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  1. #1
    Silvioleo
    Ospite

    Predefinito Democrazia,il dio che è fallito

    Riporto un interessante articolo di Guglielmo Piombini,trovato su http://www.libreriadelponte.com/

    MONARCHIA, DEMOCRAZIA E ORDINE NATURALE
    Hans-Hermann Hoppe, in un suo saggio , giunge alla conclusione, decisamente revisionistica, che l’avvento della democrazia ha rappresentato, rispetto alla monarchia, un arretramento nel processo di civilizzazione umana.



    Dopo l’uscita di scena dei sistemi totalitari che hanno insanguinato il XX secolo, in Occidente nessuno mette più seriamente in dubbio la superiorità del modello democratico. Un politologo statunitense particolarmente entusiasta, Francis Fukuyama, ha addirittura ravvisato nell’affermazione globale della democrazia liberale la fine hegeliana della storia, perché oggi non sarebbe più proponibile alcun sistema politico alternativo; all’umanità quindi non rimarrebbe altro da fare che perfezionare questo modello vittorioso, ed estenderlo in quelle periferie del pianeta dove ancora manca (magari anche attraverso la guerra, come teorizzano gli attuali ideologi neoconservatori). Pur essendo stata criticata da più parti per i suoi aspetti deterministici, la tesi di Fukuyama riflette tuttavia un’opinione largamente diffusa tra le élite culturali e il grande pubblico occidentale: quella secondo cui gli attuali regimi democratici rappresentano il grado più elevato raggiunto dalla politica nel suo sviluppo storico, e che ogni altro possibile sistema costituisca qualcosa di sorpassato o di deteriore.

    Può sembrare sorprendente, allora, che oggi questa idea venga contestata da uno dei massimi esponenti del libertarianism, la corrente più coerente e radicale del liberalismo contemporaneo. Nel libro Democracy – The God That Failed. The Economic and Politics of Monarchy, Democracy, and Natural Order (pubblicato nel 2001 dalla Transaction Publishing, e in corso di traduzione in Italia per la Liberilibri di Macerata a cura di Alberto Mingardi) Hans-Hermann Hoppe, approfondendo un tema affrontato per la prima volta in un saggio già edito in Italia nel 1999 dalla rivista Federalismo & Libertà (“Monarchia, democrazia e l’idea di ordine naturale”) giunge alla conclusione, decisamente revisionistica, che l’avvento della democrazia ha rappresentato, rispetto alla monarchia, un arretramento nel processo di civilizzazione umana.

    Successore del grande economista Murray N. Rothbard all’Università del Nevada e Senior Fellow al Ludwig von Mises Institute di Auburn, Hans-Hermann Hoppe svolge in questo lavoro un’accurata analisi economica e sociologica degli effetti della trasformazione delle monarchie in democrazie durante gli ultimi secoli. Il periodo storico che si apre con la Rivoluzione Francese e che si chiude con la Prima Guerra Mondiale - evento epocale che sancisce la definitiva delegittimazione dei vecchi regimi monarchici – viene descritto da Hoppe come il momento cruciale del passaggio dalla proprietà privata alla proprietà pubblica dell’apparato monopolistico di coercizione: al governo personale del Re, che legifera a proprio nome e incamera nel proprio patrimonio i proventi ottenuti con la tassazione, si sostituisce infatti un governo impersonale di rappresentanti, i quali agiscono come custodi in nome e per conto di un soggetto astratto: il popolo.

    Quali sono le conseguenze del passaggio dal governo privato del monarca al governo pubblico della democrazia? In linea generale, spiega Hoppe, entrambi i governanti cercheranno di massimizzare il proprio potere e le proprie entrate, sfruttando i cittadini per mezzo della tassazione, delle regolamentazioni, dell’inflazione, e degli altri mezzi coercitivi inerenti all’attività di governo. È probabile tuttavia che l’azione di un governante privato sia ispirata a maggior moderazione rispetto a quella di un governante pubblico, in quanto l’orizzonte temporale del primo risulta più lungo di quello del secondo. Un sovrano, in quanto proprietario del reame, ha interesse a mantenerlo prospero, perché così facendo aumenta le proprie entrate e può trasmetterlo in buone condizioni alla propria discendenza. Egli si rende conto che, nel lungo periodo, una politica di moderazione fiscale che favorisca una relativa libertà negli affari può arricchire e aumentare il numero dei propri contribuenti, incrementando così la ricchezza della propria famiglia.

    Il custode democratico, invece, possiede il valore corrente dell’attività di governo, ma non il valore capitale. Durante gli anni del proprio mandato può assicurarsi notevoli vantaggi approfittando della propria posizione, ma non è formalmente proprietario del settore pubblico e dell’apparato governativo. Il suo orizzonte temporale, dunque, è notevolmente più corto di quello di un monarca, perché difficilmente possano interessarlo “investimenti” che diano frutti in un tempo successivo alla scadenza della carica. Al governante democratico conviene quindi sfruttare il bene pubblico affidato alla propria tutela nella maniera più veloce e irresponsabile possibile, prima che altri gestori della cosa pubblica prendano il suo posto. Egli assomiglia ad un inquilino con lo sfratto a breve termine, poco interessato alla manutenzione della casa, piuttosto che ad un padrone che ha a cuore il buon nome e il decoro dell’abitazione.

    Va sottolineato che per Hoppe la democrazia rappresentativa non ha nulla a che vedere con l’autogoverno, che è possibile solo in piccole comunità volontaristiche e quasi-condominiali. La democrazia, semplicemente, si limita a sostituire il proprietario privato del governo con una proprietà pubblica gestita da fiduciari, senza annullare, ma occultando, la permanente distinzione tra governanti e governati. Diffondendo l’idea infondata che in democrazia “lo Stato siamo noi”, l’ideologia democratica ha fornito al potere uno strumento di legittimazione formidabile, dato che qualsiasi cosa i governanti decidano si ritiene automaticamente voluto anche dal popolo stesso. Sotto il regime monarchico, invece, l’espansione statale era limitata dalla resistenza dei sudditi, i quali generalmente si opponevano alle pretese eccessive del sovrano. In democrazia questa dinamica di bilanciamento tra lo Stato e la società civile salta, perché l’obiettivo principale di tutti i partecipanti diventa quello di accedere alle stanze dei bottoni e utilizzare le leve del potere a danno delle minoranze escluse. In questo modo si è aperta la strada ad una avanzata inarrestabile dello statalismo.

    A conferma di questa tesi, argomentata per via logico-deduttiva, Hoppe presenta numerosi dati statistici, i quali dimostrano che le tasse, le spese statali, il debito pubblico, la burocrazia, le leggi e le regolamentazioni, l’inflazione, i tassi d’interesse, e financo le guerre, i tassi di criminalità e i tassi di denatalità sono aumentati in maniera esponenziale nel periodo democratico. Durante tutta la secolare epoca monarchica, e fino alla seconda metà del XIX secolo, il potere pubblico non gestì mai più del 5-8 percento del reddito nazionale, mentre con l’inizio dell’era democratico-repubblicana le spese pubbliche sul PIL sono ovunque aumentate inarrestabilmente, fino a raggiungere e superare il 50 percento del PIL dopo la metà degli anni ’70 del XX secolo. Gli impiegati pubblici sono passati da circa il 3 percento della forza-lavoro complessiva ad una media superiore al 15 percento. Anche l’inflazione è un fenomeno che si è manifestato in maniera cronica durante l’era democratica, una volta che i governi hanno sganciato le monete dalla base aurea: per tutto il XIX secolo, invece, la tendenza dei prezzi era stata verso la stabilità o il ribasso. Lo stesso è accaduto per il debito pubblico, dato che i re solitamente contraevano debiti durante i periodi di guerra, ma li riducevano durante i periodi di pace; al contrario, durante l’epoca democratica in tutti i paesi il debito pubblico è letteralmente esploso, in pace come in guerra.

    Pur sostenendo la superiorità della proprietà privata del governo rispetto alla proprietà pubblica, Hoppe non nega che anche i re sfruttassero duramente i propri sudditi. Il vero obiettivo, infatti, dovrebbe essere quello di abolire il monopolio dell’apparato coercitivo, invece che rimanere intrappolati nell’alternativa di privatizzarlo o collettivizzarlo. In questo senso la difesa della monarchia di Hoppe è una difesa limitata, dato che nel migliore dei casi essa rappresenta un second best rispetto ad un ordine naturale senza monopoli, con molteplici giurisdizioni in competizione tra loro: sull’esempio di quanto l’Europa ha conosciuto durante il Medioevo, e del quale oggi rimangono poche vestigia gloriose come il Principato di Monaco, San Marino, Andorra, il Liechtenstein.

    Assume infatti la massima importanza, ai fini della salvaguardia di un ordine liberale, la possibilità dei cittadini di scegliere tra diversi governi alternativi, come avviene nei sistemi autenticamente federali, o tra diverse agenzie private di protezione, come nel modello anarco-capitalista. In base a tali considerazioni, Hoppe finisce col rivalutare quelle istituzioni politiche premoderne che più si avvicinano alla sua idea di “ordine naturale” pluralistico e competivivo: i comuni e i principati medievali, le leghe anseatiche, le Province Unite Olandesi, la Confederazione Elvetica. E a condannare senza appello lo Stato moderno socialdemocratico, uscito dal modello centralizzante della Rivoluzione francese.

  2. #2
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    Aspettiamo con ansia l'uscita della traduzione italiana di "Democracy: the god that failed": oramai è questione di poco e potremo goderci un libro importantissimo e molto discusso

  3. #3
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    non credo che la svezia sia un arretramento nel processo di civilizzazione umana.

    Sicuramente lo è l'italia, in altre parole lo è quando si è incapaci di costruire una vera democrazia al posto di una demagogia.

    D'altra parte non dovrebbe essere un mistero che le monarchie centralizzate rappresentarono un progresso rispetto al feudalesimo.

    Questo discorso rivaluta anche il governo cinese nei confronti delle false democrazie.
    Addio Tomàs
    siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i 5 stelle

  4. #4
    Makeru ga, katta
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    Se la democrazia ha fallito significa che si può rivalutare la dittatura?
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  5. #5
    SENATORE di POL
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    La democrazia è il peggior sistema ad eccezione di tutti gli altri (Churchill). C'è chi però non si accontenta, perchè ovviamente la democrazia è una forma istituzionale dello Stato.......e contrappone a questa "l'anarchia", sia questa concepita su base collettivista-comunista, sia su base puramente individualista, sia su base capitalistica. Ovviamente chi cerca la società perfetta non può accontentarsi della democrazia. Chi cerca l'assoluta libertà (di solito la propria, perchè poi sul piano "privato" gli anarchici confinano con i loro opposti nella maggior parte degli atteggiamenti) rigetta qualsiasi forma di organizzazione politica statuale. E la democrazia assunta come un dio non può che fallire, perchè NON è di per sè un sistema perfetto, e neppure vicino alla perfezione. La democrazia del resto, come mero sistema istituzionale, non garantisce, senza l'esistenza di una società civile "borghese" e "liberale", nemmeno un centesimo delle sue promesse: è un guscio vuoto, o peggio, a volte solo il guscio della tirannide. Per questo il problema della democrazia liberale moderna e anche quello della sua "esportazione" (di cui sono fautore) non è affatto semplice.
    Come dice il filosofo ......l'anarchia, del resto, a parte essere la medesima una stimolante utopia, sta proprio lì, a due passi dalla tirannide........


    Saluti liberali

  6. #6
    Makeru ga, katta
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    Si, vabbene, ma allora se togliamo la democrazia che si sceglie?
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  7. #7
    SENATORE di POL
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    Gli anarchici (delle opposte tendenze) sono contro ogni forma di Stato. Lo Stato democratico è pur sempre uno Stato...........
    Del resto anche la teoria classica leninista (vedi "Stato e Rivoluzione") dopo la fase transitoria e violenta della "dittatura rivoluzionaria del proletariato" guidato dal partito comunista, prevede la fase del comunismo compiuto, a cui corrisponde "l'estinzione dello Stato", e come aggiunge esplicitamente Lenin, riprendendo i concetti espressi da Marx contro "Lo Stato Libero Popolare" dei lassaliani, "l'estinzione della democrazia". Gramsci dal canto suo ricordando che "Ogni Stato è una Dittatura", riconduce leninisticamente la "democrazia borghese" ad una forma della dittatura del Capitale. Per Bakunin o Malatesta....la fase transitoria della "dittatura del proletariato" diventa necessariamente la dittatura sul proletariato da parte della setta rivoluzionaria, e quindi non consente ne' la liberazione dell'uomo dallo Stato come strumento di oppressione (di cui la democrazia sarebbe solo una forma subdola), ne' del proletariato dallo sfruttamento, essendo lo Stato il "peggiore dei padroni".
    La posizione degli "anarcocapitalisti" è espressa sopra da forumisti che simpatizzano per questa estremizzazione ideologica del liberalismo.

    Saluti liberali

  8. #8
    Makeru ga, katta
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    Quindi la scelta si restringe a questo? Stato (con qualunque forma di governo) e non Stato?
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  9. #9
    SENATORE di POL
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    Semplificando, direi che l'anarchismo consiste, in ultima analisi, proprio in questo. Come diceva lo stesso Marx, finchè esiste lo Stato non si può parlare propriamente di libertà. Perciò egli derideva lo "Stato Libero Popolare" importato dai lassaliani nel "programma di Gotha" del socialismo tedesco. Marx tuttavia, volendo essere realista, prevedeva che prima di abolire lo Stato in quanto tale, il proletariato doveva costituirsi transitoriamente in classe politicamente dominante, utilizzando le armi dello Stato: la dittatura rivoluzionaria (idea di origine giacobina e borghese, come rilevò l'austromarxista Otto Bauer).
    Gli anarcocapitalisti radicalizzano la concezione dello "Stato come problema" (intuizione "reaganiana"), evoluzione del liberale classico: "meno Stato possibile" (o dello "Stato a buon mercato").

    Saluti liberali

  10. #10
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    Interessante.

    Naturalmente trovo difficile l'esistenza di un territorio ove non vi sia una forma di controllo governativa.
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