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Discussione: Gli Hezbollah

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    Gli Hezbollah

    «La nostra è una resistenza contro lo scontro di civiltà» «Quando Cheney ci offrì due miliardi di dollari».

    «La nostra è una resistenza contro lo scontro di civiltà»
    «Quando Cheney ci offrì due miliardi di dollari».



    Parla Hassan Nasrallah segretario generale degli Hezbollah
    STEFANO CHIARINI

    INVIATO A BEIRUT
    «Il mondo arabo-islamico è vittima di una guerra voluta da coloro che, come
    George Bush, perseguono uno scontro di civiltà con toni da crociata, concetti
    e idee di 1000 anni fa. Un progetto assai pericoloso, nel quale Israele ha un
    ruolo centrale, che mira alla disgregazione del Medioriente a cominciare
    dall'Iraq dove, al fine di giustificare la loro presenza, gli Usa stanno
    gettando le premesse per una devastante guerra civile che potrebbe infiammare
    l'intera area . Una deriva di morte che l'Europa e l'Italia avrebbero tutto
    l'interesse a fermare prima che sia troppo tardi». Sayyed Hassan Nasrallah, 44
    anni, il più giovane segretario che abbia mai avuto il movimento della
    resistenza islamica libanese sciita degli Hezbollah, barba folta e un paio di
    spessi occhiali, con il tradizionale turbante nero, ci riceve in un anonimo
    palazzone della periferia sud di Beirut. Ci troviamo nella cosiddetta «cintura
    della miseria» della periferia sud della capitale nella quale, dagli anni '70
    sono affluiti centinaia di migliaia di sciiti libanesi in fuga dalle
    rappresaglie israeliane sul Libano meridionale. Ci troviamo in quello che è
    stato il cuore della resistenza all'occupazione israeliana del Libano e, tra
    l' 82 e l'84, alla presenza delle forze americane e francesi.



    La «cintura della miseria»

    La strada è sbarrata da una spessa cancellata dove macchine e passeggeri
    vengono attentamente perquisiti. Intorno un discreto e sofisticato sistema di
    sicurezza. Quartieri come Haret Reik e Bir Labed, dove in tanti anonimi
    appartamenti si trovano gli uffici della leadership degli Hezbollah, ci
    riportano con le loro straordinarie misure di sicurezza, proprio a quei tempi
    di guerra. Tempi che non sono affatto lontani, anzi. Se entrambi i
    predecessori di Nasrallah sono stati uccisi dai servizi israeliani nel sud del
    Libano, Ragheb Harb nel 1984, e Sayyed Abbas Musawi nel febbraio del 1992,
    alcuni esponenti del movimento sono stati uccisi dai servizi israeliani,
    l'ultimo alcuni mesi fa, proprio nella periferia sud della capitale.

    In un momento nel quale gli Usa hanno intensificato i tentativi di
    criminalizzare la resistenza libanese, premendo, per il momento senza grossi
    risultati, sulla Ue per un suo inserimento nella lista nera dei movimenti
    terroristici, Sayyed Hassan Nasrallah intende sottolineare subito il carattere
    «nazionale» e «patriottico» del suo movimento: «All'inizio eravamo gruppi di
    resistenza contro l'occupazione israeliana e nient'altro. Un movimento di
    giovani libanesi decisi a resistere con le armi contro un esercito leggendario
    come quello israeliano e pronti a sacrificare la loro stessa vita. Una
    resistenza patriottica che abbiamo portato avanti insieme ai comunisti e ai
    nazionalisti uniti da un comune obiettivo, la liberazione del paese. Le
    rispettive ideologie servirono poi per mobilitare la popolazione contro
    l'occupazione ma siamo nati e siamo un movimento di liberazione nazionale».

    Rispondendo alla richiesta Usa -accolta dalla risoluzione 1559 - di un disarmo
    delle milizie Hezbollah lungo il confine con Israele, Sayyed Nasrallah
    sostiene poi che «Le nostre forze armate - come ci riconoscono anche i nostri
    avversari - hanno sempre avuto come unico obiettivo la liberazione del paese e
    la sua difesa contro le continue violazioni israeliane della sovranità
    libanese. Per questo abbiamo sempre evitato qualsiasi azione potesse farci
    precipitare in una nuova guerra. I nostri combattenti, noi tutti, veniamo da
    quei villaggi del sud e nessuno vuole un nuovo conflitto».

    Ma allora perché gli Usa e Israele hanno sempre nel mirino gli Hezbollah?:
    «Innanzitutto per l'esempio che la nostra lotta - continua Nasrallah -
    costituisce per i popoli della regione a cominciare dai palestinesi e dagli
    iracheni e poi perché costituisce la dimostrazione che Israele con tutta la
    sua potenza non è invincibile. In secondo luogo perché comunque costituiamo un
    intralcio non di poco conto alla libertà di manovra di Israele. In terzo luogo
    perché sosteniamo, in particolare con i nostri media, la giusta causa del
    popolo palestinese».



    La lettera di Cheney

    A questo punto Sayyed Nasrallah ci racconta di come alcuni emissari del
    vicepresidente Usa, Dick Cheney, in realtà abbiano tentato di imbarcare anche
    loro sul carro della pax israelo-americana nella regione: «Sia prima che dopo
    l'undici settembre ho ricevuto alcuni inviati di Cheney - ricorda Nasrallah -
    che ci hanno proposto un accordo quadro molto dettagliato. Gli Usa erano
    disposti a cancellarci dalla lista dei movimenti terroristici, a darci una
    quota pari alla nostra forza a livello istituzionale e di governo, a far
    rilasciare i nostri prigionieri in Israele e infine a versarci due miliardi di
    dollari per la ricostruzione, con in aggiunta l'immunità da eventuali attacchi
    israeliani. In cambio volevano che abbandonasimo la lotta contro l'occupazione
    israeliana di territorio libanese e chiudessimo gli occhi di fronte a
    qualunque cosa Israele intendesse fare con i palestinesi. In secondo luogo
    volevano la nostra collaborazione contro quello che chiamano «terrorismo».
    Abbiamo riposto che è stata la resistenza e non certo la comunità
    internazionale o l'Onu a liberare il Libano, mentre sul terrorismo gli abbiamo
    ricordato che di al Qaida la Cia ne sapeva certamente più di noi»



    Terrorismo targato Cia

    E a proposito del ruolo dei gruppi che fanno riferimento ad al Qaida, in Iraq
    in particolare, l'esponente degli Hezbollah, anche lui ex studente di Najaf,
    come tutta la leadership del movimento, emette una condanna senza appello: «Si
    tratta di piccoli gruppi, spesso infiltrati, le cui azioni criminali
    colpiscono l'Islam, la resistenza e le popolazioni locali. Azioni che non
    hanno nulla di islamico, prova ne sia che rapimenti come quelli dei due
    giornalisti francesi o delle due simone italiane non sono stati giustificati
    da un solo sheik musulmano sunnita o sciita che fosse. Al contrario alcuni dei
    rapiti hanno detto chiaramente di essere stati tenuti in alcune basi dei
    servizi segreti del nuovo governo iracheno, abbiamo i nomi e le prove, e ci
    sono forti sospetti che anche gli sgozzatori lavorino per gli americani o per
    i loro uomini in Iraq».

    Lo spauracchio del terrorismo, e l'uso strumentale di alcuni gruppi fanatici
    minoritari da loro stessi creati sarebbero usati così dagli Usa - sostiene
    Sayyed Nasrallah - per nascondere il dato di fatto che non c'è affatto alcuno
    scontro di civiltà e che in realtà ormai la quasi totalità dei movimenti
    islamici o islamisti ha accettato la via democratica e il confronto politico,
    in Marocco, Algeria, Indonesia, Kuwait, Egitto, Bahrein e, laddove viene loro
    permesso, partecipano attivamenrte alla vita politica. Ma a preoccupare non
    poco Nasrallah e il suo movimento è sempre la situazione in Iraq dove gli
    occupanti starebbero preparando una devastante guerra civile tra arabi e
    curdi, sunniti e sciiti, sunniti e cristiani: «Altrimenti come spiegare le
    autobombe davanti alle moschee, alle chiese, delitti feroci e stragi senza
    apparenti spiegazioni?» - ci dice Nasrallah non risparmiando poi critiche
    all'attendismo nei confronti dell'occupazione americana propri di alcuni
    settori della comunità sciita irachena



    L'attendismo di Sistani

    «Sono usciti da anni e anni di una dittatura sanguinosa - continua Nasrallah -
    e sono ancora ossessionati da Saddam Hussein. Molti di loro non hanno capito
    che il regime costituiva un fenomeno politico e non religioso e che quella
    feroce dittatura non era sunnita ma tribale. Non si rendono conto del disegno
    di dominio americano sull'Iraq e sulla regione. Ci vorrà un po' di tempo
    perché comprendano questa realtà». Sotto certi aspetti si sta riproducendo in
    Iraq una situazione simile a quella che si ebbe nel sud del Libano
    all'indomani dell'invasione israeliana del 1982 dove gli sciiti, in un primo
    momento, accolsero con benevolenza l'esercito di Sharon, felici di non dover
    più subire le rappresaglie israeliane nelle zone controllate dai palestinesi,
    ma ben presto si resero conto che l'esercito di Tel Aviv non aveva alcuna
    intenzione di «liberarli» e dettero vita ad uno dei più forti e vittoriosi
    movimenti di resistenza della regione. Di fronte ai tentativi Usa di
    rilanciare uno «scontro di civiltà» - conclude Nasrallah prima di salutarci -
    sarà determinante il ruolo dell'Europa che «ha tutto da perdere in una
    crociata che va contro i suoi stessi interessi. Spagna, Francia e Germania
    sembra abbiano compreso questa realtà, speriamo che anche l'Italia, così
    vicina nella storia a noi e ai palestinesi, torni al dialogo con i popoli del
    Medioriente».

    •   Alt 

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    Le armi di Hezbollah

    MiSSILI RUSSI ALLA SIRIA: ISRAELE CERCA DI BLOCCARE VENDITA

    Lo confermano fonti israeliane

    Gerusalemme, 12 gen (Ap-Apcom) - Un giallo diplomatico e militare si sviluppa attorno ai missili ad alta precisione che la Russia, secondo varie fonti, vorrebbe vendere alla Siria, e che Israele non vorrebbe assolutamente veder giungere a Damasco. Mosca nega che sia calato il gelo diplomatico con lo Stato ebraico, mentre fonti israeliane e il quotidiano russo Kommersant confermano e danno dettagli, e dettagli preoccupati.

    Israele, secondo funzionari israeliani, sta in effetti tentando di bloccare l'accordo; la tensione c'è, e anzi un viceministro degli Esteri russo è nella regione per discutere la vicenda. Alla richiesta di un commento, il ministro degli Esteri israeliano Silvan Shalom si è limitato a dire, "Abbiamo stretti contatti con i russi. Abbiamo avuto delle consultazioni nei giorni passati e speriamo di raggiungere l'accordo necessario".

    Anche sul tipo di missili non c'è chiarezza. Secondo i funzionari israeliani - presumibilmente bene informati - si tratta di missili antiaerei portatili Igla SA-18s a Damasco. Il quotidiano russo Kommersant, che per primo oggi ha parlato di questo accordo militare russo-siriano, affermava che si tratta di 18 complessi terra-terra Iskander-E (che possono distruggere obiettivi fino a 280 chilometri e potrebbero raggiungere tutto il territorio israeliano, compresa la stazione nucleare di Dimona, nel deserto del Negev).

    Fonti israeliane della difesa invece escludono che si tratti di Iskander-E; le fonti d'altronde affermano che l'accordo militare fra Mosca e Damasco è stato siglato alcuni giorni fa e sono preoccupati che questi missili, tra i più sofisticati mezzi anti-aerei, possano finire nelle mani dei guerriglieri libanesi Hezbollah.

    Il neovicepremier israeliano Shimon Peres, da parte sua, alla richiesta di un commento ha dichiarato che "abbiamo sufficienti problemi con la Siria a terra e non abbiamo bisogno di altri dal cielo". Israele, comunque, ha smentito la notizia del Kommersant secondo cui Gerusalemme avrebbe richiamato in patria il proprio ambasciatore a Mosca; il diplomatico si troverebbe in patria in vacanza e tornerà in Russia al più tardi oggi o domani.

    La Russia dei missili non parla: ma oggi ha dichiarato di non aver constatato alcun segnale di crisi grave con Israele. Anzi secondo Alexander Iakovenko, portavoce della diplomazia russa: "la nostra valutazione è che le relazioni russo-israeliane si sviluppano in maniera stabile e costruttiva."

    I rapporti tra Israele e Russia sono in effetti notevolmente migliorati negli ultimi 15 anni. Il primo ministro Ariel Sharon, egli stesso di discendenza russa, ha visitato Mosca tre volte da quando ha avuto l'incarico, chiedendo ripetutamente al presidente russo Vladimir Putin di esercitare pressioni per frenare l'eventuale riarmo di Siria e Iran.

    Sempre fonti israeliane dichiarano che Israele potrebbe addirittura permettere che l'accordo militare vada in porto, pur di non mettere a rischio i rapporti con la Russia. E ora si guarda con ansia alla visita in Russia del presidente siriano Basher Assad, prevista dal 24 al 28 gennaio.

    L'analista israeliano Gerald Steinberg afferma che la notizia giunge come una sorpresa perché i siriani non hanno denaro sufficiente per comprare armi russe da numerosi anni, ma che se fosse vera "rappresenterebbe una sfida per i piani militari israeliani."

    Paul Beaver, un analista della difesa, da Londra riferisce che la Russia non vende nuove armi ai Paesi arabi dal 1990. Beaver descrive il missile SA-18 come un'evoluzione del russo Sam-7, che era già ampiamente usato durante la guerra in Vietnam. La nuova arma è anche in grado di evitare molti dei sistemi di difesa antimissile occidentali e costa 250.000 dollari al pezzo. Beaver aggiunge che sarà problematico per Israele fermare l'accordo militare tra Mosca e Damasco perché lo Stato ebraico è "profondamente coinvolto con la Russia. Le industrie militari israeliane sono ampiamente collegate con lo Stato russo, per cui è difficile per i due Paesi".

  6. #6
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    Nuove armi per Hezbollah. Dopo aver accumulato migliaia di razzi campali con i quali colpire il territorio israeliano, le milizie hezbollah hanno ricevuto dalla Siria nuove armi anticarro russe e i lanciarazzi Rpg-29, considerati tra i più potenti e in grado di perforare le corazzature più resistenti utilizzate da tank occidentali e israeliani.

  7. #7
    RUS
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    Citazione Originariamente Scritto da Der Wehrwolf
    Nuove armi per Hezbollah. Dopo aver accumulato migliaia di razzi campali con i quali colpire il territorio israeliano, le milizie hezbollah hanno ricevuto dalla Siria nuove armi anticarro russe e i lanciarazzi Rpg-29, considerati tra i più potenti e in grado di perforare le corazzature più resistenti utilizzate da tank occidentali e israeliani.
    ecco che fine ha fatto il quel carro chi sa se ci sono altre vittime.

 

 

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