OMNIA SUNT COMMUNIA
RALLENTIAMO IL MONDO
L'Espresso - di Giorgio Ruffolo
>
> Il capitalismo è un treno in corsa verso un abisso. Fermarlo? Si può.
> Ma solo con una rivoluzione antropologica. Che realizzi l'utopia di
> un'economia sostenibile e solidale
>
> Dé-penser l'economie. È il titolo del saggio di un sociologo francese,
> Alain Caillé, direttore della "Rivista del Mauss", che significa
> Mouvement antiutilitariste en sciences sociales, ma è anche il nome di
> un famoso antropologo e sociologo francese cui quella rivista si
> ispira. Titolo barocco e provocatorio ma significativo, perché
> annuncia con qualche baldanza il tramonto del paradigma dominante che
> occupa il nostro spazio e scandisce il nostro tempo; e che, tuttavia,
> mostra sempre più vistose incrinature.
> L'egemonia ancora indiscussa del paradigma economico si spiega con
> l'avvento storico dell'economia capitalistica di mercato: processo di
> progressiva emancipazione dell'economia dalla società nella quale per
> millenni è stata incastrata (embedded) in una spirale di sviluppo
> accelerato che, generata in Europa, ha investito con la sua potenza
> esplosiva l'Occidente e, oggi, il mondo intero. Dopo il crollo
> dell'alternativa comunista, dissolta come un grattacielo che crolla
> sullo schermo di un video silenzioso, il capitalismo,
> domina incontrastato, non solo come sistema economico dell'economia,
> ma come struttura della società e come forma del suo immaginario.
> Definitivamente? Ovviamente, non c'è nulla di definitivo nella storia.
> Ma non si vedono proprio alternative credibili al capitalismo,
> all'orizzonte. Fallita clamorosamente e tragicamente quella comunista
> (presente oggi solo come nostalgia inoffensiva o come logo
> pubblicitario scaduto) le alternative si sono ritirate nello spazio
> della contestazione o dell'utopia. Al primo tipo appartengono i
> movimenti no global, efficaci, talvolta molto efficaci, nel denunciare
> le iniquità, le devastazioni, i rischi ecologici e sociali del
> capitalismo, ma del tutto incapaci e disinteressati a offrire progetti
> alternativi. Le pretese a una ispirazione marxista che talvolta questi
> movimenti esibiscono sono del tutto improprie. La denuncia degli
> "orrori" ("Sangue, lacrime, fango") connessi soprattutto con le
> origini del capitalismo era del tutto estranea a un tipo di retorica
> che Marx bollava come «pathos dimostrativo». Quegli orrori erano
> considerati infatti come il costo "necessario" di una evoluzione che
> avrebbe provocato l'autodistruzione del capitalismo e la sua
> trasfigurazione in una società socialista generata dalle sue stesse
> contraddizioni. Non solo: Marx non si limitava a denunciare gli
> orrori, ma descriveva con autentica ammirazione, nel "Manifesto",
> l'avventura rivoluzionaria di una borghesia che aveva trasformato il
> mondo, strappandolo al torpore delle civiltà contadine e sottraendola
> al dispotismo delle aristocrazie. Era un convinto sostenitore della
> crescita e della globalizzazione. Nel secondo tipo, quello delle
> utopie, si inscrivono le proposte di nuove forme di organizzazione
> economica non capitalistica. E queste a loro volta si distinguono in
> utopie radicali alla Illich, del ritorno alla semplicità conviviale
> attraverso la destrutturazione delle istituzioni, che Marx avrebbe
> certamente considerato reazionarie; e in utopie solidaristiche, di una
> economia avanzata, ma fondata sulla cooperazionea anziché sulla
> competitivita. Delle prime non mette conto parlare seriamente, anche
> se nella critica delle istituzioni (la sanità, la scuola) si trovano
> analisi illuminanti. Le altre, non eversive ma riformiste, colgono
> invece un aspetto concreto: la distruttività della crescita
> capitalistica, la necessità di trovare altre vie possibili e
> "sostenibili" a una economia capitalistica altrimenti votata al
> disastro. La domanda che esse pongono è questa: è possibile un'altra
> economia, non capitalistica, ma altrettanto efficace? La risposta di
> Caillé, che sottoscrivo, è no. A meno che non si esca dal paradigma
> egemonico dell'economia. Vediamo. Qualunque riflessione seria sul
> capitalismo deve riconoscere il suo enorme contributo allo sviluppo
> della specie umana: della sua potenza, della sua ricchezza, del suo
> benessere. Quali che siano stati i suoi orrori - e sono stati immensi
> - non sono certo superiori a quelli delle civiltà che l'hanno
> preceduto, fondate sulla schiavitù, sull'oppressione, sulla violenza;
> mentre altrettanto immensamente superiori sono i suoi meriti:
> l'incomparabile promozione delle forze produttive, la diffusione
> prodigiosa delle innovazioni tecnologiche e, nei tempi più recenti, il
> compromesso politico con l'altra grande forza della modernità: la
> democrazia.
>
> Una riflessione seria non può, d'altra parte, non riconoscere il
> rovescio della medaglia: non solo l'esaltazione di Faust, ma anche la
> sua dannazione. Il capitalismo ha scatenato poderose forze distruttive
> dell'ambiente naturale e della coesione sociale, fino a minacciare la
> sopravvivenza stessa della specie. Il suo è come quel treno di un film
> famoso, lanciato verso l'abisso di Charing Cross. La sua "dannazione"
> sta nell'assurdità della sua logica della crescita illimitata. In
> natura non esistono processi di crescita sterminati, che non siano
> votati allo sterminio. I bambini non crescono come giganti, gli alberi
> non crescono fino al cielo. Solo gli interessi composti crescono
> indefinitamente, ma distruggendo il capitale su cui si fondano. A un
> tasso di sconto del 5 per cento l'equivalente della ricchezza mondiale
> dei prossimi 200 anni è il prezzo attuale di un buon appartamento; al
> tasso del 10 percento, di una auto usata. L'illusione della ricchezza
> finanziaria si dissolve nel tempo. Le alternative alla minaccia di
> Charing Cross sono: scendere dal treno, e cioè la decrescita,
> suggerita dall'ecologia estremista; tapparsi dentro il treno oscurando
> i finestrini; cambiare direzione. La prima, a parte la sua
> desiderabilità, appare impossibile. La seconda è quella che stiamo
> praticando, e non sembra molto saggia. In che cosa può consistere la
> terza? Anzitutto, nell'arrestare la crescita globale più o meno al
> livello attuale, realizzando lo "stato stazionario": una prospettiva
> che gli economisti classici consideravano non solo realistica, ma
> inevitabile (stazionario non significa statico, ma dinamico; e però,
> solo nella composizione e nella qualità del prodotto: un lago aperto,
> non uno stagno). Questa deviazione, dalla crescita all'equilibrio,
> comporterebbe una formidabile redistribuzione delle risorse tra i
> ricchi e i poveri del mondo, non essendo concepibile che la crescita
> possa essere stoppata per entrambi all'attuale livello di
> disuguaglianza, comporterebbe inoltre, all'interno di ogni paese, la
> fissazione di qualche limite del reddito, minimo e massimo. E,
> comunque, la sterilizzazione delle possibilità di accumulazione della
> moneta.
>
> Un eccentrico bavarese, Silvio Gesell, immaginò nel secolo scorso un
> sistema ingegnoso, il denaro bollato, che consisteva nel gravare il
> possesso di moneta di una tassa progressiva nel tempo, conservandola
> come mezzo di scambio, ma rendendola inefficace come strumento di
> accumulazione. La proposta, che in pratica significherebbe la fine
> dell'economia finanziaria, suscitò scandalo, ma anche attenzione, in
> particolare da parte di Keynes: un'altra ragione dei benpensanti per
> detestarlo!
>
> Infine, la deviazione da Charing Cross richiederebbe un rovesciamento
> delle priorità tra beni collettivi e beni privati. Oggi il
> finanziamento dei beni collettivi è ottenuto prelevandolo dai redditi
> primari: insomma, direbbe elegantemente Beriusconi, mettendo le mani
> in tasca ai cittadini, i quali non gradiscono affatto. Il che spiega
> la « resistenza fiscale e la netta prevalenza nella soddisfazione dei
> desideri privati rispetto ai bisogni pubblici. Un "mercato dei beni
> pubblici" forniti da imprese sociali direttamente a cooperative di
> cittadini autogovernate darebbe a questi ultimi il controllo delle
> scelte e della spesa relativa eliminando i costi della burocrazia e
> l'iniquità dell'evasione fiscale.
>
> Siamo certo, non ai margini, ma nel pieno di un'utopia concreta. Siamo
> dentro a un'economia solidale, come la definiscono i sostenitori del
> Mauss. Al punto che c'è da chiedersi se quella così sommariamente
> tracciata sia ancora economia nel senso in cui noi la intendiamo, e
> cioè di una produzione e distribuzione delle risorse fondata sugli
> interessi degli individui e non su quelli della società: i quali, con
> buona pace del pensiero unico, non coincidono affatto
> "automaticamente" con i primi attraverso il meccanismo del libero
> mercato. Quel che è certo, è che un radicale riorientamento della
> specie umana dall'attuale corsa letteralmente insensata verso una
> condizione di equilibrio, dalla competizione alla cooperazione, non
> richiede soltanto una riforma dell'economia, ma una rivoluzione
> culturale, o addirittura antropologica. Uno sviluppo della coscienza,
> anziché una crescita della potenza. Dell'essere, rispetto all'avere.
> La fine del paradigma economico; e cioè dell'autonomizzazione
> dell'economia e il suo "rientro" (reembeddment) nell'ambito di una
> società che abbia riacquistato la consapevolezza dei limiti naturali e
> dei bisogni di solidarietà sociale. Prima di domandarsi se una tale
> rivoluzione è possibile bisognerebbe chiedersi se l'attuale tendenza
> alla crescita insensata è sostenibile. In altri termini, se sia
> possibile un suo indefinito percorso in un futuro privo di storia. Se
> la risposta è negativa, se il capitalismo, come altre precedenti
> grandi formazioni economiche e sociali, ha i secoli contati, bisogna
> pure immaginare un percorso nuovo, per quanto improbabile. Di
> rivoluzioni culturali che hanno mutato il suo senso, la storia ne ha
> conosciute: il cristianesimo, l'illuminismo… La fonte da cui
sgorgano
> non è, come Marx pensava, la lotta di classe, ma la fertilità del
> cervello, l'arma segreta della specie umana: insomma, la produzione
> intellettuale. Il senso di una rivoluzione culturale che deviasse lo
> sviluppo umano dall'avere all'essere comporterebbe, secondo la famosa
> sentenza marxiana, che gli intellettuali (Marx diceva i filosofi)
> smettessero di spiegare il mondo e s'impegnassero a cambiarlo. Che gli
> economisti progettassero un'economia orientata all'equilibrio. Che i
> sociologi disegnassero le sue istituzioni, i filosofi, socraticamente,
> le forme della buona vita, gli psicanalisti, realizzando un auspicio
> di Freud, i modi di guarire una società malata. Purtroppo,
> l'intelligenza critica del divenire sociale è spesa oggi, per lo più,
> o nella apologia, o nella contestazione dell'esistente: due forme
> sterili. Per non parlare poi di quella letteratura pseudo filosofica
> che si è impadronita del discorso sul tardo capitalismo per
> sommergerlo in elucubrazioni enigmatiche ed autoerotiche che, nello
> sforzo di mimare Heidegger, finiscono per parodiare Totò.
TUTTO E' DI TUTTI




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