Propongo all'attenzione di voi tutti i seguenti canoni - trati dai primi due concilii ecumenici - perchè se ne faccia una riflessione alla luce di due ultimi post rigurdanti la cononicità e la proliferazione dei metropoliti....
Dal I Concilio Ecumenico
XV. Del clero che si sposta di città in città.
Per i molti tumulti ed agitazioni che avvengono, è sembrato bene che sia assolutamente stroncata la consuetudine, che in qualche parte ha preso piede, contro le norme ecclesiastiche, in modo che né vescovi né preti, né diaconi si trasferiscano da una città all'altra. Che se qualcuno, dopo questa disposizione del santo e grande concilio, facesse qualche cosa di simile, e seguisse l'antico costume, questo suo trasferimento sarà senz'altro considerato nullo, ed egli dovrà ritornare alla chiesa per cui fu eletto vescovo, o presbitero, o diacono
XVI. Di coloro che non dimorano nelle chiese nelle quali furono eletti.
Quanti temerariamente, senza santo timore di Dio, né alcun rispetto per i sacri canoni si allontanano dalla propria chiesa, siano essi sacerdoti o diaconi, o in qualsiasi modo ecclesiastici, non devono in nessun modo essere accolti in un'altra chiesa; bisogna, invece, metterli nell'assoluta necessità di far ritorno alla propria comunità, altrimenti siano esclusi dalla comunione. Che se poi uno tentasse di usar violenza ad alcun dipendente da un altro vescovo e di consacrarlo nella sua chiesa contro la volontà del vescovo, da cui si è allontanato, tale ordinazione sia considerata nulla.
Dal II Concilio Ecumenico
II. Del buon ordinamento delle diocesi, e dei privilegi dovuti alle grandi città dell'Egitto, di Antiochia, di Costantinopoli; e del non dover un vescovo metter piede nella chiesa di un altro.
I vescovi preposti ad una diocesi non si occupino delle chiese che sono fuori dei confini loro assegnati né le gettino nel disordine; ma, conforme ai canoni, il vescovo di Alessandria amministri solo ciò che riguarda l'Egitto, i vescovi dell'Oriente, solo l'oriente, salvi i privilegi della chiesa di Antiochia, contenuti nei canoni di Nicea; i vescovi della diocesi dell'Asia, amministrino solo l'Asia, quelli del Ponto, solo il Ponto, e quelli della Tracia, la Tracia.
A meno che vengano chiamati, i vescovi non si rechino oltre i confini della propria diocesi, per qualche ordinazione e per qualche altro atto del loro ministero. Secondo le norme relative all'amministrazione delle diocesi, è chiaro che questioni riguardanti una provincia dovrà regolarle il sinodo della stessa provincia, secondo le direttive di Nicea. Quanto poi alle chiese di Dio fondate nelle regioni dei barbari, sarà bene che vengano governate secondo le consuetudini introdotte ai tempi dei nostri padri.
VI. Chi può essere ammesso ad accusare un vescovo o un chierico.
Poiché molti volendo turbare e sconvolgere l'ordine ecclesiastico, da veri nemici e sicofanti, inventano accuse contro i vescovi ortodossi incaricati del governo della Chiesa, nient'altro cercando che di contaminare la buona fama dei sacerdoti e di eccitare tumulti tra i popoli che vivono in pace, è sembrato bene al santo concilio dei vescovi radunati a Costantinopoli di non ammettere gli accusatori senza previo esame, né di permettere a chiunque di poter formulare accuse contro gli amministratori delle diocesi, né, d'altra parte, di respingere tutti. Se, quindi, uno ha dei motivi privati, personali, contro il vescovo, perché sia stato defraudato, o perché abbia dovuto sopportare da parte sua qualche altra ingiustizia, in questo genere di accuse non si guardi né alla persona dell'accusatore, né alla sua religione. E’ necessario, infatti, assolutamente, che la coscienza del vescovo si conservi libera dalla colpa e che quegli che afferma di essere trattato ingiustamente, quali che possano essere i suoi sentimenti religiosi, ottenga giustizia. Se, però, l'accusa che si fa al vescovo ha attinenza con la religione in sé e per sé, allora bisogna tener conto della persona degli accusatori. In questo caso, primo, non si permetta agli eretici di formulare accuse contro i vescovi ortodossi in cose riguardanti la chiesa (per eretici intendiamo sia quelli che già da tempo sono stati pubblicamente banditi dalla Chiesa, sia quelli che poi noi stessi abbiamo condannato; sia quelli che mostrano di professare una fede autentica, ma in realtà sono separati e si riuniscono contro i vescovi legittimi). Inoltre, quelli che sono stati condannati, scacciati o scomunicati per vari motivi dalla Chiesa, sia chierici che laici, non possono accusare un vescovo, prima di essersi lavati della loro colpa. Analogamente non possono accusare un vescovo o altri chierici, coloro che siano sotto una precedente accusa, se prima non abbiano dimostrato di essere innocenti delle colpe loro imputate. Se, però, vi è chi senza essere eretico, né scomunicato, né condannato o accusato di alcun delitto, ha delle accuse in cose di chiesa contro il vescovo, questo santo sinodo comanda che questi presenti la sua accusa ai vescovi della provincia e dimostri davanti a loro la fondatezza delle accuse. Se poi i vescovi della provincia non sono in grado di correggere le mancanze di cui viene accusato il vescovo, allora gli accusatori possono adire anche il più vasto sinodo dei vescovi di quella diocesi (cioè il sinodo patriarcale), che saranno convocati proprio per questo. Non può però, essere ammesso a provare l'accusa, chi non abbia prima accettato per iscritto di subire una pena uguale a quella che toccherebbe al vescovo se nell'esame della causa si constatasse che le accuse contro il vescovo erano calunnie. Se qualcuno, disprezzando ciò che è stato decretato, osasse importunare l'imperatore, o disturbare i tribunali civili, o il concilio ecumenico, con disprezzo di tutti i vescovi della diocesi, la sua accusa non deve essere ammessa, perché egli ha disprezzato i canoni, ed ha tentato di sconvolgere l'ordine ecclesiastico.
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Tanto per dare voce a chi non ne ha: contro l'autorevolezza di questi e altri canoni sono state mosse critiche da un personaggio non in comunione V. Evloghij di Milano (colui che ha così tanto moltiplicato i vescovi qui in Italia).
Secondo lui i canoni sono divisi in due: quelli dogmatici e quelli amministrativi.
Mentre quelli dogmatici non possono essere mutati, egli sostiene, gli amministrativi possono essere riformulati.
In effetti lo sono in qualche modo stati nel tempo, visto la creazioni e delle chiese nazionali o la rielaborazione di alcune influenze regionali... senza parlare della grande perdita del patrircato occidentale di Roma...
Tuttavia le sue tesi sembrano proprio vicine a quel "lecito e legittimo" della teologia occidentale quando egli sostiene che: essendo questi canoni mutevoli si possono in qualche modo aggirare.
E infatti lui gli ha proprio aggirati facendo vescovi in varie parti del mondo e legittimandosi addirittura come chiesa locale autonoma ultranazionale (in fondo ha come esempio anche i russi di Costantinopoli... ma questa è un'altra storia).
Egli infatti è arrivato a sostenere la legittimità di questo suo modo di comportarsi perchè necessario nel contesto evidentemente mondiale...
Ovviamente non diceva che erano azioni legittime ma lecite perchè necessarie...
Sappiamo che i fatti (se ve ne fosse stato bisogno) lo hanno smentito ...
Anche il vescovo Derosso di Aprigli che ha fondato la sua chiesa nazionale italiana con atto notarile ha agito nella stessa mentalità del: LECITO.
Era per la sua mentalità lecita questa fondazione alla luce dell'immobilismo dell'ortodossia ufficiale presente in Italia. Anche lui non pensava di essere Legittimo ma sperava di essere legittimato dagli eventi...
La sua iniziativa però non ebbe successo perché non aggregò nessuno o quasi... e oggi possiamo considerarla superata…
Oggi le organizzazioni legate al Sinodo di Filì presenti in Italia alle quali appartiene questo forum, mi sembra siano un po’ meno temerarie nell'affermare la propria esistenza nell’essere leciti e nella legittimità delle proprie scelte. Ma lascio a voi l'analisi
MA questa mentalità non è estranio del tutto all'ortodossia, mi sembra.
Anche alcune scelte delle chiese appartenenti alle giurisdizioni ufficiali a volte capita faccino delle scelte forse lecite ma non sempre legittime.
Ma se una cosa pensiamo sia lecita possiamo farla anche se non è legittima come insegna un certa teologia (e filosofia) occidentale oppure NO?
E' presente queste dicotomia di lecito e legittimo nel pensiero dei Padri?




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p. Nicola
