Rabbia a Torino
Gli amici a caccia dell’assassino
Duecento ragazzi romeni scendono in strada. Assediano e tentano di linciare due sospettati
MASSIMO NUMA, MASSIMILIANO PEGGIO
TORINO
Due fratelli. Romeni, sui vent’anni, nessun precedente penale. Sarebbero coinvolti in modo diretto nella morte di Giorgio Munteanu, 15 anni, accoltellato alla gola dopo un banale scambio di battute, nei giardini di un quartiere alla periferia Nord di Torino. Gli agenti della squadra mobile li stanno cercando. Forse, il loro arresto, è solo una questione di ore. «Stiamo lavorando in direzioni diverse - spiega il capo della mobile, Sergio Molino - gli elementi ci sono, grazie anche alla collaborazione della comunità romena con la polizia. Difficile azzardare previsioni sulla chiusura dell’indagine». Ma, aldilà dello stretto riserbo in cui si muovono gli inquirenti, c’è la sensazione che dell’assassino si sappia tutto. Che è un «bullo», che è considerato un soggetto violento e rissoso e gioca a fare il boss di un gruppo di ragazzi più giovani di lui. Gente che vive ai confini della legalità. Il culto della lattina di birra, del senso di predominio che ti può dare il coltello nella tasca del giubbotto, esibito e lanciato, ogni sera, contro i tronchi degli alberi. I segni sono ancora visibili, non distanti dalle bottiglie vuote lasciate sopra e sotto le panchine.
Da qualche tempo, nel piccolo parco di via Vibò, il branco voleva intimidire i ragazzi della zona. Gruppi non più divisi dalle nazionalità ma dallo stile di vita. La vittima, studente del liceo artistico di Torino, in Italia dal ‘96, stava andando - quando è stato ucciso - alla festa dell’oratorio della chiesa Nostra Signora della Salute; i due fratelli romeni cercavano i soldi per finire la serata in una discoteca dove circola ogni tipo di droga. Mondi contrapposti. E ieri la comunità romena del quartiere s’è ribellata alla criminalità. Ragazzi romeni e italiani, che si erano ritrovati nei giardini, nel punto esatto dove è morto Giorgio: letterine, fiori, messaggi d’addio. Le sciarpe della Juventus e della Dinamo Bucarest, le squadre per cui tifava. Già da ieri, su facebook, si è creata una comunità che ha voluto ricordare «Giorgino» realizzando una clip, un collage di immagini e di pensieri. Squilla un telefonino. «Li hanno presi!». E tutti corrono, circa duecento, verso la casa di Giorgio, poco distante. Si era diffusa la voce che i complici, o gli assassini dello studente, fossero improvvisamente comparsi per deridere (e affrontare) gli amici e la famiglia del morto. I due, poi risultati completamente estranei al delitto, vengono inseguiti.
Vogliono linciarli. Riescono a trovare rifugio in un bar di via Chiesa della Salute, a quaranta metri dal portone della famiglia Munteanu. Momenti di estrema tensione. Polizia e carabinieri riescono a organizzare un cordone di protezione davanti al locale. La folla preme per entrare. Inizia una trattativa. I poliziotti spiegano che i due «sono ragazzini impauriti, non c’entrano nulla!». Non importa. Li vogliono lo stesso: «Conoscono gli assassini, sono venuti a vedere che succede qui, lasciateceli». Accorrono anche i familiari della vittima. Nonostante il dolore, riescono a calmare i più esagitati: «Sono innocenti, non fate loro del male», dicono.
Due giovani romeni hanno assistito alla scena e commentano: «Ecco, gli italiani di nuovo a caccia di romeni. Razzisti, ce l’avete con noi». Bloccati da Nicu Munteanu, lo zio del ragazzino sgozzato. «Ma che cosa stai dicendo? Sono romeno anch’io, il morto è romeno come te». Quando la situazione si calma, si ricostruisce anche l’inizio. La tensione sale quando due adolescenti sorridono e gesticolano proprio nel momento in cui gli amici di Giorgio stanno sistemando un grosso striscione: «Sei un cuore con le ali», «Ciao per sempre, Angelo». Il gesto viene interpretato come una aperta rivendicazione dell’assassinio.
I genitori sono rimasti tutta la notte chiusi in casa. La madre, Elena, dopo le lunghe ore in obitorio, è stata colta da malore ed è tornata nell’appartamento al secondo piano. Sotto, una folla presidia per ore la strada. La famiglia di Giorgio è ortodossa. Così il cugino e lo zio sono ritornati nei giardini. Vicino alla macchia di sangue, hanno posato una candelina gialla. Una tradizione religiosa dell’Est. Va tenuta accesa per tre giorni e per tre notti, sino a quando «l’anima non ritroverà la sua strada».
Sono rimasti soli i suoi amici inseparabili: Stafano e Luchino, studenti, amici di quartiere. Si erano conosciuti sul «75» e, racconta Stefano, «ci siamo piaciuti subito, stesso stile, stessa musica. Avevano un sogno: per il diciottesimo compleanno, tutti e tre ad Amsterdam per trascorrere una notte nella discoteca dove si ascolta la musica tecnofolli». Commossi, appoggiati a una betulla, nel parco di via Vibò.
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Insomma, un delinquente rumeno uccide come un cane un bravo ragazzo, sempre rumeno, e la comunità rumena si ribella contro i delinquenti: ma non erano tutti criminali secondo antikommunista 100x100?




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iango:

