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    Predefinito Banca mondiale, la crociata contro la corruzione dell’ex falco neocon

    Il primo anno di Paul Wolfowitz, il decisionista


    di Luca Manes



    Chi si aspettava che Paul Wolfowitz, l’ex super falco dell’amministrazione Bush, volesse cam biare radicalmente la Banca mondiale sarà rimasto un po’ deluso. Wolfowitz, da un anno presidente dell’istituzione che ha sede a pochi centinaia di metri dalla Casa Bianca, ha preferito continuare sul solco tracciato dal suo predecessore, James Wolfensohn. Almeno così sta facendo per quel che concerne l’Africa, il settore delle infrastrutture e il debito dei Paesi poveri. Ovvero, nulla di eclatante. Rispetto al passato, invece, il campione dei neocon ha pensato bene di ergersi a paladino della lotta contro la corruzione. Finalmente uno che ficca il naso nelle tante zone d’ombra dei progetti sponsorizzati dalla Banca, per la cui aggiudicazione si calcola che negli ultimi 60 anni sia stata pagata l’enormità di 100 miliardi di dollari in tangenti? A prima vista sembrerebbe proprio così. Basti pensare che l’ex sottosegretario alla difesa degli Usa ha aumentato il bilancio dell’unità per le indagini sui casi di corruzione e sospeso dei prestiti a Ciad, Kenya, India e Bangladesh sulla ba se di un non corretto uso dei fondi. «Dobbiamo far sì che le risorse della Banca vadano ai poveri, e non nelle tasche sbagliate» ha dichiarato lo stesso Wolfowitz, convinto che «in questo modo si possa efficacemente combattere la povertà». Purtroppo però il piano d’azione della Banca mondiale sembra teso a curare i sintomi, non le cause della malattia. Altrimenti l’istituzione non continuerebbe a finanziare con la metà del suo budget annuale (circa 40 miliardi di dollari) i grossi progetti infrastrutturali, proprio quelli da cui nasce la piaga della corruzione - come recentemente ribadito anche dall’autorevole Ong Transparency International.

    Non a caso sono in tanti a criticare l’approccio al problema impiegato da Wolfowitz: in particolare numerosi analisti americani ritengono che stia facendo d! el tutto per compiacere la Commissione affari esteri del Senato americano, da tempo impegnata ad analizzare con attenzione le erogazioni di denaro alle istituzioni finanziarie internaz ionali. Stupisce anche il fatto che la Banca mondiale non abbia portato avanti nessuna reprimenda nei confronti di Paesi dove la corruzione è pressoché endemica. Pensiamo al Pakistan, alleato Usa nella lotta contro il terrorismo, dove la costruzione del Sistema di Irrigazione del Bacino dell’Indo, un progetto mastodontico capace solo di funzionare molto male e far sfollare 200 mila persone (la maggior parte aspetta ancora di essere reinsediata), ha determinato un uso non proprio lecito di denaro pubblico. Oppure al Ciad dove il presidente Idriss Deby ha speso in armi e non in progetti di sviluppo i soldi derivanti dall’oleodotto Ciad-Camerun (finanziato dalla Banca mondiale con prestiti alla Exxon) minacciando di chiudere i rubinetti di oro nero senza incorrere in alcuna sanzione.

    Il sospetto ch e l’attuale Presidente potesse usare la Banca come strumento per la tutela degli interessi geopolitici americani non appare, quindi, troppo campata in aria. Inoltre, il forte appoggio alle grandi infrastrutture, addirittura aumentato negli ultimi tempi, è dettato dall’impegno preso dalla nuova presidenza per avere una Banca mondiale con un ruolo predominante nei Paesi con economi e emergenti. E pure dai forti interessi al fine di accaparrarsi corposi contratti da parte delle multinazionali del ricco Nord.

    In tanti credevano anche che l’ex fedelissimo di Bush volesse troncare di netto le relazioni tra la Banca e la società civile. Non si sono avuti segnali così evidenti di una condotta in questo senso, però, a ben riflettere, a Wolfowitz conviene più proseguire nell’opera di pubbliche relazioni messa su dal suo predecessore. Da bravo politico sa che l’immagine conta molto, per la sostanza ci sarà sempre tempo.

    Chi invece appare allergico alla nuova guida della Banca mondiale è la quasi totalità dei membri dello staff dell’istit uzione, regolarmente tagliati fuori dal processo decisionale. Vista l’abitudine di Wolfowitz di contornarsi di fedelissimi e di dare sca rso credito al resto degli oltre 8 mila dipendenti della Banca, sono in pochi a stupirsi che le tensioni interne siano scoppiate molto presto, senza peraltro accennare a risolversi. Anzi, o ra il presidente-falco ha pure deciso di rimuovere dall’organigramma interno la figura del vice presidente con delega sullo sviluppo sostenibile, e smantellare il network tra i vari dipartimenti sul tema. Wolfowitz sembra volere mettere a soqquadro l’architettura politica della Banca mondiale, e che nei prossimi quattro anni del suo mandato ne vedremo delle belle. O meglio, delle brutte

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    “Difendere Israele”. Regola n. 1: stravolgere la realtà

    di Enrico Galoppini

    Uno dei recenti ‘trucchi linguistici’ escogitati per difendere la causa del Sionismo è l’utilizzo improprio delle parole “rapimento” e “sequestro”.

    Nessuna tv o giornale “autorevole” fa eccezione (per cui è superfluo proporre esempi), ma se ancora il dizionario della lingua italiana ha un senso si dovrebbe parlare di militari israeliani fatti “prigionieri” dai miliziani dello Hezbollah libanese. Ma questo sarebbe pretendere troppo, perché significherebbe che al nemico viene riconosciuto lo status di belligerante, mentre nei fatti è considerato alla stregua di una “anonima sequestri”: i “rapimenti” e i “sequestri” non li fanno, appunto, dei volgari banditi?

    Ma oggi viviamo una situazione irreale: di tutti gli Stati che aderiscono all’Onu, ne abbiamo tre - Usa, GB e Israele – che si arrogano l’esclusivo diritto di potersi fregiare a pieno titolo del rango di Stato, mentre gli altri son tutti potenzialmente oggetto di “operazioni di polizia internazionale”; è il motivo per cui la guerra non si “dichiara” più, per il semplice fatto che la suddetta triade non riconosce, all’atto pratico, altri Stati. Questo considerarsi al di sopra di tutto e tutti comporta tutta una serie di atteggiamenti sbalorditivi, quali, ad esempio, il bombardamento di un aeroporto internazionale di uno Stato membro delle Nazioni Unite (il Libano), il sorvolo a bassa quota con aerei da guerra del palazzo presidenziale di un altro Stato membro delle Nazioni Unite (la Siria), la traduzione di fronte ad un tribunale fantoccio del legittimo Governo di uno Stato membro delle Nazioni Unite (l’Iraq), il paventato arresto del presidente di uno Stato membro delle Nazioni Unite (l’Iran) qualora si fosse presentato a tifare per la sua nazionale ai mondiali di calcio!

    Non si può certo dar torto al presidente bielorusso Lukashenko, che ha affermato per mettere i puntini sulle “i”: “L’Onu siamo noi”.

    Sostenere che solo Usa, GB e Israele si sono esclusivamente attribuiti la dignità di Stato sovrano negandola agli altri non è un’esagerazione che, al limite, può andare bene solo in relazione agli Stati arabi: si pensi alle pressioni a non finire sull’Austria all’epoca del “caso Haider”, oppure alla fine della Jugoslavia (bombardamento su Belgrado, processo farsa a Milosevic ecc.: ricordo che l’unico aviatore serbo che riuscì ad abbattere un aereo della Nato è stato poi messo sulla graticola giudiziaria come un volgare “terrorista”).

    Conosco anche l’obiezione degli arroganti – perché ipermediatizzati - “avvocati d’Israele”: che Hezbollah “non è l’esercito libanese”. Ma nell’atipica situazione libanese va detto che esso rappresenta l’unica garanzia d’intangibilità del territorio del Libano. E non lo dico io, lo dimostrano i fatti recenti del Libano. La verità è che la piega che si voleva far prendere agli eventi in seguito all’assassinio di Hariri non è quella desiderata dai suoi mandanti: Hezbollah, oltre ad aver ottenuto 14 parlamentari non ha smobilitato le sue milizie, e questo non perché si è imposto unilateralmente sui desideranti un “Libano libero” (e “arancione”), ma perché almeno mezzo Libano (compresi settori cristiani) si è reso conto che disarmare Hezbollah equivaleva ad un suicidio nazionale.

    Ma torniamo ai “sequestri” e ai “rapimenti”. Aljazeera per descrivere i militari israeliani nelle mani di Hezbollah usa il termine asîr (pl. asrà), che significa appunto “prigioniero”, e lo stesso Hasan Nasrallah parla di “prigionieri” di Hezbollah in mano all’esercito israeliano, proponendo difatti uno “scambio di prigionieri”. Evidentemente c’è della dignità nella considerazione che Hezbollah ha dei militari israeliani, ma non il contrario. Lo si evince anche dal modo in cui gli oltre sessanta uomini politici palestinesi nelle mani degli israeliani vengono descritti da questi ultimi: trattasi di “arresti”. Ora, mi sembra un po’ strano che i membri di un parlamento e di un governo di uno Stato (seppur un simulacro di Stato, comunque uno “Stato”: non salmodiano sempre “due Stati per due popoli”?) possano essere “arrestati” da un altro Stato. Al limite dovrebbe trattarsi di “prigionieri”, ma non sia mai detto, o forse proprio in questo caso si tratta effettivamente di “rapiti” e “sequestrati”…

    Come che sia, anche questa volta “Israele” la farà franca: dopo aver causato al Libano in un solo giorno un danno economico stimato in decine di milioni di dollari (ponti, strade, piste dell’aeroporto, turisti in fuga, viaggi annullati, blocco delle importazioni e delle esportazioni, borsa crollata: a proposito, a chi si rivolgerà il turista italiano per il risarcimento del biglietto? all’Ambasciata israeliana? al gran rabbino?) riceverà, in ossequio alla logica della “equivicinanza” elaborata in qualche Centro che naturalmente auspica la “pace in Medio Oriente”, rinnovate e più sperticate lodi, che supereranno in fantasia e piaggeria il “siamo tutti ebrei” di Bertinotti (dopo aver ricevuto delle minacce!), la denuncia dei “rigurgiti di antisionismo” (Giordano), l’individuazione nello “scudo di David” delle “radici europee”… fino all’”Israele patrimonio dell’umanità” (Prodi): fino ad ora avevo sentito parlare di “patrimoni dell’umanità” con riferimento a città, opere d’arte o architettoniche, ma stavolta viene il dubbio che il “patrimonio” stia nell’assetto istituzionale (discriminatorio) dello Stato sionista, o addirittura nel c.d. “popolo ebraico”, in tal modo custodito come una sorta di bene prezioso, il Bene incarnato.

    Ma i complimenti, sebbene graditi da “Israele”, non bastano mai se non sono accompagnati dalle palanche. E’ di questi giorni la notizia di un accordo firmato tra la Regione Lazio e un Centro industriale israeliano per “la ricerca e lo sviluppo”, le cui basi sono state gettate circa un mese fa in occasione dell’ennesimo “viaggio della memoria”. Parafrasando il titolo del celebre libro di Finkelstein verrebbe da titolare “Industria e Olocausto”! Quanto ai palestinesi, si accontenterebbero di un banalissimo riconoscimento dei torti subiti (uccisioni, distruzioni, espulsioni ecc.), senza scomodare gli “olocausti”, ma non hanno nemmeno questa magra consolazione: le industrie e gli “accordi”, per il momento, se li possono sognare!

 

 

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