Ottime notizie stamattina dal Messico:nel riconteggio è in testa Obrador il candidato antiamericano di sinistra.


Ottime notizie stamattina dal Messico:nel riconteggio è in testa Obrador il candidato antiamericano di sinistra.


Se davvero fosse così, sarebbe uno ottimo passo in avanti per il MEssico e per il popolo messicano. Certo è che il Messico non è la Bolivia di Evo Morales e che gli artiglia dell'aquila americana sono molto molto molto vicini. In caso di vittoria di Obrador sicuramente il Messico potrebbe per la prima volta nella sua esistenza di nazione guardare al futuro con occhi diversi da quelli neocoloniali americani. Fox è stato in questi anni una sorta di vicerè di Washington ed Obrador dovrà mettere le mani su una politica economica e sociale strettissimamente legata agli Stati Uniti.Originariamente Scritto da pietro
Vorrei però far presente un intervista comparsa su il Manifesto un paio di mesi fa fatta al Subcomandante Marcos in cui questo si presenta molto critico nei confronti anche di Obrador. Che Obrador in Messico abbia un pò oscurato l'importanza della lotta zapatista questo è innegabile, ora per me è importante vedere come si comporterà quest'ultimo nei confrotni dell'EZLN che per me è dovrà essere uno dei primi banchi di prova di un eventuale (e auspicato) governo Obrador.
Strategicamente parlando un alleanza dell'EZLN con AMLO sarebbe una delle chiavi di volta della svolta messicana (anche perchè dal punto di vista delle masse Marcos e Obrador sono due facce della stessa medaglia).
L'«altra campagna» degli zapatisti
E se anche il Messico passasse al centro sinistra con la vittoria di Andrés Manuel Lopez Obrador («Amlo») del Partito della rivoluzione democratica (Prd) nelle elezioni presidenziali del 2 luglio prossimo? Questa possibilità è nelle speranze di milioni di cittadini. Gli zapatisti, al centro dei media negli anni '90 e ora piuttosto trascurati, paradossalmente non sembrano soddisfatti di questa situazione. Dopo aver costruito nei loro feudi una sorta di autonomia, si intromettono alla loro maniera nella campagna elettorale per uscire dall'isolamento.
Fernando Matamoros Ponce
Il primo di gennaio 2006, disarmato ma con il suo passamontagna, il subcomandante insorgente Marcos, il più celebre tra i dirigenti dell'Esercito zapatista di liberazione nazionale (Ezln), ha lasciato il suo feudo sulle montagne del Chiapas. Ribattezzato «sotto-delegato zero», Marcos intraprende, in moto, un viaggio che lo porterà nei trentuno stati messicani insieme a una delegazione indigena, fino alla vigilia delle elezioni presidenziali del prossimo 2 luglio.
Al di là del riferimento all'epico giro del Sudamerica, effettuato, nel 1952, su un trabicolo scoppiettante - La poderosa - da colui che diventerà Ernesto «Che» Guevara (1), il «sub» lancia una nuova iniziativa politica di portata nazionale e internazionale. Partito per «ascoltare la gente» e diffondere «un'altra campagna», durante la prima tappa a San Cristobal de las Casas, egli ha spiegato chiaramente il senso di questa nuova mobilitazione: «Noi abbiamo definito una linea molto chiara: una linea di sinistra e anticapitalista. Non di centro, non di destra moderata, non di sinistra razionalista e istituzionale. Ma di sinistra, laddove si situa il cuore, laddove è il futuro». Il voto «utile» per la destra, nel 2000, seguito dalla sconfitta elettorale del Partito rivoluzionario istituzionale (Pri), ha condotto alla presidenza della Repubblica Vicente Fox del Partito di azione nazionale (Pan). La sua promessa di presentare al Congresso una proposta di «legge indigena» da inserire nella Costituzione ha portato a una delusione in più per gli zapatisti. La sottoscrizione degli Accordi di San Andrés «sui diritti e sulla cultura indigena» nel 1996, al termine di una trattativa con il governo di Ernesto Zedillo gli aveva reso, un tempo, la speranza. Tuttavia, nonostante gli impegni presi, Zedillo oppose il veto a questo passo avanti. Da questo punto di vista, l'arrivo al potere del Pan non ha cambiato nulla.
Certamente nella primavera del 2001 i principali partiti del Congresso - il Pan, il Pri, ma anche il Partito della Rivoluzione Democratica (Prd) di centro sinistra - hanno votato una «legge indigena». Ma, agli occhi degli zapatisti e del Congresso nazionale indigeno questa legge, molto lontana dal testo e dallo spirito degli accordi di San Andrés, conservava il paternalismo statale nei confronti delle popolazioni autoctone. Per questo motivo, al termine di una marcia di 3.000 chilometri fino alla capitale, gli zapatisti interrompevano ancora una volta un dialogo insoddisfacente.
Da allora, evitando gli scontri e trascurando le provocazioni, le comunità zapatiste hanno deciso di applicare unilateralmente gli accordi del 1996 nei territori ribelli. A partire dall'agosto del 2003, ispirandosi all'immaginario collettivo maya, esse hanno concentrato i loro sforzi per ricostruire le antiche tecniche di resistenza, strutturando l'autonomia in zone chiamate Caracoles (chiocciole) e in Giunte del buon governo (Juntas de buen gobierno), intese come organismi di coordinamento dei comuni autonomi in ogni zona (2).
Il viento de abajo (il vento dal basso) evocato da Marcos nel 1994, si è rafforzato: «Questo vento dal basso, quello della ribellione, della dignità, non è solamente una risposta al vento dall'alto che si sta imponendo (...), non è solamente la distruzione di un sistema ingiusto e arbitrario, è soprattutto una speranza, quella della conversione di dignità e ribellione in libertà e dignità. Questo vento verrà dalla montagna. Sta nascendo sotto gli alberi e cospira per un mondo nuovo a tal punto che è ancora un'intuizione nel cuore collettivo che lo alimenta...» (3). Grazie a queste nuove forme di organizzazione, le comunità realizzano autonomamente i propri programmi di educazione, di sanità e di commercio, creando piccoli negozi e cooperative. Non accettando né il denaro, né i progetti del governo, si danno dei ritmi di vita che contrastano quelli della mercificazione e affrontano il processo di globalizzazione grazie al pensiero e alle leggende indigene.
«Raccontano gli antichi, che Yaconooy era un piccolo guerriero ma valoroso e audace, che non temeva niente e sembrava grande e potente ... Il sole rise confidando nel suo potere e nella sua forza e ignorò il piccolo essere che, dal suolo, lo sfidava. Yaconooy tornò a sfidarlo e disse:"Non mi spaventa la forza della tua luce, come arma ho il tempo che matura nel mio cuore", e tese il suo arco, puntando la freccia al centro del sole superbo. Il sole rise di nuovo e strinse la cintura di fuoco intorno al ribelle per rimpicciolirlo ancora di più. Ma Yaconooy si protesse con il suo scudo e così resistette mentre il mezzogiorno cedeva il posto alla sera. Impotente, il sole vedeva la sua forza diminuire con il trascorrere del tempo e il piccolo ribelle continuava a resistere protetto dal suo scudo, aspettando il momento giusto per l'arco e la freccia» (4). Gli zapatisti non sperano di arrivare al potere, ma vogliono che le branche del sapere raggiungano la memoria, come le radici della Ceiba (5), albero mitico per i maya, luogo di riunione e di discussione delle comunità. Certamente, questo consolidamento silenzioso del potere locale non va avanti senza difficoltà. Così, l'avvicendamento immaginato ai vertici dei consigli pone un problema: «Noi non vogliamo - spiega Marcos - che la possibilità di governare sia prerogativa di un gruppo, non vogliamo che esistano politici"di professione", vogliamo che il maggior numero di persone possa prepararsi alla vita politica e che ci si liberi dal principio per cui il governo può essere affidato solo a certe persone... A volte questo metodo complica la realizzazione di alcuni progetti, ma in contropartita produce una scuola di pensiero che, alla fine darà i suoi frutti generando un nuovo modo di fare politica» (6).
Dal 1 gennaio 1994, giorno dell'insurrezione zapatista, la situazione è tuttavia cambiata. Dopo aver influenzato il modo di vedere della «società civile globale», raggiunto una grande credibilità e giocato un ruolo importante nella transizione messicana, l'Ezln non ha potuto trasformarsi in forza politica nazionale. Il 1 gennaio 1996, con la quarta dichiarazione della Selva Lacandona, Marcos ha lanciato l'idea proprio di un Fronte zapatista di liberazione nazionale (Fzln).
Questa organizzazione sorella, ma distinta, fondata a Città del Messico 20 mesi dopo, ha cercato di essere il braccio politico della guerriglia.
Il tentativo si è risolto in un insuccesso. Marcos, a poco a poco, è stato oscurato da Andrés Manuel Lopez Obrador (Amlo), sindaco e poi ex-sindaco Prd di Città del Messico, favorito alle prossime elezioni presidenziali. Queste elezioni potrebbero portare il paese a sinistra per la prima volta nella storia.
In questo contesto, gli zapatisti, coscienti dell'affanno del loro movimento, riappaiono improvvisamente con la Sesta dichiarazione della Selva Lacandona del giugno 2005: «Un nuovo passo avanti nella lotta indigena è possibile solo se l'indigeno si unisce con operai, contadini, studenti, insegnanti, impiegati, cioè i lavoratori della città e della campagna» (7).
Boccata d'ossigeno di fronte al «suicidio» dell'isolamento, questa dichiarazione è una proposta teorica ma anche pratica per organizzare l'azione politica; si presenta come un incendio attizzato dal «vento dal basso».
Proponendo un'alleanza con le organizzazioni popolari e una consulta in vista dell'elaborazione di un «programma nazionale di lotta anticapitalista e di sinistra», come contrappeso ai partiti tradizionali, all'Ezln piacerebbe collocarsi all'interno del processo di rinnovamento dei movimenti di resistenza globale, di cui, ai loro occhi, le manifestazioni di Seattle, Roma, Parigi, Hong Kong, L'Avana, Caracas, Brasilia, La Paz sono testimonianza. Ma per certi aspetti l'Ezln sorprende.
Infatti, anche se Marcos attacca vigorosamente il Pri e il Pan, prende di mira ugualmente il Prd, «il partito dell'errore tattico», al quale sembra riservare alcuni dei suoi colpi migliori.
Il 24 aprile 2005, una folla immensa ha manifestato a Città del Messico per difendere il diritto di Lopez Obrador di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2006, in un momento in cui il potere manovrava per escluderlo.
«Al di là del dramma tragicomico, il processo per l'esclusione dal Parlamento di Amlo è stato un buon indicatore dell'insoddisfazione popolare - ironizza Marcos - ma anche e soprattutto un eccellente trampolino elettorale... per colui che è stato escluso» (8). Poi spara ancora più basso: «Per conoscere i progetti di un candidato al potere, non bisogna ascoltare quello che promette a coloro che stanno in basso, ma quello che dice a quelli che stanno in alto - ad esempio nelle interviste rilasciate al New York Times e al Financial Times. (...) La parte centrale del programma presidenziale di Amlo (...) è la stabilità economica, che significa sempre più profitti per i ricchi, miseria e espropriazione crescenti per i poveri con il ricorso alla forza per soffocare il malcontento di questi ultimi».
Non si può spiegare «l'altra campagna», luogo di elaborazione di spazi politici autonomi, come una guerra per i posti di direzione tra l'Ezln e il Prd. Dal punto di vista degli zapatisti, il fatto che Lopez Obrador sia di sinistra radicale piuttosto che riformista di centro-sinistra non è importante per comprendere cosa rappresenta.
Non si tratta di un individuo e/o di correnti del Prd, alcune notoriamente di destra e antizapatiste, ma di milioni di messicani.
Proprio attraverso le lotte contro l'esclusione di «Amlo», questi uomini e donne, zapatisti urbani e perredisti (militanti o simpatizzanti del Prd) sono scesi in piazza per difendere le conquiste ottenute a Città del Messico. Come Marcos, Lopez Obrador è un simbolo della volontà storica di trasformazione. Non solo rappresenta un passato di lotte, ma possiede anche la parola esaltata dagli neozapatisti e dai chilangos (9).
I simboli si mischiano: nell'immaginario popolare, Amlo è associato a Marcos e incarna il desiderio di cambiamento. «L'altra campagna» rinforza questi desideri, ma si pone anche come garanzia contro la «frustrazione annunciata», sia per la pratica e le posizioni di certe correnti del Prd contro gli zapatisti che per la pressione delle istituzioni finanziarie mondiali. Il suo percorso non è il lancio di una contro-campagna né un'appendice della candidatura di Lopez Obrador, anche se è così che viene presentata nelle discussioni nazionali e istituzionali.
Si è rinfacciato all'Ezln di fare perdere voti e militanti a Lopez Obrador e al Prd. Gli zapatisti hanno ricordato che le loro forme di organizzazione non sono centrate sulle elezioni. Secondo l'interpretazione indigena della parola, l'«altra campagna» costituisce un'arma di riflessione contro le pratiche da politicanti e «rivolta al cuore del tempo che fa sgorgare le fonti di ribellione diffuse dal vento dal basso».
La questione è prendere posizione sullo scacchiere politico, esigere dai governanti che dicano che cosa hanno fatto, che cosa fanno e si preparano a fare, non di attaccare «Amlo» e il Prd. Gli zapatisti in effetti non dimenticano che nell'aprile 2001 tutti i partiti si sono accordati per votare contro gli Accordi di San Andrés. Non hanno dimenticato che sono stati traditi durante «riunioni segrete» e che votando contro la «legge indigena» si sono burlati dei nativi e delle loro speranze di riscatto. Secondo l'Ezln fu un «calcolo politico» di alcune correnti del Prd, mirato a contenere la rilevanza pubblica e nazionale della loro organizzazione e a «imprigionarli» nelle azzurre montagne del Chiapas.
Sebbene numerosi perredisti solidarizzino con gli zapatisti, loro non dimenticano gli altri che li hanno abbandonati, condannandoli a una morte lenta, come, in passato, si è mirato all'estinzione dei popoli nativi attraverso politiche indigeniste di acculturazione e integrazione forzate.
note:
* Istituto di Scienze sociali, Università Autonoma di Puebla, Messico.
(1) Leggere Ernesto Che Guevara Viaggio in motocicletta, Feltrinelli, 2003.
(2) Ogni Giunta del buon governo ha la sua sede in uno delle cinque caracoles.
(3) Ezln, «Dos vientos: una tempestad y una profecia» in Documentos y comunicatos, vol. I, Era, Messico, 1994, p. 63.
(4) Marcos, La jornada, Messico, 3 febbraio 2003.
(5) Nei miti maya, la ceiba rappresenta le radici della storia, i morti e le speranze di liberazione. Leggere Jean-Marie Le Clezio, Il sogno messicano, Gallimard, Parigi, 1988.
(6) Envio, Managua, settembre 2004.
(7) «Sesta dichiarazione della Selva Lacandona», giugno 2005, www.ezln.org/documentos/2005/sexsta.es.htm.
(8) Sub Comandante Marcos, «la geometria impossibile del potere», montagne del sud est messicano, sesto mese dell'anno 2005.
(9) È la maniera gergale di chiamare gli abitanti di Città del Messico.
(Traduzione di G. B.)
A luta continua


gli Usa hanno ancora metà territorio Mexicano che hanno storatto nell'800.


Siete sicuri della rimonta? Non riesco a trovare nulla sul web...
A pugno kiuso!


La notizia l'ho letta oggi su Il Manifesto. Sembra che dopo un ennesima notte di riconteggio Obrador sia sotto di 270000 voti. Molto forte sembra la possibilità di brogli tanto che lo stesso subcomandante Marcos dal Chiapas ha dato sostegno a Obrador dicendo testualmente "lassù alcune cose non sembrano quadrare". Poprio per questo motivo Obrador ha chiesto un nuovo riconteggio (tra l'altro rifiutando un offerta da parte opposta di un governo di larghe intese) e ha chiamato a scendere nelle piazze per protestare i suoi sostenitori.Originariamente Scritto da chenap
La situazione è ancora molto incerta comunque. E sembra che da più parti anche sterne al Messico si parli di possibili brogli.
A luta continua
I destro conservatori solo imbrogliando possono vincere.
Ma speriamo che nelle stade la lotta continui.
Spero bene che vinca anche lui.
I grattacapi americani verranno tutti dal Centro-Sud America (anche se il Messico si dichiara Nord America, io lo sbatto nel Centro), Morales, Chavez, Lula, Kirchner...sbaglio o l'Argentina poco tempo fa si è tolta dal giogo del FMI, uscendone?
Fosse anche l'Europa un po anti-americana...a quest'ora gli yankee piangerebbero di brutto...


E' evidente che il dipartimento di stato non consentirà, passivamente, un cambio di amministrazione in un paese il cui controllo è semplicemente strategico per gli USA.
Quanto al sub comandante Marcos e all'EZLN, tutto il rispetto ed il supporto morale di questo mondo: ma si sappia che è un fenomeno, almeno fino ad oggi, volontariamente avulso dal processo di liberazione bolivariano avviato da Castro e Chavez su scala continentale.
Il che è molto, molto indicativo a riguardo di certe imbarazzanti simpatie che l'ex consigliere della Casa Bianca Henry Kissinger ha espresso nei confronti del movimento indigenista in questione, e della sua guida.
Attenzione agli inganni dello "spettacolo". Quando un rivoluzionario piace troppo ai media, e quindi al potere, qualcosa non torna.![]()
PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!


L'europa è immersa in un brodo di coltura americanista del tipo più pericoloso: non il fanatismo neocon e cristianosionista degli USA, che è sindrome visibile e facilmente identificabile.Originariamente Scritto da Segafredo
In Europa predomina una concezione esistenziale, radicata ed ormai endemica, che deriva dall'americanismo di prima generazione, quello "progressista", incentrato sull'edonismo materiale e morale più spinto.
L'Europa è la terra ove il relativismo morale ed il pluralismo etico degenerano nel nichilismo più feroce, inducendo nell'uomo il sonno senza sogni della "ragione".
Non vi sono i margini, prima di tutto sul piano "sociologico", per poter anche solo immaginare fenomeni diffusi di tipo bolivariano.
Anche in caso di crisi economica feroce, in queste condizioni, l'europa scivolerebbe nel baratro in cui si trovò l'Argentina qualche anno fa.
Niente di più dello homo homini lupus.
Nella migliore delle ipotesi si deve ragionare in termini di decadi.
PRO SA REPUBRICA DEMOCRATICA SARDA
FINTZAS A SA BINCHIDA, SEMPER!


Bravissimo Shardana, analisi che condivido completamente!!Originariamente Scritto da Shardana Ruju
CON LA RESISTENZA IRACHENA
GUERRA ALLA GUERRA IMPERIALISTA!