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    Solo per gli arabi: la Legge e l’Ordine israeliani

    di Jonathan Cook

    Immaginate il seguente scenario. Un palestinese armato di mitra sale su di un autobus in Israele che porta alla città di Netanya. Quasi alla fine del percorso, si avvicina all’autista, solleva il suo fucile automatico contro la testa dell’uomo e gliela riempie di proiettili. Si gira e svuota l’intero caricatore – uno dei 14 che si è portato nello zaino – sul passeggero che siede dietro l’autista e su due giovani donne che siedono appena dopo. Mentre i passanti in strada guardano terrorizzati, il nostro uomo col mitra ricarica l’arma e sventaglia l’autobus con altre pallottole, ferendo 20 persone. Si avvicina ad una donna che cerca di nascondersi accucciata dietro un sedile, abbassa la canna dell’arma in direzione della sua testa e preme il grilletto. Il caricatore è ormai vuoto. Mentre cerca di inserire un nuovo caricatore, la donna afferra la canna rovente dell’arma, allora altri passeggeri accorrono in soccorso. Cogliendo l’occasione, i passanti si precipitano nell’autobus e infiammati da un turbine di passioni – furia, indignazione e paura di altri attacchi – picchiano l’uomo a morte. La notizia si diffonde ma la televisione israeliana continua a trasmettere una partita locale di calcio senza riportare la strage. In seguito, quando i vari canali televisivi si decidono a dare la notizia, cominciano col mostrare l’immagine dell’uomo col fucile con in sovrimpressione la scritta «Dio benedica la sua anima» - esattamente come farebbero con una vittima di un attacco terroristico. Il Primo Ministro denuncia al mondo l’uomo col fucile come terrorista, ma malgrado ciò, nel paese, i Media e la polizia si concentrano sulla «folla scalmanata» che lo ha linciato.

    La polizia inizia un’inchiesta segreta che dopo 10 mesi porta all’arresto di sette uomini accusati di averlo ucciso, con la prospettiva di ulteriori arresti. Un portavoce della polizia descrive il comportamento degli arrestati come «assassinio a sangue freddo» dell’uomo col fucile. Fantasioso? Ridicolo? Ebbene, questi avvenimenti hanno realmente avuto luogo in Israele nel corso dell’ultimo anno – con la differenza che la località in cui sono avvenuti non è la città ebraica di Netanya, ma la città araba di Shafa’amr in Galilea; l’uomo armato di mitra non era un palestinese ma un soldato israeliano che ha usato il suo M-16 di ordinanza, e le vittime non erano ebrei israeliani, ma arabi israeliani. Adesso si capisce il senso della storia. L’uccisione di quattro palestinesi cittadini di Israele da parte del soldato 19enne Eden Natan Zada poco prima del ritiro da Gaza, cioè il 4 agosto dello scorso anno, è stato tranquillamente dimenticato dal mondo. Dopo la sepoltura delle vittime arabe, l’unico problema che interessava gli israeliani era sapere chi aveva ucciso Zada. Ieri, sembra che abbiano risolto il problema: sette uomini di Shafa’amr sono stati arrestati dalla polizia israeliana per essere sottoposti a giudizio per il loro assassinio «a sangue freddo». Nessuno si preoccupa che lo Stato si sia disinteressato delle famiglie dei morti di Shafa’amr, alle quali è stato negato il pagamento dei sostanziosi compensi che ricevono le vittime israeliane del terrore palestinese. Un comitato ministeriale ha stabilito che, siccome Zada era un soldato in servizio, il suo attacco non poteva essere considerato un incidente terroristico. Evidentemente solo gli arabi possono essere dei terroristi. Fino ad oggi lo Stato non ha dato alle famiglie nemmeno un centesimo del compenso automaticamente versato alle famiglie ebraiche. Non c’è stata nessun’inchiesta per stabilire perché a Zada, molto noto per le sue idee estremiste, era stato permesso di assentarsi dalla sua unità, senza permesso, per settimane, e senza che nessuno si preoccupasse di rintracciarlo. O perché dalle autorità erano stati ignorati i ripetuti avvertimenti della famiglia di Zada che cioè egli aveva minacciato di fare qualcosa di «terribile» per fermare il ritiro da Gaza. Nessuno si era chiesto perché, pochi giorni prima del suo attentato, la polizia aveva respinto Zada, che aveva cercato di consegnare la sua arma. Cosa ancora più sconvolgente, nessuno si era mai preoccupato del fatto che Zada, il quale tutti sapevano appartenesse al Kach, movimento razzista fuorilegge che chiede l’espulsione, per non dire lo sradicamento, degli arabi dalla Terra Santa, era stato autorizzato a servire nell’esercito. Come mai a Zada e a migliaia di altri sostenitori del Kach è stato permesso di diffondere le loro oscene posizioni? Perché questi attivisti del Kach, per lo più giovanissimi israeliani, hanno potuto dimostrare apertamente contro il ritiro da Gaza, assaltando poliziotti e soldati, sebbene il gruppo sia illegale e clandestino? E perché dopo l’attentato le autorità non hanno fermato e interrogato gli amici del Kach di Zada della colonia di Tapuah in Cisgiordania? Come mai il loro possibile coinvolgimento nell’organizzazione dell’attentato non è mai stato preso in considerazione, e nemmeno il loro eventuale ruolo d’incitamento? Il fatto è che le autorità israeliane volevano che Zada fosse considerato un pazzo solitario – come, prima di lui, Baruch Goldstein, il medico dell’esercito che, nel 1994, aprì il fuoco nella città palestinese di Hebron, uccidendo 29 musulmani che pregavano alla Tomba dei Patriarchi e ferendone altri 125. Sebbene l’allora primo ministro, Yitzhak Rabin, definì Goldstein una «erba infestante», dopo la sua morte gli fu costruito nella colonia di Kiryat Arba un parco con monumento funebre, dove egli è ancora venerato come un «santo» e come «uomo giusto e santo». Ben lungi dall’essere un luogo abbandonato, il suo monumento funebre attrae migliaia di ebrei israeliani che si riuniscono nel centro del territorio palestinese per onorarlo. Invece di andare a snidare e sradicare questa crescente tendenza di fondamentalismo ebraico, dopo l’attentato terroristico di Shafa’amr, Israele ha sostenuto che la priorità doveva essere quella di trovare e punire gli uomini che avevano ucciso Zada. Era una faccenda di rispetto della legge e dell’ordine, ha affermato Dan Ronen, il comandante della forza di polizia del nord. Alla stampa ebraica egli ha detto: “Malgrado le sensibilità, la gente non può fare ciò che ritiene opportuno, in un paese dove vige la legge e l’ordine. Spero che gli arabi mostreranno maturità e sensibilità”. Dai cittadini di Shafa’amr e da oltre 1 milione di cittadini palestinesi del paese, questo viene visto come l’applicazione oltraggiosa di due pesi e due misure. L’applicazione della legge non è mai stata una preoccupazione importante quando coloro che la violano sono ebrei e le vittime arabe, anche se i fatti di sangue avvengono all’interno d’Israele.

    I cittadini arabi non hanno dimenticato il massacro di 49 persone, donne e bambini, da parte di un’unità dell’esercito che, nel 1956, impose un coprifuoco dell’ultimo minuto (senza avvertimenti e preannuncio, NdT) sul villaggio israeliano di Kfar Qassem, assassinando, uno ad uno, gli abitanti del villaggio – tutti arabi naturalmente – al posto di blocco mentre essi se ne tornavano innocentemente a casa dopo una giornata di lavoro nei campi. Durante il loro processo, il giornale Ha’aretz riportò che i soldati avevano ricevuto un aumento di paga del 50% e che ovviamente erano stati «trattati da eroi, non certo da criminali». Il comandante, ritenuto colpevole di un «errore amministrativo», era stato multato di una somma corrispondente a 2 centesimi. E, ancora, nessuno fu ritenuto colpevole quando 6 cittadini arabi di Israele, disarmati, furono uccisi dai servizi di sicurezza nella città di Sakhnim, in Galilea, nel 1976, mentre protestavano contro un’altra ondata di confische di terra fatte ai danni delle comunità rurali arabe. Il primo ministro di allora, il famoso Rabin, si rifiutò addirittura di aprire un’inchiesta. Circa 25 anni dopo, un’inchiesta fu invece aperta sull’uccisione da parte della polizia di 13 arabi disarmati in Galilea. Ciò accadeva nell’ottobre del 2000, durante una protesta contro l’uccisione di palestinesi presso il Nobile Santuario di Gerusalemme (Spianata delle Moschee, NdT) – strage che segnò l’inizio dell’Intifada. 6 anni dopo, a conclusione dell’inchiesta, nessun poliziotto è stato incriminato per quelle morti pur avvenute nello Stato di Israele. Non sono stati puniti nemmeno quei comandanti che illegalmente autorizzarono l’intervento di un’unità anti-terrorismo di cecchini contro i dimostranti armati solo di pietre. I cittadini arabi di Israele conoscono anche troppo bene la storia della «faccenda dell’autobus 300», del 1984. Allora 2 palestinesi armati provenienti dai territori occupati furono catturati in Israele dopo aver dirottato un autobus. Furono condotti via in manette dai servizi di sicurezza dello Shin Bet, in seguito fu rivelato che i due uomini erano morti. Nessuno fu mai incriminato per il loro omicidio, sebbene si sapesse diffusamente chi li avesse uccisi e sebbene in seguito un alto personaggio dello Shin Bet, Ehud Yatom, ammise di aver fracassato il cranio dei 2 con una pietra. Nel 1986, per prevenire la minaccia di incriminazione, il presidente di allora, Chaim Herzog, emanò un’amnistia totale per tutti gli agenti dello Shin Bet coinvolti.

    Ora Tornando alla storia di Zada, se si dimostra che egli fu ucciso dopo che la folla aveva saputo che si era cercato in qualche modo di impedirgli di fare quello che ha fatto, allora si proceda pure; altrimenti si deve assolutamente tener conto di tutti quei precedenti storici – cioè le ripetute negazioni di giustizia da parte dello Stato alle sue vittime arabe. Nessuno può infatti ragionevolmente aspettarsi che i passanti restassero calmi sapendo che Zada, come altri rappresentanti ebrei dello Stato prima di lui, non avrebbe ricevuto nessuna punizione o, tutt’al più, pochi anni di prigione e poi la grazia perché ha ucciso degli arabi, e non degli ebrei. Israele ha dimostrato da tempo, più volte, che applica la legge e l’ordine in modo selettivo, a secondo dell’etnia di appartenenza dell’assassino e della vittima. Il comandante Ronen, alla conferenza stampa dopo gli arresti di Shafa’amr, ha osservato: “Dall’ottobre del 2000 abbiamo cercato di migliorare il nostro rapporto con gli arabi”. Se questo è vero, e se ne può dubitare, le autorità hanno di nuovo compiuto ogni sforzo per distruggere quel poco di fiducia che c’era.

    Note

    Jonathan Cook è uno scrittore e un giornalista che vive a Nazaret, Israele. E’ l’autore del libro di prossima uscita Blood and Religion: The Unmasking of the Jewish and Democratic State, (Sangue e Religione: Lo smascheramento dello Stato Ebraico e Democratico, NdT) Pluto Press, e negli Stati Uniti, University of Michigan Press. Il suo sito web è www.jcook.net

    Originale da counterpunch.org

    Tradotto dall’inglese da Manno Mauro e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft: è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne l’autore e la fonte

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    Non c’è posto nella fortezza Israele per i non-ebrei

    di Jonathan Cook

    Approvando un efficace bando ai matrimoni tra israeliani e palestinesi questa settimana, la Suprema Corte d’Israele ha chiuso ancora di più le porte di quella fortezza ebraica che lo Stato di Israele sta rapidamente diventando. La decisione dei giudici, secondo le parole del solitamente moderato quotidiano del paese, Ha’aretz, è stata «vergognosa». La più alta corte del paese ha stabilito, con una sottilissima maggioranza, che un emendamento alla Legge sulla Nazionalità, approvato nel 2003, che impedisce ai/alle Palestinesi di vivere in Israele con uno/a sposo/a israeliano/a dentro il paese – ciò che in linguaggio legale è definito «ricongiungimento familiare» — non violava i diritti inscritti nelle Leggi Fondamentali del paese.

    Ed anche se lo facesse, ha aggiunto la corte, il danno causato alle famiglie separate è inferiore ai benefici di una maggiore “sicurezza”. Israele, concludono i giudici, ha sufficienti giustificazioni per chiudere le porte della residenza a tutti i palestinesi in modo da bloccare l’entrata a quei pochi che potrebbero usare il matrimonio come mezzo per lanciare attacchi terroristici. Le richieste di ricongiungimento familiare in Israele vengono immancabilmente da palestinesi dei territori occupati che sposano altri/e palestinesi, spesso amici o parenti, con cittadinanza israeliana. Un cittadino d’Israele su cinque è di origine palestinese, una minoranza a cui ci si riferisce di solito col termine di Arabi Israeliani, i quali riuscirono a restare all’interno dello Stato ebraico durante la guerra del 1948 dalla quale nacque Israele.

    Siccome non c’è principio di uguaglianza nella legge d’Israele, i gruppi per i diritti umani che sfidarono l’emendamento del governo del 2003 furono costretti a sostenere che esso violava la dignità delle famiglie. Coppie miste di israeliani e palestinesi non solo non hanno la possibilità di vivere insieme in Israele, ma viene loro negata anche una vita coniugale nei territori occupati, dai quali i cittadini israeliani sono banditi dai regolamenti militari. La maggior parte dei giudici, comunque, è sembrata incapace di afferrare questo semplice questione. In una delle prime udienze, il giudice Michael Cheshin pretese che le coppie miste che volevano mettere su famiglia “avrebbero dovuto andare a vivere a Jenin”, città palestinese nella Cisgiordania, assediata dai mezzi corazzati israeliani. Lo stesso Cheshin ha dimostrato ancora una volta, la settimana scorsa, di avere una logica degna di un altro mondo, quando ha giustificato il punto di vista di maggioranza dei suoi colleghi: “A fondamento di questo provvedimento c’è il diritto dello Stato di non permettere ai residenti in un paese nemico di entrare nel suo territorio in tempo di guerra”. Il problema è però che i palestinesi non sono un’altro «paese», sia esso nemico o non; sono invece un popolo che ha vissuto sotto occupazione militare israeliana per quasi quattro decenni. Quale forza occupante, Israele è responsabile del loro benessere, sebbene esso sia riuscito a scaricare felicemente questo fardello ad attori internazionali con tasche più capaci. E l’idea che i palestinesi, che non hanno esercito, stanno conducendo una guerra contro Israele, una delle potenze militari più forti del mondo, porta il senso della parola guerra nel regno del doublespeak. [1] I palestinesi stanno resistendo all’occupazione israeliana — alcuni con la violenza, altri senza — come hanno il diritto di fare in base al diritto internazionale. Pochi osservatori in Israele, comunque, credono che il governo abbia approvato la Legge del 2003 per ragioni di sicurezza. Dei 6.000 palestinesi a cui è stato accordato il diritto di residenza in Israele durante il periodo di Oslo, ad un piccolissimo numero – a solo 25 di essi — è stato contestato il suddetto diritto per motivi di sicurezza; questo risulta dalle cifre che il governo ha accettato, con riluttanza, di pubblicare durante l’esame della questione. Quante di queste 25 persone siano effettivamente risultati implicati in attacchi non è dato sapere. La vera ragione della legge deve essere cercata altrove. Essa nasce dallo stesso impulso che ha portato Israele al “disimpegno” dal milione e 300.000 abitanti palestinesi di Gaza lo scorso anno e che ora spinge il governo a “consolidare” i grossi blocchi delle sue colonie in Cisgiordania dietro il muro il cui unico scopo è di annettere terra palestinese ma non i palestinesi.

    Il bando ai matrimoni e la fissazione delle frontiere finali sono frutto di un’unica visione di principio: la conservazione d’Israele come Stato ebraico con una “massiccia maggioranza ebraica”, secondo la sintetica formula che l’ex primo ministro Ariel Sharon pronunciò prima della ritirata da Gaza. Prima della sua modifica, il provvedimento riguardante il ricongiungimento familiare della Legge sulla Nazionalità, offriva ai Palestinesi dei territori occupati l’unico modo per diventare cittadini israeliani. Ma se Israele sta costruendo i suoi muri per edificare uno Stato ebraico più grande, una vera e propria fortezza etnica, è difficile che lasci socchiusa la porta sul retro in modo che i palestinesi conseguano ciò che gli israeliani vedono come un “diritto al ritorno” in Israele, attraverso il matrimonio. Il Ministro degli Interni si è impegnato al massimo per alimentare una isteria razzista e demografica e ha gonfiato le cifre per suggerire che, nel decennio trascorso, più di 100.000 palestinesi dei territori occupati hanno ottenuto la cittadinanza israeliana attraverso il matrimonio. In verità, il numero reale corrisponde a poche migliaia. Se però i giudici si sono sentiti troppo imbarazzati nell’ammettere che alla base della modifica della Legge sulla Nazionalità vi erano preoccupazioni di tipo demografico, non è stato così per tanti altri in Israele. Un editoriale del Jerusalem Post di questa settimana ha ammesso che gli argomenti fondati sulla sicurezza a cui è ricorso il governo sono “deboli”, osservando invece: “Israele è apertamente minacciato di distruzione — non solo fisicamente, da una potenziale capacità nucleare iraniana, ma anche demograficamente, dalla rivendicazione palestinese del loro «diritto al ritorno»”. Yoel Hasson appartenente al partito di governo Kadima ha salutato la decisione della corte come “una vittoria per coloro che credono in Israele come Stato ebraico”, mentre il ministro incaricato dell’assorbimento dell’immigrazione, Zeev Boim, ha aggiunto: “Dobbiamo mantenere la natura democratica dello Stato, ma anche la sua natura ebraica. Il numero di palestinesi che entrano in Israele [col ricongiungimento familiare] è intollerabile”. Il divieto del governo riguardo al ricongiungimento familiare tra palestinesi e israeliani/e rimane per il momento una misura temporanea (della durata di tre anni) ma è probabile che diventi definitiva dato che la corte gli ha dato la sua benedizione.

    Questa settimana il ministro della giustizia Haim Ramon ha dichiarato di voler fare approvare una nuova Legge Fondamentale in modo da bloccare per sempre l’acquisizione della nazionalità israeliana ai palestinesi, e possibilmente anche quella di altri non-ebrei. Questa politica è in linea con le raccomandazioni della commissione Rubinstein, nominata dal governo e presieduta dal maggiore esperto costituzionalista israeliano, Amnon Rubinstein, la quale ha elaborato una proposta politica riguardante l’immigrazione dei non-ebrei. Nel suo rapporto, pubblicato nel mese di febbraio, la commissione ha proposto limitazioni draconiane al diritto di acquisizione della cittadinanza israeliana attraverso il matrimonio. (Tutti gli ebrei, nel frattempo, continueranno ad avere pieno titolo alla cittadinanza, per merito di un’altro gruppo di provvedimenti, quelli che costituiscono la famosa Legge del Ritorno, una legge apertamente discriminatoria). Secondo le raccomandazioni di Rubinstein, i palestinesi ed i residenti di Stati “ostili” (leggi arabi) che sposano israeliani/e (leggi cittadini/e palestinesi d’Israele) saranno privati del diritto di residenza e di cittadinanza in Israele. Altri coniugi non-ebrei (leggi principalmente Europei e Americani) dovranno possedere requisiti di età e di reddito e dovranno fare un giuramento di fedeltà — non ad Israele si badi bene, ma ad Israele come Stato ebraico e democratico. Secondo l’attuale politica israeliana, è assai improbabile che i non-ebrei possano ricevere la cittadinanza ma possono vedersi riconosciuto diritto di residenza in Israele. Come ha commentato su Ha’aretz un navigato osservatore israeliano, Shahar Ilan: “Non ci sono, senza dubbio, altri argomenti intorno a cui si coaguli il consenso del sistema politico [israeliano] come intorno alla chiusura delle porte al ricongiungimento familiare [dei non-ebrei]”. Simili cambiamenti trasformeranno Israele in qualcosa di diverso da qualsiasi altro Stato moderno. Nel 1980, al culmine dell’apartheid in Sud Africa, i tribunali del paese rifiutavano di approvare leggi molto simili a quella che nega in Israele i ricongiungimenti familiari, sostenendo che esse negavano il diritto ad una normale vita familiare. In Israele, invece, con la prospettiva dell’approvazione di una nuova ondata di leggi razziste, nessuno — nemmeno la «liberale» Corte Suprema della nazione — è disposta a salvaguardare i più fondamentali diritti della gente nativa del paese.

    Note

    Jonathan Cook è uno scrittore e un giornalista che vive a Nazaret, Israele. E’ l’autore del libro di prossima uscita Blood and Religion: The Unmasking of the Jewish and Democratic State, (Sangue e Religione: Lo smascheramento dello Stato Ebraico e Democratico, NdT) Pluto Press, e negli Stati Uniti, University of Michigan Press. www.jkcook.net

    Tradotto dall’inglese da Manno Mauro e revisionato da Mary Rizzo, membri di Tlaxcala, la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft.

 

 

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