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    Il mondo come lo vuole Giuda

    Maurizio Blondet
    15/07/2006
    Guardo a Beirut le strade arate dalle bombe, le case sventrate, i ponti crollati, i serbatoi di carburante in fiamme, persone urbane in fuga senza sapere dove, in abiti occidentali anche eleganti, e vedo: è così che Israele vuole ridurre il mondo.
    Non si fermerà fino a che non l’avrà ridotto a macerie.
    Vuole farlo anche a noi.
    Lo aveva detto chiaro, in un’intervista all’Observer del 21 settembre 2003, Martin Van Creveld, il docente di storia militare all’università ebraica di Gerusalemme: «Noi possediamo centinaia di testate atomiche e razzi, e possiamo lanciarli su bersagli in ogni direzione, magari anche su Roma. La maggior parte delle capitali europee sono bersagli delle nostre forze armate. Voglio citare il generale Moshe Dayan: ‘Israele deve essere come un cane pazzo, troppo pericoloso da provocare’. Le nostre forze armate non sono le terze per forza, ma forse le seconde al mondo. Noi abbiamo la capacità di trascinare giù il mondo con noi. E possono assicurarvi che ciò accadrà, prima che Israele cada».
    I missili atomici israeliani hanno Roma, Parigi, Londra come bersagli «agganciati».
    Van Creveld ce lo ha voluto far sapere: prima di crollare nelle fiamme del nulla, Israele vuole trascinarci tutti con sé.
    Sansone con tutti i filistei.
    Israele è disperato: sa che, nonostante tutti i suoi arsenali, come al demonio, al leone ruggente dell’Apocalisse, «gli è concesso poco tempo».



    Israele è disperato perché il resto dell’umanità può vivere senza di lui.
    E’ l’invidia di Giuda, la profonda invidia psicanalitica, che la spinge a devastare sistematicamente, rabbiosamente, ogni infrastruttura in Libano.
    Perché il Libano è la prova vivente della vitalità naturale che Israele non possiede: è bastato che l’armata giudaica allentasse la stretta, che si ritirasse di poco, e il Libano ha ripreso a fiorire, le antiche tradizionali fazioni ed etnie hanno ritrovato l’antico, mai facile modus vivendi del Levante, e ricominciassero a prosperare.
    Locali aperti, turismo, mercati, allegria: è tutto quello che Israele non sopporta, e che vuole tramutare in macerie, fumo, fame e paura.
    Un giornale italiano pubblica oggi un pezzo di Gilad Atzmon che è schiumante di questa rabbia, di questa invidia: dice in succo (cito a memoria) ai libanesi: voi credevate di poter essere immuni, vivevate in una bolla, vi divertivate come se Israele non fosse, vi siete dimenticati di Giuda.
    Israele odia il mondo, perché il mondo non odia Israele, semplicemente può dimenticarlo, può farne a meno.
    E questo, Israele non lo sopporta.
    Ciò, perché si credono il centro e il fine dell’universo.
    E’ la sapienza talmudica.
    «Un ebreo non è stato creato come mezzo a uno scopo: egli stesso è lo scopo, dal momento che tutta la sostanza dell’emanazione è stata creata solo per servire gli ebrei».



    Così scriveva rabbi Schneerson, il capo spirituale dei Lubavitcher, pochi anni fa.
    E così spiegava il primo versetto del Genesi, «In principio Dio creò i cieli e la terra»: «significa che tutto fu creato per il bene degli ebrei, che sono chiamati ‘il principio’. Ciò significa che tutto è vanità in confronto agli ebrei».
    Questa è la dottrina che viene da Ytzak Luria, il grande kabbalista del sedicesimo secolo.
    Egli sviluppò la dottrina delle due razze: la superiore, l’ebraica, «scelta per incarnare le divine emanazioni in questo basso mondo», e le altre inferiori dei gentili: «Per questo le anime degli ebrei sono dette malvagie, a nulla buone, e sono create senza conoscenza».
    Ma queste idee sono ancora più antiche.
    Tacito e Svetonio concordi narrano le motivazioni, ridicolmente messianiche, della rivolta ebraica del 66 dopo Cristo: «Si era diffusa in tutto l’Oriente un’antica profezia, secondo cui uomini partiti dalla Giudea si sarebbero impadroniti del potere».
    «Queste oscure espressioni», dice Tacito, «avevano preannunciato Tito e Vespasiano», che infatti conducevano operazioni in Giudea prima di essere acclamati imperatori; «ma i giudei, interpretando la profezia come riferita a se stessi, si ribellarono».
    Come si permette il mondo di esistere quasi che gli ebrei, fine dell’universo e suoi dominatori, non esistessero?
    Rabbia, invidia furente.



    Questo stesso sentimento si sente nelle parole di Van Creveld.
    Non si tratta di un pazzo solitario.
    E’un docente famoso, molto addentro al sistema militare israeliano, di cui esprime le valutazioni e la mentalità e quel che dice a proposito di Israele che «deve comportarsi come un cane pazzo, troppo pericoloso per disturbarlo», non è un modo di dire.
    E’ la dottrina strategica israeliana.
    Ed è precisamente quella che vediamo applicata oggi contro il Libano.
    Israele avverte: tirateci un solo missile, rapiteci un solo soldato, e noi vi distruggiamo ponti, strade, centrali elettriche.
    Anzi, di più: poiché siamo cani idrofobi e nucleari, non potete nemmeno immaginare quel che vi succederà, se appena ci provocate.
    E’ la cosiddetta «reazione sproporzionata».
    Persino il Financial Times ha scritto: è come se, ai tempi del terrorismo irlandese dell’IRA, noi inglesi avessimo reagito bombardando Belfast e catturando i ministri del governo irlandese.
    Ma gli ebrei rispondono così alla loro speranza messianica.
    E «la coscienza messianica è coscienza di conquista, non di arretramento», dice David Banon. Conquista terrena, potere mondiale nell’aldiquà.
    E tuttavia, nel fondo di Israele, c’è il sentimento che qualcosa gli sfugga.
    Che il mondo possa vivere senza di lui, anzi meglio, senza di lui.



    Sì, i giornali servili lo accarezzano per il verso del pelo, e mentre aggredisce dicono che è aggredito e che ha «diritto di difendersi»; sì, i giornali parlano di «guerra» anche se il Libano non risponde ai colpi, perché non ha i cannoni e gli aerei della superpotenza idrofoba: ma nel fondo, Israele sa che queste frasi vengono dalla paura, non dalla convinzione.
    Israele è armatissimo, e continua ad armarsi.
    Ma più si arma, meno si sente sicuro.
    Paese grande come la Puglia con sei milioni di abitanti, è una delle prime potenze militari del pianeta.
    Dispone di 200-300 testate atomiche; ha i missili per lanciarle su qualunque bersaglio.
    Ha inoltre tre sommergibili in navigazione continua che, se qualcuno avesse la sciagurata idea di incenerire Israele con un’atomica, possono lanciare il cosiddetto secondo colpo nucleare, sparando i loro missili dal fondo del mare e incenerendo l’aggressore.
    E’ l’apparato della mutua distruzione assicurata, su cui si è basato mezzo secolo di pace fra USA e URSS.
    Nessuno sarà tanto pazzo da attaccare Israele, avendo la certezza che ne verrà incenerito atomicamente.
    Eppure, Israele non è tranquillo.
    Non si sente sicuro nei suoi esigui confini, circondata da Paesi male armati però enormi, con cui non ha firmato trattati di pace.
    Perciò minaccia il mondo intero, che pretende di vivere senza di lei, di essere neutrale nella sua lotta contro l’universo.



    Anche voi europei, dice Van Creveld, non potete sentirvi al sicuro, perché noi siamo cani pazzi.
    Un cane pazzo può scatenare la guerra atomica qui, nel Mediterraneo che è un lago, renderlo inabile per millenni.
    Ma così, alla lunga, Israele si scava la fossa.
    Nessuno crede che sia davvero minacciato a tal punto.
    Una potenza nucleare, che ha più testate atomiche della Cina e la possibilità di «secondo colpo» ossia di ritorsione nucleare, non può comportarsi in modo «pazzo».
    Israele è pronto a rispondere ad un atto di terrorismo o a un’aggressione convenzionale con armi atomiche: e il mondo intero si sente minacciato.
    Il massacro del Libano che compie in queste ore non farà che accelerare la coscienza mondiale: Israele è un problema, il cane idrofobo è un pericolo per tutti.
    Oggi, avendo gli USA al suo fianco, Israele può essere sicuro che non sarà toccato.
    Ma con l’uso della forza illimitata, della violenza sproporzionata come prima e sola risposta, si è messo nelle condizioni di far capire a molti Stati, anche potenti e lontani, che la sola cosa che può renderlo inoffensivo è un colpo nucleare.
    Il fatto che si sia dato le bombe atomiche, e si rifiuti di assicurare che non le userà come risposta ad attacchi convenzionali, innesca in ogni Paese che si sente minacciato (vedi Iran) una corsa all’armamento atomico.



    Israele atomico non si è reso più sicuro, ma meno.
    Israele comincia ad essere percepito come un cane idrofobo nucleare, come una minaccia planetaria.
    E magari non oggi, ma fra cinquant’anni, chi ha fidato nella pura forza finirà per trovare un avversario più forte.
    Possono formarsi coalizioni oggi inimmaginabili.
    Se Israele vuole essere ancora lì fra mezzo secolo, deve diventare più ragionevole.
    Dare garanzie e riceverne, firmare trattati di pace con giustizia.
    Ma vuole davvero esistere Israele, fra cinquant’anni?
    Tutto ciò che fa suggerisce il contrario; una voglia di morte e di nulla.
    Non vuole vivere, vuole solo trascinarci con sé nel suo abisso, perché non sopporta che l’umanità possa fiorire come il Libano senza di lui, e col tempo dimenticarlo, liberato dai suoi morsi idrofobi.
    Così è condannato dalla sua superbia messianica a mordere, ad essere una molestia armata per il mondo; non può farne a meno, la sua invidia è troppo grande.
    Nel fondo del suo cuore arrabbiato risuona la parola che non vuol sentire: «Che ti serve conquistare il mondo, se poi perdi l’anima tua?».
    Domina già il mondo, con le armi e la paura, con l’inganno e le sue quinte colonne; ma non è, come sperava, nel «regno».



    Chi vuole il regno dell’aldiquà, già prova l’inferno in questa vita; cane pazzo assediato da cani pazzi, costretto a mordere e distruggere perchè nessuno sia felice, per spegnere sorrisi di bambini palestinesi, per tramutare le belle ragazze libanesi in profughe spaurite e scarmigliate, per deturpare la terra promessa, vigna del Signore, con un orrendo muro da paranoidi.
    Il «regno della promessa» senza Cristo è già l’inferno.
    E Giuda se lo sta creando da sé.
    Sappiamo che solo un piccolo resto infine dirà, cedendo, la parola soave: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signore».
    Fino a quel giorno, Israele tesse attorno a sé la Gehenna, per sé e per noi.

    Maurizio Blondet




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    Ha cominciato Israele
    Maurizio Blondet
    15/07/2006
    A metà del giugno scorso, Cheney ha incontrato a Washington Benjamin Netanyahu, oggi presidente del Likud.
    E «l’americano avrebbe dato via libera all’israeliano per sfruttare il minimo incidente propizio per cominciare la distruzione di Hamas», scrive il sito dedefensa.org (1).
    L’incidente propizio è stato a lungo cercato.
    Sei mesi di «cura dimagrante» contro Gaza e Hamas, con blocco dei fondi spettanti al governo palestinese ed embargo di fatto degli approvvigionamenti alimentari, non bastavano a rendere Hamas un cane idrofobo.
    Anzi il nuovo governo stava per riconoscere Israele almeno ufficiosamente.
    C’è voluto il cannoneggiamento dal mare della famiglia di Gaza che faceva picnic sulla spiaggia. Una nave da guerra contro i bagnanti.
    Eroico Tsahal.
    Apprendiamo ora che la stessa provocazione è avvenuta per innescare l’offensiva in Libano.
    «Tutto è cominciato il 12 luglio, quando truppe israeliane sono cadute in un agguato sul versante libanese della frontiera con Israele. Hezbollah, che controlla il Libano meridionale, immediatamente ha colpito quelli che attraversavano. Ha arrestato due soldati israeliani, ne ha uccisi otto e feriti oltre venti nel contrattacco dentro al territorio israeliano». (2)
    Dunque, secondo questa versione, è stato un corpo armato sionista a sconfinare in territorio libanese.
    Ci si può non credere.



    Ma chi conosce da anni la situazione, sa che questo è «normale».
    Israele pretende rispetto per i suoi confini, ma non riconosce la sovranità degli altri Stati.
    Sconfina, cattura, colpisce, e ciò in modo sistematico.
    Tant’è vero che Justin Raimondo, un ottimo giornalista che conduce il sito «Antiwar.com», aveva previsto con due mesi d’anticipo che la guerra di Israele contro l’Iran, ove fosse avvenuta, sarebbe cominciata proprio così.
    Il 29 maggio 2006 il giornalista ha scritto: «La guerra all’Iran probabilmente non comincerà con un attacco frontale di USA e/o Israele riguardo alle presunte installazioni nucleari iraniane, né con una schermaglia sulla frotniera Iran-Iraq. Come primi campi di battaglia per la guerra regionale progettata, bisogna guardare al Libano e alla Siria. Gli israeliani sanno perfettamente che le ambizioni nucleari dell’Iran, ammesso che mai si concretizzino, non pongono una minaccia immediata. La loro vera preoccupazione è il loro confine settentrionale, dove i loro nemici giurati, gli Hezbollah, sono un ostacolo efficace all’influenza israeliana. Gi israeliani cercano anche di sfruttare le opportunità crescenti per creare problemi alla Siria, dove i curdi sono i loro fidati alleati, e la reattività del regime baathista è un invito al cambio di regime». (3)
    Veniamo informati che alla base USA di Aviano nei giorni scorsi sono arrivati un numero ragguardevole di caccia-bombardieri («centinaia», secondo un lettore), subito nascosti negli hangar. Il giorno 13 luglio, il Pentagono ha disposto la forniture ad Israele di 210 milioni di dollari di carburante JP-8 per jet.
    Un attacco forse è imminente?



    Se è così, stiamo assistendo all'attuazione del programma avanzato dai neoconservatori ebreo-americani fin dal 1996.
    Costoro consigliarono a Netanyahu, allora primo ministro in Israele, di non accedere alle proposte di pace della road map, e invece di dare «un taglio netto».
    Il documento infatti si intitolava «A clean break, a new strategy for securing the realm».
    Il «regno» del titolo è il regno d’Israele, il regno della promessa messianica.
    Grazie al controllo del governo americano assicurato dai neocon, dicevano costoro.
    Israele «è in grado di cambiare la natura delle sue relazioni coi palestinesi, ivi compero il diritto di inseguimento-sconfinamento per autodifesa…».
    Ma soprattutto, il documento aggiungeva: «Israele può dare nuova forma all’ambiente strategico circostante, in cooperazione con Turchia e Giordania, indebolendo, contenendo e anche facendo arretrare la Siria. Questo sforzo si concentrerà nel rimuovere Saddam Hussein dal potere in Iraq, in sé un importante obiettivo strategico per Israele, come mezzo per disarticolare le ambizioni siriane nell’area… La Siria sfida Israele sul suolo libanese. Una tattica efficace, con cui gli americani possono simpatizzare, sarà che Israele assuma l’iniziativa sul confine nord impegnando Hezbollah, Siria ed Iran dipinti come principali agenti dell’aggressione in Libano».
    I firmatari di questo documento erano: Richard Perle, allora capo dell’«American Enterprise Institute», nel 2001 consigliere speciale al Pentagono, James Colbert, del «Jewish Institute for National Security Affairs» (Jinsa), Charles Fairbanks Jr., della «John Hopkins University/SAIS», Douglas Feith, della «Feith and Zell Associates», nel 2001 vice-ministro al Pentagono, David Wurmser, dell’«Institute for Advanced Strategic and Political Studies», Meyrav Wurmser,
    della «Johns Hopkins University».



    Gente che ha i poteri per attuare il programma, lo ha attuato grazie all’11 settembre (con l’attacco all’Iraq, «profetizzato» nel testo) e lo sta attuando, nonostante le diagnosi su un preteso indebolimento dei neocon nel governo Bush.
    Per quanto esausto e alle corde, Bush continua ad obbedire ai suoi padroni, verso la quarta guerra mondiale.
    Il documento conferma l’analisi dei professor Walt e Mearsheimer, che nel saggio «The israeli lobby» hanno sostenuto che la lobby ebraica guida la politica estera americana distorcendone
    gli interessi.
    Alcuni ebrei «buoni», come Noam Chomsky, replicarono che era ed è Israele ad agire per conto di Washington, come suo satellite.
    L’attualità dimostra il contrario: l’America è il satellite di Israele.
    Kevin Drum, l’analista politico del Washington Monthly, constatava il 6 luglio: «L’amministrazione Bush sembra completamente allo sbando. Nella sua politica estera non c’è un minimo di coerenza che si possa discernere, e nessun credibile follow-up di quel poco di coerenza che resta. L’amministrazione Bush sembra non avere più una politica estera quale che sia. Nessun piano per l’Iraq, nessun piano per l’Iran, nessun piano per la Corea del Nord, nessun piano per la ‘promozione della democrazia’, nessun piano e basta».
    E ovviamente, nessun potere su Israele che la sta trascinando in una guerra imprevedibile per ampiezza e durata, e non più una briciola di credibilità sui Paesi islamici.
    «L’amministrazione Bush ha ora di fronte all’improvviso in Medio Oriente tre crisi in rapida espansione, con poche opzioni di disinnescarle».



    L’America naviga alla cieca verso la «tempesta perfetta» (perfect storm), che va intesa come
    «la convergenza e congiunzione di tutte le possibili tensioni, crisi regionali, aggressioni, squilibri». Senza più altra bussola che i progetti messianici dei neocon, il grande cieco si lascia guidare dal cane idrofobo.
    Come si vede, Bush è pronto a commettere suicidio politico, pur di obbedire ad Israele.
    Ma la cosa non ci meraviglia.
    Anche Fini, Calderoli, Berlusconi stanno in queste ore difendendo le «ragioni» di Israele, negando che la sua reazione sia «sproporzionata» come pure ripete tutta Europa.
    Anche loro stanno facendo harakiri per servile obbedienza.
    Ciechi di fronte alla quarta guerra mondiale che avanza. (5)

    Maurizio Blondet




    --------------------------------------------------------------------------------
    Note
    1) «Superman et son perfect storm», dedefensa.or, 13 luglio 2006.
    2) Sami Moubayed, «It’s war by any other name», Asia Times, 15 luglio 2006. L’autore è un analista politico siriano.
    3) Justin Raimondo, «Showdown over Iran», Antiwar.com, 29 maggio 2006.
    4) Il testo proseguiva: «We have for four years pursued peace based on a New Middle East. We in Israel cannot play innocents abroad in a world that is not innocent. Peace depends on the character and behavior of our foes. We live in a dangerous neighborhood, with fragile states and bitter rivalries. Displaying ‘moral ambivalence’ between the effort to build a Jewish state and the desire to annihilate it by trading ‘land for peace’ will not secure ‘peace now’. Our claim to the land - to which we have clung for hope for 2000 years - is legitimate and noble. It is not ‘within our own power’, no matter how much we concede, ‘to make peace unilaterally’. Only the unconditional acceptance by Arabs of our rights, ‘especially’ in their territorial dimension, ‘peace for peace’, is a solid basis for the future».
    5) La opposizione di Prodi, per contro, ha fatto infuriare il cane idrofobo. Il momento è pericoloso, perché avvicina un «attentato islamico» anche in Italia.




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    La Chiesa nei secoli ha trovato la soluzione: il ghetto, in attesa della loro conversione.

    Ma Blondet queste giustissime osservazioni perché non le va a dire a (don) Ratzinger (e se potesse a PaoloVI, JPI e Wojtyla)?


  4. #4
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    Il ghetto era una soluzione "temporanea" e non "definitiva"...

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    Citazione Originariamente Scritto da Der Wehrwolf
    Il ghetto era una soluzione "temporanea" e non "definitiva"...
    Per la Chiesa era l'unica possibile. O si convertano o si ghettizzavano.

  6. #6
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