Dobbiamo ripartire dal pensare che un rafforzamento delle identità non può essere fondato solo su un diffuso benessere o sulla voglia di fare impresa. I tanto amati “schei” da soli non ci faranno mai ritrovare la nostra identità: un popolo non può vendere la propria anima per denaro


di Franco Verzola



aro direttore, ho letto con grande interesse e un po’ di tristezza il suo articolo di fondo “Po in piena” comparso sul numero del Federalismo del 3 luglio scorso. Per chi come me è nato a poca distanza dal Grande Fiume, ciò che Lei ha scritto sui nostri territori ricalca perfettamente la verità, anche se dobbiamo dire che è una realtà in progressivo dissolvimento e questo, va ricordato, dipende anche e soprattutto dalle scelte che amministrati ed amministratori hanno fatto. È vero, sulle rive del grande fiume sono sorte civiltà antiche, spesso precedenti all’arrivo dei romani così come dimostrano i reperti archeologici che, ogni tanto, tornano alla luce e, in tutto il loro splendore, ci ricordano quali sono e dove sono le radici profonde, direi dimenticate, che dovrebbero nutrire la nostra anima ed il nostro senso di appartenenza.
Nel suo articolo traspare un richiamo profondo anche ai nostri territori caratterizzati dallo scorrere continuo delle acque, dalle bettoline, da isole di sabbia e pioppeti oltre ai temuti mulinelli ma anche dalle terre coltivate e dalla fatica di chi, tenacemente, con la vanga cercava di affrancarsi dallo spettro della fame. Ebbene, i tempi sono cambiati e con essi la nostra percezione di comunità e, me lo consenta, anche di popolo. Ad una diffusa solidarietà che definirei di comunità si è sostituita una ampia partecipazione ad eventi solidali tanto globali quanto anonimi ed è comparsa una competizione esasperata a tutti i livelli che, inutile negarlo, ha di fatto allontanato gli individui fra di loro portando ad una atomizzazione perniciosa della ...
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