Israele e i suoi pellerossa
Maurizio Blondet
05/07/2006

Che l'eroico esercito di Giuda abbia usato ben nove missili per incenerire la centrale elettrica di Gaza, può far credere che la centrale fosse grossa.
Non lo era.
Aveva una capacità di soli 140 megawatts, molto meno di quel che occorreva agli abitanti di Gaza per l'autosufficienza.
Ora, il 65 % dei residenti di Gaza, una delle regioni più impoverite del Medio Oriente, non ha luce né energia.
L'eroico Giuda ha eliminato una delle poche aziende palestinesi di qualche valore, la Palestine Electric Company, che era quotata nella patetica Borsa locale.
Ha anche azzerato ogni possibilità di qualche sviluppo industriale a Gaza.
I palestinesi a Gaza consumano (consumavano) 654 kilowattora a testa per anno, contro i 6183
di ogni israeliano: dieci volte di meno.
Ogni residente in Israele dispone di 1600 watts di capacità di generazione installata; ogni palestinese, prima del bombardamento, solo di 35 watt a testa, meno dei peruviani.
Adesso, ne ha zero.
E' un miracolo di dignità che il popolo palestinese, in questo stato, si comporti ancora come una nazione di esseri umani.
Naturalmente, è stato liquidato per sempre il sogno palestinese di avere acqua a sufficienza.
Fra gli obbiettivi originari della centrale, costata 100 milioni di dollari e lanciata su incoraggiamento del presidente Bill Clinton, c'era quello di collegarla a un impianto di dissalazione, che consuma molta energia.



La centrale è riuscita a funzionare solo dal marzo di due anni fa, grazie soprattutto all'impegno anche finanziario di Said Khoury, un nativo di Safad in Palestina, che è il proprietario del colosso ateniese di costruzioni CCC.
Nelle rosee speranze dei palestinesi, la centrale avrebbe funzionato con il gas del giacimento scoperto nel 1999 pochi chilometri al largo di Gaza, gas nazionale, palestinese; ma il misericordioso Isarele ha sempre vietato la costruzione del gasdotto di collegamento, allo scopo di obbligare i suoi prigionieri a comprare gas da Israele stesso.
I veri figli di Abramo stanno costruendo un loro colossale impianto di dissalazione ad Ashkelon, a ridosso di Gaza, con capacità di 100 milioni di metri cubi l'anno.
Costruito dalla francese Vivendi e da imprese israeliane, l'impianto ha una propria centrale elettrica da 80 megawatts: questa brucia gas di un giacimento offshore in acque israeliane.
Evidentemente, l'invidia giudaica non sopportava che i palestinesi potessero avere un giorno la loro autonomia energetica.
Ha approfittato dell'occasione per azzerare ogni speranza; se vorrà luce ed energia, Gaza dovrà chiederla alla nota generosità di Giuda.
Che potrà tagliarla quando vorrà.
Il pretesto è stata la cattura di quell'unico tenero soldatino ebreo.
Così Israele, che tiene nelle sue carceri 9 mila palestinesi senza processo fra cui bambini e minorenni (altrettanti rapimenti), è entrata in forze a Gaza tutto devastando e cannoneggiando.



Per quel soldatino, ha rapito un terzo dei ministri e dei parlamentari palestinesi, ed ha minacciato di assassinio il primo ministro palestinese: il rapimento, ha scritto Haaretz, era stato programmato «diverse settimane fa», dunque l'intera provocazione, probabilmente la stessa reinvasione di Gaza era stata architettata in anticipo (1).
Ovviamente, quello dei palestinesi è «terrorismo».
Quello israeliano, rapimenti di ministri stranieri, distruzioni e assassini, sono la necessaria dolorosa autodifesa - della quarta potenza militare mondiale contro una popolazione inerme, senza luce, senz'acqua, i cui raccolti sono stati fatti deliberatamente marcire dal blocco israeliano di Gaza che dura da cinque mesi.
L'Occidente accetta questa versione dell'arrogante e del prepotente che si proclama vittima.
Accetta la menzogna, che sempre deve accompagnare la violenza.
Il Santo Padre ha richiamato «entrambe le parti» (l'aggredito inerme e l'aggressore armatissimo, il povero devastato e il devastatore, i perseguitati e i persecutori) a un «sincero impegno per la pace», o altra sfiatata frasi del genere.
Il Jerusalem Post si rallegra apertamente di questa acquiescenza e viltà delle opinioni pubbliche occidentali, traendone la sola conclusione ebraica possibile: bene, perciò possiamo far di peggio.
Il che dice che, se una reazione occidentale o papale fosse stata energica, si sarebbero fermati.
Ecco perché siamo tutti colpevoli del genocidio in corso.
Unica eccezione la Svizzera, che ha effettivamente protestato per la brutalità criminosa degli atti.



Il mondo ascolta senza reagire la seguente frase del primo ministro sionista Olmert, che forse nemmeno Himmler avrebbe osato proclamare: «Le vite e il benessere degli abitanti di Sderot (sobborgo ebraico oltre il Muro, ndr) sono più importanti della morte di decine di palestinesi innocenti».
A Sderot cadono talora dei razzi Kassam, che non hanno mai ammazzato nessuno, ma nuocciono al benessere della razza eletta.
Notevole il silenzio che circonda i pochi veri ebrei che stanno protestando contro le brutalità del loro Reich (scusate, «la sola democrazia del medio oriente»).
Qualche centinaio si sono affollati davanti alla casa di Olmert chiedendo di smettere di colpire «i civili palestinesi, perché è un crimine di guerra, e cominciare a trattare coi leader palestinesi, anziché arrestarli» (Yishai Menuhin, membro del gruppo pacifista Yesh Gvul).
Gideon Levy, commentatore di Haaretz, ha avuto il coraggio di scrivere: «Uno Stato che compie certe azioni non è più distinguibile da un'organizzazione terroristica».
La giurista Marjorie Cohn, ebrea americana, ha ammonito pubblicamente che gli atti giudaici contro i palestinesi configurano la «punizione collettiva» sanzionata dall'articolo 50 dell'Aja e 33 della convenzione di Ginevra.
E conclude: «l'esistenza dello Stato di Israele non corre pericolo alcuno. E' la quarta potenza bellica mondiale. Il suo 'nemico', il popolo palestinese, non ha carri armati, né aerei, né artiglieria pesante».
Non ha nemmeno la luce e l'acqua.



Non pare che il Vaticano abbia unito la sua a queste voci isolate e onorevoli.
Per gratitudine ebraica, gli ebrei italiani - che difendono Israele «in pericolo» a causa di Hamas «terrorista», mica prendono le distanze dai criminali di guerra - hanno reclamato l'abolizione dell'insegnamento della religione cattolica nelle scuole nostre.
Alcuni lettori mi chiedono di reagire, temendo che anche questa volta la Chiesa cederà alle richieste dei fratelli maggiori.
No, io credo che stavolta la Chiesa non cederà, e per un motivo: gli insegnanti di religione sono una sua clientela e un suo potere.
Queste creature semi-pretesche, spesso catto-progressiste, spessissimo di identità sessuale lacunosa, che Dio sa cosa insegnano ai ragazzi (non c'è controllo alcuno), prendono degli stipendi pubblici. La CEI li ha sempre difesi come cosa sua, come la CGIL difende i suoi sindacalisti e i suoi prelievi, come ogni altra nomenklatura in Italia protegge le sue caste inadempienti e i propri privilegi a spese dei contribuenti.
L'abolizione della «religione» nelle scuole - uno dei motivi dell'irreligiosità dei giovani - sarebbe perfino benvenuta.
Ma la pretesa ebraica rivela alcune cose gravi.
Anzitutto, la crescente influenza dei fanatici lubavitcher nel giudaismo nostrano (il divieto ai noachici di seguire la loro religione è nei loro programmi).
E poi, la tipica reazione ebraica ad ogni concessione e accomodamento: bene, esigiamo di più, facciamo sempre peggio.
Non si fermeranno finchè nessuno alzerà la voce per dire no.
E se dirà no, sarà bollato come «antisemita».



Avanti così dunque, fino all'instaurazione del regno d'Israele, il regno della «promessa».
Com'esso si configurerà, lo vediamo già a Gaza: i goym trattati come pellerossa, chiusi in riserve sempre più minute e progressivamente soffocati, spietatamente ridotti alla fame, le loro opere costate soldi e fatica di poveri distrutte, portati alla barbarie e alla dipendenza.
Per ora tocca ai palestinesi.
Ma la richiesta degli ebrei italiani rivela che nel regno d'Israele, quando la razza eletta vedrà avverata la «promessa» (il potere sul mondo), anche a noi sarà riservata una riserva indiana.
Quella pretesa dei nostri fratelli maggiori italiani svela che la guerra all'Islam è solo il preludio della guerra ad ogni religione, esclusa quella degli eletti.

Maurizio Blondet




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Note
1) Amos Harel e Yoav Stern, «Haniyeyh, Governement won't fall, 4 Hamas leaders lose Jerusalem residence», Haaretz, 2 luglio 2006. Ecco la frase. «The detention of Hamas parliamentarians in the early hours of Thursday morning had been planned several weeks ago and received approval from Mazuz on Wednesday. The same day, Shin Bet security service Director Yuval Diskin presented Prime Minister Ehud Olmert with the list of Hamas officials slated for detention». Mazuz, Menachem di nome, è il ministro della giustizia (sic) israeliano.




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