| Giovedì 6 Luglio 2006 - 137 | Michele Altamura |

È stato rilasciato tre giorni fa dal Tribunale dell’Aja il comandante militare bosniaco musulmano Naser Oric, dopo un processo per crimini di guerra di soli 18 mesi.
Il giudice Agius lo ha giudicato colpevole di non aver impedito le uccisioni e i maltrattamenti dei detenuti serbi avvenuti nelle prigioni di Srebrenica, ma non colpevole per gli altri capi d’accusa, e per questo è stato immediatamente rilasciato avendo già scontato parte della pena in custodia preventiva.
Si sono così ignorate tutte le prove e le argomentazioni dell’accusa per i saccheggi e la deliberata devastazione di 50 vicini villaggi serbi, perché il “giovane” comandante non era in grado di controllare i suoi mercenari, non avendo un vero e proprio addestramento militare che gli permettesse di far fronte all’esercito serbo.
Il tribunale dell’Aja ha ripetutamente respinto le accuse, e ha dichiarato che lo stesso arresto ed il processo di Oric fossero solo una concessione alla comunità serba, per la quale Oric era senz’altro un criminale, che faceva dei villaggi serbi campi di distruzione e di morte.
A lungo gli avvocati rappresentanti la causa civile della Rep Srpska hanno cercato di portare all’attenzione dei giudici la violenza e lo sterminio che è stato fatto del popolo serbo, ma tutto ciò che hanno ottenuto è stata una sentenza che offende le migliaia di vittime e ridicolizza le accuse fatte. Un comandante musulmano è stato rilasciato come se avesse rapinato un supermercato, e tutto questo per agitare gli animi e creare ulteriori pretesti per denigrare un popolo e il suo dolore, mentre i giudici sorridono con un “sorry” sulle labbra.
Oric è adesso un eroe della resistenza, un valoroso soldato che ha difeso il suo popolo dai genocidi dei serbi, un’icona della vittoria della democrazia e della civiltà in un luogo di barbarie e di odi eterni. Basterebbe oggi verificare quanti serbi esistono in Croazia, in Kosovo, in Slovenia o nella Bosnia musulmana, per capire chi ha fatto veramente fatto la pulizia etnica.
Chi perde e deve subire è sempre il popolo serbo, che dovrà ancora per lungo tempo pagare la strage di Srebrenica, nonostante questa non sia mai esistita e sulla quale il Procuratore Carla del Ponte ha costruito un casus belli.
Natasha Kandic ha così mostrato un video manomesso e montato proprio come se fosse un film, con attori e manichini al posto di soldati e cadaveri. Tutto falso, come falsa era la foto della Nato che avrebbe dovuto testimoniare l’esistenza di fosse comuni. La foto satellitare documenta che da un giorno all’altro è stata scavata una fossa comune, dalle dimensioni un po’ sproporzionate in un periodo di piena guerra, stando alla sua grandezza rispetto all’automobile, cerchiata in basso alla foto. Inoltre se il giorno 8 compare una casa senza alcuna copertura, il giorno dopo la stessa casa ha un tetto, che forse il contadino ha costruito durante la notte. Queste incoerenze ci fanno fortemente dubitare dell’autenticità di una prova così importante, una foto che ha portato una guerra, fomentato odio tra le etnie e devastato tutto. Non a caso la Nato ha bombardato volutamente soltanto le imprese, e non impianti privati, e dunque gli interventi aerei sono stati orchestrati per escludere un’altra parte economica.
Quel maledetto giorno, il generale Mladic entrò nell’enclave di Srebrenica ma Alia Izesbegovic organizzò una vera e propria trappola: l’esercito di 5.000 mila uomini di Oric venne spostato e sostituito con 3.000 Mujaedin, mercenari e criminali che agivano con ferocia e spietatezza.
Aprendosi quello spettacolo dinanzi agli occhi dell’esercito serbo e vedendo che veniva fatta una vera e propria “macelleria” di innocenti non esitò a rispondere al fuoco, e a nulla servì il richiamo di ritirare i loro mercenari, tanto è vero che lo scambiarono per un serbo. I musulmani di Bosnia avevano un vantaggio notevole perché Srebrenica è fatta di colli e avevano armi molto pesanti, che non esitarono ad utilizzare in quel momento, a dimostrazione del fatto che non era un esercito regolare. Un documento, protocollato alle Nazioni Unite accerta che dal 1993 esistevano già fosse comuni lì a Srebrenica, elencando tutti i nomi dei defunti, tra cui sia serbi che musulmani. Infatti al momento dello scontro ci furono molte vittime, morirono circa 600 o 800 persone, ma erano tutti mercenari.
Così come esistono rapporti Onu che testimoniano le violenze perpetuate per lunghi anni contro i villaggi serbi, bruciando case e uccidendo donne, bambini e bestiame. Da tutti i paesi arabi, accorrevano i combattenti mujaidin per difendere i fratelli musulmani, richiamati e addirittura scortati dai caschi blu dell'Onu, che hanno gestito le fila dei mercenari e condotto la regia delle guerriglie.


Il Tribunale degli orrori


Il Tribunale Penale Internazionale per i Crimini di Guerra è un obbrobrio giuridico istituito dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU (risoluzione n. 808 del 22 febbraio e 827 del 25 maggio 1993) su forte pressione degli Stati Uniti in assenza di qualsiasi base legale. Il Consiglio di Sicurezza non ha il potere di fare leggi e istituire tribunali. Un tribunale internazionale avrebbe potuto essere creato solamente sulla base di un trattato internazionale debitamente ratificato dagli Stati interessati. Gli Usa imposero invece la creazione del tribunale come misura straordinaria del Consiglio di Sicurezza per “ristabilire la pace e la sicurezza internazionali” sulla base del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite. Il carattere speciale del Tribunale e l’assenza di base legale permette al Tribunale stesso il compito di stabilire leggi, regole e procedure. Il Tribunale legifera su se stesso, si dà le proprie regole. Lo ha fatto una prima volta nel febbraio 1994, salvo poi cambiarle più volte, con una procedura interna estremamente disinvolta (approvazione per fax, senza dibattito nè procedure di garanzia - art. 6) , adattandole di volta in volta. Le leggi che il Tribunale si dà possono essere retroattive, cioè possono essere adattate post eventum alle necessità dell’accusa. Naturalmente la procedura può essere cambiata in corso d’opera dall’accusa, non certo dalla difesa che non ha al riguardo alcun potere. L’accusa può condurre le indagini a proprio piacimento, senza sottostare ad alcun controllo, può arrestare a piacimento sulla base di accuse segrete di informatori segreti e spedire le persone fermate direttamente all'Aja dove saranno sicuramente condannate in modo esemplare. Su queste premesse non c’è da stupirsi se Il Tribunale viola praticamente tutti i criteri di un giusto processo: non mantiene separata l’accusa dal giudizio; non accorda il diritto alla libertà provvisoria o a un processo celere; non ha una definizione chiara dell’onere della prova richiesto per una condanna; non ha un organismo indipendente presso cui ricorrere in appello; viola il principio secondo cui un imputato non può essere processato due volte per lo stesso reato. Un sospetto, anche in assenza di imputazione, può essere trattenuto in carcere per 3 mesi, un tempo più che sufficiente a estorcergli confessioni che poi, come stabilito dall’art. 92 saranno ritenute valide a meno che il loro autore non possa provare il contrario. Il Tribunale può rifiutare un avvocato della difesa o decidere di non ascoltarlo perchè lo ritiene “aggressivo” (art. 46). L’accusa, con l’approvazione dei giudici, può impedire alla difesa di avere accesso a libri, documenti, fotografie e altri elementi che vengono addotti come prove (art. 66). Le fonti di informazione possono rimanere segrete. In pratica ciò significa che i servizi segreti dei paesi che sono intervenuti in Jugoslavia possono riempire i loro dossier di accuse raccolte con qualsiasi mezzo o inventate senza doverle sottoporre ad alcun controllo o verifica. Le imputazioni e i nomi degli imputati possono rimanere segreti “nell’interesse della giustizia” (art. 53) precludendo così all’imputato ogni possibilità di difendersi. L’art. 32 dello Statuto prevede che le spese siano previste nel bilancio generale dell’Onu, ma questa clausola viene regolarmente violata. Di fatto il finanziamento è venuto direttamente dal bilancio USA o da fondazioni e finanziarie tra cui spiccano nomi come Soros, Rockefeller e varie multinazionali.