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Discussione: Il vero Indro

  1. #1
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    Predefinito Il vero Indro

    Quando entrai nel suo ufficio sollevò l’indice della mano destra dalla tastiera della sua Olivetti Lettera 22, mi guardò con quegli occhi che avevano visto scorrere il mondo e la storia di più di mezzo Novecento, mi sorrise e disse: “Allora era tu che mi perseguitavi per quell’intervista… per due settimane Iside Frigerio è venuta ogni giorno a dirmi che c’era un giornalista che telefonava dalla Toscana per chiedermi quella roba su Fucecchio… Fucecchio in provincia di Pisa (altro sorriso, stavolta ironico), che idea balzana.
    Noi che siamo fiorentini da sempre…
    Però - aggiunse guardandomi dritto negli occhi - hai fatto bene a non fermarti e a insistere per avere l’intervista. Bravo… era andata bene?”.
    E aggiunse, guardando anche l’amministratore delegato del Giornale Amedeo Massari che mi aveva accompagnato da lui, “spero di aver fatto bene ad assumere un pisano…
    Alberto, guarda di non farmi brutti scherzi solo perché sono fiorentino (niente sorriso, stavolta), vedrai che qui ti troverai bene, siamo una grande famiglia”.

    Era il primo d’aprile 1983 e per me, lettore del Giornale dal primo numero, quello non era un pesce d’aprile: iniziavo a lavorare con Montanelli direttore.
    Confesso che ero alla ricerca di una battuta brillante, qualcosa a effetto, insomma. Niente.
    Volai basso: “L’intervista sulla polemica per Fucecchio in provincia di Firenze o di Pisa era andata bene, direttore… dal Tirreno (il quotidiano di Livorno per cui lavorarvo) mi avevano chiamato chiedendo se era vero che l’avevo intervistata, se avevo davvero parlato con lei…”.
    Risposta di Montanelli: “Eh…te l’avrei chiesto anch’io se fossi stato al posto loro… (di nuovo sorriso).
    Lo ricordo così, Indro Montanelli, il “mio” direttore da sempre, ragazzo di bottega del Giornale che aspettava ogni volta con emozione il suo arrivo serale in tipografia per la chiusura della prima pagina, spesso accompagnato da Gian Galeazzo Biazzi Vergani, con il caporedattore Leopoldo Sofisti che aveva appena scompaginato e ricomposto (era un mago…) la “prima”, piazzandogliela davanti al bancone illuminato dei “montaggisti”.
    Per qualche attimo la tipografia si fermava… tutti in silenzio proto, tipografi e giornalisti, per quel rito, in attesa di un borbottio di assenso, un commento, una battuta di Indro.
    Voglio ricordarlo così Montanelli, a cent’anni dalla nascita .
    Quel primo giorno che cambiò la mia vita, non solo professionale. Indimenticabile Indro.

    dal www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Riferimento: Il vero Indro

    Citazione Originariamente Scritto da mustang Visualizza Messaggio
    Quando entrai nel suo ufficio sollevò l’indice della mano destra dalla tastiera della sua Olivetti Lettera 22, mi guardò con quegli occhi che avevano visto scorrere il mondo e la storia di più di mezzo Novecento, mi sorrise e disse: “Allora era tu che mi perseguitavi per quell’intervista… per due settimane Iside Frigerio è venuta ogni giorno a dirmi che c’era un giornalista che telefonava dalla Toscana per chiedermi quella roba su Fucecchio… Fucecchio in provincia di Pisa (altro sorriso, stavolta ironico), che idea balzana.
    Noi che siamo fiorentini da sempre…
    Però - aggiunse guardandomi dritto negli occhi - hai fatto bene a non fermarti e a insistere per avere l’intervista. Bravo… era andata bene?”.
    E aggiunse, guardando anche l’amministratore delegato del Giornale Amedeo Massari che mi aveva accompagnato da lui, “spero di aver fatto bene ad assumere un pisano…
    Alberto, guarda di non farmi brutti scherzi solo perché sono fiorentino (niente sorriso, stavolta), vedrai che qui ti troverai bene, siamo una grande famiglia”.

    Era il primo d’aprile 1983 e per me, lettore del Giornale dal primo numero, quello non era un pesce d’aprile: iniziavo a lavorare con Montanelli direttore.
    Confesso che ero alla ricerca di una battuta brillante, qualcosa a effetto, insomma. Niente.
    Volai basso: “L’intervista sulla polemica per Fucecchio in provincia di Firenze o di Pisa era andata bene, direttore… dal Tirreno (il quotidiano di Livorno per cui lavorarvo) mi avevano chiamato chiedendo se era vero che l’avevo intervistata, se avevo davvero parlato con lei…”.
    Risposta di Montanelli: “Eh…te l’avrei chiesto anch’io se fossi stato al posto loro… (di nuovo sorriso).
    Lo ricordo così, Indro Montanelli, il “mio” direttore da sempre, ragazzo di bottega del Giornale che aspettava ogni volta con emozione il suo arrivo serale in tipografia per la chiusura della prima pagina, spesso accompagnato da Gian Galeazzo Biazzi Vergani, con il caporedattore Leopoldo Sofisti che aveva appena scompaginato e ricomposto (era un mago…) la “prima”, piazzandogliela davanti al bancone illuminato dei “montaggisti”.
    Per qualche attimo la tipografia si fermava… tutti in silenzio proto, tipografi e giornalisti, per quel rito, in attesa di un borbottio di assenso, un commento, una battuta di Indro.
    Voglio ricordarlo così Montanelli, a cent’anni dalla nascita .
    Quel primo giorno che cambiò la mia vita, non solo professionale. Indimenticabile Indro.

    dal www.ilgiornale.it di oggi

    saluti
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    Il vero Montanelli

    Quando Indro Montanelli diventò direttore aveva compiuto i 65 anni. Si compiaceva di sottolineare la singolarità d’un debutto arrivato all’età in cui di solito si è a fine carriera, e ci si occupa della pensione più che di cimentarsi in nuove avventure professionali.
    Da allora ad oggi, anche se sono trascorsi solo pochi decenni, queste valutazioni sono cambiate.
    Un ultrasessantenne non è più un vecchio, è un diversamente giovane. Molti alti funzionari e magistrati, raggiunti dall’età del collocamento a riposo, si dedicano con lena affannata, finché ancora hanno un briciolo di potere, a organizzare ciò che faranno da grandi. Ossia alla conquista della poltrona su cui siederanno come emeriti.
    Non era il caso di Montanelli, naturalmente.
    Che in questo suo insistere sull’incongruità anagrafica dell’incarico direttoriale ci metteva, come in altre attestazioni d’umiltà, un po’ di civetteria. Perché era in pieno vigore intellettuale, perché conosceva un momento di straordinario slancio morale, soprattutto perché sapeva che, non essendo mai stato fregiato dei galloni ufficiali di direttore, aveva comandato più di qualsiasi direttore nell’ammiraglia dei quotidiani italiani, il Corriere della Sera.
    Dove i cambiamenti avvenivano sempre con il suo consenso e dopo il suo consiglio. Si fosse voluto imporre, avrebbe preso il timone del Corriere chissà da quanto tempo. Ma riteneva che la sua vocazione fosse un’altra, quella dell’impareggiabile solista capace d’incantare ogni platea.
    Era dunque privo di gradi come lo era Napoleone, il petit caporal.
    Inoltre Indro, uomo metodico e per alcuni aspetti abitudinario, non voleva sentirsi condizionato e schiacciato da doveri burocratici.

    Puntualissimo - come tutti i puntuali ha passato la vita ad aspettare i ritardatari - e scrupolosissimo nel lavoro, si considerava tuttavia un battitore libero.
    Sapendo oltretutto quanto la metodicità del quotidiano potesse nuocere alla sua immagine - in massima parte leggendaria - di toscanaccio bizzoso e imprevedibile.
    Insomma, per farla breve, Montanelli diventò direttore di malavoglia.
    O, per essere più precisi, lo divenne sollecitato dalla voglia di far qualcosa per una Italia che gli pareva avviata sulla brutta china di un conformismo ipocrita, di un politicamente corretto che scorrettamente voleva imporre le sue verità agli italiani non piazzaioli, alla scoraggiata maggioranza silenziosa.
    A costo di attirarmi, di là dove Indro ci sta guardando, la sua riprovazione, debbo aggiungere che quel direttore fu, per il momento scelto e per il modo in cui la scelta avvenne, un capopopolo.
    E lui lo sapeva. Capire e servire i lettori, trascinarli con sé, compiacerli anche quando fingeva di contraddirli era il suo mestiere. Per questo disponeva di molte magie: quella della penna - o della lettera ventidue -, quella della figura carismatica, quella della parola. Quest’ultima accresciuta - ed è uno dei tanti paradossi montanelliani - da un accenno di balbuzie.
    Ma avendo avuto in dono da madre natura, e poi accresciuto con un lavoro assiduo, queste qualità straordinarie di prim’attore, Indro era anche, per rimanere al linguaggio teatrale, un regista?

    Ossia, per dirlo banalmente, è stato un grande direttore? Vediamo.
    Non era, per usare un termine di facile comprensibilità, un uomo di macchina: mancandogli, degli uomini di macchina, i culi di pietra che tutto vedono e tutto controllano, sia la pazienza sia il puntiglio. Che poteva diventare, in uno come Giulio De Benedetti della Stampa , una sorta di sadismo creativo. Non fosse stato per la sua riluttanza alle cariche, lo si poteva vedere bene come uno di quei direttori del vecchio Corriere - Emanuel, Missiroli - che davano alla testata il prestigio del loro nome e pochissima operosità. (Poiché Missiroli si compiaceva di massacrare gli articoli che gli erano portati in bozze, creando problemi in tipografia, il saggio Michele Mottola gli sottoponeva a volte bozze d’articoli non in programma. E si divertiva pure).
    Ma con Montanelli il giuoco non sarebbe riuscito. Leggeva poco ma intuiva tutto. Gli bastava un’occhiata alle prime tre righe d’un pezzo per capire se era buono o no, così come gli bastava annusare un libro per valutarlo. Era svogliato e incombente insieme. Non aveva snobismi intellettuali, da vero giornalista sapeva quanto contino per la fortuna d’un foglio i temi popolari. Alcuni argomenti li aveva in uggia non perché fossero popolari, ma perché gli pareva che non portassero da nessuna parte, che fossero un pestar l’acqua nel mortaio. Per i suoi giornalisti aveva rispetto anche perché li aveva scelti lui, e ogni bocciatura d’un redattore diventava in qualche modo anche una sua bocciatura.

    Indro non aveva la capacità - che è propria dei direttori per vocazione - di punire o licenziare. Sapeva premiare, con uno dei suoi preziosi elogi, la bravura dei bravi.
    Per gli errori dei non bravi si sfogava magari verbalmente: mai con provvedimenti. Faceva eccezione per le firme importanti. Le battute feroci che aveva risparmiato ai meno importanti, con quelli che lo erano - e che magari ritenevano soltanto d’esserlo - fioccavano severe.
    Era prodigo d’aiuto e d’incoraggiamenti per i giovani che stimava, a volte assumendo, lui che padre non era mai stato, atteggiamenti affettuosi e paterni. Lo stare in tipografia gli piaceva.
    E lui piaceva ai tipografi che giustamente lo consideravano una star, ma che erano trattati alla pari. Me ne intendo poco, però non credo che avesse molto gusto grafico. Il suo Giornale - che ambiva ad essere un Corriere senza cedimenti - aveva contenuti di eccellenza e una veste che, vista oggi, appare grigia.
    (Vero è che quando Montanelli, con la Voce, si lasciò incantare dalle sirene d’una grafica innovativa, fu il disastro, la rivoluzione risultò mille volte peggiore della conservazione).
    Quando era solista, Montanelli aveva sicuramente avvertito gli stimoli della competizione con altri «grandi»: Curzio Malaparte che aborriva, Orio Vergani del quale riconosceva il talento ma del quale disprezzava il carattere, o piuttosto la mancanza di carattere, Dino Buzzati che adorava per il suo candore di fanciullo con un sottofondo di perversione.

    Ma in lui direttore non ho mai avvertito il morso dell’invidia.
    Al Giornale, impegnato - vogliamo usarlo il termine retorico e logoro che imperversa? - in una missione di patriota oltre che di giornalista, era al di sopra di queste miserie, o tale mi pareva. Confesso d’essere rimasto un po’ stupito per alcuni accenni invidiosi de I conti con me stesso.
    Montanelli non è stato semplicemente un direttore.
    È stato a lungo una bandiera e un simbolo.
    Non aveva toni da crociata, estranei al suo linguaggio e lontani dalla sua ironia, ma in un momento difficile fu crociato - ossia portatore di profonde convinzioni - forse più di quanto lo è stata, con la sua veemenza, Oriana Fallaci.
    La stagione del primo Montanelli direttore è stata contrassegnata dal coraggio.
    E anche dal sacrificio della gambizzazione.
    Fa male il vedere che alcuni vogliono ridurre tutto alla meschinità della querelle finale con Berlusconi.
    Indro Montanbelli è stato un grande direttore?
    È stato qualcosa non dico di più o di meno, sicuramente qualcosa di diverso.
    Un genio.

    Mario Cervi www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Riferimento: Il vero Indro

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    Il vero Montanelli

    Quando Indro Montanelli diventò direttore aveva compiuto i 65 anni. Si compiaceva di sottolineare la singolarità d’un debutto arrivato all’età in cui di solito si è a fine carriera, e ci si occupa della pensione più che di cimentarsi in nuove avventure professionali.
    Da allora ad oggi, anche se sono trascorsi solo pochi decenni, queste valutazioni sono cambiate.
    Un ultrasessantenne non è più un vecchio, è un diversamente giovane. Molti alti funzionari e magistrati, raggiunti dall’età del collocamento a riposo, si dedicano con lena affannata, finché ancora hanno un briciolo di potere, a organizzare ciò che faranno da grandi. Ossia alla conquista della poltrona su cui siederanno come emeriti.
    Non era il caso di Montanelli, naturalmente.
    Che in questo suo insistere sull’incongruità anagrafica dell’incarico direttoriale ci metteva, come in altre attestazioni d’umiltà, un po’ di civetteria. Perché era in pieno vigore intellettuale, perché conosceva un momento di straordinario slancio morale, soprattutto perché sapeva che, non essendo mai stato fregiato dei galloni ufficiali di direttore, aveva comandato più di qualsiasi direttore nell’ammiraglia dei quotidiani italiani, il Corriere della Sera.
    Dove i cambiamenti avvenivano sempre con il suo consenso e dopo il suo consiglio. Si fosse voluto imporre, avrebbe preso il timone del Corriere chissà da quanto tempo. Ma riteneva che la sua vocazione fosse un’altra, quella dell’impareggiabile solista capace d’incantare ogni platea.
    Era dunque privo di gradi come lo era Napoleone, il petit caporal.
    Inoltre Indro, uomo metodico e per alcuni aspetti abitudinario, non voleva sentirsi condizionato e schiacciato da doveri burocratici.

    Puntualissimo - come tutti i puntuali ha passato la vita ad aspettare i ritardatari - e scrupolosissimo nel lavoro, si considerava tuttavia un battitore libero.
    Sapendo oltretutto quanto la metodicità del quotidiano potesse nuocere alla sua immagine - in massima parte leggendaria - di toscanaccio bizzoso e imprevedibile.
    Insomma, per farla breve, Montanelli diventò direttore di malavoglia.
    O, per essere più precisi, lo divenne sollecitato dalla voglia di far qualcosa per una Italia che gli pareva avviata sulla brutta china di un conformismo ipocrita, di un politicamente corretto che scorrettamente voleva imporre le sue verità agli italiani non piazzaioli, alla scoraggiata maggioranza silenziosa.
    A costo di attirarmi, di là dove Indro ci sta guardando, la sua riprovazione, debbo aggiungere che quel direttore fu, per il momento scelto e per il modo in cui la scelta avvenne, un capopopolo.
    E lui lo sapeva. Capire e servire i lettori, trascinarli con sé, compiacerli anche quando fingeva di contraddirli era il suo mestiere. Per questo disponeva di molte magie: quella della penna - o della lettera ventidue -, quella della figura carismatica, quella della parola. Quest’ultima accresciuta - ed è uno dei tanti paradossi montanelliani - da un accenno di balbuzie.
    Ma avendo avuto in dono da madre natura, e poi accresciuto con un lavoro assiduo, queste qualità straordinarie di prim’attore, Indro era anche, per rimanere al linguaggio teatrale, un regista?

    Ossia, per dirlo banalmente, è stato un grande direttore? Vediamo.
    Non era, per usare un termine di facile comprensibilità, un uomo di macchina: mancandogli, degli uomini di macchina, i culi di pietra che tutto vedono e tutto controllano, sia la pazienza sia il puntiglio. Che poteva diventare, in uno come Giulio De Benedetti della Stampa , una sorta di sadismo creativo. Non fosse stato per la sua riluttanza alle cariche, lo si poteva vedere bene come uno di quei direttori del vecchio Corriere - Emanuel, Missiroli - che davano alla testata il prestigio del loro nome e pochissima operosità. (Poiché Missiroli si compiaceva di massacrare gli articoli che gli erano portati in bozze, creando problemi in tipografia, il saggio Michele Mottola gli sottoponeva a volte bozze d’articoli non in programma. E si divertiva pure).
    Ma con Montanelli il giuoco non sarebbe riuscito. Leggeva poco ma intuiva tutto. Gli bastava un’occhiata alle prime tre righe d’un pezzo per capire se era buono o no, così come gli bastava annusare un libro per valutarlo. Era svogliato e incombente insieme. Non aveva snobismi intellettuali, da vero giornalista sapeva quanto contino per la fortuna d’un foglio i temi popolari. Alcuni argomenti li aveva in uggia non perché fossero popolari, ma perché gli pareva che non portassero da nessuna parte, che fossero un pestar l’acqua nel mortaio. Per i suoi giornalisti aveva rispetto anche perché li aveva scelti lui, e ogni bocciatura d’un redattore diventava in qualche modo anche una sua bocciatura.

    Indro non aveva la capacità - che è propria dei direttori per vocazione - di punire o licenziare. Sapeva premiare, con uno dei suoi preziosi elogi, la bravura dei bravi.
    Per gli errori dei non bravi si sfogava magari verbalmente: mai con provvedimenti. Faceva eccezione per le firme importanti. Le battute feroci che aveva risparmiato ai meno importanti, con quelli che lo erano - e che magari ritenevano soltanto d’esserlo - fioccavano severe.
    Era prodigo d’aiuto e d’incoraggiamenti per i giovani che stimava, a volte assumendo, lui che padre non era mai stato, atteggiamenti affettuosi e paterni. Lo stare in tipografia gli piaceva.
    E lui piaceva ai tipografi che giustamente lo consideravano una star, ma che erano trattati alla pari. Me ne intendo poco, però non credo che avesse molto gusto grafico. Il suo Giornale - che ambiva ad essere un Corriere senza cedimenti - aveva contenuti di eccellenza e una veste che, vista oggi, appare grigia.
    (Vero è che quando Montanelli, con la Voce, si lasciò incantare dalle sirene d’una grafica innovativa, fu il disastro, la rivoluzione risultò mille volte peggiore della conservazione).
    Quando era solista, Montanelli aveva sicuramente avvertito gli stimoli della competizione con altri «grandi»: Curzio Malaparte che aborriva, Orio Vergani del quale riconosceva il talento ma del quale disprezzava il carattere, o piuttosto la mancanza di carattere, Dino Buzzati che adorava per il suo candore di fanciullo con un sottofondo di perversione.

    Ma in lui direttore non ho mai avvertito il morso dell’invidia.
    Al Giornale, impegnato - vogliamo usarlo il termine retorico e logoro che imperversa? - in una missione di patriota oltre che di giornalista, era al di sopra di queste miserie, o tale mi pareva. Confesso d’essere rimasto un po’ stupito per alcuni accenni invidiosi de I conti con me stesso.
    Montanelli non è stato semplicemente un direttore.
    È stato a lungo una bandiera e un simbolo.
    Non aveva toni da crociata, estranei al suo linguaggio e lontani dalla sua ironia, ma in un momento difficile fu crociato - ossia portatore di profonde convinzioni - forse più di quanto lo è stata, con la sua veemenza, Oriana Fallaci.
    La stagione del primo Montanelli direttore è stata contrassegnata dal coraggio.
    E anche dal sacrificio della gambizzazione.
    Fa male il vedere che alcuni vogliono ridurre tutto alla meschinità della querelle finale con Berlusconi.
    Indro Montanbelli è stato un grande direttore?
    È stato qualcosa non dico di più o di meno, sicuramente qualcosa di diverso.
    Un genio.

    Mario Cervi www.ilgiornale.it di oggi

    saluti
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    E quello dei bugiardi!

    È un irriconoscibile Montanelli quello che vien fuori dalle commemorazioni, dalle memorie e dai ritratti che si susseguono nell’occasione del centenario della sua nascita.
    Un Montanelli nei panni di Venerato Maestro - con le maiuscole da lui detestate - che sembra abbia vissuto non per il giornalismo (alla sua autobiografia, curata da Tiziana Abate e pubblicata da Rizzoli, volle dare per titolo: «Soltanto un giornalista». Soltanto), ma per muovere guerra a Silvio Berlusconi.
    Guerra poi vinta sabato 8 gennaio del 1994 sventando il golpe del Cavaliere che dopo aver fatto irruzione nelle sacre e intangibili mura di via Gaetano Negri rivolgendosi alla redazione insolentemente proclamò: «D’ora in poi il Giornale farà la politica della mia politica».
    Questa almeno la versione dei fatti che ne dà la vulgata - dapprima messa in giro da Federico Orlando e successivamente fatta sua da Marco Travaglio - alla quale il giornalismo democratico scrupolosamente si attiene.

    Proprio ieri, per celebrare a modo suo il centenario della nascita di Montanelli, l’Unità dedicava un’intera pagina al fallito golpe riprendendo quanto ne scrisse Travaglio in «Montanelli e il Cavaliere», da tutti i sinceri democratici ritenuta l’unica veritiera ricostruzione dei fatti.
    E allora cominciamo col dire che quell’8 gennaio del 1994 in via Gaetano Negri Travaglio non c’era.
    Non era presente, non fu testimone degli avvenimenti che vi si svolsero.
    Il suo resoconto è dunque basato su testimonianze, su rivelazioni, indiscrezioni, confidenze, estratti di articoli, di interviste e di libri.
    Riproduce anche qualche passo della mia biografia di Montanelli, naturalmente per smentirmi.
    Quello di Travaglio è dunque un minuzioso, implacabile copia incolla - procedimento del quale egli è maestro - che tuttavia presenta delle falle inaspettate da chi ha sempre vantato il proprio rigore e il religioso attaccamento al principio della completezza dell’informazione.
    Si dà infatti il caso che nell’enumerare le prove a carico di Berlusconi, egli dimentichi l’intervista rilasciata da Montanelli - 25 marzo 2001 - a Laura Laurenzi della Repubblica.
    Nella fattispecie questo passo:
    «Paolo Granzotto scrisse un resoconto di come erano andate le cose. Ecco: andatevi a rileggere quella cronaca, coincide esattamente con le cose come le ho raccontate io».
    E che altro poteva dire, Indro?
    Quel giorno ero con lui, nella sua stanza e non in veste di visitatore, ma di amico, di confidente, di persona con la quale divideva le sue giornate.
    Di quel sabato divenuto poi «storico» parlammo e riparlammo per un pezzo, ripercorrendolo minuto per minuto, battuta per battuta.
    Non poteva non concordare con la versione che in seguito ne diedi e questo perché era anche la sua, di versione.
    Se avessi mentito m’avrebbe tolto il saluto, mi avrebbe fatto sapere che mi disprezzava, che rinnegava la nostra lunghissima e saldissima amicizia. Invece niente di tutto ciò.

    Ora devo dare un dispiacere ai molti che seguitano a pensare che l’8 gennaio 1994 la redazione del Giornale era riunita per dibattere sulla libertà di stampa, sull’indipendenza dall’editore e dai suoi scherani, sul ruolo di Silvio Berlusconi e sulla salvaguardia della direzione minacciata di mordacchia.
    No, quel giorno la redazione si riunì in assemblea per chiedere soldi.
    Le così dette nuove tecnologie - il computer - si erano imposte in tutte le aziende editoriali e il Giornale era l’unico a non averle ancora adottate. Erano lì, pronte, ma la redazione sbarrava loro il passo, disposta a cederlo in cambio di un aumento in busta paga.
    «Ma come - replicava l’amministratore Amedeo Massari - io vi faccio un favore, vi rendo il lavoro più facile e voi mi chiedete in cambio dei soldi?». Ragionamento che non avrebbe fatto una grinza se le altre testate non l’avessero concessa, quell’«indennità nuove tecnologie», creando un precedente al quale la redazione si attaccava.

    Fu un lungo braccio di ferro.
    Da un lato la proprietà che intanto aveva congelato ogni investimento (e Dio sa quanto bisogno ne aveva il Giornale), dall’altro il comitato di redazione intenzionato a non mollare. E siccome il tempo trascorreva senza che s’aprisse uno spiraglio, cominciò a prender corpo l’idea - rivoluzionaria per un giornale come il nostro dove mai si erano incrociate le braccia - di proclamare uno sciopero.
    E questa «opzione di lotta» figurava nell’ordine del giorno dell’assemblea dell’8 gennaio 1994.
    Com’era costume da noi, i redattori non si presentarono in gran numero. Ovviamente Montanelli, che già di suo detestava i riti sindacali ma che in ogni modo se ne doveva tenere distante perché questo impone al direttore l’etichetta giornalistica, restò nella sua stanza.
    Così Biazzi Vergani, impegnato a fare il giornale nonostante le assenze. E così Federico Orlando.
    Solo più tardi si sarebbe scoperto agitatore di folle: al momento restava l’uomo d’ordine che era sempre stato. Oltre tutto era impegnato a concordare un fondo con un certo Ciaurro, il sindaco di una cittadina umbra ritenuto da Orlando il più autorevole degli opinionisti.
    Ma questa è un’altra storia.

    Fatto sta che nel bel mezzo del dibattito assembleare giunse al comitato di redazione la notizia che Silvio Berlusconi avrebbe volentieri parlato ai giornalisti.
    Il comitato si rivolse allora a Biazzi Vergani chiedendogli se la direzione avesse nulla in contrario e Biazzi ne informò Montanelli che rispose:
    «Silvio faccia quel che gli pare» (aggiungendo poi, privatamente: «Speriamo che porti le palanche. Se non lo fa è un bischero»).
    Avuto il primo dei nulla osta, il comitato richiese il secondo e definitivo all’assemblea, la quale non solo rispose sì, sentiamo cos’ha da dirci, ma espresse soddisfazione per quell’intervento diretto che certo avrebbe favorito la ripresa della trattativa e, in sostanza, il pagamento dell’agognata indennità.
    Quindi, per riassumere: nessun blitz, nessun colpo di mano o soperchieria o golpe da parte di Berlusconi.
    Ma tutto secondo le regole della buona educazione e in conformità del protocollo sindacale.
    Pura menzogna è dunque quanto riferisce la vulgata e cioè che alla richiesta di Berlusconi Montanelli abbia risposto: «Non se ne parla nemmeno».

    Ho qualche acciacco, ma le orecchie le ho ancora buone e buone le ha Biazzi Vergani e quel diniego non lo abbiamo udito. Senza dire che privo del gradimento il Cavaliere avrebbe parlato al vuoto perché al suo arrivo l’assemblea si sarebbe sciolta illic et immediate.

    Travaglio (che non era presente) sostiene che nel corso del suo intervento Silvio Berlusconi abbia detto: «D’ora in poi il Giornale farà la politica della mia politica».
    In un suo rancoroso e meschino libello, Federico Orlando (che non era presente) sostiene invece che abbia detto: «O con me o con Montanelli». Balle. Balle sesquipedali.
    Ecco come andarono le cose: a un collega che gli chiedeva «Politicamente, come combatteremo noi contro queste grosse coalizioni (intendeva i tre o quattro maggiori quotidiani), con un giornale che chiude le sedi estere, con un giornale che fa i prepensionamenti, con un giornale in stato di crisi? Andremo alla guerra con un’arma spuntata?», Berlusconi rispose, come registrato dal verbale:
    «Io credo che se il Giornale darà segni di voler combattere questa battaglia, di volerla combattere con una tattica e una strategia adeguate alle posizioni degli altri, non mancheranno assolutamente i mezzi per un rafforzamento della linea del Giornale. Credo che dobbiate mettervi d’accordo su questo».
    Questa frase fu intesa in due modi o meglio, fu intesa in due modi l’espressione «questa battaglia».
    Chi l’interpretò come battaglia per far fronte alla concorrenza e chi come battaglia politica, la sua, sua di Berlusconi, da poco «sceso in campo». Vedendoci, in questo secondo caso, la volontà di piegare ai suoi interessi politici, ricattandola, la redazione.

    Il giorno appresso, domenica 9 gennaio, Montanelli era a cena da Berlusconi.
    Ne tornò deciso a dimettersi, cosa che fece subito.
    Prese quindi congedo dalla redazione annunciando il prossimo varo una «scialuppa di salvataggio» dove imbarcare quanti volevano seguirlo.
    Fatto ciò Montanelli si chiuse nel suo ufficio dove mi affrettai a raggiungerlo, trovandolo seduto al suo scrittoio, gli occhi chiusi, le mani aperte poggiate sulla Lettera 22.
    «È fatta», mi disse. «E adesso?».
    «Si ricomincia con La Voce», rispose, «ma tu resta: i ragazzi non devono rimanere abbandonati a se stessi e la barca va portata avanti. L’abbiamo varata noi. E poi so che per via di Federico (si riferiva a Federico Orlando) non ci verresti».
    «Come ti senti?», gli chiesi.
    «Come Mussolini al Gran Sasso».
    Intendeva dire d’aver timore di essere liberato da chi non desiderava fosse il suo salvatore. Timore fondato.

    P.Granzotto www.ilgiornale.it di oggi

    saluti

  4. #4
    Vivo all'estro
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    Io Montanelli lo ho sempre odiato,anche da direttore del giornale-sonnifero e "rappresentante-aspirina di quelli non di sinistra"..o meglio di qualsiasi democristiano o potente compromissorio del tempo.
    Un uomo psicopatico,esageratamente antipatico ,un codardo voltagabbana,totale falsita'ed untuosita' di atteggiamenti ed un leccaculi del potere senza confini,una vita dedicata al naso marrone dei potenti e di quelli "intellettualmente' o statalisticamnete alla moda.
    Per fnire i suoi articoli,lo stile, tutto e di per se',faceva veramente scoreggiare.
    " Democracy is currently defined in Europe as: " A country run by Jews " . E.P.

  5. #5
    puttuio!
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    Predefinito Riferimento: Il vero Indro

    L'imitazione è la più sincera forma di adulazione.(Charles Caleb Colton)

  6. #6
    email non funzionante
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    Predefinito Riferimento: Il vero Indro

    Citazione Originariamente Scritto da Steppenwolf Visualizza Messaggio
    Io Montanelli lo ho sempre odiato,anche da direttore del giornale-sonnifero e "rappresentante-aspirina di quelli non di sinistra"..o meglio di qualsiasi democristiano o potente compromissorio del tempo.
    Un uomo psicopatico,esageratamente antipatico ,un codardo voltagabbana,totale falsita'ed untuosita' di atteggiamenti ed un leccaculi del potere senza confini,una vita dedicata al naso marrone dei potenti e di quelli "intellettualmente' o statalisticamnete alla moda.
    Per fnire i suoi articoli,lo stile, tutto e di per se',faceva veramente scoreggiare.
    ----------------------------

    Alla fine hai chiarito perfettamente:
    a forza di "respirare" l'aria che ti usciva dal culo ti sei ridotto malino!

 

 

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