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Discussione: L'affare Dreyfus

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    Predefinito L'affare Dreyfus

    Nel luglio di cento anni fa si concludeva la vicenda giudiziaria del capitano Dreyfus, il clamore della vicenda coinvolse fortemente anche i cattolici francesi e dette origine a molte speculazioni su di essi. Ritengo quindi interessante pubblicare tre articoli trovati sul sito internet
    http://www.kattoliko.it/Leggendanera...&new_topic=169

    Buona lettura


    Processo Dreyfus cento anni dopo la ferità è aperta

    di Massimo Introvigne

    [Da "il Giornale", 22 giugno 2006]

    Cento anni fa, il 12 luglio 1906, il capitano Alfred Dreyfus (1859-1935) è riabilitato dalla Cassazione dopo essere stato condannato nel 1894 all’ergastolo nella terribile prigione dell’Isola del Diavolo, al largo della Guyana francese, per spionaggio a favore della Germania. La pena è commutata a dieci anni di prigione in una sentenza di appello del 1899 seguita immediatamente dalla grazia. Il processo a Dreyfus - certamente innocente e vittima di un complotto di colleghi inteso a proteggere il vero colpevole - diventa una pietra miliare nella storia della Francia moderna. Dreyfus è ebreo, molti dei suoi accusatori antisemiti. Buona parte della stampa cattolica - in una vicenda che rientra certamente fra le colpe per cui Giovanni Paolo II ha chiesto scusa al popolo ebraico, invocando una «purificazione della memoria» - si scaglia contro Dreyfus con toni antigiudaici pericolosamente vicini all’antisemitismo. Dal canto suo, il fronte «dreyfusardo» grida al complotto cattolico contro la laicità della Repubblica francese con toni anticlericali mai così violenti dai tempi della Rivoluzione francese. Il mondo ebraico internazionale - da Londra a New York - non solo si emoziona (è dopo avere assistito come corrispondente di un giornale austriaco alla degradazione pubblica di Dreyfus del 1895 che Theodor Herzl decide che gli ebrei devono andarsene dall’Europa e fonda il movimento sionista), ma si schiera attivamente con Dreyfus e la sua famiglia. E vince: nel centenario della riabilitazione la Francia apre un Museo Dreyfus a Medan e propone di trasferire le spoglie dello sfortunato capitano al Pantheon.

    Ma vince davvero? Tra gli storici e sulla stampa israeliana è in corso un interessante dibattito se il giorno della vittoria nel caso Dreyfus non fu per caso insieme per gli ebrei francesi «il migliore e il peggiore dei giorni», secondo un titolo dell’influente Jerusalem Report. Molti ebrei si erano battuti per Dreyfus in difesa della piena dignità e libertà della loro religione. La Francia «dreyfusarda» che vinse era piuttosto guidata da laicisti, che approfittarono del caso per un «secondo 1789», un «compimento» della Rivoluzione francese che vedeva nella religione in genere la fonte di tutti i conflitti e di tutti i mali. Certo, persero soprattutto quei cattolici che avevano sbagliato l’analisi dell’ebraismo francese del tardo XIX secolo confondendo i politici anticlericali di origine ebraica (spesso non credenti) con le famiglie ebree di antica tradizione religiosa e magari di idee politiche conservatrici come i Dreyfus (secondo il bon mot di un suo professore di liceo, «se non fosse stato coinvolto personalmente, Dreyfus sarebbe stato anti-dreyfusardo»). Il colpo subito con l’affaire Dreyfus è tra le cause di una crisi del cattolicesimo francese che dura ancora oggi.

    Ma a vincere fu una sinistra laicista e antireligiosa, più che la comunità ebraica, cui fu fatto capire che poteva accomodarsi alla tavola comune repubblicana solo parlando il meno possibile della sua religione. Molti si adattarono, perdendo la loro identità. Buona parte della sinistra francese usò gli ebrei nel caso Dreyfus senza veramente cercare di comprendere che cosa fosse l’ebraismo Questa incomprensione dura ancora oggi, come dimostrano i difficili rapporti fra la sinistra transalpina e Israele. Va bene celebrare Dreyfus, si dice a Tel Aviv: ma che a farlo non sia quella sinistra francese filo-islamica e filo-palestinese che spesso brucia bandiere israeliane.

    © il Giornale

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  2. #2
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    Sindrome Olocausto

    di Vittorio Messori

    Nella storiografia del XX secolo si è diffusa la tendenza a leggere tutti i fatti e i personaggi del XX secolo in rapporto alla tragedia della Shoah. Questa visione "giudeocentrica" non va esente da manipolazioni, a volte in chiave polemica contro la Chiesa cattolica, come dimostra il famoso "Affaire Dreyfus".

    [Da "Jesus", febbraio 2002]

    Sergio Romano, già ambasciatore in sedi prestigiose (tra l’altro, a Mosca negli anni della dissoluzione dell’Urss) è tra i più autorevoli commentatori del Corriere della Sera e della Rai, oltre che autore di molti saggi storici. Ebbene, in un suo libro recente, Romano ha osservato che, a partire dagli anni Sessanta del secolo scorso, è andata sempre più crescendo l’attenzione per il genocidio degli ebrei durante il nazismo.

    A differenza di ogni altro evento storico, qui i decenni non hanno portato all’attenuazione della memoria ma, al contrario, a un suo continuo acuirsi. In tal modo, scrive Romano, «si è andata progressivamente affermando una concezione "giudeocentrica" della storia del Novecento. Una visione del secolo, cioè, in cui gli eventi, le iniziative degli Stati, le decisioni delle Chiese, delle istituzioni, delle associazioni e dei semplici cittadini, ruotano come satelliti attorno al sole nero dell’Olocausto e vengono, nella sua luce, assolti o condannati». Insomma, criterio principale del giudizio, per tutti i non ebrei, sembra diventato l’atteggiamento tenuto durante i dodici anni del nazismo, con le sue teorie e pratiche razziali.

    Secondo Romano, questo è avvenuto perché «alcuni hanno visto nella rievocazione della tragedia la possibilità di pareggiare i conti della storia, riscattando gli ebrei dalla accusa infamante (il deicidio) che li aveva segnati per molti secoli». Altri ancora avrebbero individuato «del tutto legittimamente nella memoria della Shoah una sorta di baluardo contro la possibilità di nuove persecuzioni». Ma anche lo Stato d’Israele avrebbe «capito che la letteratura sull’Olocausto poteva garantirgli, nella gestione del suo contenzioso territoriale con le popolazioni arabe, una sorta di semi-immunità diplomatica».

    Quali che ne siano le cause, sta di fatto che anche ai cattolici è accaduto, e tuttora accade, di essere interpellati - spesso polemicamente - sulle vere ò presunte responsabilità della loro storia a questo riguardo. E non soltanto a proposito di Pio XII, ma praticamente di ogni momento della vicenda della Chiesa, messa sul banco degli accusati, oggi, soprattutto per i suoi comportamenti nei riguardi del popolo dell’Antico Testamento. Per questo sarà utile ai lettori ritornare su questi temi, con una carrellata attraverso vari periodi storici e dando sudi essi qualche notizia di solito ignorata o sepolta negli archivi.

    Se guardo ai miei appunti, ecco allora spuntarne molti sul celeberrimo caso di Alfred Dreyfus, l’ufficiale francese, ebreo alsaziano, condannato ingiustamente, nel 1894, alla deportazione in Guyana per spionaggio a favore della Germania. Un caso che può essere accostato all’altro, quasi altrettanto clamoroso, che cominciò nel 1858 quando a Bologna, allora ancora pontificia, un bambino ebreo, Edgardo Mortara, fu tolto alla famiglia per essere allevato come cristiano in quanto si scoperse che era stato battezzato clandestinamente (e abusivamente) dalla domestica cristiana.

    Quando al "caso Mortara" dedicai una ricostruzione il più possibile oggettiva e minuziosa nella rubrica che tenevo allora sul quotidiano cattolico, qualcuno pensò che perdessi tempo nel recupero di curiosità storiche, ormai poco interessanti e magari anche dannose, nell’attuale clima ecumenico. In realtà, poco dopo, Giovanni Paolo II proclamava beato il suo predecessore Pio IX ed esplodeva una campagna di odio e di diffamazioni, dove uno dei posti privilegiati per la calunnia era proprio il richiamo non al vero caso Mortara ma alla sua ricostruzione abusiva e faziosa. Così, alcuni lettori mi scrissero o mi telefonarono per ringraziarmi: proprio quell’articolo (finito, con gli altri, in un libro) ben lungi dall’essere anacronistico, aveva permesso loro di non cedere al dubbio che la Chiesa avesse glorificato un ignobile sequestratore di bambini.

    Per venire ad Alfred Dreyfus: per più di un decennio, quello che chiamano l’Affaire per antonomasia spaccò la Francia e provocò tali reazioni antisemite che Theodor Herzl, allora a Parigi come giornalista, si convinse che ogni integrazione tra israeliti e "gentili" era illusoria e occorreva dunque creare uno Stato ebraico. Nacque così il movimento sionista, che nel 1948 porterà alla fondazione di Israele.

    Proprio perché accusati di far parte dello schieramento antisemita durante il caso Dreyfus, i cattolici furono "puniti" dalle sinistre radicali al governo con le durissime leggi anticlericali del 1905, con la soppressione delle Congregazioni religiose e la separazione radicale tra Stato e Chiesa. Leggi volute dall’ex seminarista passato alla massoneria Emile Combes. Ancora oggi - in Francia ma non soltanto - da ambienti ebraici o laici il fantasma dell’Affaire (che provocò tra l’altro il celeberrimo J’Accuse dell’anticlericale, anzi anticristiano tout court, Emile Zola) è rievocato tra le voci "passive" di cui i cattolici dovrebbero chiedere scusa.

    Andranno allora precisate alcune verità: alla campagna contro Dreyfus - che "doveva" essere colpevole in quanto ebreo e, dunque, "traditore per vocazione" - parteciparono da protagonisti esponenti sia della destra che della sinistra non solo estranei al cattolicesimo ma a esso duramente ostili. Lo stesso partito socialista si spaccò e furono molti che si allinearono alle tesi razziste di uno dei più virulenti antisemiti della storia, Karl Marx. Del resto, si dimentica troppo spesso il fatto essenziale: il capitano fu mandato nell’inferno della Guyana (e lì si cercò di tenerlo sino alla morte, ricorrendo anche a documenti falsi e a processi truccati) dalla classe politica della Terza Repubblica che, come braccio secolare delle Logge, era espressione di una borghesia scientista, radicale, atea. Quanto ai cattolici, il quotidiano cattolico francese, La Croix, edito dagli Assunzionisti, e il quindicinale dei gesuiti, La civiltà cattolica, si schierarono tra gli antidreyfusardi ma non innanzitutto a causa della "razza" di Dreyfus, ma perché buona parte dei nemici più radicali della Chiesa erano schierati a suo favore e perché le alte gerarchie di quell’esercito al cui prestigio si voleva attentare erano cattoliche o, in ogni caso, fautrici della difesa dei valori morali tradizionali. In un certo immaginario cattolico, ancora legato alla vita rurale, gli ebrei, più che persone concrete (ce ne erano ben pochi in provincia, nella "Francia profonda") rappresentavano una realtà urbana, finanziaria, industriale, cosmopolita di cui si diffidava in quanto giudicata pericolosa per la fede e per la morale che se ne traeva. E comunque indubbio che negli ambienti cattolici di cui il periodico italiano e il quotidiano francese erano esponenti, rispuntò, magari virulenta, l’antica diffidenza antigiudaica i cui inizi sono, peraltro, nel Nuovo Testamento stesso e che nulla ha a che fare (non lo si ripeterà mai abbastanza) con l’antisemitismo postcristiano, "razziale".

    La Chiesa istituzionale, comunque, sia francese che universale, non si schierò né pro né contro e tacque durante tutto l’Affaire: anzi, allarmata dagli eccessi verbali de La Croix, Roma allontanò gli Assunzionisti da quel giornale, prima che fossero poi cacciati dal mangiapreti Combes.

    Si parla spesso del grande poeta e scrittore Charles Péguy che avrebbe "salvato l’onore cattolico" schierandosi a viso aperto per Dreyfus e ricordando, come scrisse, che «Gesù non è stato crocifisso dagli ebrei ma dai peccati di tutti gli uomini». Péguy, certo: giustamente si ricorda la sua lotta appassionata per la giustizia, ma non fu il solo. Si scorda che un centinaio di cattolici autorevoli, illustri per meriti civili o culturali (e, tra essi, molti sacerdoti) fondarono il Comité caholique pour la défense du droit e contrastarono sia l’ostilità antigiudaica di certi fratelli cattolici sia l’odio antisemita di tanti "laici".

    Ma c’è un paio di altri credenti sconosciuti ai più e il cui ricordo esemplare non va dimenticato. Il primo è l’avvocato Edgar Demange, cui la famiglia Dreyfus si rivolse disperata, dopo l’improvviso colpo di fulmine dell’arresto di Alfred sotto un’accusa che comportava l’ergastolo e la deportazione nell’inferno della Caienna. Va notato che alcuni altri legali - laicissimi e talvolta ebrei - rifiutarono un incarico che non giudicavano certo onorevole. Demange, avvocato austero e rispettato dai suoi colleghi, ascoltò l’appello dei parenti del "traditore" precisando però, subito, per iscritto: «Accetto l’incarico con la seguente riserva: sarò il primo giudice dell’imputato. Se troverò nel dossier una qualunque accusa che possa farmi dubitare della sua innocenza, rifiuterò di difenderlo. Questo che vi dico è estremamente grave: il giorno in cui si sapesse che ho rinunciato alla difesa, se ne concluderebbe che il vostro congiunto è colpevole ed egli sarebbe perduto. Riflettete prima di accettare. La mia coscienza non mi permette di agire altrimenti».

    La famiglia Dreyfus raccolse la rischiosa sfida. E accettò anche l’avvocato Demange quando ebbe preso visione dell’incartamento, da cui risultava la fragilità dell’accusa e il rischio gravissimo della condanna di un innocente. Per dodici anni, fino al riconoscimento completo dell’estraneità del capitano ebreo ai fatti addebitatigli, Demange non fu solo il legale agguerrito e abile ma anche l’amico sincero, il consigliere affettuoso, l’uomo il cui solo interesse era il trionfo della verità. Una missione che pagò a caro prezzo: perse gran parte della sua clientela, scandalizzata che difendesse il "traditore"; molti suoi colleghi lo isolarono; contro di lui le stesse autorità di governo (impegnate, con l’inganno e la truffa, a tenere in piedi l’accusa) scatenarono una campagna di diffamazione e di intimidazione.

    Ebbene, questo autentico eroe della giustizia, cui va gran parte del merito del riscatto di un innocente, questo avvocato Edgar Demange, era un cattolico non solo per nascita ma per convinzione: un credente, per giunta tradizionalista, schierato politicamente a destra, militante in associazioni eccleesiali che oggi sospetteremmo di "integrismo", convinto "papista". Non a caso diffidava di molti dreyfusardi, ai quali non interessava tanto l’uomo concreto, il povero ufficiale perseguitato, ma il simbolo ideologico e politico nel quale era stato trasformato dalla polemica. Ciò che invece a Demange stava a cuore era assistere la vittima sofferente di un gravissimo errore giudiziario, era l’obbligo di coscienza di impegnarsi a favore di un’innocenza della quale era convinto. Tanto da mettere questa convinzione, lo abbiamo visto, come condizione necessaria per accettare la difesa. Come riconoscono tutti gli storici dell’Affaire, senza il suo avvocato cattolico non soltanto l’imputato ebreo non avrebbe recuperato, dopo tante traversie, la libertà e l’onore, ma probabilmente non avrebbe retto psicologicamente, mancandogli il conforto di un’amicizia così sincera e salda.

    Ma c’è un’altra figura da aggiungere al quadro. Nel 1899, dopo quattro anni di detenzione, in condizioni disumane, in quella Caienna il cui terribile bagno penale (la "ghigliottina secca") era stata una invenzione della "umana" Rivoluzione francese, Dreyfus è riportato in Francia, a Rennes, per essere nuovamente giudicato da una corte militare. Anche per merito del pio avvocato, è ormai imponente il dossier che scagiona lui e accusa invece un altro militare, l’avventuriero Estherazy, per salvare il quale l’esercito, con la connivenza del governo, ha fabbricato documenti falsi. Mentre tutta l’Europa si aspetta il riconoscimento dell’innocenza di Dreyfus, giunge un nuovo, scandaloso verdetto di colpevolezza, con l’ipocrito escamotage delle "circostanze attenuanti" e la pena ridotta a dieci anni e, subito dopo, la grazia del Presidente della Repubblica. Una vergogna, di cui sono responsabili cinque giudici su sette: due ufficiali soltanto, infatti, ebbero il coraggio di rifiutare l’ordine occulto di rinnovare la condanna pur sapendo che l’imputato era innocente, per salvare l"’onore" dell’esercito e la reputazione della classe politica. Uno di quei due giudici era il comandante de Bréon, Egli pure, come l’avvocato Demange, era un cattolico esplicito e fervente. E al punto da costringere la cattedrale di Rennes ad anticipare la prima messa.

    In effetti, le udienze del tribunale cominciavano alle sei del mattino, nella speranza di diminuire l’assedio di una folla eccitata. Ma il giudice militare de Bréon voleva restare fedele alla sua abitudine di cominciare la giornata di lavoro accostandosi all’Eucaristia. Così, per tutta la durata del processo, i canonici del duomo decisero di spostare alle cinque il culto che celebravano, di solito, un’ora dopo. Maurice Barrès, lo scrittore che affettava simpatie per la Chiesa ma non era in realtà che un esteta e un nazionalista agnostico, si indignò - da antidreyfusardo accanito - del fatto che quel comandante così cattolico avesse votato per l’innocenza di Dreyfus e, in un articolo famoso, ne parlò con disprezzo, chiamandolo «un mistico, uno più cristiano che soldato, un uomo di scrupoli». Pensava di insultarlo; e, invece, ne faceva il maggior elogio.

    Mi accorgo però che lo spazio è esaurito e restano inutilizzati molti altri appunti su molte altre vicende. L’appuntamento, dunque, è alla prossima volta.

    © Jesus

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    Dreyfus, non solo antisemitismo

    di Franco Cardini

    [Da "Avvenire", 11 Gennaio 1995]

    Che buffa e tragica cosa, la storia. Ricorre quest’anno il centenario di un paradosso, e non se ne è accorto nessuno. Com’è invece noto, e se ne sono accorti quasi tutti, cento anni fa scoppiò l’affaire Dreyfus: un triste pasticcio patriottardo e antisemita, nel quale giocò tuttavia un ruolo da protagonista l’informazione con tutto il suo potere di distruzione nei confronti della persona. _ stato altresì giustamente notato come tre anni dopo quella data ma ancora nel medesimo clima, proprio a Parigi verso il 1897, fossero confezionati da un agente dell’Ochrana czarista i falsi Protocolli dei Savii Anziani di Sion, paradigmi tanto grotteschi quanto ormai classici della teoria del "complotto ebraico". Che poi non è il solo al mondo: essendovi notoriamente anche un complotto capitalista, uno comunista, uno fascista, uno massonico, uno cattolico, uno musulmano eccetera. _ meno noto, ma non proprio inedito, che una delle basi su cui furono elaborati i Protocolli non era certo il Talmud babilonese, bensì un romanzo-feilleuton dal titolo Biarritz pubblicato da tal Hermann Goedsche, collaboratore del giornalaccio antisemita "Kreuzzeitung".

    I Protocolli e l’affaire Dreyfus sono stati citati spesso quest’anno come basi e radici della malapianta antisemita. Non v’è dubbio che lo siano stati: ma, al riguardo, due o tre precisazioni non saranno inopportune.

    Primo. L’antisemitismo non si alimenta soltanto di propaganda scandalistica, come nulla ha da spartire con il vecchio antigiudaismo cristiano (quello, per intenderci, dell’oremus pro perfidis Judaeis), per quanto gli antisemiti fra Otto e Novecento possano aver pescato anche lì (è noto che Martin Lutero ha scritto pagine violentissime contro gli ebrei). Ciò nondimeno, l’antisemitismo moderno, con le sue premesse biologiche e scientifiche, resta figlio diretto dell’evoluzionismo.

    Secondo. É stato scritto che l’affaire Dreyfus poteva nascere in Francia proprio perché essa era all’avanguardia delle libertà: in Germania, non v’erano ufficiali ebrei. É vero: ma è vero anche che il paese d’elezione dell’antisemitismo era la Russia (infatti è russa la parola pogrom) e che l’antisemitismo francese — che trovò un legittimatore illustre in Charles Maurras, pensatore di alto livello — nacque essenzialmente dopo la grande migrazione in Francia e soprattutto a Parigi degli ebrei russi nella seconda metà del XIX secolo.

    Terzo. L’antisemitismo francese si presentò in occasione dell’affaire Dreyfus all’interno di un brutale scenario del quale facevano parte anche militarismo, antidemocrazia e desiderio di révanche dopo la sconfitta del 1870. Ma se le libertà dei cittadini cattolici francesi non fossero state brutalmente conculcate dai governi laicisti succeduti al Boulanger, e di cui la massoneria era struttura-base, le fandonie antisemite non avrebbero attecchito.

    Al di là di tutto ciò, si parla sempre, e a ragione, del Dreyfus ebreo: ma si dimentica che oggetto dell’odio delle destre francesi era altresì il Dreyfus alsaziano di Mulhouse, il "tedesco": anche se egli aveva optato per la Francia dopo il 1870 e condivideva il mito disgraziato della Révanche.

    Perché questo è il punto. Nelle scuole non s’insegna abbastanza che la rovina dell’Europa ha inizio col 1870 e con la volontà folle della Francia, appoggiata alla Russia, di far qualsiasi cosa per vendicarsi della sconfitta subita dai prussiani. Questo è stato uno dei germi della guerra del 1914. Dreyfus è stato con la sua tragedia il primo sintomo della finis Europae. Sia anche per questo un ammonimento ai giovani d’oggi.

    © Avvenire

 

 

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