Si è fatto un gran parlare di riforme federaliste ma non si è quasi mai toccato il tema fondamentale dei contraenti il patto federale: perciò, al di là della sua pretestuosità, ben venga la discussione sul Lombardo-Veneto se serve ad affrontare finalmente questo nodo cruciale. Galli Della Loggia accusa la Lega di guastare il progetto con la sua «triviale incultura», ma non è solo un problema di linguaggio o di metodo, ma soprattutto di merito. La dirigenza della Lega (in realtà Bossi) è riuscita a introdurre il problema della riforma dello Stato italiano, ma è completamente mancata sul piano della continuità delle proposte. È stata ondivaga sia sugli obiettivi che sui soggetti istituzionali. Un giorno vuole il federalismo, dopo il paciocco della devolution, poi la secessione, le autonomie regionali e poi quelle provinciali, ancora il federalismo alla tedesca, poi quello a geometria variabile alla spagnola. Non ha neppure mai chiarito se preferisce che il cammino sia devolutivo, frutto di contrattazione, concessioni o autodeterminazione. Le titubanze dei Lumbard Partita dalle Piccole Patrie, ha sposato le macroregioni identitarie di Miglio, per tornare alle autonomie regionali in una serie infinita di giravolte e attorcigliamenti che hanno fatto perdere tempo ed energia a un movimento ormai stanco e sfiduciato. È stata mutevole anche sulla comunità identitaria che vuole rappresentare e difendere: il mitico Nord (che è un punto cardinale e non un posto), poi la Repubblica del Nord, dopo la Padania, poi è saltato fuori un brano di Mitteleuropa e oggi compare il gadget estivo del Lombardo-Veneto