Gli Stati Uniti stanno ostentando tutta la loro forza: questa l'accusa lanciata da un ministro francese nel momento in cui Washington ha assunto il controllo degli sforzi umanitari ad Haiti. Forse è stata una cosa sciocca da dire, ma ha lasciato trapelare una fugace visione del giudizio inevitabilmente contrastato che l'opinione pubblica dà degli Usa. Naturalmente, l'America si deve occupare della parte più complessa e difficile delle questioni globali, ma mal gliene incoglie se non dimostra il dovuto rispetto nei confronti degli europei che arrancano nella sua scia.

Ciò che ha irritato il ministro francese per la cooperazione, Alain Joyandet, è che i soldati americani abbiano assunto il controllo del devastato aeroporto di Port-au-Prince. Non interessano le ingenti risorse che l'amministrazione di Barack Obama ha messo a disposizione dell'intervento umanitario ad Haiti: che cosa le ha mai dato il diritto di dirottare un volo francese carico di medicinali?
«Qui si tratta di aiutare Haiti, non di occuparla» si è lamentato Joyandet, dopo aver inoltrato una nota ufficiale di protesta a Washington. Il presidente venezuelano Hugo Chavez, sempre pronto a esternare, non ha perso tempo a unirsi al coro contro gli imperialisti yankees. E così pure alcuni media europei.

Presumo sia opportuno lasciar perdere il fatto che in passato Haiti sia stata una colonia della Francia. Nessun altro paese fece lavorare i propri schiavi con efficienza e disumanità maggiore dei proprietari francesi delle piantagioni, finché un paio di secoli fa questi ultimi non furono scacciati da una ribellione di schiavi. Sarebbe altresì ingiusto, forse, fare riferimento a questo proposito alle inique e deleterie forme di risarcimento imposte agli schiavi che si erano affrancati, sotto il vigile controllo delle cannoniere francesi.
Basta. La risposta più semplice da dare a Joyandet è che nel caos incredibile e assoluto che si è creato all'indomani del terribile terremoto qualcuno doveva pur prendere delle decisioni.

Forse l'apparato militare statunitense ha effettivamente commesso un errore dirottando il volo di Médicins Sans Frontières, o forse la vera offesa è stata l'affronto assestato alla dignità dei francesi? È anche possibile che i soldati americani stiano soverchiando chiunque altro, ma può sempre darsi che abbiano semplicemente pensato che non vi fosse il tempo di intavolare lunghe discussioni per chiedere il permesso di atterrare.
La spiegazione più plausibile è che gli americani hanno cercato di dare il meglio di sé in circostanze davvero drammatiche. Chissà? Una cosa è chiara: l'alternativa a una risoluta leadership statunitense sarebbe stata l'anarchia assoluta.

Altri leader europei, compreso il presidente francese Nicolas Sarkozy - è bene dirlo - hanno preso le distanze da Joyandet. Nondimeno, ciò che egli ha affermato lo si sente ripetere assai spesso nelle cancellerie d'Europa: «Joyandet ha espresso ciò che molti pensano» ha precisato un diplomatico a Bruxelles. Gli Stati Uniti, insomma, devono agire come il gendarme mondiale e, quando è necessario, anche come il cavaliere bianco, ma mai e poi mai si deve dare per scontato che siano loro a comandare.

Si potrebbe affermare che in tutto questo non vi sia nulla di nuovo. Le tensioni c'erano ed erano evidenti anche durante la Guerra Fredda. L'Europa si riparò dalla minaccia sovietica sotto l'ombrello nucleare statunitense, ma ciononostante continuò sempre ad asserire di essere libera di negoziare con Mosca alle sue condizioni.
La Gran Bretagna è sempre stata meno propensa rispetto alla maggior parte delle altre nazioni a sfidare Washington. Molte altre l'hanno giudicata indolente. Talvolta, è pur vero che gli Stati Uniti hanno dato prova di un disdegno arrogante nei confronti dei loro alleati, ma la linea che separa una leadership bene accetta da un'egemonia presuntuosa è il più delle volte nell'occhio di chi guarda.

La nevralgia europea si è acuita da quando è stato abbattuto il Muro di Berlino. C'è stato un breve periodo negli anni Novanta - dopo il triste insuccesso nei Balcani - in cui l'Europa parve aver trovato una volta per tutte il proprio ruolo. L'espandersi verso Oriente della democrazia occidentale e dell'economia di mercato le offrirono un diverso modello di influenza. Gli Stati Uniti avevano dalla loro i muscoli, la potenza militare; ma l'Unione Europea si poteva affermare come potenza "normativa", in grado di plasmare gli eventi con il proprio esempio, invece che con la coercizione. Da quanto ricordo, sui libri si scriveva che questa Europa postmoderna sarebbe diventata una superpotenza nel XXI secolo.

E invece? Cavillare sulla potenza degli Stati Uniti è quanto mai rivelatore delle frustrazioni e del fatalismo europei. L'umore predominante è di forte depressione. Le élite europee sono paralizzate dal futuro prefigurato da Stati Uniti e Cina. La visione postmoderna della geopolitica fa a pugni per rivelarsi all'altezza nei confronti dell'ascesa delle grandi potenze asiatiche, che mettono i loro angusti interessi nazionali ben al di sopra di più ampi obblighi reciproci.

Nell'Unione Europea erano in molti a essere persuasi che l'approvazione del Trattato di Lisbona avrebbe affrancato il continente da circa un decennio di introspezioni costituzionali. Invece, ha messo in luce soltanto la limitatezza delle sue ambizioni. Si presumeva che il Trattato avrebbe dato una voce alla Ue negli affari globali. Invece, le nuove posizioni di presidente dell'Unione e di responsabile della politica estera sono state assegnate a politici noti per essere... assolutamente sconosciuti.

Anche la conferenza sul cambiamento del clima di Copenhagen ha portato alla medesima scomoda e imbarazzante conclusione. L'Europa si considerava alla testa dello sforzo finalizzato a rallentare il riscaldamento globale. A Copenhagen è stata affiancata da Washington e Pechino. Qualche giorno fa ho sentito un ministro britannico di spicco descrivere questo periodo specifico come una fase particolarmente «vergognosa» per l'Europa, per la Commissione europea, e per il nuovo presidente rieletto della Commissione stessa, José Manuel Barroso.
I fallimenti dovuti alla mancanza di una leadership hanno un impatto che va ben oltre le istituzioni dell'Unione Europea. La cancelliera tedesca Angela Merkel presta scarsa attenzione all'Europa e si è un po' sottratta ai riflettori internazionali. Sarkozy ha fallito in pieno il tentativo di dare un qualsiasi scopo strategico ai suoi frequenti scoppi di energia politica. Il premier britannico Gordon Brown sta per affrontare un'elezione che i sondaggi assicurano che perderà. Ovunque si guardi nel continente europeo - anche verso la Spagna o verso l'Italia - le cose stanno esattamente nello stesso modo.
È davvero difficile tenere il conto dei "summit" ai quali prendono parte i presidenti e i primi ministri dei paesi europei. Per quanto spesso questi leader si incontrino e dialoghino, tuttavia, assai di rado il loro sguardo si alza per osservare ciò che accade nel mondo in generale. Preferiscono piuttosto restare fissi a osservare le loro economie stagnanti, l'aumento della disoccupazione, i grossi deficit di bilancio.

Ho colto questo pessimismo durante un meeting, lo scorso weekend, tra Francia e Gran Bretagna. In massima parte i responsabili della politica e i grandi dirigenti delle aziende parlavano di Stati Uniti e Cina, chiedendosi se le due grandi potenze mondiali finiranno con lo scontrarsi o col collaborare. Nessuno è parso sicuro della risposta, ma l'opinione maggiormente condivisa è che in entrambi i casi il ruolo dell'Europa resta marginale, di semplice spettatore. Non disposto a investire nell'"hard power" per competere (o integrare?) la potenza militare degli Stati Uniti, il continente europeo sarebbe ben presto lasciato indietro dai colossi economici asiatici.
Forse questo umor nero passerà. Lo spostamento del centro di gravità del pianeta dall'Atlantico al Pacifico non sarebbe stato in ogni caso facile per un continente da sempre al centro della civiltà. Con una leadership, l'Europa tuttavia potrebbe ancora scoprire di avere importanti punti di forza.
Con volontà politica e strategia potrebbe ancora essere un attore di primo piano sulla ribalta internazionale. L'alternativa, altrimenti, è la profezia di declino che si autoavvera.


Gli sterili lamenti europei contro gli Usa - Il Sole 24 ORE