Leggo, casualmente ma con estremo disgusto, come un quivis de populo, naturalmente anonimo e congruamente volgare, abbia definito in questa sede il direttore Torriero, in relazione al suo apprezzabilissimo intervento su il tempo circa i destini sabaudi, “spregevole”.
Al di là del linguaggio, il nostro anonimo sbaglia enormemente, e, con quest’errore, dà la misura dell’impreparazione politica di questo paese.
Se consideriamo la monarchia come istituto in sé e non già come principio tradizionale, notiamo come il Re sia un individuo distintosi fra pari, di norma guerrieri, per particolari doti giuridico-amministrative, guerriere etc.
Il consenso attorno alla figura regale non origina quindi da un principio superiore ma eminentemente da ciò che fa: tant’è che nel mio paese il sovrano decideva (quando governava) con l’ausilio dei suoi pari. Il re viene quindi seguito e sostenuto nelle sue decisioni solo in relazione alla correttezza delle stesse, supportate da un comportamento che, almeno apparentemente, sia garanzia di esse.
Ciò detto, il principio asserito in questa sede risponde invece maggiormente ad un principio di stato meramente assolutistico, di derivazione groziana e pufendorfiana, estrinsecatosi sommamente nella monarchia francese, nella quale la grandezza intrinseca di un sovrano, louis xiv, si è riverberata in tutta la dinastia.
Con le conseguenze purtroppo note: la mancanza di polso, di capacità, e in un certo senso di etica, di un sovrano, genera infatti scontento, disordini, rivoluzioni. Un principio che abbiamo visto applicarsi a Charles I, a Louis XVI, e con qualche rischio in tale direzione nel 1848, a Ferdinand IV.
Talchè si evince come non esista alcuna investitura divina del sovrano, nessuna investitura ex se: il re che desidera governare deve dimostrare con le proprie azioni di essere degno di farlo, in modo da coagulare attorno a sé il consenso dei pari che ne legittimano il potere, e del popolo che gli ha dato originariamente fiducia. Ed è sulla base dell’originaria fiducia nel capostipite che si legittima la successione ereditaria (l’unico ad essere fuori da questa tradizione fu il Sacro Romano Impero Germanico).
Diversamente, avviene ciò che accade nelle monarchie moderne, ivi compresa quella del mio paese, ove il sovrano regna ma non governa.
Torniamo ora a Vittorio Emanuele di Savoia. La sua famiglia non regna più da tempo, pertanto manca il legame istituzionale con l’originario capostipite che legittimerebbe la sua presenza su di un trono, nonostante le sue pecche.
Non essendo egli un sovrano, quindi, il suo ruolo è simbolico: egli deve dimostrare ai propri pari, ai propri accoliti, di essere degno di tale ruolo, in considerazione del suo essere il simbolo non già di se stesso, quanto di un’istituzione non più contemplata; il simbolo di un sistema di valori non più presente. E con ciò non voglio stigmatizzare le operazioni più o meno lecite, sulle quali c’è il beneficio del dubbio fino al giudizio del Tribunale; non voglio giustificare una magistratura talvolta giustizialista. Ma inderogabilmente condanno atteggiamenti indegni non solo di un principe, ma di qualsiasi gentleman, di qualsiasi Uomo: i giudizi scurrili sulle donne, le battute triviali sulle bambine, l’atteggiamento basso e volgare per qualsiasi individuo saranno rammentati ben più a lungo di qualsiasi operazione illecita.
Ed è per questo che risulta legittimo il giudizio di quei monarchici che vedono in Emanuele Filiberto o addirittura in Amedeo di savoia-Aosta i nuovi capostipiti della casata sabauda.
Quanto alla velata allusione dell’anonimo circa la reiterata legittimazione di Amedeo di Savoia-Aosta quale reale rappresentante della monarchia in Italia da parte di fabio Torriero, domanderei volentieri se costui si sia dato la pena di leggere il volumetto “Proposta per l’italia.”, in cui si propone a monsignore un ruolo eminentemente politico quale possibile agente coagulante di un movimento conservatore. Nessun tradimento quindi alla linea legittima: non ci sono Philippe Egalité in questo frangente. E forse monsignore il Duca potrebbe essere la persona adatta a questo ruolo.
Io pertanto affermo, e ritengo di averlo dimostrato con sufficiente dottrina e approfondita analisi, che fabio torriero, con la sua proposta, non potesse rendere miglior servigio alla causa monarchica. Egli desidera salvare il cuore, l’anima, il significato profondo, al di là delle esteriorità e delle vuote piaggerie di cui molti la fanno simulacro, della Monarchia. Un istituto che sopravvive al di là delle vicende contingenti.
E contrappone al concetto di devozione canina fatto proprio dall’anonimo, costituito di pappagallesche proposizioni preordinate al fine di mascherare la sua intima pochezza, un concetto di fedeltà antico nel miglior senso del termine, perché volto alla conservazione di quanto vi sia ancora, in questo mondo popolato di parvenus e di miserabili, di bello e di puro.
L’anonimo utilizza la monarchia come la cornacchia della favola usa le penne del pavone, per farsi bella. Fabio Torriero invece è il rappresentate di una classe oramai quasi estinta, e che rappresenta la più alta delle aristocrazie dello spirito, e che si è estrinsecata pienamente nella sua proposta, come si estrinseca in ogni sua analisi.
L’anonimo è un plebeo. Fabio Torriero un cavaliere.
E questa è l’unica verità da che tutto questo emerge, come le pietre preziose emergono dalla melma.
Your sincerely,
Arthur C. W. A. Molyneaux




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