Maurizio Blondet
09/07/2006

GAZA - Sarebbero 47 i morti palestinesi dall’inizio dell’offensiva che in questi giorni sta insanguinando Gaza, 34 solo negli ultimi due giorni.
Finalmente ieri, pur se tardiva, è arrivata la condanna della Commissione Europea, che ha stigmatizzato «la perdita di vite causata dall’uso sproporzionato della forza da parte dell’esercito israeliano», seguita dall’aggravarsi della crisi umanitaria.
Dal canto suo il World Food Programme delle Nazioni Unite ha chiesto «un corridoio umanitario» per portare cibo e rifornimenti nella Gaza sotto assedio.
Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, nel frattempo, sta discutendo su una bozza di risoluzione che chiede l’immediato ritiro delle truppe dello Stato di Israele dalla striscia, sgomberata dieci mesi fa ed il rilascio dei funzionari governativi palestinesi arrestati la settimana scorsa.
Oggi Israele ha deciso di rispondere alle istanze degli organismi internazionali che l’invitano a desistere da altri massacri.
Ed è stata una risposta chiara e inequivocabile, quindi armata.
Una nuova offensiva delle forze di difesa è in corso, condotta con l’uso di tank entrati nella Striscia di Gaza e appoggiati da elicotteri e dai droni, aerei senza pilota.
Attraversato il valico commerciale di Karni e Nahal Oz, le truppe ebraiche sono entrate a Gaza, dirette nei quartieri di Sajiya e Zeitoun.
Durante gli scontri altri quattro palestinesi sono stati uccisi, di cui uno da un missile lanciato da un aereo senza pilota e altri tre sono morti sotto il fuoco dei carri armati a Gaza City.



Israele sa che tranne qualche brontolio non accadrà nulla e ha detto no a qualsiasi trattativa: per Washington infatti - che non si è unito ai rimproveri rivolti a Gerusalemme - le richieste della comunità internazionale sono «sbilanciate».
E poi gli israeliani sono così garbati!
Pensate, hanno chiamato l’operazione a Gaza «pioggia d’estate»!!!…
Quella di questi giorni e di queste ore è l’ultima di una serie di offensive, che ha reso quel fazzoletto di terra (dove vivono circa un milione e 300 mila palestinesi, falciati periodicamente da incursioni di mezzi corazzati ed elicotteri che non risparmiano la vita degli innocenti) il luogo più caldo della terra.
Il 20 giugno scorso con tre raid a Gaza compiuti in meno di un´ora le vittime furono 11, tra le quali almeno due bambini e i 3 membri di un’autoambulanza sopraggiunta dopo una prima esplosione contro un furgone che trasportava un razzo, per fortuna non esploso; più di 30 i feriti.
Da quanto continua così?
Chi tiene la contabilità dei morti ammazzati palestinesi?
Davvero possiamo continuare a sopportare la menzogna, secondo cui la colpa è in fondo dei palestinesi che hanno fatto vincere Hamas?
E prima che Hamas vincesse di chi era la colpa?
E ricordiamo quanto fece Israele per far vincere ad Hamas le elezioni di gennaio?
Quanto odio seminò per spingere i palestinesi ad una scelta tanto disperata?
A un mese dalle elezioni, tra l’11 di novembre e il 9 di dicembre dello scorso anno le incursioni israeliane fecero 32 morti (tra i quali: 3 esecuzioni extragiudiziali, 2 bambini, 3 invalidi).



Inoltre 482 kmq di terra coltivata furono devastati, 4 allevamenti vennero distrutti, oltre a danni irreparabili alla infrastrutture (come sistemi d’irrigazione e pozzi ).
Neanche un mese prima era scattata l'operazione «giorni di penitenza», iniziata la sera del 28 settembre e conclusa venerdì 15 ottobre.
Aveva provocato la morte di ben 138 palestinesi, di cui 31 bambini, oltre a fare 430 feriti di cui 139 bambini.
Il genocidio silenzioso che si sta compiendo nel silenzio della comunità internazionale è alimentato anche da coloro che adesso si sono per un attimo destati.
Prima si è permesso impunemente ad Israele di distruggere la leadership di Fatah, favorendo l’affermazione di Hamas, poi si sono tagliati i fondi internazionali, adducendo la motivazione che altrimenti si sarebbe finanziato un movimento terrorista.
Poi si affama un popolo già esasperato e lo si rimprovera di essersi affidato agli estremisti islamici.
Ci sono volute le urla di Hula, 7 anni, unica superstite di un’intera famiglia macellata dai missili israeliani sulla spiaggia di Gaza per risentire la voce tremula di Amnesty International ed anche quella tenue del Vaticano.
Israele non ha invece tardato a rispondere: mentre dichiarava la sospensione degli attacchi su Gaza, nello stesso giorno ne compiva 4, uccidendo 3 persone nel campo profughi di Jabaliya e una a Rafah…
Ogni operazione diretta a impedire il lancio di missili Qassam contro le città israeliane come Sderot si trasforma in una vera e propria vendetta a sangue freddo, un massacro ferocemente premeditato e spietatamente portato a termine, pianificando a tavolino la lenta agonia dei palestinesi.



Gideon Levy pubblicò sul quotidiano israeliano Ha’aretz il 19 febbraio scorso un articolo, tradotto su questo giornale on-line (1), dal titolo emblematico. «Le risate della squadra di Hamas», ove si descrive il cinismo ed il sadismo con cui «la squadra israeliana [incaricata di ostacolare Hamas dopo le elezioni palestinesi] non aveva mai riso così tanto. La squadra, capeggiata dal consigliere del primo ministro Weissglas, con il capo di Stato Maggiore, il direttore dei servizi segreti, generali ed alti ufficiali, si è riunita per una discussione con il ministro degli Esteri Tzipi Livni sui modi di rispondere alla vittoria di Hamas. Tutti si sono trovati d’accordo sul bisogno di imporre una stretta economica all’Autorità palestinese. E Weissglas, come al solito, fornì la battuta finale: ‘è come andare dal dietista: i palestinesi dimagriranno un bel po', ma non moriranno’. Al che i presenti, a quanto si riferisce, scoppiano in una gran risata».
Commentava Levy: «la spiritosaggine di Weissglas era di un gusto particolarmente spregevole. Il fragore dalla risata rivela di nuovo a quale punto di pazzia l’ebbrezza del potere conduca Israele e stravolga completamente la sua moralità».
E’ sempre Levy a documentare come tra i palestinesi «l’anno scorso il 37% aveva difficoltà a procurarsi il cibo e il 54% dei residenti della striscia di Gaza ‘liberata’ hanno dovuto ridurre la loro quantità di cibo. La mortalità infantile è aumentata del 15% e la percentuale di disoccupazione è al 28%».
Ne abbiamo già accennato in un precedente articolo. (2)
Parlo di quella neonata che è stata trattenuta per due mesi in un ospedale di Gerusalemme Est in attesa che i genitori pagassero il conto del parto e riconsegnata ai genitori solo dopo l’intervento del ministero della Giustizia, cui i genitori si erano rivolti.



I piccoli avevano bisogno di un periodo in incubatrice e di cure speciali, ma temendo che il Servizio sanitario nazionale non avrebbe rimborsato le spese, visto che il padre è palestinese, la direzione della clinica ha chiesto il pagamento anticipato del conto: 2mila euro.
Eppure, in quanto arabo-israeliana, la madre dovrebbe godere a pieno titolo dei diritti di cittadina israeliana.
I genitori hanno risposto che non disponevano di quella somma e a quel punto l’ospedale ha dimesso due bambini e ha trattenuto la terza, a garanzia del pagamento.
Nel rivelare la sua storia alla stampa israeliana, la donna ha anche raccontato di essere stata rifiutata da due ospedali perchè non era in grado di pagare un deposito di 72.500 dollari al momento del ricovero (la notizia è stata riportata anche su La Repubblica).
Non basta: il primo quotidiano dello Stato ebraico, Yedioth Ahronot, il 19 novembre 2004 pubblicava tre foto-choc.
Nella prima, un soldato israeliano posa lo stivale sul petto di un palestinese: tra le gambe aperte, quattro bombe.
Nella seconda, la testa di un kamikaze sul cemento, una sigaretta sistemata in bocca.
Infine, un cadavere legato sulla Jeep.
Un mese prima a Gaza, una bambina palestinese, Iman, 13 anni, tornava a casa da scuola: è stata prima colpita e poi finita da un ufficiale che le ha scaricato addosso un intero caricatore: venti colpi, la maggior parte sparati quando era già morta.
Queste notizie sono state riprese da Il Corriere della sera del 24 novembre 2004, che riportava anche la notizia di un posto di blocco israeliano, ove la pattuglia di guardia costringeva un violinista palestinese ad aprire la cassa e improvvisare un concerto, davanti a qualche centinaio di palestinesi in fila, che attendevano di passare al di là del blocco israeliano.
La cosa suscitava un grande scandalo, perché quante volte ci hanno raccontato di ebrei condannati a suonare il violino, mentre accompagnavano i loro correligionari «a morire nei forni crematori di Dachau o di Auschwitz?».
Sono storie incredibili, ma terribilmente vere, come è terribilmente vera la storia dei palestinesi marchiati sul braccio, costretti a correre nudi, ammassati dietro fili spinati e torrette di guardia, con le sentinelle armate e i pastori tedeschi al guinzaglio.
Una scena che sembra tratta da uno dei molti film sull’olocausto e che invece ha come «location» tragicamente reale la terra di Palestina e come aguzzini i soldati d’Israele.
Come è possibile?



Scrive Warschawski: «Presentando, a partire dall’agosto 2000, la guerra coloniale come una guerra per la sopravvivenza di Israele, Ehud Barak ha risvegliato i demoni che ossessionano la memoria collettiva del popolo israeliano. Fin dalle prime pietre scagliate dai giovani palestinesi dopo la provocazione di Ariel Sharon sulla spianata delle moschee, il giornalista Ari Shavit - uno di quei numerosi intellettuali di sinistra che in poche settimane hanno rinnegato tutte le loro convinzioni pacifiste - scrive in un editoriale di ‘Haaretz’ che il problema non consiste, come troppo a lungo si è creduto, nel contenzioso israelo-palestinese e nell’occupazione, ma in quello che egli chiama il ‘destino ebraico’, descritto come una eterna guerra di sopravvivenza di fronte a un mondo che ha sempre rifiutato l’esistenza degli ebrei e continuerà a farlo per l’eternità. Questo discorso, ripreso in continuazione dai media e dalla maggioranza degli intellettuali israeliani, si fonda su un’angoscia esistenziale profondamente radicata nella mentalità ebraica dopo il giudeocidio nazionalsocialista, ma anche su una storiografia menzognera insegnata nelle scuole, che riduce duemila anni di storia ebraica a un gigantesco pogrom e a un antisemitismo senza tempo, irrazionale e unico, rendendo impossibile ogni sua comprensibilità e vano ogni tentativo di contrapporvisi. Per i nipoti delle vittime del giudeocidio, ogni minaccia esistenziale, reale o immaginaria, è associata ad Auschwitz e a Treblinka: i palestinesi sono i nazionalsocialisti, Arafat è uguale a Hitler, una imboscata nella quale vengono uccisi alcuni soldati è un massacro, una bomba a Tel-Aviv è la Notte dei cristalli. Con simili associazioni di idee, ogni possibilità di negoziato e di compromesso svanisce: il nazionalsocialismo nella sua forma palestinese dev’essere sradicato, e tutti i mezzi sono legittimi». (3)



E’ un’opinione analoga a quella di Hsther Benbassa, che rileva: «[la Shoah] svolge un po’ il ruolo, in questa nuova religione secolare, dell’elezione del popolo ebraico nella religione tradizionale; [attraverso la] vittimizzazione immunizza l’ebreo e lo stesso Israele contro ogni critica. Guai a coloro che infrangono questa regola, subito trattati da antisemiti». (4)
Esther Benbassa non è una persona qualsiasi: è direttrice dell’École Pratique des Hautes Études della Sorbona (Section des Sciences religieuses), ove tiene la cattedra di storia del giudaismo moderno.
Inoltre è direttrice del Centro Alberto Benveniste per gli studi e la cultura sefardita (EPHE) e del centro di Storia moderna e contemporanea degli ebrei, che ha fondato nel 2002, oltrechè dell Equipe d’accueil 2179 «Europe du Nord, Europe centrale et orientale, cultures juives d’Europe et de Méditerranée: histoire et interculturalité depuis le Moyen Âge».
Quanti cattedratici in Europa o in America hanno il coraggio di dire queste verità?
La vittimizzazione intanto sta diventando il pretesto dietro il quale Israele si arroga il diritto di vita e morte sul popolo di Palestina e la giustificazione che ne decreterà l’espulsione o la sterilizzazione della presenza nei territori.
La macchina mitologica del «ritorno della Shoha» è in funzione ed è agitata con furia: «Tuttavia - prosegue Warschwski – l’israeliano sente inconsciamente che l’equazione ‘palestinesi = nazionalsocialisti’ è falsa: tale è la potenza militare di Israele, la sua schiacciante superiorità nei confronti dei palestinesi, che diventa piuttosto difficile, per l’israeliano, identificarsi con i miseri ebrei di Varsavia e di Vilna, e più ancora con i combattenti del ghetto di Varsavia o con i gruppi di partigiani in Bielorussia. Si verifica allora un orribile, perverso, rovesciamento di posizioni. Il continuo riferimento al genocidio degli ebrei d’Europa e l’onnipresenza delle sue terribili immagini, fanno sì che, se la realtà dei rapporti di forza rende impossibile adottare il comportamento delle vittime ebraiche, si adottano allora - di solito inconsciamente - i comportamenti dei massacratori del popolo ebraico: i palestinesi vengono marchiati sul braccio, costretti a correre nudi, ammassati dietro fili spinati e torrette di guardia; per un breve periodo, sono stati usati persino cani pastori tedeschi».



«Le retate nel campo di Deheisheh non possono non richiamare un altro periodo storico, anche se, chiaramente, la sorte dei rastrellati non sarà la morte, ma una detenzione senza limiti di tempo in condizioni spaventose. Il campo di detenzione di Offer non è un campo di sterminio, ma assomiglia molto ai campi di concentramento tedeschi degli anni trenta, con i fili spinati, le torrette, le masse di detenuti spaventati, privi di ogni diritto e tenuti in condizioni veramente disumane. Come non vedere che una fila di civili che sfilano con le mani in alto sotto la guardia di soldati armati mima l’immagine ossessiva degli ebrei di Varsavia in marcia verso la Umschlagplatz? Come non ricordarsi di questa stessa Umschlagplatz quando la televisione ci mostra, a Jenin, centinaia di uomini seduti per terra con le mani legate dietro la schiena, talvolta con gli occhi bendati?
Anche il linguaggio è quello dei nazionalsocialisti, come nel caso del rabbino Israel Rosen che pubblica su ‘Haaretz’ un articolo nel quale afferma la necessità di prendere in ostaggio le famiglie di kamikaze e di deportarle a Gaza, poi di distruggerne le case e raderne al suolo i villaggi». (5)
Questo «umanitarismo» giudaico, a qualcuno ha fatto perdere l’innocenza, oltrechè la presunzione o l’idea (fate voi!) di essere «radice santa» e «luce delle genti».
B. Michael, figlio di genitori scampati alla persecuzione nazionalsocialista, dopo che i media rivelarono l’episodio della «marchiatura» al braccio dei palestinesi, ha pubblicato un articolo intitolato «Da marchiato a marchiatore»: «È fuor di dubbio che il percorso storico compiuto dal popolo ebraico nei sessant’anni che intercorrono fra il 1942 e il 2002 potrà fornire materiale ad appassionanti studi storici e sociologici. In soli sessant’anni, è passato da marchiato a marchiatore che impone un numero. In sessant’anni, è passato da chi è rinchiuso in un ghetto a chi rinchiude. In sessant’anni, da chi sfila in colonna con le mani in alto a chi fa sfilare in colonna con le mani in alto... In sessant’anni non abbiamo imparato nulla. Non abbiamo interiorizzato nulla. Abbiamo dimenticato tutto...».
E concludeva con amaro sarcasmo: «Finalmente! Non siamo più un popolo strano e diverso, dal colorito pallido e dallo sguardo carico di saggezza, ma un popolo di soldati, brutale come lo sono tutti. Simile finalmente a tutte le altre nazioni». (6)



Non è stato un destino cinico e baro a pervertire il cuore degli ebrei d’Israele.
Purtroppo il disprezzo per i gojm (=non ebrei) è da sempre conseguenza di quella strana presunzione di essere diversi dagli altri, di quella perversa idea dell’elezione divina non come un dono dato ad Israele, perché lo trasmettesse alle genti tutte, ma come un privilegio di Israele sulle genti.
Purtroppo Israele non ha capito che sì, la salvezza sarebbe venuta dai giudei, ma non per merito loro, giacchè Dio è in grado di suscitare figli ad Abramo dalle pietre.
Certo: la salvezza viene dai giudei, ma essa è il Cristo, che mandò i suoi a predicare il Vangelo e a battezzare tutte le genti, fino agli estremi confini della terra, rendendo così cattolica, cioè universale, quella radice che Dio aveva voluto piantare in Israele, ma che, fuori della prospettiva cristologia, si sarebbe involuta in un particolarismo ombroso e in un esclusivismo fobico.
Finché gli ebrei furono dispersi tra le genti, questo esclusivismo li relegò nei ghetti.
Contrariamente a ciò che si crede «il ghetto non fu il risultato di un progetto, ma piuttosto la involontaria cristallizzazione di bisogni e di pratiche religiose radicate nei costumi e nell’eredità religiosa e temporale degli stessi ebrei. Molto prima che ciò fosse reso obbligatorio, gli ebrei vivevano, di loro iniziativa, in parti separate nelle città dei Paesi occidentali». (7)
Come ben spiega Hugo Caffaz «l’autogoverno del ghetto in realtà altro non era se non l’autogestione della segregazione: i migliori carcerieri diventavano gli ebrei stessi».
Ora che gli ebrei sono tornati in Israele, l’esclusivismo ebraico ha paradossalmente ricostruito -anche fisicamente - quel muro di separazione, rendendo Israele un enorme ghetto a cielo aperto.
Ciò perché in fondo l’esclusivismo ebraico vede la propria salvezza ancora e solo nella separazione del proprio destino da quello degli altri e, nel caso di specie, dei palestinesi, per i quali pensa al trasferimento coatto o all’eliminazione, come dimostrano le incursioni e le stragi di questi mesi.



Questo tipo di elezione escludente ha reso pericolosamente contigui i concetti di «popolo eletto» con quello di «razza eletta», sicchè solo chi non tiene conto di ciò rimane sorpreso o scandalizzato per il comportamento di «quell’ufficiale superiore dell’esercito israeliano che, alla vigilia dell’invasione dei campi profughi palestinesi, spiega ai suoi soldati che bisogna imparare dall’esperienza altrui, compreso il modo in cui le truppe tedesche hanno assunto il controllo del ghetto di Varsavia. Un soldato ebreo, forse nipote di una vittima del giudeocidio nazionalsocialista, che vuole imparare dai tedeschi il modo in cui sono riusciti a massacrare il maggior numero di ebrei, per potersene servire contro i palestinesi! Un dirigente del CRIF che suggerisce di utilizzare i metodi di Goebbels per rendere più efficace la propaganda filoisraeliana! Si può immaginare una perversione più grande? (8)
C’è un episodio che forse ci aiuta a capire questi incredibili apparenti paradossi della storia e l’enfatizzazione posta in Israele sul mito del «destino ebraico», descritto come eterna guerra di sopravvivenza di fronte ad un mondo che ha sempre rifiutato l’esistenza degli ebrei e continuerà a farlo per l’eternità.
Lo riferisce Sergio Romano nella rubrica che tiene su Il Corriere della Sera.
Rispondendo ad un lettore relativamente al rapporto tra le persecuzioni patite dagli ebrei sotto il regime nazionalsocialista e la nascita dello Stato di Israele, Romano ricorda «una interessante conversazione fra un diplomatico italiano, Pietro Quaroni e il leder sionista Chaim Weizmann in occasione dell’incontro che quest’ultimo ebbe con Mussolini nel 1933, cinque anni prima delle leggi razziali. Weizmann e Quaroni parlarono di antisemitismo e il primo, futuro presidente dello Stato israeliano, disse: ‘Vede, la nostra volontà di sopravvivere, la nostra tradizione sono certo forti, ma nonostante questo non so se il popolo ebraico sarebbe riuscito a sopravvivere per 2000 anni, se il pregiudizio religioso prima e razziale poi non gli avesse costruito intorno questa specie di muraglia artificiale». […]



«In un elzeviro apparso nel Corriere d’informazione del 23 aprile 1956, Quaroni ricordò di avergli detto: ‘Allora, proseguendo il suo ragionamento, bisognerebbe concludere che le persecuzioni sono utili alla causa sionista!’. A questa osservazione, fatta ‘mezzo scherzando, mezzo sul serio», Weizman rispose: ‘Non mi prenda così strettamente alla logica: non sono certo io che posso compiacermi dello strazio di tutto un popolo. Però è certo che quello che sta accadendo in Germania (Hitler era appena asceso al potere! .nda) ha provocato una ripresa di coscienza ebraica un po’ dappertutto, anche là dove essa si stava esaurendo, il che non è senza utilità».



Domenico Savino




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Note
1) www. effedieffe.com sezione esteri, «Le risate della squadra di Hamas», 25.02.2006.
2) www. effedieffe.com sezione esteri «Esportiamo la democrazia», 29.06.2006.
3) Michel Warschawski, «A precipizio. La crisi della società israeliana», Bollati Boringhieri, Torino, 2004.
4) E. Benbassa, «La Shoah comme religion» in Liberation, 11 settembre 2000. Il tema è stato ripreso nell’articolo «La religione della Shoah» di Augusto Zuliani, in Studi Cattolici numero 543 del maggio 2006.
5) Michel Warschawski, citato.
6) B. Michael, «Essere un’ombra per le nazioni» in Yediot Ahronot, Aprile 2002.
7) L. Wirth, «Il ghetto», Edizione di Comunità, Milano, 1968, pagina 23 citato in Ugo Caffaz, «Le nazionalità ebraiche», Vallecchi Editore, 1974, pagina 32. Scrive a sua volta il Puech, a proposito del ghetto: «Questo termine è apparso nella sua accezione specifica solo nel XVI secolo, allorché la Repubblica di Venezia costrinse gli ebrei in essa residenti a rinchiudersi in uno speciale quartiere, detto un tempo il Ghetto Nuovo. Ma, in parecchi luoghi, gli ebrei avevano scelto di propria volontà, già da tempo, di vivere tra di loro, intuendo istintivamente come questo fosse l’unico modo per preservare la solidarietà reciproca e le tradizioni. Comunque sia il ghetto, deliberatamente scelto o imposto per costrizione, sarebbe diventato per secoli la più sicura fortezza del giudaismo. Senza dubbio, gli ebrei dovettero subire innumerevoli angherie, vessazioni indegne, penose umiliazioni, costretti a vivere nelle peggiori condizioni materiali. Certamente, quest’esistenza al chiuso, questa promiscuità fisica e sociale erano necessariamente destinate ad avere una ripercussione debilitante, degradante sui corpi e sugli spiriti. Tuttavia, è la ‘Kebilla’, la comunità del ghetto, quella che, nonostante tutti questi aspetti negativi, non solo è riuscita a mantenere desti i valori essenziali del giudaismo, ma ha anche permesso agli ebrei di pervenire, a tratti, a un notevole livello, sia intellettuale, sia morale».
8) Michel Warschawski, citato.
9) Il Corriere della Sera, 6 giugno 2005, pagina 31.




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