Il lancio di prova del missile balistico Taepodong 1, che nel 1998 sorvolò le isole nipponiche, aprendo la crisi internazionale intorno al riarmo strategico di Pyongyang, fu definito dal presidente Kim Jong Il "il primo e ultimo test missilistico". Stava bluffando, naturalmente, e la menzogna era tesa a rassicurare Cina, Russia e soprattutto l'Amministrazione americana di Bill Clinton, che si occupò di contenere l'ira di Tokyo che - proprio in seguito a quell'episodio - decise di dotarsi di nuove capacità difensive incluso uno "scudo antimissile". Il processo che sta riportando il Giappone nel novero delle grandi potenze militari è strettamente legato all'espansionismo marittimo cinese e soprattutto allo sviluppo di armi strategiche (tema sul quale Tokyo è molto sensibile) nordcoreane.
Kim Jong Il è spesso liquidato come il dittatore eccentrico e paranoico di uno stato affamato, alla caccia della palma del più cattivo. Di certo "Rocket Man" - così è stato soprannominato da gran parte della stampa americana - ha tratti di follia, come raccontano le biografie che lo ritraggono come un uomo pieno di ossessioni e di manie, ma le sue lucide provocazioni hanno consentito al regime non soltanto di sopravvivere, ma anche di rafforzarsi grazie a un'economia parallela e clandestina basata sulla creazione di armi di distruzione di massa e sulla loro esportazione privilegiata negli "stati canaglia". Lo sviluppo dei missili balistici e il supporto tecnico alla realizzazione di armi chimiche, biologiche e nucleari hanno nutrito in medio oriente i sogni di grande potenza di alcuni paesi, mentre la produzione di armi convenzionali a bassa tecnologia e basso prezzo (kalashnikov, munizioni e mine) alimentano da anni numerosi conflitti e regimi africani.
Non è un caso che la dottrina elaborata dall'America di George W. Bush dopo 1'11 settembre 2001 annoverasse nell'"asse del male" anche la Corea del nord, che non soltanto persegue lo sviluppo di armi di distruzione di massa, ma è diventata negli anni il motore scientifico e militare degli arsenali di Siria, Iran e, fino a qualche tempo fa, della Libia e dell'Iraq dell'ex rais Saddam Hussein. Questi paesi hanno finanziato con dollari e petrolio lo sviluppo delle armi nordcoreane in cambio della loro esportazione. I missili balistici pachistani Ghauri e Tipu, che bilanciano l'arsenale strategico indiano, derivano dai modelli Nodong e Taepodong migliorati con tecnologia cinese; forniture che sarebbero state ricambiate con la tecnologia atomica che ha consentito a Pyongyang di realizzare -con il plutonio prodotto a Yongbyon - almeno sei bombe nucleari. Kim Jong Il ha siglato accordi di "cooperazione scientifica" con Iran, Siria, Libia, Iraq ed Egitto. Dopo l'apertura del regime libico alle ispezioni occidentali sono state rinvenute le prove del supporto nordcoreano nello sviluppo di armi chimiche e diversi missili balistici Hwasong, armi con gittate limitate a 500 chilometri derivati dagli Scud e prodotti in Corea del nord che aveva offerto a Muhammar Gheddafi anche i Nodong 1.
Pure Damasco si è affidata a Pyongyang per potenziare l'arsenale chimico e missilistico che s'oppone a Israele, acquistando missili Hwasong e soprattutto raggiungendo la capacità autonoma di costruire testate a cariche chimica. Meno pubblicizzato ma esistente è anche l'interesse egiziano ai prodotti "made in North Korea", che nel 2003 alimentarono voci mai confermate circa l'acquisto di una cinquantina di missili balistici Nodong-1 con 1.300 chilometri di gittata. Il miglior cliente per il "Caro Leader" Kim Jong Il resta l'Iran il cui vasto programma missilistico si basa esclusivamente su vettori nordcoreani. Teheran ha acquistato fin dagli anni Ottanta gli Scud/Hwasong. Un export che si è interrotto brevemente per poi riprendere negli anni Novanta con forti investimenti iraniani per lo sviluppo, l'acquisto e la riproduzione dei Nodong 1 che - con il nome di Shahab 3 - equipaggiano i reggimenti missilistici dei pasdaran. Vettori che in Iran sono stati testati e migliorati - arrivando a un ampliamento del raggio d'azione a 1.700 chilometri - grazie al supporto di centinaia di tecnici nordcoreani trasferitisi a Teheran.
Anche il nuovo missile balistico iraniano noto come Shahab 4 e derivato dal sovietico SSN6 è stato sviluppato in Corea del nord. Pyongyang, l'anno scorso, trasportò a bordo di due navi nel porto di Bandar Abbas oltre una ventina di questi vettori in grado di colpire obiettivi situati a duemila chilometri di distanza. Teheran è indirettamente legata anche ad almeno uno dei sette test effettuati dai nordcoreani - il fallito lancio del Taepodong 2 -schiantatosi dopo 42 secondi di volo. Il missile balistico bistadio, con gittata stimata in oltre quattromila chilometri, è chiamato Shahab 5 in Iran dove è considerato il passo decisivo per sviluppare le capacità di realizzare missili balistici intercontinentali. Vettori che, con le armi atomiche, garantiranno una deterrenza sufficiente a rendere inattaccabili Iran e Corea del nord.




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