Oreste Sartore
11/07/2006

Se il ventre che ha partorito pressoché tutte le idee rivoluzionarie è quello della Germania,
è altrettanto vero che la serietà tedesca ha impedito il diffondersi delle loro conseguenze più virulente. Quando l’idea tedesca trasmigra in altri suoli, in Inghilterra, in Francia e in Russia non trova barriere all’altezza della sfida e riesce a ghermire l’anima di larghi strati della popolazione.
La Riforma protestante, opposizione tedesca alla civiltà romano-cristiana, si trovò ben presto a dover fronteggiare un problema psicologico ed alcune aporie teoretiche.
Ridotto il sacerdote a predicatore, soppressa la confessione auricolare, i capi della Riforma furono costretti a trovare nuove soluzioni atte a ridare la pace al fedele che inevitabilmente era soggetto a trasgredire la Legge, la rassicurazione a chi dubitava della sua elezione tra i salvati, il sostegno alle anime oppresse dagli scrupoli (è un risvolto inesorabile di ogni rivolta di stampo moralistico).
In sostanza il problema era il seguente: come essere certi dell’elezione e della predestinazione divina?
Le principali aporie teorico-pratiche conseguenti alla lacerazione della tunica di Cristo sono le seguenti: se la Scrittura interpretata dal singolo soggetto è la fonte della verità, che senso ha mantenere la Chiesa istituzionale con tutto il suo apparato sacramentale, teologico, liturgico?
In mezzo a tanti profeti tra loro contradditori come riconoscere i fedeli della vera Chiesa spirituale di Cristo?
Se la salvezza viene dalla sola fede, perché continuare ad obbedire alla Legge?
Se c’è l’incondizionata persistenza della Grazia ha ancora un senso combattere gli istinti della carne?
Se la salvezza è individuale, perché e come fondare la convivenza sociale?
Che valore può avere l’Antico Testamento, dopo che con Cristo ci ha detto è sufficiente la Sua Redenzione?



Le risposte a questi problemi provocarono una frammentazione della Riforma in centinaia di denominazioni, unite nell’odio contro Roma e nel rifiuto del principio di autorità, ma ben distanti tra loro quanto a contenuti e interpretazione della Rivelazione.
Per ferrea legge di natura, il fatto di distanziarsi dal centro non crea un altro sistema ordinato; genera invece un insieme teoricamente infinito di nebulose sperdute nello spazio logico delle possibilità.
La storia della Riforma è sintetizzabile nel tentativo (inane) della componente cosiddetta ortodossa di innalzare barriere contro le interpretazioni che se da un lato erano estremistiche dall’altro erano dirette conseguenze delle premesse del protestantesimo.
Le varie sette protestanti furono ben presto costrette dalla forza delle cose a lottare tra loro per far prevalere il proprio modo di intendere la religione, la convivenza sociale, la politica.
Per Lutero e Calvino la predestinazione era la risposta al problema psicologico: più che essere un elemento dottrinale costituiva il mezzo per rassicurare e tranquillizzare il credente.
Lutero «disprezzava totalmente il valore delle opere buone per ottenere la salvezza» (1), anzi incitava a peccare a spregio del diavolo, per non dargli modo di turbarci per qualche sciocchezza.
Melantone, professore in Tubinga, era invece dell’idea che «le opere buone fossero necessarie per ottenere perlomeno la ‘felicità eterna’».
Melantone si distinse da Lutero che pure lo stimava molto, anche sulla forma ecclesiale.
Egli pensava ad una chiesa semi-episcopale e riteneva indifferenti alla salvezza (adiaforismo) e quindi non da abbattere le pratiche liturgiche cattoliche.
La sua opera principale, «Loci communes rerum theologicarum», scritta nel 1521 e dedicata ad Enrico VIII, influenzò la forma anglicana (episcopaliana) della rottura con Roma, verificatasi 10 anni più tardi.
Il teologo alsaziano Philipp Jakob Spener, (1635-1705), formatosi a Tubinga, è il fondatore del movimento pietista, i cui tenet principali erano: il sacerdozio universale, lo studio delle Sacre Scritture attraverso riunioni private, la pratica delle virtù cristiane della carità e del perdono, il rigorismo (il pietista doveva fuggire la danza, il teatro e il gioco).



Nella svizzera tedesca i seguaci di Erasto (1524-1588), preoccupati del fanatismo calvinista, ritenevano che toccasse allo Stato e non alla Chiesa il compito di punire i peccatori e gli eretici.
Spostandoci verso l’ala sinistra troviamo in Germania il merciaio Niclaes Hendrik (circa 1502- circa 1580), fondatore della Famiglia d’amore.
I suoi adepti, certi di avere ricevuto lo spirito divino, si ritenevano sopra la Bibbia, il Credo e la liturgia e quindi soluti da ogni obbligo verso le leggi sia divine che umane (antinomismo).
Praticavano il ribattezzo e «una stretta forma di nicodemismo (il praticare, di nascosto, un credo religioso, adeguandosi in pubblico a seguire quello ufficiale)».
Spener, Hendrik ed Erasto furono duramente attaccati dalle autorità luterane e calviniste.
L’episodio più famoso avvenuto in Germania riguarda l’ala radicale, rappresentata dagli anabattisti.
Essi trassero le conseguenze estreme che erano implicite nello strappo luterano: rigetto totale di una qualsiasi forma di chiesa, rifiuto del pedobattesimo e conseguente necessità del ribattezzo, indifferenza verso la figura storica di Cristo, esaltazione per le illuminazioni e le azioni dello Spirito Santo nell’adepto.
Nel 1534 il sarto Giovanni da Leida instaurò un «regno millenario» nella città libera di Münster.
Gli anabattisti di Münster non si limitarono a praticare il comunismo dei loro beni e delle loro donne, lo imposero per legge (abolizione della proprietà privata e dei vincoli matrimoniali, poligamia obbligatoria): i beni e le donne di tutti, anche dei renitenti, dovevano essere messi a disposizione dei rappresentanti del nuovo Israele (Giovanni da Leida si fece ungere come «re della nuova Gerusalemme!).



Chi non era d’accordo doveva fuggire per non essere giustiziato.
Nel loro furore iconoclasta i settari bruciarono tutti i libri eccetto la Bibbia e commisero molte altre nefandezze suscitando l’indignazione del resto della nazione.
In fondo non avevano fatto altro che mettere in pratica il «pecca fortiter, sed crede fortius» di Lutero.
I bravi tedeschi reagirono; per una volta insieme cattolici e luterani attaccarono la città di Münster, ne sgominarono i difensori, infine processarono i capi e li consegnarono al boia.
Piegati a più miti consigli gli anabattisti residui si rifugiarono in altre nazioni, trasformandosi in congreghe più moderate, quale quella formata in Olanda dall’ex sacerdote Menno Simons (capo dei mennoniti), la stessa da cui si staccarono gli amish, subito emigrati in Pennsylvania (gli amish, come noto, praticano il rigetto totale di qualsiasi prodotto della modernità, dal trattore all’elettricità).
In Inghilterra l’anabattismo influenzò il movimento battista, lo stesso da cui derivano le odierne chiese battiste, a una delle quali appartengono i Bush.
In Inghilterra, accanto alla chiesa ufficiale anglicana che manteneva il sacerdozio e la struttura episcopale, sorsero ben presto figure singole e gruppi antiepiscopaliani, detti separatisti.
Sostenevano che la Grazia è un dono incondizionato che nessun peccato poteva togliere.
Avvedendosi del baratro che rischiavano di spalancare, alcuni, come John Bradford (una brava persona finita sul rogo), si affrettarono ad ammonire che la loro teoria non significava un invito a lasciarsi andare alle opere della carne.
Altri, come i federali, elaborarono una articolata risposta teologica, la dottrina del doppio Patto.



Tentando di mantenere un equilibrio precario tra la forza della Grazia (con annessa predestinazione) e la necessità di arginare possibili interpretazioni antinomiche sancirono che esistevano due Patti: accanto al primato incondizionato della Grazia vigeva un secondo Patto con il quale Dio chiedeva all’uomo, in quanto gli fosse possibile, di rispettare la Legge.
Ma in Inghilterra non c’erano (o se c’erano non agirono efficacemente) gli anticorpi presenti in terra tedesca.
All’interno dell’anglicanesimo stesso vediamo sorgere spiritualisti come Roger Brearley accusato di sostenere l’inesistenza del peccato e quindi l’illegittimità della richiesta di perdono.
Medesima teoria professò la popolana Anne Hutchinson, secondo la quale «gli eletti, uniti con Cristo, non erano obbligati dalla legge come regola di vita e, non essendo obbligati dalla legge, nessuna trasgressione della stessa poteva essere peccaminosa» (2) o come il reverendo Brearley, il quale
sosteneva che «il cristiano assicurato dalla Grazia incondizionata non può mai commettere un peccato grossolano… che non è legittimo pregare per il perdono dei peccati… è un peccato aver paura del peccato».
Sulla scia cominciarono a sorgere le prime conventicole dichiaratamente antinomiane, basate oltre che sul primato della Grazia e l’inutilità delle opere, anche sul consequenziale rifiuto di ogni costrizione (vietato vietare) e sulla illegittimità di ogni autorità, religiosa o politica.
Se all’inizio non era messo in dubbio lo statuto ontologico del peccato (rimaneva una trasgressione) ben presto i «cristiani rigenerati» avanzarono prima fumosamente in seguito furiosamente che Dio doveva per forza approvare tutte senza distinzione alcuna le opere dei suoi santi: Dio è come incatenato dal patto siglato col sangue di Gesù Cristo, l’uomo invece «non è legato ad alcuna condizione da soddisfare… l’intero adempimento spettava soltanto a Dio stesso (John Eaton)».
Di qui a sostenere che i santi godevano dell’innocenza «qualsiasi azione decidessero di compiere» il cammino non era lungo.
Ulteriore passo fu il passare dalla credenza nella Grazia incondizionata a quella dell’inabitazione della scintilla divina negli spiriti degli eletti (teoria propria della Cabala giudaica).



William Erbury arrivò ad affermare che «la gloria della Legge stava nella rivelazione di Dio agli uomini, mentre quella del Vangelo stava nella glorioso scoperta di Dio negli uomini».
Così viene gettato il Decalogo alle ortiche («è impossibile supporre che Dio stringa un patto con una materia stupida e priva di senso per richiederle obbedienza alle leggi morali, oscurando così il suo onore» con il sistema delle sanzioni e delle ricompense) e viene riproposta l’eresia marcionita del secondo secolo.
Si noti la doppiezza involontaria di queste posizioni: da un lato siamo divinizzati, dall’altro siamo una materia stupida e priva di senso.
La logica bicamerale, come la definisce Piero Vassallo, è il tratto immancabile di tutte le eresie e di tutti gli eretici, passati e presenti (3).
Spalancato l’abisso, inutili si rivelarono gli sforzi di quegli antinomisti che tentarono di imbrigliare, sul piano della prassi, con tenui sofismi la belva ormai libera: nascono presto congreghe libertine, poligamiche, orgiastiche, pederastiche.
Ci spostiamo così in quei cruciali anni, 1648 (l’anno stesso in cui terminava in Germania la Guerra dei Trent’anni) e 1649, che videro in successione il tentativo di togliere al re Carlo I Stuart il comando delle guarnigioni regionali, il suo rifiuto, la sua incarcerazione, la sua fuga, il suo innalzamento dello stendardo regale, la sua sconfitta e cattura, fino al processo e al patibolo.
Fu la fine del regno, l’inizio del Commonwealth e la consegna del potere al Lord Protettore Oliver Cromwell (1599-1658), il massacratore dell’Irlanda cattolica, ed alle sue Teste Rotonde.
Protagonisti nel Parlamento della rivoluzione furono i Puritani, i quali non erano estremisti.
I Puritani costituivano il punto di mezzo tra gli anglicani, continuatori dell’episcopato e delle liturgie cattoliche e i nuovi fermenti radical-comunisti.



La loro teologia, prevalentemente calvinista, ispirata agli ugonotti di Francia, sottolineava particolarmente la predestinazione.
Il loro obiettivo era quello di purificare la Chiesa Anglicana da tutte le forme «corrotte» e non previste dalle Sacre Scritture colpevole di accettare compromessi con il cattolicesimo soprattutto per quanto riguardava la liturgia e la gerarchia episcopale.
Si opposero platealmente all’uso della tonaca da parte degli ecclesiastici, al segno di croce, alla musica d’organo in chiesa, ma soprattutto erano contro una gerarchia ecclesiale basata sui vescovi.
Come gli anabattisti credevano in un patto con Dio senza intermediari e vedevano la loro comunità come quella dei santi.
L’affiliazione alla comunità era la garanzia della predestinazione alla salvezza.
Preghiera in comunità, liturgia spoglia e rigorismo morale di stile calvinista erano altri loro fondamenti.
Importante sottolineare che, come molti gruppi settari, ritenessero se stessi il «nuovo Israele».
I puritani si ramificarono presto in due gruppi, i presbiteriani, «che prediligevano una amministrazione della Chiesa basata su un governo centrale di presbiteri (cioè gli anziani, sia chierici che laici) ed i congregazionalisti o indipendenti, che credevano nell’indipendenza ed autonomia di ciascuna congregazione di fedeli».
Questi ultimi riprovavano la Chiesa gerarchica in quanto, a loro avviso non rispettava il patto con Dio ed era bisognosa di «purificazione» (un’altra costante dei moralisti che vogliono sostituirsi al potere).
I presbiterani, dal canto loro, elaborarono la teologia dei due patti, per cui, sì, le la Grazia è incondizionata, ma l’uomo è obbligato a rispondervi con l’obbedienza alla legge.
Entrambi i sistemi, il presbiteriano ed il congregazionalista, erano favorevoli alla collegialità ed all’elezione «democratica» dei presbiteri e vedevano nell’autorità ecclesiale la manifestazione dell’Anticristo.
All’inizio (1570) i puritani trovarono le porte chiuse.
Il «re Giacomo I, profondamente convinto che la loro tesi di fondo fosse eliminare i vescovi con l’intento successivo di eliminare il re, appoggiò apertamente la posizione dei vescovi anglicani con la famosa frase che sintetizzava il suo timore di fondo: ‘no bishop, no king’ [nessun vescovo (equivale a) nessun re]».
I puritani subirono durissime persecuzioni per opera del super anglicano, l’arcivescovo di Canterbury, William Laud (1573-1645) e molti emigrarono in Olanda e nel New England (dove si distinsero per la caccia alle streghe di Salem).
I puritani rimasti in patria si organizzarono, diventando un influente partito in parlamento, tanto che nel 1645 riuscirono a far prima arrestare e poi giustiziare l’odiato arcivescovo Laud.



Sulla scia dei puritani sorsero i seekers, gli ebbri dello Spirito, che confidavano solo sulle sue illuminazioni.
Contrari alla liturgia ed a ogni formalismo, erano in opposizione al mondo in tutte le sue istituzioni, religiose e civili.
Questi gruppi teorizzavano non solo il fallibilismo della Chiesa, impossibilitata a conoscere la verità, ma anche tessevano l’elogio dell’errore, quale metodo per avvicinare il vero.
Democratici fino al midollo, stabilirono che il libero dibattito era il mezzo unico per dirimere il vero dal falso, il lecito dall’illegittimo.
In teologia gli appartenenti a quest’area teorizzavano che mentre per i miscredenti il peccato restava malvagio, per gli illuminati dallo Spirito era al massimo un neo veniale, subito perdonato da Dio.
Altro gruppo simile era quello dei quaccheri, sorto tra il popolino e fortemente avverso all’aristocrazia.
È nota la loro abitudine di riunirsi in silenzio, salvo dar spazio a chi di volta in volta sentiva lo spirito parlare dentro di sé.
A questa denominazione apparteneva Richard Nixon.
Lasciamo ora i moderati regicidi e focalizziamoci sulla parte avanzata della Riforma in Britannia, quella in cui tutte le aporie del protestantesimo vennero risolte in modo estremo.
I parlamentari rivoluzionari puritani non si attendevano «la straordinaria fioritura di un immaginario collettivo fortemente sovversivo da parte di ceti popolari ritenuti incapaci di esprimere comportamenti razionali nella sfera politica».
Sorsero eretici mai visti, capaci di «odiose eresie, terribili bestemmie, libertinismo e pericolosa anarchia», così si esprimeva non un papista, ma il presbiteriano (!) Edwards.



I radicali inglesi costruirono infatti una controcultura fatta di modelli alternativi di religione, di politica e di convivenza sociale.
In comune avevano la credenza gioachimita (4) di vivere nella terza età, quella dello Spirito Santo quasi tutti, impressionati dai sanguinosi eventi che ritenevano essere «i passi di Dio», pensavano fosse imminente (5-6 anni) il ritorno di Gesù Cristo; ferocemente avversi ad ogni istituzione (per alcuni l’Anticristo erano le chiese riformate), teorizzarono la necessità del regicidio.
Gli allegri Quintomonarchisti cominciarono a promettere il patibolo ad avvocati, preti, giudici, sceriffi, esattori, burocrati e mercanti (i giacobini e i bolscevichi sono, come si evince, arrivati in ritardo).
Di natura politica è il movimento dei levellers fondati da un ufficiale dell’esercito che era anche un amico personale di Cromwell, John Lilburne (1614-1657).
Il loro programma contemplava l’abolizione della monarchia e della Camera dei Lord.
Nella bufera rivoluzionaria si scontrarono col Lord Protettore, a loro avviso troppo moderato, tanto che Lilburne stesso giunse a chiederne l’incriminazione per alto tradimento.
Dai levellers sorsero i diggers (zappatori), i quali, guidati dall’idea dell’uguaglianza sociale, teorizzavano una nuova società democratica senza classi.
Contrari alla proprietà privata propugnavano «l’esproprio proletario» della terra.
Con la punta estrema, costituita dai ranters (dall’inglese to rant: parlare in modo ampolloso), la ricerca di Dio si sposta dalla Scrittura al cosmo visto come un sistema impregnato di Luce divina, emanatasi da Dio in maniera progressiva lungo la scala gerarchica delle creature (un altro insegnamento della Cabala): monismo immanentismo e panteismo mistico (Dio è in ogni cosa)
non dissimile dal «Deus sive natura» del giudeo eretico Spinoza.
La loro soteriologia prevedeva il cammino inverso, l’ascesa progressiva sulla scala degli esseri sino a raggiungere la divinità.
In campo teologico i ranters negavano l’immortalità dell’anima, l’esistenza di Inferno e Paradiso (ridotti a stati psicologici) e quella di angeli e demoni.
Un loro esponente, Thomas Webbe, percorrendo una lunga via dalla Grazia incondizionata meritata dal Signore, non credeva che Cristo fosse Figlio di Dio, negava la risurrezione e l’esistenza dell’anima (finalmente una professione esplicita di giudaismo).



Sul piano dell’ermeneutica passarono la frontiera che separa il libero esame dalla totale libertà esegetica, l’unica degna del rinato.
Giunsero al rigetto totale delle Scritture, sostituite dall’illuminazione e dal profetismo (posizione non molto dissimile da quella di dei quaccheri).
Storicamente il profetismo è la porta aperta che lascia il via libera all’irruzione sulla scena di nuovi sedicenti messia (come Joseph Smith) e ai movimenti da loro istituiti (i mormoni).
In campo gnoseologico predicavano la conoscenza tramite illuminazione, oggettivamente un attacco frontale alla scienza.
In politica i ranters erano contro la proprietà privata e contro ogni autorità e gerarchia.
In campo etico non si limitarono a dichiarare ontologicamente nullo il peccato, teorizzarono che la vera libertà passa attraverso la trasgressione.
Essendo in loro operante la scintilla divina, niente di ciò che compivano poteva essere impuro.
Affermavano che omicidio, adulterio, incesto, furto, menzogna, bestemmie e sodomia potevano essere compiuti dagli eletti senza peccato alcuno, ed anzi erano atti necessari e cari a Dio (una costante di tutte le eresie estreme, dai carpocraziani ai Catari).
L’illecito diventa legittimo, la trasgressione li porta più in alto, anche se le loro pratiche orgiastiche erano segrete e riservate alle élites.
Fai ciò che puoi era il motto dei ranters.
Ci penserà Crowley tre secoli dopo ad arrivare al «fai ciò che vuoi, fallo nell’amore».
Inversione morale e sovversione sociale, la miscela incendiaria di ogni rivoluzione «democratica e moderna».



Uno dei loro capi, Abiezer Coppe, era dedito a rappresentazioni che oggi diremmo mediatiche, simili a quelle che ci mandano in onda i suoi posteri Costanzo, Chiambretti, Lerner e Mentana: prendere dalla strada tutto ciò che è abbietto agli occhi della società (all’epoca: avanzi di galera,
mendicanti, storpi) ed innalzarli baciandoli e prostrandosi davanti a loro in una parodia, che non si può esitare a definire demoniaca, della carità cristiana.
Quello che muove il rivoluzionario è in fondo l’odio contro le cose che «sono».
Erede di Coppe è stato il matematico Caccioppoli, il nipote del principe giudeo Bakunin (l’uomo della Comune, il capo dei fucilatori dell’arcivescovo di Parigi): anche lui amava immergersi tra i diseredati e nel suo cupio dissolvi, lui, il genio membro dell’Accademia patavina, finì la sua vita col suicidio.
Infine l’ultimo balzo: è Dio l’origine del male, è lui l’autore vero del peccato.
Da ciò la commistione in Dio del bene e del male (il topos centrale della Cabala) e l’equiparazione tra angeli e demoni (ma non ne avevano decretato l’inesistenza?).
Ed ecco un ulteriore gradino: la magia nera l’evocazione dei demoni per farsi aiutare nella scalata verso l’innocenza primeva.
Il passo estremo, l’elogio della perversione più immonda, lo compì un secolo dopo il conte de Sade, il «divino marchese» tuttora idolatrato nei salotti della borghesia cosiddetta «occidentale».
«Il comportamento dei ranters fu molto scandaloso e privo di valori morali: essi si distinsero
per bestemmia, adulterio, eccesso di tabacco e alcool, incesto, e furono spesso accusati di orge e fornicazioni».
Infine si scatenò la reazione del Parlamento inglese che, nel 1650, promulgò contro il fenomeno ranters l’Adultery Act (legge contro l’adulterio) e il Blasfemy Act (legge contro la blasfemia).



E’ senz’altro una coincidenza, ma quelli erano anche gli anni in cui operava a Oxfordil primo massone noto alla storia (5), il giudeo alchimista Elias Ashmole.
Colui a cui è intitolata l’aula magna dove ha ricevuto una laurea honoris causa l’emerito presidente Francesco Cossiga ed a cui si richiama la principale associazione britannica dei giovani eredi dei Lord.
In effetti, morto Cromwell gli eretici estremi intrattennero relazioni con spinoziani, libertini, illuministi ed illuminati (Swedenborg).
Come ricorda Pietro Adamo, nell’Ottocento Spooner, con la riduzione a decisione privata di cosa costituisca virtù o vizio e l’apologia della libera sperimentazione, ricalca le idee ranger.
In campo politico Proudhon, colui che il mazziniano Bettino Craxi aveva messo sul piedestallo al posto di Marx, quando diceva di «accogliere tutte le proteste, stigmatizzando tutti gli esclusivismi» era un chiaro debitore dell’estremismo sorto in Inghilterra.
Riconoscere gli eredi italiani e stranieri in questo inizio di millennio, è un’operazione che lascioal buon senso di ciascuno.



Oreste Sartore




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Note
1) Le citazioni sono tratte dal sito www.eresie.it .
2) Da qui in poi le citazioni sono tratte da testo di Pietro Adamo «Il Dio dei blasfemi», Unicopli, 1992.
3) Un altro «topos» biforcuto è il seguente: «con Cristo siamo tutti salvati, essendo in questo povero
mondo siamo tutti perduti».
4) Tesi formulata da Gioacchino da Fiore.
5) E’ il caso di dire «bontà loro»




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non sono d'accordo su alcune cose scritte.DW