio nazista e delle persecuzioni subite in Europa.

Ma la questione israeliana, sia per le ingerenze della sua ambasciata in Italia, sia per gli effetti politici prodotti nel dibattito sulle scelte di politica estera, ha cessato di essere solo un problema internazionale per entrare a viva forza anche nella politica interna.

Due studiosi statunitensi, hanno pubblicato un ampio saggio in cui documentano ampiamente come Israele condizioni la politica estera statunitense. (1) Questo saggio, ovviamente, ha innescato polemiche e repliche durissime ma niente, se non l’opportunismo o la subalternità, può impedire al saggio di John Mearsheimer e Stephen Walt di aver messo i piedi nel piatto e di aver denunciato una situazione reale. Gli anatemi sull’antisemitismo anche questa volta non reggono. Non regge neanche l’altro anatema: quello di aver mutuato le teorie complottistiche che spianano la strada all’antisemitismo e non regge neanche l’accusa che spesso le autorità israeliane e i gruppi sionisti muovono agli ebrei che si schierano contro Israele: quella di odiare se stessi.

Ma i tre anatemi in questione, utilizzati a secondo di chi di volta in volta deve essere colpito e neutralizzato, sono esattamente gli stessi sotto i quali la stragrande maggioranza della sinistra italiana capitola quando deve prendere posizioni critiche verso Israele. Quando si parla di Israele, scatta infatti lo stesso meccanismo che blocca la legalità internazionale: Israele resta un paese speciale verso il quale le categorie, le parole, le scelte politiche valide erga omnes non valgono più.

Israele non è uno stato democratico

La sinistra italiana ed europea dunque assume su di sé il senso di colpa dell’occidente che organizzò e chiuse gli occhi di fronte allo sterminio, alle persecuzioni, alle leggi razziali. La stessa sinistra crea così le condizioni non solo per rimuovere il fatto storico che anche contro quello sterminio e le leggi razziali impugnò le armi, organizzò la resistenza, condivise con gli ebrei lo sterminio dei campi di concentramento, la voglia di riscatto e la lotta per libertà, ma crea anche le condizioni politiche, culturali e psicologiche per cui allo stato degli ebrei - Israele - può ancora oggi essere consentito tutto anche quando ciò produce morte, sopraffazione e deportazione di un altro: quello palestinese. E’ una distorsione inaccettabile della storia e della realtà odierna contro cui occorre aprire una battaglia politica e culturale a viso aperto e senza tentennamenti.

Ma la gran parte della sinistra italiana ha via via introdotto un’altra gravissima distorsione nell’analisi della realtà quando si parla di Israele. Viene infatti assunta come verità il fatto che “Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente”. Sulla base di questo assioma, tutte le forze dell’occidente - siano essere reazionarie e neoconservatrici o progressiste e liberali - non possono che schierarsi al fianco di Israele sempre e comunque nei suoi contenziosi con il mondo arabo. Dal punto di vista politico, questa tesi è ancora peggiore della subalternità politico-psicologica prima segnalato. Assume infatti una asimmetria clamorosa come punto di partenza per ogni ragionamento che va assai oltre l’equidistanza tra le ragioni dei palestinesi e quelle israeliane, posizione questa già di per se ingiustificabile di fronte alla realtà.(2)

In questa tesi infatti vi è l’assunzione piena e rinnovata della logica colonialista, per cui anche il peggiore occidente era più avanzato e civile del migliore popolo colonizzato. Ma non solo, vi è anche l’ossimoro implicito per cui un paese può essere democratico con i suoi cittadini ma oppressore e razzista verso tutti gli altri. La realtà israeliana questa contraddizione la esprima tutta intera e non occorre avere più alcuna paura delle parole nell’indagarla e nel definirla.

Israele come stato confessionale, è un orrore della storia prodotto da un altro orrore. E’ uno Stato che non si è potuto dotare di una Costituzione perché l’identità su cui fondarsi non è riuscita ad essere altro che “lo Stato degli ebrei”. E’ uno Stato fondato su una ideologia nazionalista come il sionismo che separa nettamente gli ebrei dagli altri.

Piero Fassino nell’assemblea di Sinistra per Israele, non solo ha affermato che in “Medio Oriente non esistono torti da una parte e ragione dall’altra” (cosa molto, molto discutibile), ma ha usato un paragone sballato quando parlando del sionismo lo ha paragonato al movimento che portò al Risorgimento italiano. Il Risorgimento infatti puntava all’unità del paese e alla cacciata degli austriaci ma ha anche prodotto l’annessione violenta e la colonizzazione del Tirolo, dell’Istria, della Dalmazia, finanche l’invasione della Libia (intesa proprio come risarcimento). In sostanza - essendo movimento nazionalista a egemonia borghese - ha prodotto anche l’ideologia fascista. Le cosiddette componenti progressiste del sionismo, sono state liquefatte e neutralizzate proprio con la nascita di Israele dove il sionismo si è fatto Stato ed ideologia di Stato, dando applicazione ad una politica di colonizzazione violenta che ha espulso migliaia di palestinesi, ha escluso i non ebrei dalla piena gestione dello Stato, ha costruito concretamente un regime di apartheid interno (verso gli arabi-israeliani) e un modello colonialista verso i territori palestinesi occupati. Su Israele come sistema di apartheid esiste una documentazione immensa dal punto di vista storico, giuridico ed anche (per i più pigri) giornalistico (2) che solo l’inerzia o la complicità della politica ha saputo o potuto ignorare quando si parla di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”.

Il rischio di diventare complici

La sinistra italiana ed europea dovrebbe dunque scrollarsi da dosso ogni paura delle parole e recuperare categorie, linguaggi e iniziativa politica che consentano di denunciare i crimini israeliani o le violazioni della legalità internazionale né più né meno che per altri paesi. Che impongano ai propri giornali e ai propri leader politici di chiamare i “territori” come si devono chiamare cioè “Territori Occupati Palestinesi”. Che consenta di affrontare senza alcuna timidezza i settori e le personalità reazionarie del sionismo italiano quando interferiscono con la dialettica democratica del nostro paese. Che consenta di riaffermare come oggi in Medio Oriente ci sono occupanti e occupati, che gli occupanti hanno torto e gli occupati hanno ragione da vendere, che gli occupanti sono gli israeliani e che gli occupati sono i palestinesi e che se si vuole veramente la pace in Medio Oriente essa deve essere fondata sulla giustizia riconoscendo storicamente, politicamente i torti inflitti da Israele alla popolazione palestinese. Il risarcimento della storia verso gli orrori della Seconda Guerra Mondiale c’è stato. E’ tempo che la sinistra e i governi europei (a cominciare da quello italiano) mettano mano al risarcimento verso i palestinesi. Dire e fare altro diventa complicità con gli orrori di oggi, in Palestina come in Iraq.

Note:

(1) Jhon Marsheimer e Stephen Walt: “La lobby israeliana e la politica estera degli Stati Uniti reperibile in www.lrb.co.uk. In Italiano vedi il sito www.forumpalestina.org

(2) Proprio per combattere la tesi dell’equidistanza tra causa palestinese e diritto di Israele nel 2003 è stato pubblicato “L’impossibile simmetria. Palestina e Israele nell’epoca della guerra infinita”, Quaderni di Contropiano

(3) Uri Davis. “Israele perché è apartheid”(Israel an apartheid State, Zed Books, London 1997). Vedi anche il più recente saggio di Ilan Pappe “Il ripiego etnico”, tradotto da Marco Perugini e disponibile sul sito del Forum Palestina (in documenti)