Gentile, non semplicemente cortese
Fabriano rende omaggio al suo figlio più illustre con una luculliana antologica capace di rinnovarne e rilanciarne l’interpretazione. Grazie anche ai mirabili saggi in catalogo
di Michele Dolz
Il Domenicale 1-07-2006
Michelangelo diceva che Gentile da Fabriano «nel dipingere aveva avuto la mano simile al nome», e non so se sia un bene o un male che il Vasari ci abbia trasmesso un tale giudizio, perché per molto tempo Gentile è stato considerato solo un pittore cortese. Eppure uno sguardo alla pala Strozzi (Uffizi), ovvero L’adorazione dei Magi, la sua opera più nota, ci rivela una profondità di pensiero e una modernità di approccio che giustificano la stima del Buonarroti.
La mostra in corso a Fabriano (fino al 23 luglio) è occasione eccezionale per guardare al pittore con occhi nuovi. È un’esposizione esemplare, per il numero di opere radunate, per la loro attenta contestualizzazione e per l’aggiornamento di ricerca che l’accompagna. Buona testimonianza ne danno i due volumi Electa che raccolgono testi delle maggiori autorità sull’artista. E anche questo è esemplare: i due più grandi studiosi, Keith Christiansen e Andrea De Marchi, firmano nelle stesse pagine richiamandosi a vicenda, pur sostenendo posizioni diverse. Riassumendo, Christiansen vede Gentile come un pittore rinascimentale mentre De Marchi insiste sulla formazione presso le corti del Nord e la relativa impronta.
Ma qui ci si scontra con la periodizzazione scolastica particolarmente definita dal Cavalcaselle in poi, unitamente alla visione idealista del progresso continuo delle arti che avevano gli studiosi ottocenteschi e che in buona parte è rimasta. Il Cavalcaselle ne era così impregnato che interpretò contortamente la biografia vasariana perché non concepiva che un genio come Michelangelo tenesse in grande considerazione un pittore ormai «superato». Longhi lo riteneva un «grande ma eccentrico maestro», alludendo alla difficoltà di classificazione. Tuttavia ebbe il notevole merito di sottrarlo al paragone topico con Masaccio per accostarlo invece a Van Eyck.
Gotico o rinascimentale?
I periodi non sono così semplici da definire e pare sempre meno necessario. Christiansen, concordando in questo con De Marchi, trova molto importante il crogiuolo lombardo, a servizio di Gian Galeazzo Visconti a Milano e più tardi a Brescia. «Gentile ha creato una visione convincente e riccamente articolata del mondo non attraverso l’uso della matematica e lo studio dell’ottica, ma grazie a una magistrale descrizione dei fenomeni naturalistici. Era una mente sensibile alle sfumature e ai dettagli più che incline alla teorizzazione». Il testo fondamentale di questo periodo e questa attitudine è una piccola pala della Gemäldegalerie di Berlino, non presente in mostra per difficoltà di conservazione: la Madonna in trono col Bambino, san Nicola, santa Caterina d’Alessandria e un donatore, in un ritmo scandito da due alberi carichi di angeli suonatori. Il tutto di una delicatezza che non fa sentire la mancanza di prospettiva o di solennità «umanistica». Gotico? Rinascimentale? Che importa! La pala fu innovativa rispetto alla pittura locale, ed è un documento dell’attenzione naturalistica di Gentile, benché le figure fossero legate agli schemi ideali medievali.
Intorno al 1414 Gentile è a Venezia. Lì era penetrata l’estetica lombarda e il fabrianese ne fu in parte ambasciatore. «L’impatto della sua presenza a Venezia fu incalcolabile», afferma Christiansen, che fornisce esempi abbondanti di opere in cui si sente l’influenza gentiliana. Ma anche per l’artista è periodo di approfondimento. Basta comparare il San Francesco che riceve le stimmate del polittico di Valle Romita, oggi a Brera, a una tavoletta precedente dello stesso soggetto. Iconograficamente sono quasi identiche, ma l’immagine di Brera si compiace nel mostrare quei «movimenti d’animo» che «si conoscono dai movimenti del corpo» come in seguito affermeranno l’Alberti e gli altri teorici umanisti. Tornando alla pala Strozzi, va notata la concezione dell’arte come descrizione, della pittura come storia. E nella sua opera si ammira anche la passione per la materia pittorica, il trattare gli ori come avrebbe fatto un orafo, il grafitismo di figure celesti «invisibili».
Christiansen è convinto che «le nostre sbrigative e drastiche distinzioni tra arte gotica e arte rinascimentale non erano affatto condivise dagli osservatori del XV secolo e che, lungi dall’essere spregiativo, il termine “gentile”, attribuito a uno stile, possedeva un’accezione positiva».
L’altro Rinascimento
Andrea De Marchi introduce i vari periodi storici in cui è divisa la mostra. E oltre agli interventi in catalogo, va salutata con gioia la nuova edizione del suo fondamentale Gentile da Fabriano. Un viaggio nella pittura italiana alla fine del gotico, uscita presso Federico Motta Editore nel 1992 e ora in versione economica per lo stesso editore. Il libro, scrive l’autore, «nasce dal desiderio di ripensare Gentile con una diversa chiave interpretativa, collocandolo in uno scenario polifonico che dia ragione della sua complessa vicenda». Lo sforzo di De Marchi è quello di sottrarre Gentile all’ingrata etichetta affidatagli da diversa storiografia di «controfigura esclusiva di preparazione di un Angelico o di un Sassetta», il che lo riduce «al solito sfuggente, infelice ruolo dell’artista di transizione, che pone le basi per ciò che solo altri realizzeranno compiutamente». Capitolo dopo capitolo, in un percorso temporale e spaziale, perché Gentile fu un po’ girovago, emerge la figura di un artista innovativo. De Marchi conia per lui il termine «l’altro Rinascimento, irriducibilmente estraneo all’organizzazione prospettica dello spazio, rivolto tutto alla penetrazione lenticolare della realtà visiva nei suoi aspetti immediatamente percepibili, di incidenti luminosi e di consistenze fisiche. Pisanello e Jacopo Bellini e poi Foppa in gran parte perseguirono questa via che al bilancio della storia da manuale si dice perdente».
È quella che si potrebbe chiamare la “via affettiva” in contrasto, ma non in contraddizione, con la vincente “via razionale” della pittura rinascimentale. Ma guai a toglierle valore e significato. Oggi, tutto questo è più facile grazie alla fondamentale mostra di Vincenzo Foppa a Brescia nel 2002 e ora a questa. E un tentativo di catalogo ragionato di Gentile da Fabriano è presente nell’altro volume dell’Electa, Gentile da Fabriano. Studi e ricerche, con gli ultimi approfondimenti sulla bottega, le committenze, lo stile e la tecnica del pittore.
La Madonna e Allah
In tanti mirabili studi la dimensione religiosa dei dipinti (quasi tutti a soggetto religioso) pare assai ignorata. Ma alla pletora di pubblicazioni intorno alla mostra, si aggiunge uno studio dello storico dell’arte Marco Bussagli nell’ultimo numero di Art e dossier (222, maggio 2006, pp. 36-41) sulla pala di Gentile al Museo nazionale di San Matteo, a Pisa, la Madonna dell’umiltà. Un occhio allenato nota subito le scritte in strani caratteri che ornano gli orli del manto, il panno del Bambino e l’aureola di Maria. Giotto aveva utilizzato caratteri del genere nella Cappella degli Scrovegni per alludere alle origini orientali dei personaggi o al linguaggio celeste. E fu imitato da numerosi artisti di varie generazioni, compreso Gentile. Quei caratteri, benché ispirati alla grafia mongolo-tibetana, nota a Roma all’epoca, erano combinati in modo casuale senza formare parole di senso compiuto.
Ora, Bussagli scopre che nell’aureola di Maria i caratteri sono arabi e compongono la frase: «LA ILLAH ILA ALLAH», vale a dire: «Non c’è altra divinità al di fuori di Dio (Allah)». Dire che è sorprendente è dire poco! Si può ipotizzare che Gentile non sapesse cosa andava scrivendo (ed è ben probabile), ma non che la frase sia casuale. Come è arrivata fin lì, non solo in un dipinto sacro cristiano ma addirittura come segno della santità esimia di Maria? Bussagli indica un oggetto poco studiato e perfino poco noto: la cosiddetta Cattedra di San Pietro conservata a Venezia nella chiesa di San Pietro di Castello. Il tronetto in pietra è un «pastiche» medievale che utilizza una stele selgiuchide dell’XI secolo, decorata con una splendida scritta cubica che contiene la frase copiata da Gentile. Trafugata dai crociati, la cattedra giunse a Venezia nel XIII secolo, ed era considerata quella che utilizzò san Pietro ad Antiochia, e perciò oggetto di enorme devozione. Gentile fu a Venezia tra il 1408 e il 1414 e sembra impossibile che non abbia ammirato quella «reliquia».
Se si ammette tale dipendenza, ha ragione Bussagli nell’allargarsi in interpretazioni teologiche: Maria è assimilata alla cattedra di Pietro e in definitiva alla Chiesa, topo classico nella letteratura cristiana; è corporalmente la cattedra del Verbo incarnato; è tutta la Chiesa che in lei adora Cristo.




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