Risultati da 1 a 3 di 3

Discussione: Rallentiamo Il Mondo

  1. #1
    email non funzionante
    Data Registrazione
    25 Jan 2006
    Messaggi
    2,886
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito Rallentiamo Il Mondo

    OMNIA SUNT COMMUNIA


    RALLENTIAMO IL MONDO

    L'Espresso - di Giorgio Ruffolo
    >
    > Il capitalismo è un treno in corsa verso un abisso. Fermarlo? Si può.
    > Ma solo con una rivoluzione antropologica. Che realizzi l'utopia di
    > un'economia sostenibile e solidale
    >
    > Dé-penser l'economie. È il titolo del saggio di un sociologo francese,
    > Alain Caillé, direttore della "Rivista del Mauss", che significa
    > Mouvement antiutilitariste en sciences sociales, ma è anche il nome di
    > un famoso antropologo e sociologo francese cui quella rivista si
    > ispira. Titolo barocco e provocatorio ma significativo, perché
    > annuncia con qualche baldanza il tramonto del paradigma dominante che
    > occupa il nostro spazio e scandisce il nostro tempo; e che, tuttavia,
    > mostra sempre più vistose incrinature.
    > L'egemonia ancora indiscussa del paradigma economico si spiega con
    > l'avvento storico dell'economia capitalistica di mercato: processo di
    > progressiva emancipazione dell'economia dalla società nella quale per
    > millenni è stata incastrata (embedded) in una spirale di sviluppo
    > accelerato che, generata in Europa, ha investito con la sua potenza
    > esplosiva l'Occidente e, oggi, il mondo intero. Dopo il crollo
    > dell'alternativa comunista, dissolta come un grattacielo che crolla
    > sullo schermo di un video silenzioso, il capitalismo,
    > domina incontrastato, non solo come sistema economico dell'economia,
    > ma come struttura della società e come forma del suo immaginario.
    > Definitivamente? Ovviamente, non c'è nulla di definitivo nella storia.
    > Ma non si vedono proprio alternative credibili al capitalismo,
    > all'orizzonte. Fallita clamorosamente e tragicamente quella comunista
    > (presente oggi solo come nostalgia inoffensiva o come logo
    > pubblicitario scaduto) le alternative si sono ritirate nello spazio
    > della contestazione o dell'utopia. Al primo tipo appartengono i
    > movimenti no global, efficaci, talvolta molto efficaci, nel denunciare
    > le iniquità, le devastazioni, i rischi ecologici e sociali del
    > capitalismo, ma del tutto incapaci e disinteressati a offrire progetti
    > alternativi. Le pretese a una ispirazione marxista che talvolta questi
    > movimenti esibiscono sono del tutto improprie. La denuncia degli
    > "orrori" ("Sangue, lacrime, fango") connessi soprattutto con le
    > origini del capitalismo era del tutto estranea a un tipo di retorica
    > che Marx bollava come «pathos dimostrativo». Quegli orrori erano
    > considerati infatti come il costo "necessario" di una evoluzione che
    > avrebbe provocato l'autodistruzione del capitalismo e la sua
    > trasfigurazione in una società socialista generata dalle sue stesse
    > contraddizioni. Non solo: Marx non si limitava a denunciare gli
    > orrori, ma descriveva con autentica ammirazione, nel "Manifesto",
    > l'avventura rivoluzionaria di una borghesia che aveva trasformato il
    > mondo, strappandolo al torpore delle civiltà contadine e sottraendola
    > al dispotismo delle aristocrazie. Era un convinto sostenitore della
    > crescita e della globalizzazione. Nel secondo tipo, quello delle
    > utopie, si inscrivono le proposte di nuove forme di organizzazione
    > economica non capitalistica. E queste a loro volta si distinguono in
    > utopie radicali alla Illich, del ritorno alla semplicità conviviale
    > attraverso la destrutturazione delle istituzioni, che Marx avrebbe
    > certamente considerato reazionarie; e in utopie solidaristiche, di una
    > economia avanzata, ma fondata sulla cooperazionea anziché sulla
    > competitivita. Delle prime non mette conto parlare seriamente, anche
    > se nella critica delle istituzioni (la sanità, la scuola) si trovano
    > analisi illuminanti. Le altre, non eversive ma riformiste, colgono
    > invece un aspetto concreto: la distruttività della crescita
    > capitalistica, la necessità di trovare altre vie possibili e
    > "sostenibili" a una economia capitalistica altrimenti votata al
    > disastro. La domanda che esse pongono è questa: è possibile un'altra
    > economia, non capitalistica, ma altrettanto efficace? La risposta di
    > Caillé, che sottoscrivo, è no. A meno che non si esca dal paradigma
    > egemonico dell'economia. Vediamo. Qualunque riflessione seria sul
    > capitalismo deve riconoscere il suo enorme contributo allo sviluppo
    > della specie umana: della sua potenza, della sua ricchezza, del suo
    > benessere. Quali che siano stati i suoi orrori - e sono stati immensi
    > - non sono certo superiori a quelli delle civiltà che l'hanno
    > preceduto, fondate sulla schiavitù, sull'oppressione, sulla violenza;
    > mentre altrettanto immensamente superiori sono i suoi meriti:
    > l'incomparabile promozione delle forze produttive, la diffusione
    > prodigiosa delle innovazioni tecnologiche e, nei tempi più recenti, il
    > compromesso politico con l'altra grande forza della modernità: la
    > democrazia.
    >
    > Una riflessione seria non può, d'altra parte, non riconoscere il
    > rovescio della medaglia: non solo l'esaltazione di Faust, ma anche la
    > sua dannazione. Il capitalismo ha scatenato poderose forze distruttive
    > dell'ambiente naturale e della coesione sociale, fino a minacciare la
    > sopravvivenza stessa della specie. Il suo è come quel treno di un film
    > famoso, lanciato verso l'abisso di Charing Cross. La sua "dannazione"
    > sta nell'assurdità della sua logica della crescita illimitata. In
    > natura non esistono processi di crescita sterminati, che non siano
    > votati allo sterminio. I bambini non crescono come giganti, gli alberi
    > non crescono fino al cielo. Solo gli interessi composti crescono
    > indefinitamente, ma distruggendo il capitale su cui si fondano. A un
    > tasso di sconto del 5 per cento l'equivalente della ricchezza mondiale
    > dei prossimi 200 anni è il prezzo attuale di un buon appartamento; al
    > tasso del 10 percento, di una auto usata. L'illusione della ricchezza
    > finanziaria si dissolve nel tempo. Le alternative alla minaccia di
    > Charing Cross sono: scendere dal treno, e cioè la decrescita,
    > suggerita dall'ecologia estremista; tapparsi dentro il treno oscurando
    > i finestrini; cambiare direzione. La prima, a parte la sua
    > desiderabilità, appare impossibile. La seconda è quella che stiamo
    > praticando, e non sembra molto saggia. In che cosa può consistere la
    > terza? Anzitutto, nell'arrestare la crescita globale più o meno al
    > livello attuale, realizzando lo "stato stazionario": una prospettiva
    > che gli economisti classici consideravano non solo realistica, ma
    > inevitabile (stazionario non significa statico, ma dinamico; e però,
    > solo nella composizione e nella qualità del prodotto: un lago aperto,
    > non uno stagno). Questa deviazione, dalla crescita all'equilibrio,
    > comporterebbe una formidabile redistribuzione delle risorse tra i
    > ricchi e i poveri del mondo, non essendo concepibile che la crescita
    > possa essere stoppata per entrambi all'attuale livello di
    > disuguaglianza, comporterebbe inoltre, all'interno di ogni paese, la
    > fissazione di qualche limite del reddito, minimo e massimo. E,
    > comunque, la sterilizzazione delle possibilità di accumulazione della
    > moneta.
    >
    > Un eccentrico bavarese, Silvio Gesell, immaginò nel secolo scorso un
    > sistema ingegnoso, il denaro bollato, che consisteva nel gravare il
    > possesso di moneta di una tassa progressiva nel tempo, conservandola
    > come mezzo di scambio, ma rendendola inefficace come strumento di
    > accumulazione. La proposta, che in pratica significherebbe la fine
    > dell'economia finanziaria, suscitò scandalo, ma anche attenzione, in
    > particolare da parte di Keynes: un'altra ragione dei benpensanti per
    > detestarlo!
    >
    > Infine, la deviazione da Charing Cross richiederebbe un rovesciamento
    > delle priorità tra beni collettivi e beni privati. Oggi il
    > finanziamento dei beni collettivi è ottenuto prelevandolo dai redditi
    > primari: insomma, direbbe elegantemente Beriusconi, mettendo le mani
    > in tasca ai cittadini, i quali non gradiscono affatto. Il che spiega
    > la « resistenza fiscale e la netta prevalenza nella soddisfazione dei
    > desideri privati rispetto ai bisogni pubblici. Un "mercato dei beni
    > pubblici" forniti da imprese sociali direttamente a cooperative di
    > cittadini autogovernate darebbe a questi ultimi il controllo delle
    > scelte e della spesa relativa eliminando i costi della burocrazia e
    > l'iniquità dell'evasione fiscale.
    >
    > Siamo certo, non ai margini, ma nel pieno di un'utopia concreta. Siamo
    > dentro a un'economia solidale, come la definiscono i sostenitori del
    > Mauss. Al punto che c'è da chiedersi se quella così sommariamente
    > tracciata sia ancora economia nel senso in cui noi la intendiamo, e
    > cioè di una produzione e distribuzione delle risorse fondata sugli
    > interessi degli individui e non su quelli della società: i quali, con
    > buona pace del pensiero unico, non coincidono affatto
    > "automaticamente" con i primi attraverso il meccanismo del libero
    > mercato. Quel che è certo, è che un radicale riorientamento della
    > specie umana dall'attuale corsa letteralmente insensata verso una
    > condizione di equilibrio, dalla competizione alla cooperazione, non
    > richiede soltanto una riforma dell'economia, ma una rivoluzione
    > culturale, o addirittura antropologica. Uno sviluppo della coscienza,
    > anziché una crescita della potenza. Dell'essere, rispetto all'avere.
    > La fine del paradigma economico; e cioè dell'autonomizzazione
    > dell'economia e il suo "rientro" (reembeddment) nell'ambito di una
    > società che abbia riacquistato la consapevolezza dei limiti naturali e
    > dei bisogni di solidarietà sociale. Prima di domandarsi se una tale
    > rivoluzione è possibile bisognerebbe chiedersi se l'attuale tendenza
    > alla crescita insensata è sostenibile. In altri termini, se sia
    > possibile un suo indefinito percorso in un futuro privo di storia. Se
    > la risposta è negativa, se il capitalismo, come altre precedenti
    > grandi formazioni economiche e sociali, ha i secoli contati, bisogna
    > pure immaginare un percorso nuovo, per quanto improbabile. Di
    > rivoluzioni culturali che hanno mutato il suo senso, la storia ne ha
    > conosciute: il cristianesimo, l'illuminismo… La fonte da cui
    sgorgano
    > non è, come Marx pensava, la lotta di classe, ma la fertilità del
    > cervello, l'arma segreta della specie umana: insomma, la produzione
    > intellettuale. Il senso di una rivoluzione culturale che deviasse lo
    > sviluppo umano dall'avere all'essere comporterebbe, secondo la famosa
    > sentenza marxiana, che gli intellettuali (Marx diceva i filosofi)
    > smettessero di spiegare il mondo e s'impegnassero a cambiarlo. Che gli
    > economisti progettassero un'economia orientata all'equilibrio. Che i
    > sociologi disegnassero le sue istituzioni, i filosofi, socraticamente,
    > le forme della buona vita, gli psicanalisti, realizzando un auspicio
    > di Freud, i modi di guarire una società malata. Purtroppo,
    > l'intelligenza critica del divenire sociale è spesa oggi, per lo più,
    > o nella apologia, o nella contestazione dell'esistente: due forme
    > sterili. Per non parlare poi di quella letteratura pseudo filosofica
    > che si è impadronita del discorso sul tardo capitalismo per
    > sommergerlo in elucubrazioni enigmatiche ed autoerotiche che, nello
    > sforzo di mimare Heidegger, finiscono per parodiare Totò.


    TUTTO E' DI TUTTI

  2. #2
    email non funzionante
    Data Registrazione
    25 Jan 2006
    Messaggi
    2,886
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    [quote=Muntzer]OMNIA SUNT COMMUNIA


    RALLENTIAMO IL MONDO

    L'Espresso - di Giorgio Ruffolo
    >
    > Il capitalismo è un treno in corsa verso un abisso. Fermarlo? Si può.
    > Ma solo con una rivoluzione antropologica. Che realizzi l'utopia di
    > un'economia sostenibile e solidale
    >
    > Dé-penser l'economie. È il titolo del saggio di un sociologo francese,
    > Alain Caillé, direttore della "Rivista del Mauss", che significa
    > Mouvement antiutilitariste en sciences sociales, ma è anche il nome di
    > un famoso antropologo e sociologo francese cui quella rivista si
    > ispira. Titolo barocco e provocatorio ma significativo, perché
    > annuncia con qualche baldanza il tramonto del paradigma dominante che
    > occupa il nostro spazio e scandisce il nostro tempo; e che, tuttavia,
    > mostra sempre più vistose incrinature.
    > L'egemonia ancora indiscussa del paradigma economico si spiega con
    > l'avvento storico dell'economia capitalistica di mercato: processo di
    > progressiva emancipazione dell'economia dalla società nella quale per
    > millenni è stata incastrata (embedded) in una spirale di sviluppo
    > accelerato che, generata in Europa, ha investito con la sua potenza
    > esplosiva l'Occidente e, oggi, il mondo intero. Dopo il crollo
    > dell'alternativa comunista, dissolta come un grattacielo che crolla
    > sullo schermo di un video silenzioso, il capitalismo,
    > domina incontrastato, non solo come sistema economico dell'economia,
    > ma come struttura della società e come forma del suo immaginario.
    > Definitivamente? Ovviamente, non c'è nulla di definitivo nella storia.
    > Ma non si vedono proprio alternative credibili al capitalismo,
    > all'orizzonte. Fallita clamorosamente e tragicamente quella comunista
    > (presente oggi solo come nostalgia inoffensiva o come logo
    > pubblicitario scaduto) le alternative si sono ritirate nello spazio
    > della contestazione o dell'utopia. Al primo tipo appartengono i
    > movimenti no global, efficaci, talvolta molto efficaci, nel denunciare
    > le iniquità, le devastazioni, i rischi ecologici e sociali del
    > capitalismo, ma del tutto incapaci e disinteressati a offrire progetti
    > alternativi. Le pretese a una ispirazione marxista che talvolta questi
    > movimenti esibiscono sono del tutto improprie. La denuncia degli
    > "orrori" ("Sangue, lacrime, fango") connessi soprattutto con le
    > origini del capitalismo era del tutto estranea a un tipo di retorica
    > che Marx bollava come «pathos dimostrativo». Quegli orrori erano
    > considerati infatti come il costo "necessario" di una evoluzione che
    > avrebbe provocato l'autodistruzione del capitalismo e la sua
    > trasfigurazione in una società socialista generata dalle sue stesse
    > contraddizioni. Non solo: Marx non si limitava a denunciare gli
    > orrori, ma descriveva con autentica ammirazione, nel "Manifesto",
    > l'avventura rivoluzionaria di una borghesia che aveva trasformato il
    > mondo, strappandolo al torpore delle civiltà contadine e sottraendola
    > al dispotismo delle aristocrazie. Era un convinto sostenitore della
    > crescita e della globalizzazione. Nel secondo tipo, quello delle
    > utopie, si inscrivono le proposte di nuove forme di organizzazione
    > economica non capitalistica. E queste a loro volta si distinguono in
    > utopie radicali alla Illich, del ritorno alla semplicità conviviale
    > attraverso la destrutturazione delle istituzioni, che Marx avrebbe
    > certamente considerato reazionarie; e in utopie solidaristiche, di una
    > economia avanzata, ma fondata sulla cooperazionea anziché sulla
    > competitivita. Delle prime non mette conto parlare seriamente, anche
    > se nella critica delle istituzioni (la sanità, la scuola) si trovano
    > analisi illuminanti. Le altre, non eversive ma riformiste, colgono
    > invece un aspetto concreto: la distruttività della crescita
    > capitalistica, la necessità di trovare altre vie possibili e
    > "sostenibili" a una economia capitalistica altrimenti votata al
    > disastro. La domanda che esse pongono è questa: è possibile un'altra
    > economia, non capitalistica, ma altrettanto efficace? La risposta di
    > Caillé, che sottoscrivo, è no. A meno che non si esca dal paradigma
    > egemonico dell'economia. Vediamo. Qualunque riflessione seria sul
    > capitalismo deve riconoscere il suo enorme contributo allo sviluppo
    > della specie umana: della sua potenza, della sua ricchezza, del suo
    > benessere. Quali che siano stati i suoi orrori - e sono stati immensi
    > - non sono certo superiori a quelli delle civiltà che l'hanno
    > preceduto, fondate sulla schiavitù, sull'oppressione, sulla violenza;
    > mentre altrettanto immensamente superiori sono i suoi meriti:
    > l'incomparabile promozione delle forze produttive, la diffusione
    > prodigiosa delle innovazioni tecnologiche e, nei tempi più recenti, il
    > compromesso politico con l'altra grande forza della modernità: la
    > democrazia.
    >
    > Una riflessione seria non può, d'altra parte, non riconoscere il
    > rovescio della medaglia: non solo l'esaltazione di Faust, ma anche la
    > sua dannazione. Il capitalismo ha scatenato poderose forze distruttive
    > dell'ambiente naturale e della coesione sociale, fino a minacciare la
    > sopravvivenza stessa della specie. Il suo è come quel treno di un film
    > famoso, lanciato verso l'abisso di Charing Cross. La sua "dannazione"
    > sta nell'assurdità della sua logica della crescita illimitata. In
    > natura non esistono processi di crescita sterminati, che non siano
    > votati allo sterminio. I bambini non crescono come giganti, gli alberi
    > non crescono fino al cielo. Solo gli interessi composti crescono
    > indefinitamente, ma distruggendo il capitale su cui si fondano. A un
    > tasso di sconto del 5 per cento l'equivalente della ricchezza mondiale
    > dei prossimi 200 anni è il prezzo attuale di un buon appartamento; al
    > tasso del 10 percento, di una auto usata. L'illusione della ricchezza
    > finanziaria si dissolve nel tempo. Le alternative alla minaccia di
    > Charing Cross sono: scendere dal treno, e cioè la decrescita,
    > suggerita dall'ecologia estremista; tapparsi dentro il treno oscurando
    > i finestrini; cambiare direzione. La prima, a parte la sua
    > desiderabilità, appare impossibile. La seconda è quella che stiamo
    > praticando, e non sembra molto saggia. In che cosa può consistere la
    > terza? Anzitutto, nell'arrestare la crescita globale più o meno al
    > livello attuale, realizzando lo "stato stazionario": una prospettiva
    > che gli economisti classici consideravano non solo realistica, ma
    > inevitabile (stazionario non significa statico, ma dinamico; e però,
    > solo nella composizione e nella qualità del prodotto: un lago aperto,
    > non uno stagno). Questa deviazione, dalla crescita all'equilibrio,
    > comporterebbe una formidabile redistribuzione delle risorse tra i
    > ricchi e i poveri del mondo, non essendo concepibile che la crescita
    > possa essere stoppata per entrambi all'attuale livello di
    > disuguaglianza, comporterebbe inoltre, all'interno di ogni paese, la
    > fissazione di qualche limite del reddito, minimo e massimo. E,
    > comunque, la sterilizzazione delle possibilità di accumulazione della
    > moneta.
    >
    > Un eccentrico bavarese, Silvio Gesell, immaginò nel secolo scorso un
    > sistema ingegnoso, il denaro bollato, che consisteva nel gravare il
    > possesso di moneta di una tassa progressiva nel tempo, conservandola
    > come mezzo di scambio, ma rendendola inefficace come strumento di
    > accumulazione. La proposta, che in pratica significherebbe la fine
    > dell'economia finanziaria, suscitò scandalo, ma anche attenzione, in
    > particolare da parte di Keynes: un'altra ragione dei benpensanti per
    > detestarlo!
    >
    > Infine, la deviazione da Charing Cross richiederebbe un rovesciamento
    > delle priorità tra beni collettivi e beni privati. Oggi il
    > finanziamento dei beni collettivi è ottenuto prelevandolo dai redditi
    > primari: insomma, direbbe elegantemente Beriusconi, mettendo le mani
    > in tasca ai cittadini, i quali non gradiscono affatto. Il che spiega
    > la « resistenza fiscale e la netta prevalenza nella soddisfazione dei
    > desideri privati rispetto ai bisogni pubblici. Un "mercato dei beni
    > pubblici" forniti da imprese sociali direttamente a cooperative di
    > cittadini autogovernate darebbe a questi ultimi il controllo delle
    > scelte e della spesa relativa eliminando i costi della burocrazia e
    > l'iniquità dell'evasione fiscale.
    >
    > Siamo certo, non ai margini, ma nel pieno di un'utopia concreta. Siamo
    > dentro a un'economia solidale, come la definiscono i sostenitori del
    > Mauss. Al punto che c'è da chiedersi se quella così sommariamente
    > tracciata sia ancora economia nel senso in cui noi la intendiamo, e
    > cioè di una produzione e distribuzione delle risorse fondata sugli
    > interessi degli individui e non su quelli della società: i quali, con
    > buona pace del pensiero unico, non coincidono affatto
    > "automaticamente" con i primi attraverso il meccanismo del libero
    > mercato. Quel che è certo, è che un radicale riorientamento della
    > specie umana dall'attuale corsa letteralmente insensata verso una
    > condizione di equilibrio, dalla competizione alla cooperazione, non
    > richiede soltanto una riforma dell'economia, ma una rivoluzione
    > culturale, o addirittura antropologica. Uno sviluppo della coscienza,
    > anziché una crescita della potenza. Dell'essere, rispetto all'avere.
    > La fine del paradigma economico; e cioè dell'autonomizzazione
    > dell'economia e il suo "rientro" (reembeddment) nell'ambito di una
    > società che abbia riacquistato la consapevolezza dei limiti naturali e
    > dei bisogni di solidarietà sociale. Prima di domandarsi se una tale
    > rivoluzione è possibile bisognerebbe chiedersi se l'attuale tendenza
    > alla crescita insensata è sostenibile. In altri termini, se sia
    > possibile un suo indefinito percorso in un futuro privo di storia. Se
    > la risposta è negativa, se il capitalismo, come altre precedenti
    > grandi formazioni economiche e sociali, ha i secoli contati, bisogna
    > pure immaginare un percorso nuovo, per quanto improbabile. Di
    > rivoluzioni culturali che hanno mutato il suo senso, la storia ne ha
    > conosciute: il cristianesimo, l'illuminismo… La fonte da cui
    sgorgano
    > non è, come Marx pensava, la lotta di classe, ma la fertilità del
    > cervello, l'arma segreta della specie umana: insomma, la produzione
    > intellettuale. Il senso di una rivoluzione culturale che deviasse lo
    > sviluppo umano dall'avere all'essere comporterebbe, secondo la famosa
    > sentenza marxiana, che gli intellettuali (Marx diceva i filosofi)
    > smettessero di spiegare il mondo e s'impegnassero a cambiarlo. Che gli
    > economisti progettassero un'economia orientata all'equilibrio. Che i
    > sociologi disegnassero le sue istituzioni, i filosofi, socraticamente,
    > le forme della buona vita, gli psicanalisti, realizzando un auspicio
    > di Freud, i modi di guarire una società malata. Purtroppo,
    > l'intelligenza critica del divenire sociale è spesa oggi, per lo più,
    > o nella apologia, o nella contestazione dell'esistente: due forme
    > sterili. Per non parlare poi di quella letteratura pseudo filosofica
    > che si è impadronita del discorso sul tardo capitalismo per
    > sommergerlo in elucubrazioni enigmatiche ed autoerotiche che, nello
    > sforzo di mimare Heidegger, finiscono per parodiare Totò.


    TUTTO E' DI TUTTI

    OMNIA SUNT COMMUNIA

    G. Ruffolo x dire due parole sulla decrescita ha dovuto dare prova di anticomunismo dalle pagine del settimanale di sinistra l'espresso, chiunque legga questo articolo si renderà conto l'inutilità di tale attacco, allora perchè?

    TUTTO E' DI TUTTI

  3. #3
    email non funzionante
    Data Registrazione
    03 Jun 2003
    Località
    Umbria. Dove regna "Il Capitale" oggi più spietatamente. Votano la guerra, parlano di pace... sinistra "radikale", sei peggio dell'antrace ! Breaking news: (ri)nasce il partito dell'insurrezione !
    Messaggi
    8,772
     Likes dati
    0
     Like avuti
    0
    Mentioned
    0 Post(s)
    Tagged
    0 Thread(s)

    Predefinito

    Probabilmente perché il comunismo storico è stato, sotircamente, sviluppista e industrialista. Già lo stesso Marx auspicava il massimo dispiegarsi delle forze di produzione.
    Ciò non indica necessariamente una colpa del marxismo, in quanto le idee sulla decrescita appartengono ad un periodo successivo dello sviluppo del pensiero politico e perciò il marxismo non poteva chiaramente fin da allora farne parte integrante; inoltre si consideri che nel XIX secolo l osviluppismo era presso pressoché tutti l'ide adominante, sia in ambito liberale che socialista.
    Una società della decrescita è tuttavia possibile in nuove forma di socialismo, certamente anche marxiste, che critichino alcune considerazioni del marxismo storico. Penso sarebbe interessante sviluppare il pensiero di O'Connor.

    p.s. chi è questo Giorgio Ruffolo ?

 

 

Discussioni Simili

  1. Risposte: 3
    Ultimo Messaggio: 05-04-13, 19:48
  2. Tornare al mondo. La sconfitta della morte nel mondo classico
    Di Carlos Wieder nel forum Paganesimo e Politeismo
    Risposte: 0
    Ultimo Messaggio: 26-01-13, 19:19
  3. Risposte: 19
    Ultimo Messaggio: 05-07-10, 21:39
  4. Risposte: 4
    Ultimo Messaggio: 06-07-09, 10:49
  5. Risposte: 2
    Ultimo Messaggio: 01-11-04, 18:08

Permessi di Scrittura

  • Tu non puoi inviare nuove discussioni
  • Tu non puoi inviare risposte
  • Tu non puoi inviare allegati
  • Tu non puoi modificare i tuoi messaggi
  •  
[Rilevato AdBlock]

Per accedere ai contenuti di questo Forum con AdBlock attivato
devi registrarti gratuitamente ed eseguire il login al Forum.

Per registrarti, disattiva temporaneamente l'AdBlock e dopo aver
fatto il login potrai riattivarlo senza problemi.

Se non ti interessa registrarti, puoi sempre accedere ai contenuti disattivando AdBlock per questo sito