La nota di Massimo Franco Sponda istituzionale per la Lega sconfitta Obbligato il dialogo con Bossi E Napolitano si accredita super partes Sentir dire dal capo dello Stato che Umberto Bossi parla «con grande realismo e responsabilità sui temi delle riforme», provocherà sussulti a sinistra, e non solo; o magari un silenzio di disapprovazione. Ma non si tratta di un riconoscimento formale che Giorgio Napolitano ha voluto dare al leader della Lega nella visita di ieri a Milano. È la mano che il Quirinale tende al partito «più sconfitto» nel referendum sul federalismo; e al quale dà atto di avere posto un problema, seppure indicando ricette che stenta a condividere. Per un «partito del Nord» disorientato, è una sponda istituzionale alla quale aggrapparsi.
Ma non sembra la premessa di svolte clamorose. I lumbard appaiono convinti di non avere alternative all'alleanza con Silvio Berlusconi: almeno a breve termine. Né sorprende l'oblìo concordato sullo scontro che oppose l'allora ministro dell'Interno Napolitano ai leghisti. «Sono passati dieci anni», minimizza Roberto Maroni, che dagli scontri con la polizia in via Bellerio uscì ammaccato. «E poi», aggiunge, «noi siamo un partito e un popolo generoso». Ma è questione di convenienza politica, non di generosità. La Lega è grata ad un capo dello Stato che, in visita a Milano, riceve in Prefettura e legittima un Bossi tuttora convalescente.
Napolitano che invoca «un clima di confronto più obiettivo», gratifica i perdenti del voto di aprile e del referendum di giugno; e contribuisce alla costruzione del suo ruolo «super partes». L'apertura di credito all'alleato più stretto di Silvio Berlusconi (pure incontrato in Prefettura) significa quasi di rimbalzo un'attenuazione dell'ostilità contro un presidente della Repubblica che l'opposizione non ha voluto eleggere. Anche se Napolitano e Bossi sembrano d'accordo soprattutto nel non farsi illusioni. Il capo dello Stato ricorda i «tre tentativi di riforma della seconda parte della Costituzione dal 1993-94 al 25 giugno scorso, non andati a buon fine».
Per questo, addita l'impegno del Parlamento verso «riforme che non richiedono modifiche della Carta»: un inciso nel quale qualcuno vede la possibilità di trovare un paio di temi- chiave sui quali discutere senza far sospettare manovre sottobanco. La reazione leghista è guardinga. Bossi, conferma Maroni, «non crede che a Roma si apra davvero un percorso riformatore: ha grandi perplessità». Il problema è che rischia anche un grande isolamento. E dunque non ha alternative rispetto alla prospettiva di fidarsi di Napolitano e del suo minimalismo riformista. La Lega sa che a sinistra, soprattutto in una parte dei Ds, esiste una voglia di dialogo che va sfruttata e non frustrata.
A nessuno sfuggì l'appoggio larvato di Bossi alla candidatura del diessino Massimo D'Alema al Quirinale, proprio in quest'ottica. Persa la partita, i vertici della Lega all'inizio hanno assunto verso Napolitano un atteggiamento ambiguo: di attacco virulento e di attestati di fiducia.
Da ieri, potrebbe aprirsi una fase nuova, col capo dello Stato possibile garante delle riforme che Bossi considera strategiche. La Lega tentata di nuovo dal secessionismo, che accetta la mediazione dell'uomo che rappresenta l'unità del Paese: sembra paradossale, ma forse non lo è. Unità e riforme sono più intrecciate di prima.
Massimo Franco
04 luglio 2006


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