Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    Massimiliano71
    Ospite

    Predefinito Altro che tassisti! Adesso c'è davvero da protestare!!!!

    Da www.ilsole24ore.com:

    Manovra da 35 miliardi Via libera del Governo al Dpef 2007-2011
    di Nicoletta Cottone

    Azzerare il deficit e portare il debito sotto il 100% del Pil entro il 2011: con questi obiettivi di risanamento il Governo ha varato il Documento di programmazione economica e finanziaria, un cocktail di tagli alla spesa e impulso alla concorrenza e alla produttività.


    Il documento di oltre 150 pagine è stato presentato nel corso di una conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Enrico Letta.
    Il Dpef 2007-2011, che il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa nei giorni scorsi ha definito «di legislatura», si apre con una citazione di Immanuel Kant sulla possibilità di cambiamento del mondo. E proprio per raggiungere l’obiettivo del cambiamento il Governo punta su tre ingredienti: sviluppo, equilibrio dei conti ed equità.
    La Finanziaria per il 2007 è annunciata come una manovra da 35 miliardi di euro che inciderà su previdenza, sanità, enti locali e funzioni dello Stato (e non pubblico impiego). «Non si compie un risanamento dei conti - sottolinea Padoa Schioppa - se non si interviene in questi quattro comparti».

    Poi il ministro ha quantificato i numeri della manovra per il 2007. «Circa 20 miliardi di euro - spiega il ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa - equivalenti all'1,3% del Pil, al netto di nuove spese che sono stimate per 15 miliardi di euro equivalenti all'1 % del Pil per un ammontare complessivo di 35 miliardi di euro equivalenti a 2,3% del Pil».

    L'anno di rientro del disavanzo al di sotto del 3% è il 2007. «Non c'è una strategia in due tempi», precisa Padoa Schioppa. Il ministro ha anche ricordato che più le misure adottate sono strutturali, più tempo è richiesto per l'entrata a regime. L'inflazione programmata è indicata al tasso del 2%, «passo decisivo verso il realismo», spiega il ministro dell'Economia.

    Si parte dal taglio al cuneo fiscale sul lavoro (dove un elemento di selettività è stato indicato in favore del tempo indeterminato). Il ministro ha sottolineato che non si toccherà il sistema dei contributi pensionistici. Si passa attraverso il potenziamento della filiera produttiva di agro-alimentare, meccanica, turismo, scienza e nuove tecnologie. Uno specifico capitolo è dedicato al Mezzogiorno con misure che consentano l'apertura ai flussi di merci e persone e il potenziamento dell'area come possibile bacino di destinazione di investimenti esteri. Sul fronte delle "funzioni dello Stato" si sta lavorando per intervenire su squilibri, inefficienze, effettuando possibili miglioramenti organizzativi. In arrivo una stretta sul personale, con un piano di riduzione dei dipendenti pubblici accompagnato da un colpo d'acceleratore alla modernizzazione della pubblica amministrazione. L'esodo sarà compensato dalla stabilizzazione del precariato. Sul fronte della sanità ritorna il ticket sui redditi alti. Per gli enti locali sarà abbandonata la logica dei tetti alla spesa corrente per passare a quella dei saldi. Le privatizzazioni andranno a ridurre il debito pubblico.

    «Lo stato dei conti pubblici - sottolinea Padoa Schioppa - richiede una correzione di 2 punti del Pil per scendere sotto il 3% e ha bisogno di un punto in più per realizzare programmi di sviluppo e crescita e interventi di equità».

    Il Pil crescerà dell'1,5% quest'anno e dell'1,2% il prossimo, per poi risollevarsi verso l'1,5% nel 2008, all'1,6% nel 2009, all'1,7% nel 2010 e nel 2011. Queste le cifre programmatiche che indica il Dpef 2007-2011 approvato dal Governo. Il deficit toccherà il 4% del Pil quest'anno, per scendere al 2,8% nel 2007, al 2,2%, all'1,6% nel 2009, allo 0,8% nel 2010 e azzerarsi (0,1%) nel 2011. Il debito raggiungerà il 107,7% del Pil quest'anno, ma scenderà nel 2007 al 107,5% e sarà sotto il 100%, precisamente al 99,7% del Pil nel 2011. L'avanzo primario sarà ricostituito: dallo 0,5% previsto a fine 2006, tornerà al 2,1% nel 2007 e, alla fine del quinquennio, sarà pari al 4,9% del Pil.


    Ho sottolineato i punti che ritengo più importanti.....tagli alla sanità ed alla previdenza, privatizzazioni e mezzogiorno in mano ai capitali esteri....ora sì che c'è da manifestare.

  2. #2
    Massimiliano71
    Ospite

    Predefinito

    Da www.repubblica.it

    Manovra di 35 miliardi: 20 per la correzione, 15 per lo sviluppo
    Confermato il cuneo fiscale, inflazione al 2%. Ferrero (Prc) non firma


    Il governo approva il Dpef
    Padoa-Schioppa: "Sviluppo e equità"


    ROMA - "Il Dpef è costruito intorno a tre concetti: sviluppo, equilibrio ed equità". Il ministro dell'Economia, Tommaso Padoa-Schioppa sintetizza così il senso del Dpef appena approvato dal consiglio dei ministri dopo 4 lunghe ore di riunione e la non partecipazione al voto del ministro della solidarietà sociale Paolo Ferrero (Prc) che non lo ha firmato.

    Padoa Schioppa porta a casa il Dpef, ma in consiglio dei ministri l'approvazione non è una passeggiata. "La crescita economica in Italia è ferma da una decina d'anni, per le generazioni più giovani è quasi l'unica condizione conosciuta", dice il titolare dell'Economia difendendo il provvedimento e tentando di smussare le divergenze interne: "L'impianto del Dpef è stato totalmente condiviso da tutti i ministri".

    I numeri della manovra. Per la Finanziaria 2007 "sono previsti interventi per 20 miliardi (l'1,3% del Pil) al netto di nuove spese che saranno pari a 15 miliardi (1 punto di Pil) con un ammontare lordo di 35 miliardi di euro (2,3% del Pil)". Secondo il ministro Padoa- Schioppa il rapporto deficit/pil sarà 4% quest'anno, 2,8% nel 2007, 2,2% nel 2008. L'avanzo primario sarà superiore al 4% nel 2011. Confermata la manovra da tre punti lordi di pil e due punti netti in modo da scendere sotto il 3% nel rapporto tra deficit e pil nel 2007. La manovra che non contiene misure specifiche "sia perchè è appena iniziata la concertazione, che deve continuare, sia perchè sono in corso i lavori tecnici" spiega Padoa-Schioppa.

    Cuneo fiscale. Confermato il taglio di 5 punti del cuneo fiscale, mentre non sarà rivisto il sistema dei contributi pensionistici. La riduzione del
    cuneo, aggiunge Padoa-Schioppa, sarà strutturata in modo da "favorire il lavoro a tempo indeterminato".

    Rientro dal disavanzo."L'anno del rientro nel disavanzo è il 2007". Padoa-Schioppa conferma le cifre aggiungendo che "per ragioni tecniche e politiche il Dpef è stato costruito tenendo conti dei limiti della raccomandazione Ue", non farlo, secondo il ministro "sarebbe stato un passo falso".

    Inflazione al 2%. "I sindacati potranno notare con
    soddisfazione che ci sono casi in cui la concertazione porta a risultati desiderabili per loro". Per il ministro dell'Economia "la fissazione del tasso d'inflazione programmata al 2%, invece dell'1,9%, è un esempio, la concertazione ha già dato i primi frutti".

    Dove tagliare. Nell'illustrare la manovra, il ministro indica le aree dove il governo ritiene necessario intervenire: "Le funzioni centrali della pubblica amministrazione, non di numero di persone ma più di organizzazione, la spesa previdenziale, sanitaria e la finanza degli enti territoriali. Il complesso di questa spesa è superiore all'80% del totale della spesa pubblica".

    Debito. "Alla fine del quinquennio il rapporto debito-Pil sarà leggermente al di sotto il 100%". Una cifra che potrebbe essere rivista in positivo "grazie alle eventuali privatizzazioni che sono "scalini in discesa" per la riduzione del debito e che sono previste dal Dpef" dice il ministro.

    Il plauso di Almunia. Il commissario Ue agli Affari
    economici e monetari, Joaquin Almunia, promuove il Dpef, giudicando "positivo" sia l'impegno del rientro del deficit sotto il 3% entro il 2007, sia il fatto che, alle misure di correzione, si accompagnino interventi che vanno nella direzione di una maggiore liberalizzazione.

    Le reazioni dei sindacati. Caute le reazioni dei sindacati che rimandano tutto a lunedì, al termine della riunione delle segreterie di Cgil, Cisl e Uil. In mattinata, invece, il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani si era detto "allarmato dai tagli". Un fronte compatto quello dei sindacati. Che, per bocca del segretario generale della Cisl, Raffaele Bonanni, avanza una velata "minaccia" di sciopero: "La Cisl non cambia linguaggio o atteggiamento con il passaggio da un governo all'altro. Contro il governo Berlusconi abbiamo fatto sei scioperi generali. Noi non cambiamo opinione".

    La cautela di Confindustria. Gli industriali, per bocca del direttore generale di Confindustria, Maurizio Beretta, "prendono atto" dellla conferma del taglio del cuneo fiscale. Per quanto riguarda il futuro, la direzione è quella di lavorare nell'ottica dello sviluppo. "Le politiche di risanamento devono essere fatte con i tagli alle spese e non con l'aumento della pressione fiscale".

    Opposizione all'attacco. "Il governo Prodi fa macelleria sociale. Questo è l'unico giudizio che possiamo esprimere di fronte a un Dpef che taglia le risorse per la sanità e le pensioni". Maurizio Gasparri di An attacca frontalmente il governo dopoi il varo del Dpef. Per il Dc Gianfranco Rotondi, "Prodi aveva promesso più stato sociale e comincia tagliando servizi ai più deboli e aumentando le tasse ai più poveri".

    (7 luglio 2006)

  3. #3
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    tiriamo su il buon massi.

  4. #4
    Paul Atreides
    Ospite

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    Questo è il governo di Confindustria e delle banche

    E' il governo che vuole proletarizzare i lavoratori autonomi

    E' il governo che ha al varo terrificanti provvedimenti sulla questione immigrazione

    E' il governo che si prepara a fare l'unica cosa per cui è nato: favorire la grande impresa e le banche

  5. #5
    Paul Atreides
    Ospite

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    Da ''Rinascita''


    L’Unione cerca nuovi elettori

    | Venerdi 7 Luglio 2006 - 14:09 | Giuliano Castellino |

    Mentre quotidianamente le coste italiane vengono invase da immigrati provenienti da ogni angolo della terra, il governo liberal-comunista di Romano Prodi comincia ad attaccare quei piccoli paletti che la maggioranza precedente aveva “osato” mettere per tentare di bloccare l’invasione.
    Ieri si è tenuta al Viminale la prima riunione della Commissione sui Centri di accoglienza, di identificazione e di permanenza temporanea, i cosiddetti Cpt, voluta dal ministro Giuliano Amato e presieduta dall’ambasciatore Staffan de Mistura.
    La Commissione ha deciso di mettersi subito all’opera con un metodo di piena collegialità, raccogliendo le informazioni già disponibili e avviando un serrato programma per arrivare a ispezionare tutti i centri in tempi brevi.
    Le prime visite sono già previste per i giorni compresi tra il 19 e il 23 luglio.
    Questo primo incontro, aperto da un’introduzione del Sottosegretario Marcella Lucidi, che in virtù della delega sull’immigrazione ha curato l’organizzazione, e da un saluto del Viceministro Marco Minniti, è servito, secondo i promotori, a valutare il lavoro da fare per arrivare a formulare, entro i sei mesi del mandato, proposte concrete sui centri.
    In poche e semplici parole, come annunciato in campagna elettorale, vogliono chiuderli e spalancare le porte della nostra nazione agli immigrati.
    I membri della Commissione, oltre al presidente Staffan de Mistura, sono: Gianni Amelio (regista), Pasquale Piscitelli (direttore centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere), Nicola Prete (direttore centrale dei Servizi civili per l’immigrazione e l’asilo), Luca Pacini (responsabile dell’Ufficio immigrazione e diritto d’asilo presso l’Anci), Le Quyen ngo Dinh (Caritas Italiana), Gianfranco Schiavone (Associazione studi giuridici per l’immigrazione), Annemarie Von Hammerstein Gesmold (Federazione delle Chiese evangeliche in Italia), Filippo Miraglia (Arci), Giuseppe Gulia (Acli), Daniela Pompei (Comunità di sant’Egidio), Christopher Hein (Cir), Maurizio Falco (Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione).
    Tutti personaggi ed organizzazioni che da anni, sull’immigrazione, ci mangiano a quattro ganasce! Per loro l’immigrazione e gli immigrati sono una vera fonte di ricchezza, altro che conflitto d’interessi...
    Non solo i centri di prima accoglienza sono finiti sotto la minaccia dell’Unione, ma anche tutta le legge Bossi-Fini, una delle poche leggi sociali e nazionali emanata negli ultimi decenni.
    Il governo ha annunciato di intervenire in maniera profonda sulla legge che regola il fenomeno dell’immigrazione in Italia.
    “E’ un complesso che offre tre possibilità”, ha annunciato il ministro dell’Interno Giuliano Amato, “Anzitutto si può cambiare il regolamento attuativo della legge, per esempio per quanto riguarda i permessi di soggiorno, sui quali anche il Consiglio di Stato dovrà dare il suo parere. Poi, alcune cose si possono fare con decreti attuativi di direttive comunitarie, come nel caso dei ricongiungimenti familiari. Infine interventi come la modifica del presupposto stesso dell’ingresso in Italia, ovvero il contratto di soggiorno che contiene una forma di ipocrisia, esigono invece una modifica della legge in Parlamento”.
    Il titolare del Viminale ha anticipato che cercherà di presentare il pacchetto tutto insieme, per far capire qual è il disegno di fondo.
    In perfetta linea con il centrosinistra il presidente nazionale delle Acli, Andrea Olivero: “Bisogna scommettere su chi scommette sull’Italia. La ricerca evidenzia infatti come il 60% delle famiglie immigrate residenti in Italia intenda rimanere nel nostro Paese in via definitiva. Soprattutto quelle che hanno figli. Queste famiglie sembrano riporre fiducia nel nostro Paese. Noi dobbiamo essere in grado di assecondare il loro investimento, perché saranno proprio loro, e già lo fanno, ad aiutarci costruire il futuro dell’Italia”.
    Le associazioni cattoliche sugli immigrati ci investono da decenni.
    E da decenni percepiscono milioni e milioni di euro dallo Stato per accogliere i “nuovi disperati”.
    Ha continuato il cattolico: “Per il 58% delle famiglie migranti il diritto di voto rappresenterebbe il primo passo per non sentirsi più trattate da straniere. La possibilità di votare, almeno alle elezioni amministrative, ma anche un accesso più rapido al diritto di cittadinanza, soprattutto per i bambini nati in Italia, rappresentano le strade obbligate per una piena integrazione.
    L’immigrazione non può continuare ad essere considerata solo un allarme sociale. Bisogna passare dalla logica dell’emergenza a quella della normalità. In questo senso, anche il nesso immigrato e lavoro, per quanto importante, appare insufficiente a cogliere la realtà dell’esperienza migratoria matura”.
    Ha concluso il presidente dell’Acli: “Se si vuole proporre una nuova politica dell’immigrazione, occorre guardare alle famiglie che gli immigrati costituiscono nel nostro Paese, dando vita ad un progetto di insediamento nella nostra società. Sono infatti le famiglie e non i singoli il vero motore tanto dei processi migratori quanto di quelli d’integrazione. In Italia, invece, la migrazione familiare viene considerata spesso come un escamotage al blocco dell’immigrazione per lavoro”.
    Invitiamo il presidente dell’associazione cristiana a visitare, o meglio, di andare a vivere in quei quartieri o in quei paesi italiani dove si sono concentrate le famiglie di immigrati, poi vediamo se continuerà a dire che l’immigrazione non è un allarme sociale.
    Vada la sera a fare una passeggiata a piazza Vittorio, a Roma,...
    A sostegno delle proposte anti-nazionali della Commissione è arrivata anche il Ministro per la famiglia: “Dobbiamo favorire i ricongiungimenti familiari e investire nelle politiche per l’integrazione. Le famiglie degli immigrati si integrano in Italia anzitutto consentendo loro di formarsi come tali e quindi modificando la legge Bossi-Fini che è stata davvero cinica nei confronti degli immigrati, ingiusta e non adeguata al fabbisogno del nostro Paese”.
    Per la Bindi serve anche un’operazione verità (sic!) che accompagni una programmazione seria: “E’ una sfida che il nostro Paese può vincere, anche perché l’immigrazione è una possibilità, una sfida positiva per l’Italia, che può contribuire anche a invertire il suo declino demografico e rappresentare in qualche modo un’interessante competizione per una nuova stagione italiana di natalità”.
    L’Italia del terzo millennio sarà trasformata nel terzo mondo.
    Da un lato ci sono gli italiani a rischio sfratto, senza una casa ed un lavoro, i più fortunati con una sanità ed una pensione privata, gli altri senza, dall’altro lato ci saranno gli immigrati, tutelati, coccolati e finanziati da chi vuole distruggere il nostro stato sociale, la nostra identità nazionale e la nostra unità di popolo.
    D’altronde è più facile favorire gli interessi della speculazione internazionale avendo a che fare con un popolo povero, dilaniato dalla lotta di classe e di razza e abbandonato al proprio destino.
    Questa è l’Italia che sognano gli ex, post e vetero comunisti a braccetto con i democristiani.
    Una volta li chiamavamo i catto-comunisti...

    Giuliano Castellino

  6. #6
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    e vai!
    adesso addirittura favoriscono l'immigrazione perchè le famiglie immigrate hanno fiducia nell'italia...

  7. #7
    Paul Atreides
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    http://kelebek.splinder.com/

    Articolo "Reagan d'Emilia"

  8. #8
    Paul Atreides
    Ospite

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    Questa sinistra tanto americana...
    di Marco Cedolin [03/07/2006]
    Fonte: Marco Cedolin


    Il decreto Bersani, contenuto nella manovra bis che il governo si appresta a varare è il primo atto di una certa rilevanza messo in essere da questo esecutivo e si rivela quanto mai indicativo della linea di tendenza che il governo Prodi intende perseguire nell’ambito di materia economica.

    Liberalizzare al fine di favorire la concorrenza è stata fin dall’inizio degli anni 90 la parola d’ordine attraverso la quale le forze politiche di ogni colore hanno tentato di scimmiottare il modello americano, ottenendo in verità pessimi risultati e peggiorando talvolta la situazione preesistente.

    Il consumatore che avrebbe dovuto essere il soggetto deputato a fruire dei benefici di liberalizzazioni e concorrenza si trova infatti oggi in una situazione molto più complicata e sfavorevole di quanto non lo fosse 15 anni fa.



    Anche in questo caso Bersani strizza l’occhio ai consumatori, attaccando gli interessi corporativi nel nome del libero mercato e della libera concorrenza. Leggendo le cose in questo modo non ci sarebbe nulla de eccepire e sembrerebbe che il decreto sia in grado di coniugare il pensiero di sinistra con la moderna realtà della società capitalista occidentale.

    Se entriamo però nel merito del decreto stesso scopriamo che la realtà si rivela molto differente rispetto ai nobili propositi propagandati.



    La liberalizzazione delle licenze dei taxi ed il permesso dato ad un unico soggetto di possedere e gestire più taxi è senza dubbio il punto che colpisce più di ogni altro e sta già iniziando a suscitare polemiche.

    I tassisti innanzitutto, pur risultando nella nostra normativa come imprenditori o liberi professionisti, non somigliano neppure da lontano ad una classe privilegiata detentrice magari di grandi capitali. Chi possiede un taxi in Italia ha pagato la propria licenza a caro prezzo e si spende in un lavoro duro all’interno di città caotiche ed inquinate, con il solo risultato di riuscire a sbarcare il lunario alla stessa stregua della maggior parte dei lavoratori dipendenti.

    Non occorre essere dotati di una mente eccelsa per comprendere che la liberalizzazione metterà in ginocchio molti tassisti, i quali mentre stanno ancora pagando il debito relativo all’acquisto della licenza si ritroveranno con il valore della stessa diventato uguale a quello della carta straccia e la redditività del proprio taxi profondamente diminuita grazie all’enorme aumento dei mezzi concorrenti. Così come appare lapalissiano che il permesso per un unico soggetto di gestire più taxi comporterà automaticamente la concentrazione del mercato nelle mani di pochi soggetti con disponibilità economiche elevate, alla stessa stregua di quanto è già avvenuto in passato in molti settori del commercio.

    La bella favola secondo la quale tramite la concorrenza si abbasseranno le tariffe sarà come sempre destinata a rimanere una chimera, poiché nessun soggetto imprenditoriale sarebbe così folle da operare senza ottenere un minimo margine di guadagno e l’ampliamento della quantità di taxi circolanti avrà già ridotto al minimo il margine stesso.

    Nasceranno insomma le grandi compagnie di taxi che nel medio e lungo periodo costituiranno un cartello e porteranno gradualmente verso l’alto le tariffe, così come è già avvenuto per le banche e le assicurazioni.



    I farmacisti come categoria non sono certo assimilabili a chi guida un taxi, essendo innanzitutto la redditività delle loro imprese di gran lunga più elevata, ma anche in questo ambito dietro al mistificatorio velo di buone intenzioni si può intravedere un disegno di segno ben diverso.

    La liberalizzazione introduce la possibilità per un unico soggetto di essere titolare di più farmacie, associarsi, gestire attività all’ingrosso e al dettaglio, senza vincoli territoriali all’attività.

    Anche in questo caso senza l’ausilio di molta fantasia è facile apprezzare l’apertura del settore alle economie di scala e ai grandi capitali, laddove oltretutto soggetti economicamente preminenti potranno costruire veri e propri “imperi” grazie alla commistione fra catene di punti vendita e ingrossi farmaceutici. Per quanto concerne gli ingrossi farmaceutici scompare inoltre l’obbligo di detenere almeno il 90% delle specialità in commercio (per i medicinali non ammessi al rimborso da parte del SSN) con ricadute certo non positive per il consumatore finale che in questo caso è spesso un soggetto debole in quanto afflitto da problemi di salute.

    La possibilità data ai supermercati di vendere i farmaci da banco, se da un lato favorirà i consumatori in termini di comodità e possibilità (tutta da verificare) di ottenere sconti sugli stessi, dall’altro li priverà dell’assistenza di una figura competente in grado di consigliarli al meglio (stiamo comunque sempre parlando di farmaci) e soprattutto sposterà un mare di miliardi nelle tasche della grande distribuzione. Le varie COOP, Auchan, Carrefour, Panorama e tutta la lobby degli ipermercati sono in realtà gli unici soggetti che gongolano in virtù della novità.



    La soppressione della distanza minima tra un esercizio commerciale e l’altro e la liberalizzazione delle merci che possono essere tenute in un negozio, così come quella riguardante la produzione di pane fanno da corollario al tutto, contribuendo a smantellare quelle poche nicchie in ambito commerciale che ancora erano riuscite a sottrarsi all’oligopolio della grande distribuzione.



    Le associazioni dei consumatori si dicono soddisfatte dai provvedimenti, forse ostentando troppa fretta nel prendere una posizione. I consumatori, come gli automobilisti sono in realtà una categoria omnicomprensiva della quale fanno parte anche i tassisti, i commercianti, i farmacisti e qualunque categoria trarrà dal decreto Bersani grossi svantaggi, senza contare che i benefici vanno apprezzati quando si traducono in realtà e non sono soltanto ventilati ipoteticamente sulla carta. Le sorprese in questo senso sono state talmente tante da avercene fatto perdere il conto.



    Togliere reddito alle categorie medie per introitare tale reddito nelle casse di chi detiene il grande capitale non mi sembra in tutta sincerità un pensiero di sinistra, al contrario risulta in sintonia con il modello americano, proprio quel modello che il centrosinistra nostrano insegue pedissequamente inneggiando ogni giorno a miti ormai desueti quali crescita, sviluppo, concorrenza, modernizzazione, competitività.

    Un risultato sicuramente il nuovo governo targato Romano Prodi lo ha già ottenuto, rubando al centrodestra tutte le idee che in 5 anni ha avuto timore di tradurre in realtà, lo ha messo nella condizione di non avere i mezzi per prodursi in alcun tipo di opposizione.

 

 

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