A che punto è la destra
Nel maggio 1994, con l’inattesa vittoria alle elezioni politiche del Polo delle libertà, finiva la Prima repubblica. Gli elementi del cambiamento furono il crollo elettorale dei partiti del centrosinistra socialdemocristiano, l’appalesamento della saldatura tra l’apparato dell’ex Partito comunista ed i poteri forti della finanza internazionale e la nascita e l’affermazione di tre soggetti politici innovativi nel panorama politico italiano: uno populista in senso particolarista, uno populista antipartitico ed il terzo, Alleanza nazionale, che aspirava a coniugare la tradizione del pensiero politico nazionale nelle sue varie espressioni con le potenzialità di un nuovo scenario nazionale e internazionale.
La rivoluzione italiana portò al governo il Polo, che univa i soggetti della nuova politica assieme ai rappresentanti di un rinnovato mondo cattolico-popolare, ma non andò lontano. La coalizione di tutte le forze corporative e dei poteri radicati che vedevano minacciate le proprie rendite si saldò per far abortire l’esperimento innovativo con tutti i mezzi (legittimi e illegittimi – ricordate la notizia dell’avviso di garanzia a Berlusconi pubblicata dal Corriere della Sera di Paolo Mieli il giorno del summit mondiale sulla criminalità a Napoli?), riuscendo a soppiantare il governo eletto dal popolo con una serie di “commissari straordinari” che dovevano riportare alla normalizzazione e garantire le operazioni finanziarie in atto: e arrivarono i governi tecnici, appoggiati dal centrosinistra e che avevano nell’allora presidenza della Repubblica di Oscar Luigi Scalfaro la loro cabina di regìa.
All’indomani di questo colpo di mano (Giancarlo Lehner lo ha definito, addirittura, un colpo di Stato), la destra iniziò una riflessione che ha portato - nei dieci anni successivi - ad una revisione del panorama politico italiano che, purtroppo, ancora stenta ad essere metabolizzata dagli operatori dell’informazione come anche da molti osservatori, esterni ed interni.
Il percorso - del quale la nostra rivista è stata puntuale ed assidua testimone - ebbe tra le sue battute d’avvio la due-giorni romana del gennaio del 1997, organizzata dall’associazione di Area ed intitolata significativamente “In nome del popolo sovrano”. Gli argomenti dei dibattiti di allora sono centrali ed attuali ancora oggi: popolo e comunità di fronte alla crisi delle élite; la democrazia economica nel mercato globale; la necessità di un nuovo rito di fondazione della politica - assemblea costituente e/o governo delle larghe intese.
Il volano del dibattito e la proposta che nacque in quei giorni - e che prese sempre più ad essere catalogato sotto la categoria di “destra sociale” - hanno contribuito fortemente a canalizzare il percorso di Alleanza nazionale in primis, come anche quello del centrodestra nella stagione del suo secondo governo. Non si è trattato tanto di un contributo critico quanto di un apporto di proposte, con forte valenza moderatrice nei confronti di fughe in avanti ed azzardi dilettanteschi, prodotti, spesso e volentieri, da approssimazione strategica o da una comprensibile e forse giustificata mancanza di radici culturali politiche in alcuni dei nuovi esponenti.
E il contributo non è stato solo teorico, ma è stato chiaramente identificabile anche nell’azione di governo che gli uomini e le donne ispirati da questa visione hanno realizzato in ogni contesto.
È grazie, infatti, all’apporto realistico e alla consapevolezza identitaria della destra sociale che si è reso possibile contenere gli estemporanei innamoramenti per questo o quel modello esotico ed arginare gli ardori liberal-liberisti e turbocapitalisti di alcuni, seppur validi, debuttanti della politica.
Sono stati gli a volte petulanti richiami a concentrarsi sull’interesse nazionale come tara delle politiche locali e degli accordi internazionali, che hanno portato il centrodestra a caratterizzarsi come la prima coalizione di governo ad essere in grado di rispettare gli impegni con gli organismi sovrannazionali pur nella forte riaffermazione dell’autonomia e della dignità delle scelte italiane. E sempre grazie alla destra sociale, è stato infine possibile infrangere gli schemi rigidi delle contrapposizioni “funzionali”, riaprendo con insistenza corridoi di dialogo tra le parti sociali come anche tra le culture politiche, in nome del bene comune, della concordia e della coesione nazionale.
La fine del secondo governo del centrodestra, con la riaffermazione della variopinta armata dei rappresentanti degli interessi consortili e di parte, spesso stranieri, che resistono strenuamente alla rinascita di una patria italiana come impresa comune, rischia oggi di rimettere indietro le lancette dell’evoluzione della cultura politica italiana, oltreché di quella istituzionale. Mentre, con azioni di bassa macelleria governativa, nelle intenzioni della maggioranza oggi in carica si vuole azzerare ogni progresso innovativo compiuto dalla nostra comunità nazionale nello scorso quinquennio, si assiste anche al tentativo - reso possibile dalla compiacenza della stampa di regime - di riproporre in politica schemi e ruoli che appartengono a categorie ideologiche dei secoli passati.
Noi, che siamo stati in questo decennio fra i più consapevoli attori del dibattito culturale e politico italiano, non possiamo consentire che tutto ciò avvenga. Non possiamo lasciare che si riaffermino visioni, della destra e della sinistra, strumentali solo alle semplificazioni di quelli che intendono gestire la politica come indirizzo del consenso utile a coprire i propri affari.
Noi siamo andati oltre e, con noi, abbiamo portato oltre le categorie della politica, cioè gli strumenti che permettono di identificare chi sta da una parte e chi è contro.
Siamo tutti consapevoli che la politica è già entrata in una nuova fase e che solo gli stolti possono accettare di restare fuori dalla riflessione su ciò che dovrà realizzarsi nel nostro immediato futuro. Ma sia chiaro che il punto di partenza del nuovo cammino è quello a cui siamo giunti fin qui e che non si torna indietro. Si va solo avanti.
Ormai più di un anno fa - nel maggio del 2005 - i vertici di Alleanza nazionale, sollecitati ad un confronto sull’ipotesi di dare vita ad un aggregato politico più ampio, fissarono le linee guida del proprio cammino politico:
1) un modello di economia sociale di mercato, riformato secondo i principi di sussidiarietà e competitività, per parlare tanto alle imprese quanto alle forze sociali;
2) una forte percezione dell’interesse e dell’identità nazionale, in una chiave di integrazione europea e di dialogo euroatlantico per fronteggiare le sfide dell’economia globale e riassorbire gli egoismi geografici più pericolosi;
3) la capacità di offrire risposte al bisogno di sicurezza diffuso nella società a tutti i livelli, da quello delle garanzie sociali a quelle occupazionali, da quello dell’ordine pubblico a quello ambientale;
4) la volontà di incanalare la propria vocazione al cambiamento in una forte cultura istituzionale, che sappia modernizzare le istituzioni senza indebolirne rappresentatività e credibilità e tutelando i diritti e le libertà dei cittadini;
5) il saper incarnare una visione della politica profondamente radicata nel senso comune del nostro essere italiani, che costruisca un progetto riformista partendo dall’identità più autentica e profonda della nostra società.
Questo e molto altro abbiamo sancito: Persona e Bene comune sono alternative ad individualismo e profitto, i diritti attengono alla sfera privata e i doveri a quella pubblica, il diritto alla vita è sacro per i nati come per i non-nati, la politica indirizza l’economia e non viceversa, lo Stato soddisfa prioritariamente i bisogni dei propri cittadini e poi si occupa degli altri, la condizione della solidarietà è la sicurezza, lo Stato deve essere giusto e non clemente, le regole vengono fatte a tutela dei più deboli e non dei più forti e vanno rispettate da tutti, senza privilegi. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è intollerabile. La Patria è misura di tutte le cose, è sopra ognuno e sopra tutto.
Marcello De Angelis
fonte: www.destrasociale.org




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