Maurizio Blondet
08/07/2006

Come rilettura delle vacanze, ho ripreso il libro del paleontologo Roberto Fondi, «Organicismo ed evoluzionismo» (1).
Fondi è un anti-evoluzionista, come vedrete, di un tipo particolare - nulla a che vedere col creazionismo.
Il libro può parere vecchiotto (è del 1984) ma, per quanto so, il problema che pone è ancora attuale, ed è precisamente questa la nostra tragedia collettiva, anche per chi fra noi non si occupa di scienza: che i problemi posti da Fondi non sono stati non dico «superati», ma nemmeno discussi dalla cosiddetta scienza moderna.
Brutto segno, una scienza che non progredisce e, invece di discutere, censura e seppellisce.
In breve, e se ho ben capito, Fondi - da paleontologo si è stufato di Darwin: non ha mai visto un solo «anello di congiunzione» tra una specie e l’altra - rimprovera alla biologia evoluzionista di essere «attardata»: i biologi sarebbero ancora fermi alla fisica di Galileo e alla teoria della conoscenza di Cartesio - entrambe lineari, semplicistiche, meccanicistiche - mentre la fisica contemporanea è ormai molto lontana da quelle concezioni di cinque o sei secoli fa.
Galileo studiò il movimento, ossia lo spostamento di corpi spaziali nel tempo.
Ciò implicava la distinzione radicale tra spazio (contenitore «vuoto» ed immobile) e il «tempo» come qualcosa di assolutamente diverso, come un «flusso».



E’ la nostra percezione ingenua: il passato non è più, il futuro non è ancora, solo il presente (continuamente mobile) esiste.
Ma nella nuova fisica relativistica, «questa idea così semplice e naturale si è rivelata inesatta. Il tempo è intimamente connesso allo spazio, si comporta come una quarta dimensione dello spazio» (Giuseppe Arcidiacono).
L’universo dopo Einstein è descritto come «una mappa quadrimensionale statica».
Statica, non dinamica.
Nessun flusso, nessuna corrente del tempo.
In questa mappa, il tempo è uno «spessore».
Ciò non significa che il tempo possa essere percorso a ritroso o in avanti (o almeno a noi non è concesso tornare nel passato o saltare nel futuro), ma che il futuro e il passato sono compresenti nell’universo.
Sembra assurdo al nostro buon senso.
Ma lo dice Louis deBroglie, premio Nobel e persona nient’affatto balzana: «Nello spazio-tempo, tutto ciò che per ciascuno di noi costituisce il passato, il presente, il futuro è dato in blocco. Ciascun osservatore, col passare del suo tempo, scopre per così dire nuove porzioni dello spazio-tempo, che gli appaiono come aspetti successivi del mondo materiale; ma in realtà l’insieme degli eventi che descrivono lo spazio-tempo esiste già prima di essere conosciuto».
O come dice Hermann Weyl: «Il mondo oggettivo non avviene, semplicemente è».



Il biologo evoluzionista vede la materia vivente evolversi, spinta «dal passato» da forze cieche, caso e necessità, che sono «cause» nel senso semplicistico di Galileo, «spinte» meccanicistiche.
Tale biologo evoluzionista ha gran cura ad evitare ogni intrusione di «causa finale», in cui vede l’opera indebita di Dio.
Ma il fisico einsteiniano, se si occupasse di biologia, avrebbe una visione diversa.
L’universo vivente (anzi, anche quello non vivente) sarebbe come un Systema Naturae statico - dinamicamente statico -, dove passato e futuro sono oggettivamente compresenti.
Dove ogni essere ed evento influisce su tutti gli altri.
Dove il futuro esercita la sua influenza sul presente.
Ciò equivale a dire che opera nel sistema una causa finale, una teleologia, la tensione ad uno scopo. In qualche modo, le alghe blu esistono prima di ogni vita «in vista» degli esseri viventi più evoluti che devono venire dopo (ma che nel sistema esistono già), e che avranno bisogno di ossigeno atmosferico per respirare; e così i microrganismi che mantengono ancor oggi la giusta percentuale di azoto nell’aria (l’azoto atmosferico altrimenti sparirebbe, perché viene continuamente mineralizzato dalle piogge e dai mari).



Con questa ipotesi, già si ha una risposta a una delle domande a cui gli evoluzionisti non sanno rispondere: perché le alghe blu e i microrganismi primitivi non si sono «evoluti»?
Come mai certi vegetali restano «primitivi» da miliardi di anni, come le felci e il ginko biloba? Perché sono necessari al sistema e ai viventi più evoluti nel sistema.
Perché senza questi primitivi, non sarebbe possibile costruire il grado di organizzazione più alto. Così l’uomo non vivrebbe se nel suo intestino non ci fossero i batteri che aiutano la sua digestione; questi esserini primitivi, che possono vivere indipendenti, cooperano armonicamente a rendere possibile un ordine di esistenza organica superiore.
Il systema naturae ha bisogno di tutti gli esseri, di qualunque grado di «evoluzione» siano, come l’uomo della sua flora intestinale.
Lo intuì un ecologo agrario italiano, Girolamo Azzi: «Tutti gli animali della Terra, quelli che sono e quelli che saranno, sono fra loro interdipendenti e collegati in un complesso ordinato e armonico».
Ciò equivale a introdurre la «causa finale» come uno dei motori del sistema, processi ed esseri che vengono fatti in vista di uno scopo.
E’ proprio ciò che diceva Aristotile, che oltre alle «cause efficienti» (che spingono «da dietro») riconosceva una «causa finale», che trascina da avanti.
Aristotile era più moderno di Galileo, il suo grande nemico.



Né questo finalismo significa in alcun modo invocare l’azione di un Dio ordinatore esterno. Per Aristotile, come per la fisica nuova, la finalità «è inerente all’essere naturale stesso, indissolubilmente associata col principio di causalità o causa efficiente».
Le leggi «del divenire» (così le chiamiamo noi) sono in realtà leggi statiche, leggi architettoniche, già presenti nell’universo (così Fantappiè, il matematico).
Dove noi vediamo una «finalità», c’è una «architettura».
Così, per Fondi, chiedersi se gli uccelli discendono dai dinosauri, o l’uomo da una scimmia, sono semplicemente «pseudoproblemi».
L’evoluzionismo, la lotta per l’esistenza (oggi diventata competizione - la metafora, un tempo mutuata dall’imperialismo, oggi viene dal «liberismo di mercato») sarebbero fantasie invecchiate, da parte di gente che non sa nulla del principio di indeterminazione, dello spazio-tempo, delle «nubi di probabilità», e che ha un concetto troppo lineare ed univoco (galileiano) del rapporto fra causa
ed effetto.
Bisognerebbe che studiassero la cibernetica, ossia la scienza dei sistemi che si auto-regolano per retro-azione, dai robot alle società umane e animali, fino ai sistemi ecologici di cui tutti facciamo parte.
Tanto per capire meglio che l’architettura dello spazio-tempo punta a sistemi sempre più complessi ed auto-regolati.



E come Galileo aveva distinto radicalmente lo spazio dal tempo, così Cartesio distinse la materia (estensione) dal pensiero (cogito) come categorie diverse e indipendenti in modo fondamentale.
Al punto che per lui gli animali erano macchine, e dovette inventarsi che nell’uomo la ghiandola pineale era la misteriosa «congiunzione» fra res extensa (materia) e res cogitans (pensiero).
Questa è la base della «scienza ottocentesca», meccanicistica e riduzionista, tuttora largamente vigente.
Ma la scienza post-moderna ha abbandonato questa base.
Per essa, mente e materia non sono categorie radicalmente diverse, ma «aspetti differenti del medesimo processo universale», della medesima totalità fatta di relazioni dinamiche coordinate.
Per Gregory Bateson e Fritjof Capra, una parte di «mente» esiste in tutte le strutture, in grado maggiore dalle inanimate alle complesse.
Può sembrare un’idea new age: invece è, ancora una volta, l’idea di Aristotile.
Il quale vedeva nella «materia» una «forma», una «potenzialità» che stava per farsi «atto», insomma un continuum fra ciò che è materiale e quello che è ideazione.
Un coltello può essere fatto di diverse «materie», ferro, rame, ossidiana; ciò che lo rende coltello è la «forma», ossia l’intenzione e l’idea dell’artefice.



Ancor più, un ovulo fecondato è la «materia» che tende alla sua forma, è «in potenza» ciò che sarà in atto, l’uomo futuro (ma compresente nello spazio-tempo quadrimensionale).
Sono forse solo ipotesi, ma non vale la pena esplorare in questa direzione?
Sì, ma sono gli evoluzionisti - padroni di cattedre e dunque di potere - che ostacolano questo specifico filone d’indagine.
E questo ritardo è una rovina.
Che ci rovina non solo nell’avanzamento della scienza, ma in ogni altro campo: nella cultura, nella società, persino nella medicina subiamo ormai da quasi un secolo - da Einstein, Heisenberg, Bohr - un ritardo intollerabile.
La nostra civiltà pretende di poggiarsi ancora nel riduzionismo meccanicistico di Galileo (che aveva torto, non ragione) e di Cartesio (che aveva torto marcio).
Perciò non risolve i suoi problemi più impellenti.
In medicina, per esempio.
Per Cartesio, il corpo umano è una macchina, come per i nostri medici.
Una macchina, che funziona per catene lineari di causa ed effetto, si guasta di solito per una sola specifica causa.



Così la medicina convenzionale cerca di associare le malattie a singole cause.
Trascurando il fatto che un malato è un organismo vivente, ossia collegato con tutto il resto dell’universo e dei sistemi concentrici di cui è costituito.
L’uomo potrebbe essere malato a causa del suo futuro (compresente) non meno che del suo passato, come a causa degli influssi della luna e delle stelle, ossia cosmici, dato che noi siamo inglobati
nel cosmo con cui intratteniamo relazioni reciproche non lineari, e di indecifrabile complessità. Come dicevano appunto le medicine tradizionali, olistiche e organiciste.
Per la «scienza» attardata, per Cartesio e i suoi discendenti, un gatto non è altro che la somma dei suoi apparati - per Aristotile era molto di più, qualcosa dipendente ma non riducibile agli organi e tessuti del gatto.
Aveva ragione Aristotile, ancora una volta: capiva meglio la cibernetica e la «biologia dei sistemi», dove le parti influenzano il tutto e viceversa.
Così, lo scientismo d’oggi (invecchiatissimo) pensa l’uomo come una somma di processi fisiologici e al massimo psicologici.
E la società - fatto più grave - come la somma dei suoi individui.
Da qui la dottrina politicamente corretta e dominante, l’individualismo, e soprattutto l’edonismo.



Blair ha detto recentemente che la «nuova politica» socialista sarà quella di allargare le «libertà individuali», e sappiamo quali: aborto, droga, finocchieria con nozze legittime.
Ma io stesso con queste orecchie sentii dire già da Spadolini (un politico repubblicano-mazziniano) che la società non esiste, che esistono solo gli individui. (2)
Aristotile e i fisici direbbero che la società è più degli individui che la compongono.
Ed è una realtà «naturale» non artificiale, vista «la tendenza dei sistemi viventi a formare strutture a più livelli, con livelli di differenti complessità - questa tendenza pervade tutta la natura e deve essere vista come un principio di auto-organizzazione».
I nuovi fisici, come Aristotile, direbbero che ogni società è un «organismo» di complessità superiore, che influenza i suoi membri e ne è influenzato; e a sua volta, la società è inglobata in un ordine più complesso, dall’ecosistema alla storia e alla filosofia (le visioni del mondo collettive), per tacere del cosmo e dei suoi influssi… una sociologia aggiornata riconoscerebbe alla «società» almeno tanti «diritti» quanto quelli che riconosce all’individuo, anzi il diritto essenziale di reprimere comportamenti antisociali, anti-storici, anti-ecologici.
Curerebbero le malattie della società come quelle dell’uomo.
E avrebbero un occhio più attento all’«ambiente», non solo quello biologico ma quello storico e politico, in cui viviamo e che ci fa ammalare, ci rende sterili, ci rende - spesso delinquenti e idioti più del necessario.

Maurizio Blondet




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Note
1) Roberto Fondi, «Organicismo ed evoluzionismo», Settimo Sigillo, 1984.
2) Strano che questi stessi individui poi dicano che esiste «il mercato» come entità superiore ai cittadini e consumatori, dotato di una benefica «mano invisibile», o «l’azienda» come realtà più reale dei suoi lavoratori, con più «diritti».




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