di Joseph Halevi

Fino a due decenni fa non esisteva ancora in Israele una sistematica storiografia sulle origini dello Stato. I libri e i saggi di storia erano scritti in termini partitici e spesso da persone che erano presenti negli organismi più legati alla formazione di Israele. Durante tutto il regno del Mapai (il partito socialdemocratico sionista, che governo’ ininterrottamente dal 1948 al 1977, trasformatosi poi in partito del lavoro, Avodà e infine in ‘Un solo Israele’) tutto cio’ che toccava sia le radici storiche dello Stato sia le analisi correnti dei rapporti con gli ‘arabi’ (i palestinesi venivano considerati inesistenti) era gestito in maniera rigorosamente di modello stalinista. La struttura politica del Mapai – con il suo Comitato centrale, con le sue organizzazioni kibutzistiche, con il suo ferreo controllo sul sindacato-impresa Histadrut , con i suoi istituti di ricerche sociali e casi editrici – prevedeva una stretta direzione politica dell’interpretazione storica.

Gli altri due partiti sionisti fiancheggiatori a sinistra del Mapai , il quasi comunista Mapam e il gruppo estremista Achdut ha Avodà – quest’ultimo fondatore delle clandestine brigate terroristiche Palmach , autrici nel 1947-1948 di molte uccisioni ed espulsioni di palestinesi, da cui provennero Yitzhak Rabin e Ygal Allon – essendo più piccoli e più dichiaratamente marxisti, riproducevano in maniera accentuata la concezione ideologica della storia del paese 1 .La pubblicazione – avvenuta prima in ebraico – del lavoro di Yehoshua Porath, The Emergence of the Palestinian-Arab National Movement. 1918-1929 (Cass, London 1974), rappresento’ un novità dirompente poiché vi era documentata la nascita di un movimento di lotta in un periodo – gli anni venti – che i sionisti trattavano come assolutamente privo di presenza politica palestinese. Tuttavia la vera svolta ebbe luogo dopo l’avvento al potere della destra di Menachem Begin nel 1977. La destra israeliana non ha mai sviluppato la rete di istituzioni, di case editrici, di giornali, propria del movimento social-sionista, il quale – avendo una gestione del potere del tutto identica a quella della Democrazia cristiana in Italia – sosteneva le sue reti grazie al controllo esercitato sullo Stato. Di conseguenza, l’allontamento dal potere dopo il 1977 comporto’ una secca perdita dei meccanismi di sottogoverno, che erose rapidamente il controllo intellettuale esercitato dal socialismo sionista sulla vita del paese. I giornali diventarono molto più aperti e oggi i tre organi di stampa del sionismo socialista sono scomparsi 2.

In questo contesto la componente ebraica liberal del paese veniva apertamente influenzata dai traumi generati dalla guerra del Kippur, dalle ripetute invasioni del Libano, fino allo sconvolgimento causato dalla guerra del 1982 e dall’occupazione della Cisgiordania e di Gaza. Temi che ancora negli anni Settanta erano del tutto impensabili cominciarono ad apparire nel teatro e anche nella produzione cinematografica. Sarebbe tuttavia errato credere che questa nuova apertura culturale sia necessariamente foriera di cambiamenti politici. Molto spesso i lavori nel campo artistico e giornalistico non riescono a celare una volontà di autoaccusarsi a fini autoassolutori, una tendenza che, ad esempio, nel campo della poesia è sempre esistita in Israele.

Ritornando alla produzione storiografica possiamo individuare tre campi principali.

Il primo riguarda la nascita del problema dei profughi palestinesi (Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949 , Cambridge University Press, Cambridge 1987; nonché, 1948 and After: Israel and the Palestinians , Oxford University Press, New York 1990).

Il secondo filone riguarda i rapporti con i paesi arabi sul piano diplomatico e militare e il ruolo delle potenze imperialiste (Avi Shlaim, Collusion across the Jordan : King Abdullah, the Zionist Movement and the Partition of Palestine , Clarendon Press, Oxford 1988; Illan Pappé Britain and the Arab-Israeli Conflict 1948-1951 , Macmillan, London 1988, e inoltre The Making of the Arab-Israeli Conflict. 1947-51 , I.B. Tauris, London 1994; Benny Morris, Israel’s Border Wars .

1949-1956 : Arab Infiltration, Israeli Retaliation, and the Countdown to the Suez War , Oxford University Press, New York 1997; infine, Motti Golani, Israel in Search of a War: the Sinai Campaign. 1955-1956 , Sussex Academic Press, Brighton, Portland (Or.) 1998).

Il terzo gruppo di lavori, di cui non mi occupero’ in questa sede, ha tutta l’aria di essere il più scabroso, in quanto mette in dubbio seriamente la conclamata volontà della dirigenza sionista di salvare gli ebrei dalle persecuzioni naziste (Tom Segev, The Seventh Million: the Israelis and the Holocaust , trad. di Haim Watzman, Hill and Wang, New York 1993). Quest’ultimo tema è trattato in forma molto analitica anche da Zeev Sternhell nel volume citato (cfr. nota 1). Sternhell mette bene in evidenza la duplice ammirazione che i massimi ideologi del sionismo socialista, come Yitzhak Tabenkin, guru indiscusso dell’ Achdut ha Avodà , avevano per l’Urss e per il nazismo. La definizione del progetto sionista come socialismo nazionale suggerita da Sternhell è collegata al summenzionato atteggiamento. Complessivamente i tre filoni si intersecano spesso in quanto tutti riportano i vari temi alle diverse fasi della formazione e della evoluzione dello Stato di Israele.

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L’espulsione dei palestinesi venne affrontata, forse per la prima volta in termini schietti, da Tom Segev, giornalista piuttosto che storico di professione, in un libro pubblicato in ebraico agli inizi degli anni ottanta come Ha Yisraelim ha Rishonim (I primi israeliani) poi tradotto anche in inglese. Sfruttando le prime aperture degli archivi, Segev documenta l’esistenza di un comitato per il trasferimento dei palestinesi oltre il Giordano nonché le violenze inferte alla popolazione palestinese. Interessanti sono gli scontri parlamentari tra i comunisti e gli ‘altri’, nel corso dei quali i comunisti denunciano le pratiche adottate contro la popolazione palestinese rimasta in loco, gli ‘altri’ rispondono che Israele si è liberato dagli arabi grazie al massacro di Deir Yassin (un villaggio palestinese nei dintorni di Gerusalemme, attaccato dalle formazioni di destra).

La questione del trasferimento e l'’effetto Deir Yassin’ costituiscono una delle linee conduttrici dell’ottimo lavoro di Benny Morris, docente all’Università Ben Gurion di Beer Sheva, sulla formazione del problema dei profughi. Il volume di Morris, tutto basato sull’apertura degli archivi, è di tipo quantitativo. I commenti storico-politici sono molto scarsi e l’attenzione si concentra sulla concatenazione degli avvenimenti. Questo approccio è stato criticato come ‘positivistico’, cioè improntato a una ricerca di oggettività, che, a mio avviso, rappresenta invece un pregio specialmente in relazione alle deformazioni di tipo stalinista avanzate dal socialismo sionista.

L’autore fornisce un elenco completo di tutti i villaggi palestinesi distrutti e/o evacuati specificando se l’evacuazione era dovuta a espulsione, o ad assalti durante operazioni militari, o alla fuga della popolazione da zona di guerra e a campagne di intimidazione, cioè all’ ‘effetto Deir Yassin’. Pochi sono i villaggi ove la popolazione è partita per evitare di trovarsi al centro dello scontro. Morris descrive anche la ferocia con cui fu espulsa la popolazione delle città di Lydda e Ramla, le operazioni terroristiche volte a far fuggire gli abitanti dei villaggi, nonché gli atti di massacro, rapina e stupro commessi dai soldati israeliani.

In ambienti palestinesi il volume di Morris è stato con qualche freddezza. E, per esempio, il caso di Nur Masalha che ha scritto un magnifico libro sul tema ( Expulsion of the Palestinians: the Concept of ‘Transfer’ in Zionist Political Thought. 1882-1948 , Institute for Palestine Studies, Washington DC, 1992). L’importanza del contributo di Masalha consiste proprio nella ricostruzione del pensiero politico sionista intorno al concetto di trasferimento di una popolazione. Egli critica Morris perché quest’ultimo sostiene che l’espulsione dei palestinesi non avvenne sulla base di un piano predeterminato.

Non vedo ragione di conflitto tra i due autori. Morris riconosce pienamente l’esistenza di un comitato per il trasferimento; conferisce molta importanza al ruolo nefasto di Joseph Weiss, direttore del “Jewish National Fund”, che sollecitava l’espulsione dei palestinesi ovunque possibile. La volontà politico-strategica di espellere c’era. In una situazione fluida non c’è bisogno di un piano; l’obiettivo strategico puo’ essere realizzato quando si presenta l’occasione, anche perché le espulsioni dovevano avvenire senza pubblicità, al riparo dal controllo dell’opinione pubblica mondiale.

In un successivo lavoro dedicato alle operazioni da rappresaglia contro gli ‘infiltratori’ arabi del periodo 1949-1956, Morris smonta il mito che le infiltrazioni fossero esclusivamente terroristiche e orchestrate dai paesi arabi. La maggioranza degli ‘infiltratori’ era disarmata e proveniva dalle file dei profughi che volevano recuperare le loro cose, continuare il raccolto nei campi occupati, visitare parenti. In alcuni casi si trattava di brigantaggio provocato dalla perdita totale di ogni bene e di azioni di vendetta, prevalentemente svolte da giovani. Le rappresaglie israeliane furono durissime, motivate dalla paura che le infiltrazioni fossero il preludio di un rientro in massa. I paesi arabi, specialmente la Giordania, fecero il possibile per impedire le infiltrazioni ma le rappresaglie israeliane cambiavano il bersaglio. Responsabilizzando i paesi arabi, l’ala più bengurionista del Mapai , Dayan e Peres in particolare, cercavano uno scontro volto a completare la conquista della Palestina storica. Per gli oltranzisti, Ben Gurion, Peres e Dayan, l’ostacolo proveniva dalla Gran Bretagna, che non intendeva abbandonare la Giordania.

In questo quadro lo studio di Motti Golani, opportunamente intitolato Israele alla ricerca di una guerra (cfr. supra ), spiega perché la pressione israeliana passo’ dalla Giordania all’Egitto dopo l’assalto israeliano alla caserma della stazione di Gaza nel 1955. Ben Gurion voleva l’occupazione della striscia e della fascia che andava da Eilat a Sharm El Sheikh. Golani mostra che non vi era pericolo per Israele perché gli acquisti di armi cecoslovacche da parte di Nasser furono controbilanciati da acquisti israeliani presso la Francia. Fu Ben Gurion a volere la guerra che, contrariamente alle idee dell’estremista Achdut ha Avodà, Israele doveva assolutamente combattere al fianco di una potenza mondiale. Israele si offri’ da esca per l’intervento anglo-francese a Suez, paracadutando truppe vicino al Canale, permettendo – come già pattuito nei colloqui segreti nei dintorni di Parigi – agli anglo-francesi di lanciare un ultimatum e di intervenire militarmente. Solo a quel punto Ben Gurion lancio’ l’operazione di conquista del Sinai. Per Golani la guerra di Suez pone termine alla dimensione regionale del conflitto mediorientale trasformandolo in uno di tipo geopolitico. Golani ha ragione nel sostenere che, anche nel 1956, Israele usci’ vittorioso sul lungo periodo dato che la sconfitta obbligo’ Nasser a concentrarsi sul riarmo, ad abbandonare le riforme strutturali e quindi a squilibrare il paese che non reggerà al terzo round del 1967.

Altri contributi – come quello di Avi Shlaim – riguardano l’alleanza di fatto contro i palestinesi tra Israele e il re hashemita Abdullah. Chi segue il Medioriente sa che queste sono cose note (tra l’altro, chi scrive pubblico’ in proposito una serie di articoli su “Rinascita” tra il 1969 ed il 1971).

E’ interessante osservare che il Pci inizio’ a esprimere apertamente un mutamento di posizione rispetto alla netta condanna di Israele proprio nel 1987 e 1988, anni in cui venivano pubblicati i primi lavori che corroboravano quella originaria condanna. Il politicismo della ’sinistra’ italiana è l’acido in cui essa stessa si dissolve.

Note:

1 L’ Achdut ha Avodà e il Mapam rimasero uniti con il nome di quest’ultimo fino agli inizi degli anni cinquanta. Nel processo Slansky venne coinvolto e arrestato anche un esponente del Mapam la cui dirigenza critico’ unicamente l’arresto del loro funzionario. Tale atteggiamento costitui’ un elemento di spaccatura tra le due componenti, che in realtà riguardava i rapporti con i paesi vicini e la politica verso i profughi palestinesi. L’ Achdut ha Avodà , fautrice antesignana del ‘Grande Israele’, voleva una nuova guerra contro i paesi arabi e nessun rientro dei palestinesi. Più moderata era invece la posizione del Mapam. La relazione tra sionismo colonizzatore e l’ispirazione marxista di questi partiti è spiegata in maniera definitiva da Zeev Sternhell in Aux origines d’Israël , Fayard, 1996 [tr. it. Nascita di Israele. Miti, storia contraddizioni , Baldini & Castoldi 1999]).

2 Essi erano in ordine di importanza “Davar”, organo del sindacato-impresa Histadrut ma ufficioso Mapai-Avodà; “Al Hamishmar” del Mapam ; “Lamerchav”, dell’ Achdut ha Avodà , confluita nel Mapai negli anni sessanta. Un’ottima discussione della liberalizzazione della stampa dopo la sconfitta dei laburisti nel 1977 si trova nel saggio di Israel Shahak, The Struggle against Military Censorship and the Quality of the Army , pubblicato nel volume dello stesso autore Open Secrets: Israeli Foreign and Nuclear Policies, Pluto Press, London 1997.