| Lunedi 3 Luglio 2006 - 14:41 | Dagoberto Bellucci* |

La nascita della questione palestinese viene ‘datata’ dall’opinionismo sistemico dei burattini sinagogici a partire dal 1967 quando, all’indomani della Guerra cosiddetta dei Sei Giorni, la Resistenza Palestinese iniziò a guadagnarsi i riflettori della scena politica internazionale.
Tale menzogna propagandistica sionista è servita alle redazioni giornalistiche e televisive planetarie per occultare le radici storiche della vicenda palestinese.
E’ fuori discussione che le vicende del ‘67 avranno dei contraccolpi inevitabili nello scacchiere geopolitico e militare del Vicino Oriente ma è altrettanto incontrovertibile che la questione palestinese sia direttamente collegata a due avvenimenti storici di portata epocale quali la creazione del movimento sionista (1897) e la costituzione - cinquantun’anni dopo - dell’enclave israelitica in Terrasanta con la nascita dell’emporio criminale sionista ‘noto’ come “stato d’Israele”.
La caduta di Gerusalemme, lo sconfinamento dell’esercito israeliano (tsahal) sulle alture del Golan siriane e in Cisgiordania, posero in evidenza il dramma di un popolo - quello palestinese - che si trovava a subire una tragedia delle cui dimensioni fino ad allora pochi, specialmente in Occidente, sembravano accorgersi.
La questione palestinese nella sua totalità dev’essere retrodatata rispetto a quel conflitto e inquadrata nella sua reale dimensione che, sia chiaro, assume tratti metastorici e metapolitici.
Non di questione palestinese si dovrebbe scrivere bensì dell’eterno problema rappresentato dalla prassi di spoliazione parassitaria del cosmopolitismo ebraico. Né è possibile dimenticare, a fronte di un’epoca che si caratterizzerà per la fine del colonialismo e il crollo delle avventure bellicistiche della Vecchia Europa, come il movimento sionista andrà a costituire la sua “homeland”; sfruttando il senso di ‘colpa’ - abilmente alimentato ad arte dalle centrali di disinformazione ebraiche - delle nazioni europee ovvero mediante l’affermazione della bufala interplanetaria denominata “olocausto” relativa al preteso sterminio di sei milioni di individui di ‘razza’ ebraica durante il secondo conflitto mondiale.
In realtà quanto successo durante la seconda Guerra Mondiale non c’entra assolutamente niente con i piani di espansione coloniali del Sionismo nè tantomeno con la ‘prassi’ genocida e l’attitudine vendicativa ‘celermente’ attuate dai sionisti in Palestina ai danni delle popolazioni arabo-cristiane e musulmane locali.
E’ responsabilità oggettiva dei dirigenti sionisti quella di aver creato le premesse per una situazione di instabilità e di conflittualità nella regione vicino orientale.
L’immagine dominante che del perdurante stato di crisi in Palestina viene ‘proiettata’ dai mass media occidentali sembra essere quella di un “affaire” interno a Israele; una sorta di conflitto ‘locale’, una questione di ‘sicurezza’ e di “polizia” al quale devono fare fronte le Istituzioni dell’unico Stato vicino orientale che viene ‘designato’ come la sola ‘democrazia’, la sola oasi “felice” e il baluardo per eccellenza dell’Occidente.
E’ sulla base di questa deformazione storica che si sono andati stratificando nell’opinione pubblica occidentale una serie di stati emotivi e di percezioni che hanno rappresentato la ‘Questione Palestinese’ come una sorta di noiosissima e ‘inavvertibile’ “lotta di liberazione per l’indipendenza” sul modello di analoghe esperienze rivoluzionarie ravvisabili nel periodo post-coloniale tra gli anni Cinquanta e gli anni Settanta in Asia, Africa e America Latina.
Ed è grazie proprio a questa disinformazione sistematica della verità che i sionisti hanno potuto creare un insieme organico di falsi miti storici tra i quali - oltre alla Shoah - è impossibile non ricordare la menzogna sulla “terra senza popolo per il popolo senza terra” e l’idea, unanimemente ‘accettata’ e fossilizzatasi per decenni tra i decerebrati burattini sistemici della società occidentale, della “Terra Promessa” per il “popolo eletto”....
Niente di più falso e di più ipocrita. E’ grazie al loro controllo totale sui mezzi d’informazione di massa che i sionisti hanno potuto ‘spacciare’ per verità le loro invenzioni propagandistiche sostenute, almeno nei primi anni del secondo dopoguerra mondiale, anche dalla propaganda sovietica interessata a ‘avallare’ l’idea dell’ “esperimento” socialista dei ‘coloni’ sionisti che diveniva i “pionieri” di un futuro Stato laico fondato sulle strutture agricole dei Kibbutz prevalentemente popolati in maggioranza da ebrei di origini russe emigrati in Palestina fin dalla prima metà dell’Ottocento.
La storia della nascita della ‘questione’ palestinese dev’essere dunque fatta rimontare alla costituzione del movimento sionista, alla pubblicazione del volume di Theodore Herzl su “Lo Stato Ebraico” (1896) e al primo Congresso Sionista di Basilea svoltosi un anno più tardi per iniziativa di ‘compassati’ e ‘paciosi’ ebrei della borghesia europea occidentale.
Le tesi esposte da Theodore Herzl nel suo volume, autentica ‘bibbia’ politico-ideologica del movimento sionista, si fondano sull’ammissione di una impossibile convivenza tra le masse di ebrei provenienti dall’Europa orientale e le popolazioni “gentili” delle nazioni dell’Europa occidentale.
Dinanzi ai presunti pogrom anti-ebraici che si andavano sviluppando in diversi Stati dell’Est europeo, al movimento migratorio di massa degli ebrei orientali - gli askhenaziti russo-tedeschi con i loro costumi tradizionali, il loro chassidismo e la loro lingua ‘barbara’ (l’yiddish) incomprensibile perfino ai correligionari dell’Europa occidentale ovvero i sefarditi - ai primi episodi di “antisemitismo” (...inutile ‘soffermarci’ ulteriormente per sottolineare che di “antigiudaismo”, “antiebraismo” o “antisionismo” sarebbe ‘opportuno’ scrivere giacchè la parola “antisemita” etimologicamente non significa un bel niente; ‘espressione’ sistemica coniata dalle centrali di rincoglionimento di massa ebraiche e aggettivo demonizzante che non trova alcun riscontro nella realtà storica poichè semiti sono pure i popoli arabi mai ‘obiettivi’ di alcuna ‘attenzione’ critica o di ‘ritorsione’ politica da parte dei movimenti politici o d’opinione che si pretenderebbero “antisemitici”...) rilevati in Francia in occasione dell’ “affaire Dreyfus”.
Come scriverà lo stesso Herzl era necessario ‘spacciare’ la menzogna di uno stato per “un popolo che vive da sempre in territorio nemico.”
Menzogna storica che non trovava alcuna conferma come dimostreranno i cinquattott’anni di vita dell’emporio criminale sionista: neanche l’improvvisa rinuncia al tradizionale cosmopolitismo parassitario ebraico e il passaggio (con l’ala revisionista di Ze’ev Jabotinsky) a posizione di fanatico nazionalismo colonialista risolveranno i problemi delle comunità ebraiche della Diaspora casomai accentuati dalla evidente contraddizione della “doppia fedeltà” (alle nazioni ‘ospitanti’ e al neonato “stato d’Israele”).
Ciononostante l’appello lanciato da Herzl “all’unità ed all’azione contenuto nel messaggio sionista fornirà agli ebrei di tutto il mondo una forza contrattuale ed un potere politico mai prima posseduti” (1).
Le tesi di Herzl approvate al primo congresso sionista di Basilea forniranno l’alibi per un’azione di pressione esercitata dalle principali organizzazioni sionistiche internazionali sui Governi dell’Europa per la concessione di non meglio specificati ‘diritti’ ad una “homeland” ebraica in Terrasanta.
L’idea della creazione di uno Stato nella “terra promessa” dei “patriarchi” biblici d’Israele si coniugava con una visione estremistica e radicale del tradizionale fondamentalismo escatologico talmudico; metabolizzando il mito dell’inviolabilità del “Patto” stipulato tra Abramo il Patriarca ed il dio esclusivo e geloso d’Israele, Yahvè, con l’idea modernista del pionierismo avventuristico-colonial-espansionista propria dei movimenti nazionalistici della borghesia ottocentesca d’Europa.
In realtà ai dirigenti sionisti interessava esclusivamente che le grandi potenze europee prendessero a cuore le loro rivendicazioni nazionali contando anche sull’apporto influente della potente comunità ebraica statunitense.
Saranno Francia e Gran Bretagna che svilupperanno una politica di autentica sottomissione e vassallaggio nei confronti delle istanze del movimento sionista, accettando operativamente di cooperare con le principali organizzazioni sionistiche fin dall’inizio della Grande Guerra del 14-18.
Nella percezione araba del problema sionista è invece possibile rilevare come, contrariamente a quanto si continui a ‘spacciare’ per vero, i dirigenti delle organizzazioni palestinesi e del neonato movimento nazionalista pan-arabo avessero ben compreso il pericolo mortale rappresentato da quest’insidioso attivismo sionista presso le principali cancellerie europee.
E gli arabi non rimasero affatto passivi dinanzi alle mire strategiche sioniste: sul finire del secolo si sviluppò un moto palestinese spontaneo di ribellione contro la riforma, decretata dall’Impero Ottomano allora egemone nell’area, relativa ai visti per l’immigrazione sionista fino ad allora ufficialmente illegale.
Nel 1901 si registrarono i primi disordini causati dai cittadini arabi residenti nell’area del lago di Tiberiade che protestarono per impedire la vendita dei loro territori alle organizzazioni sioniste europee e statunitensi.
Nel 1903 a Giaffa, a seguito dell’apertura dell’Anglo-Palestine Bank (emanazione della plutocrazia sionista inglese), si verificarono violenti tumulti tra arabi cristiani e musulmani e forze di polizia ottomane.
La protesta si estese rapidamente a tutte le cittadine della Palestina anche nelle città spesso insensibili dei ricchi notabili locali (che risiedevano all’estero e si dimostravano ben disposti a svendere terre e braccianti ai dirigenti sionisti).
Non tutti però i possidenti terrieri arabi erano così avidi di incassare l’oro sonante dei sionisti se, nel 1891, una delegazione di questi ricchi agrari palestinesi aveva spedito una petizione direttamente all’attenzione del Sultano di Costantinopoli per richiedere all’autorità ottomana di fermare la svendita delle proprietà arabe.
Nel 1899 il sindaco di Gerusalemme, ex deputato al Parlamento Ottomano, scriverà al Gran Rabbino capo di Francia una missiva per richiedere “per un sacro dovere di coscienza” di “lasciare in pace la Palestina”.
Le popolazioni e la classe dirigente palestinese non era rimasta affatto insensibile alle rapaci mire dei sionisti.
Quando nel 1908 verranno introdotti i primi giornali in lingua araba (frutto anche del cedimento interno all’Impero Ottomano in preda alla rivoluzione laica dei Giovani Turchi) a Giaffa e a Gerusalemme verrà iniziata una vasta campagna d’informazione tesa a dissuadere abitanti e proprietari terrieri dal vendere le case e le terre agli ebrei.
Nello stesso periodo venne creata un’associazione palestinese a Haifa con lo scopo di proteggere gli interessi nazionali arabi mediante una serie di pressioni da esercitare nei confronti del Governo locale e di quello centrale ottomano per indurlo a decretare leggi speciali sull’immigrazione ebraica in Palestina e ostacoli alla libera vendita dei territori a compratori stranieri.
Nel 1911 la vendita di un consistente lotto di territori a una organizzazione sionista da parte di un ricco possidente libanese causerà l’espulsione di oltre 1750 famiglie arabe dai loro villaggi i quali verranno immediatamente colonizzati dai nuovi immigrati ebrei provenienti dall’Europa orientale.
La Guerra Mondiale farà esplodere le innumerevoli contraddizioni della politica double-face degli Imperialismi di Francia e, soprattutto, Gran Bretagna. Londra si assumerà - con la nota dichiarazione Balfour (novembre 1917) - la responsabilità gravissima di aver concesso al movimento sionista dei diritti su un territorio che, storicamente, apparteneva ad una terza nazione (l’Impero Ottomano).
Nascerà nel 1919 il Congresso Nazionale Palestinese che si riunirà a Damasco e successivamente in altre capitali arabe per porre un argine alle mire dei sionisti sostenute apertamente dalla nuova potenza mandataria quella Gran Bretagna che designerà, quale nuovo ‘Console Generale di Palestina’ un sionista emerito quale sir Herbert Samuel riconosciuto dalla kehillah ebraica in Terrasanta al pari di un moderno re Salomone ed accolto tra l’indifferenza unanime dei non ebrei (cristiani e musulmani) e l’esultanza scomposta degli ebrei.
Nel primo dei Congressi Nazionali Palestinesi venne anche redatta una Carta Palestinese che indicava espressamente il territorio storico della Terrasanta secondo la dizione tradizionale dell’epoca ovvero come Siria meridionale. Nel terzo dei Congressi Nazionali Palestinesi (svoltosi ad Haifa nel 1920) si parlerà espressamente di “stato indipendente palestinese” e di autonomia nazionale della Palestina.
In funzione di questo obiettivo il Congresso eleggerà un Comitato Esecutivo Arabo del quale diverrà presidente , di lì a qualche anno, Haji Amin al Hussaini Gran Muftì - cioè massima autorità religiosa e politica - di Palestina.
Incidenti gravissimi si registeranno un anno più tardi a Giaffa in occasione della festività del 1° Maggio (la festa del lavoro d’ispirazione socialista) quando una manifestazione di lavoratori ebrei verrà aggredita dalla folla inferocita della stragrande maggioranza araba locale che, contraria all’ideologia marxista (prodotto dell’intellighenzija giudaica secondo l’espressione dell’epoca e quanto ‘affiorava’ dal documento progettuale-programmatico noto come Protocolli dei Savi Anziani di Sion), riterrà la provocazione sionista un gravissimo affronto alle tradizioni arabo-palestinesi.
E’ da questa serie di presupposti, dalla scomparsa degli Imperi Centrali, dalla cancellazione di quello ottomano e la conseguente spartizione tra le potenze europee, dalla nascita della repubblica dei soviet di Russia che - tre decenni dopo - la Società delle Nazioni darà il suo pieno sostegno alla politica dell’assimilazione e dell’integrazione dell’immigrazione ebraica favorita dall’amministrazione britannica; prima ufficializzazione per i progetti di occupazione territoriale ed espansione del movimento sionista internazionale.
In un articolo purtroppo maledettamente profetico scriverà il più coerente studioso italiano della questione ebraica - Giovanni Preziosi direttore del mensile “La Vita Italiana” - in data 15 settembre 1920 : “Il 1° luglio 1920 l’amministrazione della Palestina accolse l’Alto Commissariato nominato dall’Inghilterra, sir Herbert Samuel, ebreo e zelante sionista, un uomo che è stato ripetutamente ministro, gloria del Partito Liberale della Gran Bretagna. Gli israeliti convocarono subito dopo l’arrivo di sir Herbert Samuel, un’Assemblea Nazionale, eletta sulla base del diritto universale di voto, assemblea (chiamata in ebraico Assefat ha nichwarim) che ha nominato un Consiglio Nazionale per la direzione delle agenzie autonome israelite e per la protezione dei diritti derivanti dal mandato (Wand le Umi)... I musulmani si rivolsero con vibranti indirizzi antisemitici anche al cardinale Giustini, quando andò a rappresentare la Santa Sede alla festa centenaria di San Francesco d’Assisi in Terrasanta.” - ed ancora ecco come Preziosi descrive l’atmosfera regnante in Palestina all’arrivo del nuovo Governatore ‘britannico - “Sir Herbert Samuel veniva chiamato dai suoi ebrei “Scemuel Nagid”, “Samuele il Principe” - sottinteso d’Israele - il quale ‘fu ricevuto a Gerusalemme nel silenzio glaciale dei non ebrei e tra gli entusiasmi dei suoi ebrei, tutto perchè tutti sapevano di chi e di che cosa era realmente “Alto Commissario”. Ed ecco come l’autorevole “Jewish Guardian” racconta i fuochi d’artificio della frenetica accoglienza ebraica all’Alto Commissario ebreo, traduciamo letteralmente: “L’aria era carica d’elettricità a causa dell’estasi di noi ebrei. L’adorazione che ispirava l’Alto Commissario brillava negli occhi dei presenti che accompagnavano il suo cammino con un tuono non interrotto d’acclamazioni. Nella pienezza di tali squisite delizie che nessuna parola umana può esprimere, molti versavano lacrime, e l’entusiasmo di tutti era tanto sincero, così ardente di gratitudine, che si poteva sentirvi la divina palpitazione del cuore di un intero popolo.” (Jewish Guardian del 20.08.1920).”
“Quando si dice - continua Preziosi - che sir Herbert Samuel è il commissario ebreo-britannico di Palestina non si dice affatto un’esagerazione. Nominato commissario, prima di partire per la Palestina, sir Samuel ebbe la solenne investitura nella sinagoga di Londra ove un servizio di gala fu dato in suo onore al Tempio di West End. Egli dette il suo proprio “Sepher Torah” (Libro della Legge) al rabbino come pegno della sua fedeltà al ‘mandato israelitico’. Egli fece la lettura liturgica della Legge, i suoi figli recitarono l’Hafterah...quindi corse a Gerusalemme per inaugurare nell’Eretz Israel il regno neo-salomonico.”.
I frutti amari di questa truffa compiuta dal Foreign Relations britannico ai danni del popolo arabo e palestinese legittimo proprietario della Terrasanta non si faranno attendere.
In pochi anni i sionisti edificheranno - sotto l’ala benevola del mandato britannico - le strutture che , con la dichiarazione d’ “indipendenza” dell’aprile 1948 del cosiddetto “stato d’Israele”, confluiranno immediatamente a formare le fondamenta istituzionali sioniste.
Tra queste organizzazioni ricordiamo il Keren Keyemeth Le Israel (Fondo Nazionale Ebraico) istituito nel 1901 su iniziativa dell’Organizzazione Sionistica Universale con funzioni di raccolta dei fondi necessari all’acquisizione - spesso con mezzi fraudolenti o minacce - dei terreni strappati ai possidenti arabi. Nel 1920 una parte delle sue funzioni passarono al Keren Hayeshod (l’Appello Unito) organismo che andrà a confluire nel ‘29 nella “Jewish Agency for Palestine” (l’Agenzia Ebraica) autentica direzione strategica degli affari sionisti con sedi a Londra, Gerusalemme e - durante il secondo conflitto mondiale - New York. Attraverso l’azione del Keren Keyemeth Le Israel verranno istituiti i primi insediamenti dei coloni all’inizio del Ventesimo secolo che , successivamente nel 1920, confluiranno nella Histadrut (la Confederazione Generale dei Lavoratori Ebrei in Eretz Israel) che contribuirà a finanziare l’Haganah (Difesa) ovvero il primo nucleo del futuro esercito israeliano.
Occorre riconoscere i nessi storici di convergenza del Sionismo Internazionale con la Finanza mondiale, i movimenti politici e le strategie dell’Imperialismo che - fin dalla fine del XIX° secolo - ha sempre assecondato i piani d’espansione dei sionisti, le loro mire politiche e i loro disegni egemonici nella regione vicino orientale.

Note :
1) Piero Sella - “Prima d’Israele” - ediz. de “L’Uomo Libero” - Milano 1990.