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    Predefinito Il governo ha nascosto la stangata nel taxi

    di Il Legno Storto, inviato il 06/07/2006




    di Oscar Giannino
    - Caro direttore, innanzi tutto la mia più filiale solidarietà per le perquisizioni subite da Libero e da Renato Farina. L'abbraccio per la libertà di stampa messa sotto scopa viene ancor più solidale, pensando che si tratta di pubblici ministeri che arrestano ufficiali del Sismi accusandoli di essere servi di quell'odiato nemico che sono gli Stati Uniti d'America.
    Non ti scrivo però per questo, caro direttore, anche se la solidarietà era obbligata. Ma per tornare sul tema del decreto-concorrenza sollevato da Alberto Mingardi. Ho letto quel che ne pensi, che non ti piace e non sei convinto. Io, da liberista mosca bianca, ti dirò che a Enrico Letta e suo tramite a Bersani ho mandato invece un messaggino telefonico mentre ancora stavano facendo la conferenza stampa a Palazzo Chigi, venerdì scorso. Perché sono stati abili, abilissimi. Non è un caso che l'improvvisa sparizione di ogni correzione dei conti pubblici in corso d'anno - pari allo 0,078% del Pil, c'è da sorridere - non abbia avuto alcuna attenzione da parte dei media, attirati dalla rivoluzione del cittadino-consumatore. È tutto vero quel che hai scritto, caro direttore: l'Unione ha cominciato con 12 punti di maggior concorrenza che toccano innanzitutto lobbies e interessi che la sinistra considera ostili e lontani da sé, i tassisti, i professionisti, i farmacisti, i commercianti. Ma ciò non toglie che appartiene alla fisiologia dei sistemi politici, che ogni coalizione tocchi innanzitutto gli interessi che avverte come a sé più lontani. E se il centrodestra si è calato le mutande, quando ha messo al centro dell'agenda l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, la colpa è solo sua e il merito invece della sinistra e del sindacato che l'hanno voluto, potuto e saputo battere. In politica non si regala nulla, e lamentarsi dell'abilità dell'avversario è da mezze calzette. Meglio avere una sinistra che liberalizza le lobbies più moderate e una destra che liberalizza quelle più progressiste del sindacato e del pubblico impiego, che non avere niente e brindare all'immobilismo. Io, almeno, la penso così.

    Ho letto quel che ha scritto Farina - un forte abbraccio a lui per i suoi cassetti empiamente frugati. Lui sta coi tassisti. Bene, io mi ci confronto da tempo, per l'aumento dell'offerta dei servizi in città come Roma . Ho imparato negli anni che nessun sindaco italiano, né di destra né di sinistra, riesce a venire a capo del problema minacciando liberalizzazioni sulla carta taglienti come spade. Ho imparato che molti di loro, presi separatamente dai più assatanati e politicizzati capipopolo - e molte delle loro sigle di categoria - non si oppongono affatto a una politica seria di semplificazione degli oneri e di aumento dell'offerta senza espropri patrimoniali. Anche Bersani e Letta sanno perfettamente che in alcuni grandi Paesi occidentali negli anni fa si è messo seriamente mano a politiche di confronto coi tassisti che hanno realizzato alla fine aumento delle licenze e contemporaneamente equilibratura tra le aree e le ore in cui c'è minor domanda, e quelle invece di picco: il Quebec canadese e l'Irlanda, per esempio, hanno prodotto volumi in materia, soddisfacendo al contempo noi poveri cittadini col bastone - non lo uso per vezzo ma perché non posso più guidare - e insieme i tassisti.

    Ma la bravura di Letta e Bersani è stata quella di emettere una norma manifesto che solleva giustamente il problema, indica una strada che praticamente nessun sindaco seguirà, né la Moratti a Milano né Veltroni a Roma, e fa cascare insieme il centrodestra dritto dritto in trappola. Quella degli esponenti di An che si son fatti applaudire ieri dai tassisti dimostranti. Mentre i cittadini che nei centri urbani restano paralizzati alla fine danno simpatia al governo, e condannano i tassisti. E Prodi gode, giustamente.

    No, caro direttore, diciamolo chiaro: le aggressioni come quelle riservate ieri al ministro Mussi sono sbagliate. Noi che quando la brigatista assassina di Marco Biagi nuovamente alleggerita nella pena ha dichiarato che non c'era alternativa, o ammazzavano Biagi oppure Maurizio Sacconi perché erano loro, le "menti" della liberalizzazione abbiamo chiesto invano che la polizia impedisse i blocchi illegali fatta dalla Fiom per mesi agli ingressi delle aziende metalmeccaniche per piegare innanzitutto gli iscritti alla Cisl e alla Uil che dissentivano dai metodi violenti; noi che abbiamo condannato duramente ma invano i blocchi illegali delle bisarche che hanno fulminato per mesi le aziende che chiedevano solo di lavorare; noi che ieri abbiamo trasalito di liberalizzazione del mercato del lavoro; noi che picchiamo i pugni sul tavolo quando vediamo che l'Unità oggi dà dei golpisti cileni ai tassisti mentre per mesi chi scioperava illegalmente era considerato difensore della libertà, noi per primi caro direttore non possiamo cadere nella trappola dei due pesi e delle due misure.

    Moriremo con ogni probabilità senza il piacere di vivere in un Paese veramente aperto alle libertà individuali e del mercato. Perché gli interessi forti dei monopolisti industriali e del credito restano immuni da ogni agenda di riforma. Basti vedere che ieri il Sole 24 ore ha pubblicato annegato a pagina 37, un articolo in cui un concorrente di Telecom Italia additava con dati precisi la commissaria europea Reding come al soldo dei monopolisti. Basti pensare che, nella commissione creata da Visco per la nuova torchiatura fiscale che ci attende a settembre, l'unica associazione d'impresa rappresentata - non si sa a quale titolo - è proprio l'Abi, con l'idea evidentemente che, a collaborare con chi mira a fare giustizia di classe con più tasse a chi guadagna di più, le banche se la passeranno liscia ancora una volta. Non ho alcuna pretesa di convincerti, caro direttore. Dico solo che se vogliamo continuare a dire che bisogna colpire anche le tutele di troppo agli industrialoni amici della sinistra, se vogliamo sfidare il governo ad abolire il CIP6 che fa pagare la truffa di finte fonti energetiche alternative per decine di miliardi di euro a tutti noi consumatori di elettricità mentre Enel e finti concorrenti ne approfittano; se vogliamo davvero credere a tutto questo allora bisogna che non inneggiamo a chi picchia i ministri del centrosinistra per l'abile intervento che tocca interessi a loro estranei.

    C'è ben altro, per cui scaldarsi: pensa per esempio ai commi 4 e 5 dell'articolo 38 del decreto legge varato venerdì scorso, secondo il quali ogni banca o intermediario finanziario dovrà rendicontare elettronicamente all'Anagrafe tributaria ogni nostro minimo movimento di denari, tutto tranne i bollettini postali inferiori ai 1.500 euro. E' il Grande Fratello orwelliano che precede la patrimoniale secca, il sogno da sempre dell'egualitarismo comunista. Mi fa molto più paura quell'incubo, che la norma manifesto sui tassisti che nessun sindaco attuerà.

    Vicedirettore di Finanza&Mercati
    Da: Libero

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    Predefinito L’equilibrista (il Giornale)

    di Il Legno Storto, inviato il 12/07/2006



    di Gaetano Quagliariello - C'era, quest'anno, un'attesa particolare per la relazione del Presidente dell'autorità antitrust Antonio Catricalà. Alcune segnalazioni del suo ufficio, infatti, si trovano alla base dei provvedimenti economici assunti dal ministro Bersani in tema di liberalizzazioni: licenze dei taxi, abolizione delle tariffe minime per i professionisti, maggiore trasparenza sui conti correnti bancari. E Catricalà stesso non aveva mancato di commentare positivamente la circostanza. Il testo del suo intervento ha corretto gli eccessivi entusiasmi. E conferma quanto a caldo, appena letto il provvedimento, si è sostenuto sulle colonne di questo giornale.

    Il problema della concorrenza in Italia non si risolve con alcune misure tanto marginali quanto spettacolari. Dopo aver ascoltato la sua relazione, di una cosa siamo ancora più convinti. I provvedimenti del governo Prodi in materia di liberalizzazioni sono, più che altro, uno specchietto per le allodole. Per due motivi: innanzi tutto, al cospetto del numero e della vastità delle segnalazioni fatte dall'autorità sono troppo limitati.

    Solo per riferirsi all'ultimo periodo, l'Antitrust ha fatto segnalazioni in tema di energia, trasporto pubblico locale, società cooperative, ruolo delle organizzazioni sindacali nell'esercizio di alcune funzioni di carattere pubblico quali, ad esempio, i patronati e i centri di assistenza fiscale. Non si è qui a richiedere tutto e subito. Va però evidenziato che una politica di liberalizzazione, se perde un respiro strategico generale, può persino divenire socialmente iniqua e discriminatoria.

    E qui s'innesca il secondo motivo di critica ai provvedimenti in oggetto. Essi, infatti, oltre a ignorare molti degli aspetti della concorrenza che avrebbero assunto una ben diversa rilevanza ai fini della competitività del Paese, presentano una contraddizione interna tra norme che tendono a liberalizzare ed altre che, invece, mortificano la libera imprenditoria non organizzata. A tal proposito, ci farebbe sinceramente piacere conoscere quale sia l'intimo convincimento del ministro Bersani sulle costrizioni poste dal suo collega Visco a professionisti e piccoli imprenditori che avranno la conseguenza pratica di deprimerne l'attività economica, oltre che accennare ad una vera e propria militarizzazione della vita civile. In questo contesto, le liberalizzazioni selettive di Bersani, piuttosto che un contributo alla concorrenza, rischiano di trasformarsi in un poco influente complemento, concesso al fine di rendere apparentemente più moderna la normalizzazione di quell'esercito di partite Iva dalle cui file, negli anni Novanta, è esplosa la domanda di modernizzazione economica del nostro Paese.

    Il giudizio è netto. Ma esso consente di affrontare con equità, seppure da un'ottica di parte, uno dei principali nodi implicitamente posti da Catricalà: il rapporto tra l'autorità da lui presieduta e la politica. Ed è un aspetto che, a ben leggere le venti cartelle a stampa, parte da problemi contingenti per affrontare aspetti culturali di fondo.

    L'autorità, è fuori discussione, fa bene a valorizzare le proprie iniziative. Ma dovrebbe astenersi dal valutare l'utilizzo politico che di esse viene fatto. E ciò non solo al fine di ribadire una necessaria indipendenza.

    C'è qualcosa di più. Storicamente, infatti, l'attività di tutela del mercato ha avuto due interpretazioni che, schematicamente, potrebbero definirsi di marca anglosassone e continentale. Nel primo caso, la tutela del consumatore è stata interpretata come un obiettivo al quale pervenire attraverso le strade dell'empiria e della pragmaticità. Non è stato posto un ideale di mercato perfetto né un ottimo di concorrenza. Si è cercato, nelle condizioni date, di comprendere volta a volta quale fosse effettivamente il vantaggio per il consumatore.

    Nel modello continentale, di contro, l'attività delle autorità per la tutela della concorrenza ha sovente ceduto alla tentazione di darsi la missione di correggere le presunte storture del mercato, correndo così il rischio di considerare la difesa dell'individuo-consumatore un mero strumento per raggiungere un fine superiore. In tal modo, l'azione delle autorità continentali, inevitabilmente, si è politicizzata, divenendo finalistica e, per questo, incapace d'individuare le condizioni reali che limitano il mercato.

    Vista in tale contesto, la relazione di Catricalà appare in bilico tra due grandi prospettive culturali. Si è fatta apprezzare per la positiva remissione di un atteggiamento pregiudizialmente ostile nei confronti del mondo delle imprese. Ma, d'altra parte, è risultata riluttante di fronte alla necessità d'individuare i problemi concreti che bloccano la concorrenza in settori cruciali. Solo per fare degli esempi, nell'ambito del gas-energia, il ruolo che ricopre Enel - proprietario della rete di distribuzione e, al contempo fornitore-importatore - non sembra proprio possa essere considerato senza tener conto delle complessive carenze di cui l'Italia soffre nel settore. Per quanto concerne il credito, non è emerso chiaramente se esista o meno, con riferimento al ruolo condizionante tutt'oggi esercitato dalle fondazioni bancarie, un problema di cartello da sconfiggere. Così come, per il settore delle assicurazioni, non è stato detto se e quanto un welfare occulto, fatto di raggiri e piccole truffe, condizioni una possibile regolamentazione più favorevole all'utente.

    La relazione di quest'anno, insomma, apre e non chiude una contrapposizione di fondo tra chi, da liberale, è dalla parte di un consumatore in carne ed ossa pur conscio dell'inevitabile imperfezione della sua difesa. E chi invece, da democratico, ha del consumatore un'idea mitico-strumentale, che veicola un ideale astratto di giustizia ed eguaglianza. Di fronte ai problemi dell'attualità, queste due prospettive non potranno restare a lungo in equilibrio. Tra esse, infine, bisognerà scegliere e sarà bene che i liberali di questo Paese non disertino la battaglia.

    il Giornale, 12 lug 2006

 

 

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