Maurizio Blondet
09/07/2006

L’ultima volta che ho incontrato Renato Farina è stato l’estate scorsa in una località turistica di montagna.
Lui era il premiato col premio Madesimo, dato a giornalisti insigni di destra.
Io dovevo parlare dell’«altra verità" sull’11 settembre; fu lui a mettermi nell’angolo, a sbugiardarmi come «complottista».
Il pubblico del resto era dalla sua parte.
Pensai che, come sempre, Farina era più bravo di me.
Adesso Farina è nei guai per i suoi rapporti col Sismi.
Non sembri ingeneroso quel che sto per dire, ma c’è una cosa che non gli condono: nel dibattito a Madesimo, fece fare a me la figura di uno che sostiene una tesi filo-islamica e «di parte», insomma non da vero giornalista amante della verità.
Lui che, scopro adesso, lavorava per il SISMI col nome in codice «Betulla» e, se devo credere ai giornali, ne riceveva pagamenti.
«Cinquemila e duemila euro, questi i versamenti trovati nell’archivio di Pio Pompa, lo 007 che teneva i rapporti con la stampa», dice Stefano Zurlo sul Giornale.
Pio Pompa è l’uomo addetto a quella che nel gergo dei servizi si chiama «disinformazione».



E’ lecito il dubbio che un giornalista che si fa pagare da quel servizio lo faccia per diffondere il contrario dell’informazione.
Ma non basta.
Sempre secondo i giornali, il Sismi voleva sapere cosa stavano appurando i magistrati circa il rapimento illegale, da parte della CIA, del presunto estremista islamico Abu Omar, se stavano per raggiungere la prova che il SISMI - lungi dall’essere all’oscuro - aveva collaborato col sequestro.
E «Betulla» cercò notizie sull’ìndagine attraverso un cronista giudiziario ignaro.
Da collega a collega.
Questo non è più giornalismo nemmeno di parte, e persino peggio di quel giornalismo che diffonde coscientemente disinformazione, cosa assai frequente nell’epoca della «guerra al terrorismo globale».
Vedo che Farina si difende sostenendo di «aver fatto la sua parte nella guerra che l’Occidente combatte dopo l’11 settembre».
Un soldato, insomma.
Si potrebbe ribattere che un Occidente che va in guerra in base a menzogne (l’11 settembre come attentato islamico, le armi di distruzione di massa di Saddam…), e che la regge in base a menzogne continue (gli allarmi per sempre nuovi attentati «islamici»), che riammette la tortura e il carcere senza accusa né giudizio, che sparge nei Paesi occupati uranio impoverito e violenze atroci, non è precisamente l’Occidente che siamo tenuti a difendere.



E’ il nuovo Occidente del Likud e di Sharon, quello del Mossad il cui motto biblico suona: «Attraverso l’inganno vincerai».
Si dovrebbe ricordare che se i legionari di Roma accettarono in gran numero il culto di Mithra, era perché comportava il divieto di mentire; e il cristianesimo che poi vinse nelle legioni non insegnava cosa diversa.
L’Occidente è questo, la professione aperta della verità (il giudaismo ammette la falsa apostasia), il che significa la giustizia resa anche al nemico, il riconoscimento della sua dignità e parità, la guerra a viso aperto.
Solo l’Occidente si è posto il problema della guerra «giusta».
Ne ha fatte di ingiuste, ma almeno si è posto il problema.
Si potrebbe dire tutto questo.
Ma sarebbe ingenuo: se sono corsi gli assegni, il dibattito è chiuso.
Molti giornalisti, pseudo-giornalisti, neo-giornalisti fanno i soldati come Farina in questi anni, ed è il momento di chiedersi quanti di loro lo fanno in buona fede o perché sono a libro-paga: almeno questo è un risultato, per cui «oportet ut scandala eveniant».
Se lo chiedano i lettori, ogni volta che vedono e ascoltano in TV, o leggono sui giornali, un «difensore dell’Occidente»: e se fosse pagato?
Il peggio è che Farina è un giornalista cattolico.
Invitatissimo nei talk-shows come cattolico, specie in quelli di Gad Lerner, né lui si è mai sottratto: cattolico professo, pubblico, sempre pronto a dire la parola «cattolica» definitiva… ora i giornali come Il Manifesto lo deridono per quella sua posizione, la sua unzione da madonnona infilzata.



Nella malignità, non hanno torto; Farina ha trascinato con sé anche le posizioni cattoliche, ne ha ridotto il senso e il valore.
Così come ha trascinato anche il suo giornale, Libero, in una vergogna immeritata: Feltri può non piacere, si può essere in disaccordo con lui, ma di una cosa si può essere certi: non esprime idee per le quali è pagato.
Se sbaglia, sbaglia in proprio, sotto la sua personale responsabilità.
Può cercare finanziamenti e notizie da ogni fonte, ma è troppo giornalista per farsi pilotare da finanziatori e fonti.
Perché Farina sì, invece?
Quello che fa rabbia, è che è un bravo giornalista, nient’affatto mediocre.
Eppure quando faceva il vaticanista - bravissimo, il migliore - un certo suo modo di baciare le mani ai cardinali, con perfetta unzione pretesca, mi urtò.
I cardinali - che dai laici vogliono una cosa sola: essere adulati - gli davano notizie che negavano a noialtri, ma non mi parve che io avrei potuto e voluto fare lo stesso, per raggiungere lo scopo.
Lo ricordo anche a Belgrado, sotto i bombardamenti NATO, mentre raccoglieva notizie con noi inviati, anzi meglio di noi; però, come ci lasciò capire, intanto svolgeva una «missione» di qualche tipo politico.
Era spesso al telefono con Andreotti.
La sua agenda di numeri riservati era enorme e «altissima».
Gli inviati gliela invidiavano.



Ma alcuni di loro, ricordo, lo misero in guardia da quella seconda «missione», perché qualunque fosse non era da giornalisti, non da inviato.
Gli inviati hanno orribili difettacci, fanno creste sulle note-spese, vanno a letto con cameriere, ma una cosa va detta a loro favore: hanno rinunciato al potere.
Nei giornali sono l’equivalente di quelli che nelle aziende sono i commessi viaggiatori, che non diverranno mai amministratori delegati.
Nei giornali, si fa carriera avvitati alla scrivania, da caporedattore a direttore, roba da «culi di pietra», noiosa per chi vuol conoscere il mondo, le sue stranezze, le sue atroci e colorite verità.
Farina è sempre stato qualcosa a metà: inviato e affascinato del potere.
Non solo del suo, ma di quello dei potenti.
Non a caso, a Libero, era vicedirettore ma continuava a fare l’inviato, e anche il super-cronista della politica interna, con la sua agenda altissima e fornitissima di numeri riservati; e per giunta, il soldato dell’Occidente likudnik sotto copertura.
Troppe cose, troppa gola concupiscente, con il retro-pensiero che l’una cosa con l’altra potevano accelerare la sua carriera…
Sbaglio, sbaglio enorme.
La carriera del potere nel giornalismo consiste anzitutto in questo: smettere di fare il giornalista inviato e trufolone.
L’esempio preclaro è quello di Paolo Mieli.
Scelta la carriera, non scrive che due o tre fondi l’anno, certamente distillati dopo consultazione degli editori.
Qualche apparizione in TV, oracolare e panciuto e senza età come un Buddha cinese, a pronunciare corrette ovvietà, senza mai dire una parola di troppo, mai scaldarsi, mai arrabbiarsi. Molto tempo vuoto, molte ore al telefono sui numeri riservati, ma senza poi tradire quel che ti è stato riferito, se non nella «linea» data, anonima e impersonale.



Così si fa.
Non si può essere allo stesso tempo corsaro e capo di governo o, dato che parlo di Farina, missionario in Africa e cardinale di curia.
Il potere e la verità forse non si escludono a vicenda, ma chi ha scelto la verità sa che deve rinunciare al potere, sa che non deve nemmeno rispettarlo, anzi diffidarne per abitudine professionale.
Non rivelo nulla di insolito: la scelta della verità non è la molla principale per cui i più fanno i giornalisti.
I più, lo fanno perché hanno una particolare attrazione, anzi sensibilità, per il potere.
I più, appena entrano in una stanza con diverse persone mai viste, sanno subito quale di esse ha potere, a quale conviene avvicinarsi, da chi farsi dare in qualche modo il numero del cellulare privato.
Ho conosciuto moltissimi giornalisti che andavano in estasi se, poniamo, De Benedetti o Amato gli davano del «tu».
Molti sono estasiati di avvicinare, o stare nella sfera dei potenti, anche come semplici mosche cocchiere.
I più hanno uno sviluppatissimo senso della gerarchia «di fatto», ossia sanno distinguere subito in una stanza affollata «chi conta» e chi «non conta», e con precisione estrema chi conta più e chi conta meno.
Nemmeno si chiedono se uno «merita» di contare, e con quali mezzi è diventato potente, se legali o no.
Il fatto che conti, ai più, basta.



Così, per esempio, uno che «non conta» può essere trattato come uno di parte, e quel che dice ritenuto irrilevante, senza chiedersi se per caso non dica la verità.
Ciò, naturalmente, non è Occidente.
Gli ateniesi facevano parlare tutti nell’agorà - prima democrazia - non perché erano buoni o cristiani, ma perché la verità, la proposta giusta o la giusta soluzione poteva venire anche da qualcuno che non contava nulla.
L’acuto senso per il potere e le sue gerarchie non sarà occidentale (è asiatico, direbbero i greci), ma è umano.
Non mi scandalizza.
Anche perché c’è un eccesso contrario, che ritengo un vero e proprio difetto: la cecità per il potere. Dire la verità a chi hai davanti senza cercare prima di capire se «conta», se può nuocerti, licenziarti o danneggiarti coi suoi mezzi superiori, non è una qualità.
Eccepire al Papa, dire che il presidente USA è un criminale o che le grandi banche sono associazioni a delinquere non fa che renderti ridicolo e irrita il pubblico.
Senza poi guadagnare alcun risultato.
Perché prima, bisogna avere almeno un po’ di potere.
Non è una virtù di cui andare fieri, ma un vizio dell’anima.



Personalmente, mi accorsi di averlo contratto in terza elementare quando - senza essere il primo della classe, non ero certo l’ultimo - mi misi nel banco con l’ultimo della classe.
Si chiamava, ricordo, Mortillaro, veniva da una famiglia difficile, era allampanato, di una magrezza da malato, con un nasone da Pulcinella, era ultra-ripetente quindi era parecchio più vecchio di noi, quasi un giovanotto, e per questo era trattato come un caso disperato dal maestro (che per parte sua non era affatto un mediocre), che lo disprezzava apertamente.
Il fatto è che Mortillaro sapeva dipingere in modo straordinario, come Utrillo.
Copiava da cartoline su delle assicelle di risulta, usando delle tempere recuperate chissà come, ma le rendeva vive.
Macchioline di colori diventavano lillà e bougainvillee vibranti di vento e di sole.
Un dono naturale, non aveva studiato.
Una tecnica straordinaria, che aveva scoperto da sé.
Mortillaro era rassegnato ad essere disprezzato.
Diceva: «Che mi frega, tanto vado a fare l’operaio».
Ma a me sembrò subito un’ingiustizia il trattamento che subiva.
Che la qualità dei suoi quadretti esigesse non solo un riconoscimento, ma un privilegio.
A me, il fatto che sapessi scrivere bene guadagnava il privilegio di un certo favore nelle materie in cui ero debole, di una bonaria accettazione di certe mie inerzie e distrazioni o non-volontà.



In aritmetica mi davano voti che non meritavo; perché la pittura di Mortillaro non gli dava diritto agli stessi privilegi?
In questo caso, la giustizia richiedeva il privilegio, non l’uguaglianza.
Era il mio primo incontro con la più sottile mancanza di carità, quella che si nega alle persone eccezionali: sempre pronti a dare il piatto di minestra allo zingaro ladro o all’albanese truffatore, i buoni preti nemmeno si accorgono dei bisognosi di rispetto per le loro qualità superiori.
La carità non si spinge mai a dare a chi ne ha bisogno non del pane, ma un laboratorio, acquerelli di pregio, un corso speciale per superdotati che hanno bisogno di fiorire.
Provai a dirlo al maestro.
Naturalmente lo irritai, si sentì contestato nella sua autorità (aveva ragione), e non ottenni nulla per Mortillaro.
Potei fare solo questo, diventare amico di Mortillaro, onorarlo in qualche modo con l’amicizia di uno che non era l’ultimo nella classe, anzi in certe cose il primo.
Lui era lusingato, ma era lui ad essere più bravo, e io gli dicevo di non smettere mai di dipingere, nemmeno da operaio.
Temo che non l’abbia fatto, non ho saputo più nulla di lui; mi regalò un suo quadretto, ma l’ho perso in un trasloco.
Che cosa c’entra questa storia con Farina?
Forse niente; pura associazione di idee.



Oggi, come giornalisti, siamo entrambi al capolinea.
Io licenziato per aver detto qualche verità più sgradita del solito, lui nei guai grossi con l’ordine dei giornalisti e forse con la giustizia, e con in più una famiglia da mantenere.
Il risultato, dopotutto, è lo stesso.
Forse Farina doveva ascoltare alcuni colleghi che non contano nulla, e sarebbe ancora a cavallo.
O forse, alla fine, forse è meglio essere stato nel banco con Mortillaro, non perché contava qualcosa, ma perché era bravissimo in una cosa.
Sono più felice adesso di quando lavoravo alle dipendenze di un potentino, mezzo-potente per riflesso e per delega.
Senza contare nulla, provo a dire la verità.
In modo che sia la verità a contare, non il mio potere (che è zero).
Come sanno i lettori, la mia non è la verità assoluta, posso sbagliare.
Ma sbaglio io, a mie spese e sotto la mia responsabilità, e non per conto di qualcun altro, di qualche potere forte o occulto.
Oggi sono io Mortillaro, e non mi pare di aver tradito me stesso né il mio mestiere.
E nemmeno i lettori.
E nemmeno la fede cristiana che professo.

Maurizio Blondet




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