Felice è quel cosmo umano in cui tutto e ognuno è al suo posto, come accade tra le sfere celesti




La differenza fondamentale tra la concezione platonica dello Stato e quella moderna consiste nel fatto che la prima intendeva costruire una comunità ritagliata sull’idea di Giustizia e di Bene assoluti, un ordine in cui ognuno ricoprisse organicamente il proprio ruolo creando armonie e benefiche reciprocità; mentre la seconda, nominalmente eretta su dogmi di buona intenzione, nella realtà è tutta giocata sugli scatenamenti: di violenza bruta, di avidità di denaro, di narcisismi incontenibili, di minaccia all’integrità dello spirito e della carne. Con l’antico mito degli dèi nacque presso di noi la cultura, e il mito fu il geniale tentativo di spiegare con racconti simbolici i vaghi ricordi ancestrali, gli avvenimenti, i traumi collettivi, le impressioni primordiali legate al potere delle forze di natura. Mito voleva dire, all’alba della nostra civiltà, essenzialmente aggregazione attorno a una storia di simboli, riconoscimento dei fondamenti comuni di un popolo attraverso il metafisico. Fu detto assai profondamente dal filosofo Cassirer che lo Stato nacque insomma dal sentimento dell’ignoto. Il timore e la riverenza per l’ignoto sarebbero stati vinti dall’uomo europeo, che avrebbe cercato di darsi una spiegazione della vita tessendo le sue storie sulla genesi del mondo, sull’origine di se stesso e del proprio sapere e infine dando sbocco alla società, allo Stato.

Per assonanza con queste considerazioni, viene in mente che Franco Freda, nel suo vecchio scritto sulla Disintegrazione del sistema (risalente al 1969, ma poi più volte ripubblicato dalle Edizioni di Ar), parlando della necessità di ripensare una forma di Stato non mercantile, ma eroica, scrisse che si trattava di favorire “l’intuizione del mito, anzi del mistero dello Stato”. Platonicamente, in quelle pagine si dava importanza al lato spirituale e organico dello Stato, il cui fine non consiste nel raggiungimento della ricchezza, ma della felicità.

Qualcuno, prosaicamente, potrebbe obiettare che per l’appunto i soldi, se non danno la felicità, spesso ci vanno vicini. Ma parliamo di due cose diverse. Per Platone la felicità è l’ordine armonico e naturale della comunità, una felice - cioè giusta, cioè benefica - disposizione delle cose umane. La gioia, la spensieratezza, la soddisfazione individuale non c’entrano nulla. Felice è quel cosmo umano in cui tutto e ognuno è al suo posto, come accade tra le sfere celesti. Quindi gerarchia, quindi diversità di posizionamenti – tutti a loro modo essenziali, tutti onorevoli -, e quindi ordinamento per ranghi. Freda – un platonico infelicemente vivente in epoca antiplatonica – ci teneva a rammentare che lo Stato non è riflesso dell’individuo, ma “regime politico di un principio impersonale” che dovrebbe esprimere – e sempre espresse nella nostra civiltà tradizionale – il diritto naturale delle genti eroiche.

Eppure, uno sguardo fermo al nostro più lontano passato, non può non considerare che fu proprio Platone, con la sua vena “razionalista”, a dare il primo colpo della storia al mito, giudicandolo fase aurorale, l’infanzia del popolo: i racconti degli dèi, con i loro intrecci troppo umani, i loro amori, le loro passioni, avrebbero offuscato, secondo Platone, il purissimo rifulgere dell’Idea di perfezione, giacente in alto, nel sovramondo delle mete eternamente inarrivabili.

La frattura culturale del V secolo è questa: abbandono della capacità mitica quale base della società e tentativo di elaborare una teorica dello Stato perfetto. Fino ai moderni prolungamenti – tutti, più o meno, platonici – che da San Tommaso (in questo più greco che cristiano) a Machiavelli a Rousseau e a Hegel, determinarono la mistica dello Stato. Tra lo Stato tradizionale storico di Licurgo, di Solone, di Pericle – comunità etnica e guerriera fondata sul mito – e lo Stato filosofico di Platone – comunità gerarchica fondata sul modello ideale – il pensiero politico moderno scelse il secondo, volgendolo in comunità nazionale. Questa la “rivoluzione socratica” così duramente condannata da Nietzsche. Il moderno nazionalismo è nato su una dilatazione di Platone, corrompendone l’immagine, ma trattenendone un riflesso nella dottrina dello Stato nazionale. Il quale surrogò il mito con la narrazione delle glorie patrie. E il nazionalismo cercò, per quanto in suo potere, di mantenere in questo solco, pur sempre tradizionale, il corso di eventi che invece, sulla spinta “liberale” già all’opera dal XVI secolo, viaggiavano potentemente verso lo smantellamento dello Stato e l'erezione, in suo luogo, di amministrazioni pubbliche di interessi privati.

A quel tipo di stato moderno, che poi offrì il fianco all'aggressione cosmopolita, i soli movimenti nazionalpopolari del XX secolo, in modo rivoluzionario nei metodi e conservatore nei contenuti, opposero una rivolta “dorica” e insieme “platonica”, per così dire: una vera rinascita del mito etnico su basi mistiche e, insieme, il progetto di una società dei ranghi. Pericle avrebbe apprezzato, ma, in qualche modo, anche Platone: per il primo, c’erano la comunità guerriera, la protezione della stirpe e l’assemblearismo popolare; ma, per il secondo, c’erano lo sforzo razionale di varare una società dei ceti, una società organica su basi di giustizia, un senso assoluto dell’ordine. Soprattutto, la volontà di erigere lo Stato nuovo fondandolo sulla eguaglianza geometrica: non lotta belluina per il potere e il sottopotere, ma responsabilità di rango. Il risultato, dunque, sarebbe stato che nel XX secolo, in virtù della socialità ancestrale risvegliata, ma anche della politica programmatica, cioè razionale, di quei regimi, si sarebbe potuta ricomporre la frattura “socratica” del V secolo avanti Cristo. Tra le cui fessure si era inserita, nei tempi lunghi, la concezione acquisitiva dei rapporti sociali: cioè il capitalismo. Nel caso degli Stati nazional-popolari, si sarebbe dunque operata una simultanea conversione, riguadagnando il senso della comunità arcaica e conciliandola, allo stesso tempo, entro categorie di razionale organizzazione dell’ordine: e anche Nietzsche, a quel punto, avrebbe potuto sottoscrivere…

Di fronte a questi svolgimenti, quel relitto inorganico che è l’attuale Stato liberale rimane muto, come cosa estranea e ignara. Esso proviene da altri mondi. Mondi non europei. Luoghi in cui la concezione della solidarietà comunitaria è inesistente, esistendo invece quella, molto forte, da predoni del deserto, dell’astuzia al servizio della propria avidità individuale. Oggi, in assenza di élites poli-tiche in possesso di doti anche minime di contrapposizione, la disintegrazione del Sistema liberale è affidata soprattutto alle mani dei liberali stessi. Col sicuro piglio distruttivo di ogni dinamico schiavo di sempre più ansiogene patologie innovative, l’innata vocazione “democratica” alla degenerazione condurrà, prima o poi, alla tremenda implosione che molti invocano. Non si tratta più, oggi, di opporre al caos tecnocratico, come compiuta teoria, una concezione organica di tipo tradizionale, sia essa arcaica o platonica. Il problema è quello di verificare chi, e in quali condizioni, sarà in grado di occupare il terreno, non appena si aprirà il vuoto lasciato dalla società cosmopolita in gigantesca decomposizione. La risposta la daranno, probabilmente, quelle quote di consapevolezza e autocoscienza che ogni popolo riuscirà a trattenere dentro di sé, sia nelle minoranze culturali ideologicamente attrezzate, sia nei sostrati biologici ancora reattivi, e rimasti incorrotti nelle grandi masse. I patrimoni di istinto vitale che languono nei fondali delle masse europee costituiscono il migliore arsenale cui attingere, in un domani imprevedibile, per attivarele energie della ricostruzione su base organica. I sintomi di un inizio di disfacimento del Sistema mondiale sono molti: e l’assalto all’identità europea portato con l’arma immigratoria – su cui le tecnocrazie multinazionali pensano di fondare il loro potere mondiale nel tempo avvenire – costituisce invece l’assicurazione che proprio quel potere sta segando il ramo su cui siede.

Il contatto alchemico tra materiali incompatibili, a lungo andare, provoca reazioni, e a volte reazioni anche esplosive. La regressione verso forme di lotta per la sopravvivenza, quale potrebbe scatenarsi inpresenza di un collasso dei poteri liberal, oppure come reazione fisica alla crescente tortura del corpo etnico delle nazioni, potrebbe essere la matrice di un risveglio delle memorie istintuali e mitiche dei popoli. Potrebbe essere, quella, l’ora in cui i migliori farebbero loro le parole di Carlyle: “Non hai forse un cuore? Non potrai forse sopportare qualunque cosa avvenga? Lascia che venga, dunque: a tutto questo io andrò incontro, e lo sfiderò”. Quelli che ci attendono, probabilmente, non saranno tempi adatti a innalzare teorie o immagini, magari grandiosamente post-moderne. Ma saranno comunque i tempi della memoria e dell’azione, e l’Europa avrebbe l’occasione di saldare davvero, sotto la spinta di un qualche trauma, le sue due anime arcaiche: il suo mito identitario e la sua volontà di edificazione sociale. L’istinto e l’ordine, Nietzsche direbbe: Dioniso e Apollo. Tempi di nuovo dorici e platonici.


Luca Lionello Rimbotti