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    Predefinito Il Sufismo:il vero volto dell'Islam

    Sappiate che la vita presente è gioco e distrazioni, orpello e rivalità e vanagloria per le ricchezze e i figli, null'altro. Come la pioggia: la vegetazione che essa produce piace ai coltivatori, poi si guasta, la vedi ingiallire, si secca, si sbriciola(57-20)

    ***

    Dio è mistero inaccessibile, Dio è trascendente; Dio è verità ignota agli uomini. A Dio il mistero dei cieli e della terra.A Lui è ricondotto l'ordine intero.(11,123)

    ***

    Se tutti gli alberi della terra diventassero calami, e il mare e sette mari ancora, fornissero l'inchiostro, le parole di Dio non sarebbero esaurite.(31,27)

    ***

    Nessuna costrizione in fatto di religione. La buona direzione si distingue da sola dall'errore.(2,256)


    ***

    Musulmani,ebrei,cristiani,sabei e chiunque abbia creduto nel divino e compiuto il bene avranno la loro ricompensa presso il Signore. Su di loro nessuna paura né afflizione.(2,62-5,69-4,124)


    Essendo una grande appassionata del Maestro Al-Ghazali,di Rumi e di tutto il Sufismo in generale vorrei approfittare di questo Forum per far conoscere il pensiero e il volto del vero Islam,spesso in occidente malcapito e travisato,un volto che è Pace e accettazione di ogni mistica e religiosità umana.Vorrei quindi chiedervi la vostra opinione.
    Un salutone
    Marika

    La ritualità nell'Islam(i 5 pilastri)
    Uno degli elementi coesivi di ogni comunità sta nel rito. Eseguire gli stessi riti significa partecipare ad uno stesso credo, identificandosi in una base comune. La ripetizione generazione dopo generazione del rito offre la sicurezza psicologica di qualcosa che sopravvive alla morte dei singoli. Una realtà esteropsichica che sorpassa l’individuo e rimane nel tempo. Quindi una forma di identità collettiva. Ma perché sono nati i riti? Nessuno di noi c’era per farci un reportage ma mute testimonianze vagliate da archeologi ed antropologi permettono diverse deduzioni il cui realismo (è successo veramente così?) non sempre è confermabile. In linea di massima, comunque, considerando anche la ritualità dei popoli allo stato primitivo, i riti scandiscono il rapporto dell’uomo con la natura (sia nelle fasi dell’agricoltura che della caccia) dei momenti della vita dell’individuo nel clan (iniziazioni) dalla nascita, alla maturità, al matrimonio al funerale. Ma le ritualità sociali umane, verrebbero già viste dall’etologo abbozzate nel comportamento animale. Invece il rito che caratterizza l’uomo , diversificandolo dalle altre creature del pianeta , evidenzia la sua esigenza di mettersi in rapporto con l’aldilà, con un mistero che trascende il corporeo e la materia. Non sappiamo quando nel corso della sua evoluzione esso ha percepito o ritenuto di non concludere se stesso col corpo, con la vita dei sensi, quando ha sentito o comunque supposto che la natura e la vita non finivano nel dato fenomenico. All’evidenza materica si associava un’altra evidenza inconscia più vasta e profonda, dove l’immaginario e l’emozionale riflettevano o dirigevano quel pensiero e quella parola sviluppatasi per capire la natura ma che poteva anche esprimere quelle realtà interiori, vuoi con l’arte in tutte le sue espressioni, vuoi col rito. Il rito quindi come forma di una realtà interiore, di un contatto con l’invisibile, col mistero. Questo è il suo senso , la sua nascita che la sua forma, una volta ripetuta meccanicamente può far dimenticare. E’ nato come un mezzo per appetire all’inconscio, ha preso un modello o categoria espressiva e può morire quando diventa un fine ( una riproduzione gestuale senza più significato e partecipazione interiore come un corpo senza vita. ) Questo è l’elementare, l’abc, il primo livello dal quale si può anche iniziare a descrivere i riti di una religione senza dimenticarne la viva sostanza.

    * * *

    Nell’Islam non esiste una gerarchia facente tramite col divino. Ogni musulmano è sacerdote in quanto compie il rito da sé, senza intermediari. Il suo rapporto con Dio ( e ricordiamolo: Al-Lah è un termine arabo che significa "il divino", per cui anche un cristiano arabo dirà che crede ad Allah ) è diretto , a Lui chiede aiuto ed in Lui si confida. Certo esistono nell’Islam teologi e persone che per le loro conoscenze (per esempio della lingua araba) guidano la preghiera comunitaria del venerdì (l’imam di una moschea) e interpretano, secondo la loro scuola ,il Corano e la legge (schari'ah) ma non rappresentano altro che una funzione all’interno della comunità islamica (umma), non un "ordine religioso" investito di particolari privilegi spirituali . Anche nelle confraternite del misticismo islamico, il maestro guida l’allievo alla realizzazione del Sé e quindi al divino che è in lui. Conta insomma soprattutto l’uomo, il suo armonizzarsi col Principio. Ogni muslim si abbandona completamente a Dio (da cui il termine Islam) ed in questo rapporto tutti sono uguali, poiché davanti all’Infinito non c'é qualcosa di più o di meno, cambia certo il modo percettivo di ognuno che è come uno specchio, più è pulito e levigato più riflette la realtà. Secondo l’islam ognuno nasce musulmano, ossia con l’esigenza di Dio, sentito come Unico, con questa Luce da riscoprire.

    La testimonianza: "non c’è Dio all’infuori di Dio e Maometto è il suo profeta" costituisce il primo (obbligatorio ) dei cinque pilastri della fede e della ritualità islamica. Per il musulmano pronunciarlo significa ritrovare l’innata predisposizione dell’anima a riconoscere l’infinità divina ed il Suo rivelarsi nei mondi ( nella prima sura coranica, è detto: "sia lode a Dio Signore dei mondi" il cui riferimento può significare sia altri mondi abitati sia tutti gli stati della Manifestazione) attraverso testimoni di Lui e da Lui illuminati (profeti) ed i Libri sacri. Il profeta dell’Islam infatti è tra le Guide, non l’unica, dell’umanità. Il Corano afferma che Dio ha dato ad ogni popolo il suo messaggero, e che se avesse voluto avrebbe unificato tutte le genti in una sola religione. Da cui la inerente ecumenicità e tolleranza interreligiosa del Corano ribadita in tre punti: "cristiani, ebrei, sabei e chiunque compia il bene e creda nel divino quegli avrà il suo paradiso e non sarà leso da nulla". Sottolineo "chiunque compie il bene"( ricordo anche come l’episodio dell’esorcista estraneo citato dal Vangelo di Marco( 9,38-41)e Luca ( 9,49-50) ribadisca lo stesso concetto): Anche Gesù, come Mosè ed Abramo e quindi tutti gli illuminati d’ogni popolo, esplicitamente o meno nominati dal Libro, fanno parte del disegno profetico, così come i libri sacri, precipuamente la Bibbia (thora) ed il Vangelo, rientrano nel Corano la cui "matrice" celeste supera ogni tempo e spazio e la stessa visibilità esterna dei versetti: "Se tutti gli alberi della terra diventassero calami, e il mare ed sette mari ancora fornissero l’inchiostro le parole di Dio non sarebbero esaurite ."(31,27).La Rivelazione è infinita come la sua essenza è infinita.

    Il concetto di Dio dell’Islam non ha nulla di antropomorfico, ossia non proietta gli aspetti umani nel divino. I versetti che offrono, forse in modo più esaustivo, dei simboli e delle metafore su di Lui sono questi: "Dio è la luce dei cieli e della terra. La sua luce è simile a una nicchia in cui si trova una lampada. La lampada è in un vetro simile ad un astro sfavillante che si accende grazie ad un albero benedetto: un olivo che non è d’oriente ne d’occidente e il cui olio brillerebbe senza che fuoco lo tocchi,o poco ci manca.Luce su Luce.Dio dirige verso la sua luce chi Egli vuole.Propone agli uomini parabole.Dio conosce perfettamente ogni cosa." (24,35). Luce che diffonde calore (amore) inesauribilmente. La Realtà divina è unica. Nulla può essere affiancato a quanto già tutto comprende, sarebbe solo illusione. Così come ogni numero ha sempre come base l’uno, senza quello nulla esisterebbe. Così ogni manifestazione deriva da Lui ed a Lui ritorna . l’Essere stesso non lo limita in quanto egli è l’infinito (lo Zero od il Vuoto-il Tao). Certo Dio non può essere descritto, la sua percezione è irrazionale, del cuore, è un sentirLo prima di un un pensarLo per quanto la ragione attesti anch’essa la Sua esistenza . Si evita dunque di fare Dio "a propria immagine e somiglianza" come le religioni pagane o le ideologie, si pensi a certi modelli dell’idealismo, tendono a fare. L’idolatria è dunque un interporre qualcosa di creaturale o di immaginifico nell’adorazione di Lui. Tutto è nulla preso in sé ma ogni cosa in riferimento a Lui prende senso. Come diceva Platone la Bellezza in sé, od il Bene in sé non stanno in un oggetto od in un’atto ma nel loro riflettere una Realtà che li plasma in modo effimero lasciandone però il riflesso o l’aroma. La rosa è bella ma sfiorisce e torna polvere, ma il senso della bellezza che abbiamo percepito in essa ci porta alla Bellezza Eterna. Ecco infatti che nell’Islam si parla dei Nomi divini che riflettono i suoi attributi, (tra cui anche "Padre") dalla Bellezza alla Maestà, Primo ed Ultimo...e tutta la creazione, il nostro vivere e sentire li dispiega affinché ne trasfiguriamo l’istante che li riflette nella loro trascendente perennità. I 99 nomi divini sono dunque dei mezzi per arrivare alla sua essenza. Il centesimo, segreto, secondo la tradizione mistica, dà il potere sulla vita e sulla morte, tipico dei profeti e maestri che hanno realizzato la Verità : nell’ ’Unione laddove ogni dualità cessa, ed il mondo fenomenico non costringe più nelle sue categorie illusorie. Ma l’idolatria più pericolosa sta proprio nell’ego (nafs), quando il crogiolo di passioni, desideri narcisistici tipici dell’io bambino assorbono , limitano ed asservono la consapevolezza ad un’identità fittizia. Certe ideologie moderne, riducendo Dio alla storia umana, da cui il credo che la nazione o l’etnia ed i loro capi realizzassero il divino, hanno fatto Dio ad immagine e somiglianza dell’uomo. Esse hanno stravolto la naturale predisposizione dell’anima all'abbandono in Dio (Islam, appunto) finendo per deificare gli aspetti limitati ed egoistici dell’uomo. La venerazione dell’uomo verso i beni materiali ,i nazionalismi e le fedi ideologiche particolari, vissute in modo fondamentalistico, pur essendo giocattoli od idoli , offrono un motivo di identità ma distolgono dall’essenza.

    Ci vuole umiltà e preghiera ( le cinque preghiere canoniche) , secondo pilastro obbligatorio, per aiutare a consapevolizzare l’uomo dei suoi limiti e riportarlo davanti a Dio. Di fronte a Lui non c’è che da prosternarsi completamente (come è appunto un’atto che assume la preghiera islamica: dicendo Allha akbar: Dio è grande) poiché Egli è il Tutto. Nessuno ha il principio della vita in sé, ogni cosa nasce per scomparire e noi siamo in questo flusso. Ma nel rimettersi completamente in Lui, come goccia che si ricongiunge all’Oceano si ritrova il legame originario che ridà dignità alla nostra vita e ci rifà scoprire la dignità di ogni vita. Qui è la completezza,qui nulla manca. Ma l’esistenza ordinaria obbliga all’ umiltà come consapevolezza dei propri limiti, tipici della condizione umana .La mancanza di umiltà, come accettazione del proprio essere che sbaglia e che vive nei bisogni, è follia. E’ sempre quel bambino onnipotente che emerge non solo nei dittatori ma insidia la vita di chi fa del potere e prestigio sociale un fine, oppure che si contempla narcisisticamente nelle proprie ambizioni (sempre negative quando sono vissute con orgoglio ma positive quando moderano la stessa umiltà) e poi come un palloncino scoppia. Tutto si può perdere, ricchezza, salute , affetti e tutto si dovrà lasciare senza potersi portare nulla dietro dopo la morte (se non il negativo ed il positivo della vita passata).

    Se è vero che la recitazione di una preghiera di qualsiasi religione ha un effetto psicologico emotivo tranquillizzante , (come pure la ripetizione formale e meccanica fatta nelle cerimonie offre un senso di identità di gruppo) ,è pur vero che il suo significato va ben oltre. Essa, quando nasce dal cuore diventa il mezzo privilegiato per accedere a quel senso intimo di rapporto col Tutto (armonia) e del divino che lo irrora nella sua Grazia (Barakha). In questi casi la forma stessa della preghiera può non esprimersi che sarebbe come rompere un silenzio contemplativo,uscir fuori dalla sorgente. Ci si può sorprendere davanti ad uno splendido paesaggio, ad un fatto umano in una preghiera inespressa. Ma sappiamo che il cuore prega in silenzio, estaticamente, contempla. E’ la preghiera dei mistici, e lì, siano essi cristiani od ebrei, indiani o musulmani, non ci sono più dogmi, forme particolari, confini. Diceva Salomone: i cieli dei cieli non possono contenerti figuriamoci questo tempio che ho fatto costruire per Te (simbolo degli aspetti cultuali e formali di una religione).

    L’elemosina legale obbligatoria (zakat) , il terzo pilastro, non può essere ridotto solo al gesto burocratico nè ad un condizionato atteggiamento pietistico. Fondamentalmente risponde ad un senso civico adulto e responsabile. Se consideriamo che ogni essere in questo mondo non solo è dipendente totalmente dal principio divino (nessuno si è dato l’esistenza da solo: ci troviamo ad essere con una vita "data"e non creata da noi. Nello stesso tempo poiché il divino è tutto in Lui c’è autosufficienza assoluta) ma siamo interdipendenti. Abbiamo bisogno di tutta la natura, dell’ossigeno dei boschi e dei mari, di una terra che offre cibo . Solo per ignoranza, il vero male, inquiniamo, disboschiamo, avveleniamo poiché tutto ci si ripercuote contro. Siamo interdipendenti gli uni dagli altri, come esseri umani, aldilà dei ridicoli confini etnici e geografici. E poiché siamo tutti limitati l’uno ha bisogno dell’altro, e ci scambiamo quello che facciamo. Da qui i diversi mestieri ed oprare umano: è elementare ma giova ricordarselo. Il bisogno è anche a livello emotivo ed affettivo giacché gli interscambi sono come una caricarsi vicendevolmente di energia dinamica ,la nostra natura sociale ci porta a collaborare, a prendere ed a dare materialmente ed emotivamente. Da qui il senso della solidarietà. Poiché ognuno si trova a mancare di qualcosa od ad avere qualcosa in eccesso è armonico, naturale chiedere ed offrire. Liberi poi di dare o di non dare secondo la situazione, senza sentirsi condizionati da un dannoso automatismo pietistico. E quel che oggi si ha in eccesso può succedere che domani ci manchi, vuoi i soldi, la salute, il lavoro, l ’affetto, e viceversa quel che oggi manca può riversarsi in abbondanza. Ciò fa parte della vita. Ognuno ha il suo karma, direbbero i buddisti. Non è un diritto essere aiutati, nè si può pretendere che avendo aiutato si venga aiutati . Ma una società civile conosce la solidarietà, si mobilita durante le alluvioni, i terremoti, i disastri, con chi realmente è impossibilitato a trovarsi i mezzi di sussistenza (ma i casi vanno visti con oculatezza). Per questo esiste la zakat. La consapevolezza ci rende capaci di affrontare la privazione e a dare con naturalezza e discernimento nell’abbondanza (elemosina) sia materialmente sia in senso psicologico: vuoi come conforto ,come un dare conoscenze,esperienza...e dando si riceve, ricevendo si dà in un fluire e rifluire più vasto ed sottile di quanto si pensi. Tutto ciò, si è detto, aldilà di un atteggiamento pietistico che porta a dare, per condizionamento genitoriale. Ci sono persone ed enti che sfruttano questo infantile atteggiamento. Quindi carità consapevole ed adulta nei modi appropriati, liberi da coazioni. Invece di far sopravvivere masse di poveri con una carità che mette a posto una pseudo-coscienza, più ragionevole è insegnare a procurarsi il cibo. Non il pesce ma la canna da pesca, insomma. La carità in questo senso è dannosa, mantiene male chi sta male e non lo induce a modificare il suo stato. Un gatto a cui si danno gli avanzi non caccia più i topi. Per finire una storia: c’era una volta un principe, famoso per il modo fastoso in cui conduceva la sua esistenza. Un giorno, andando a caccia sul suo cavallo bianco, trovò sulla strada un povero, che con un misero carretto gli ingombrava la strada. Irritato il principe sferrò un calcio al carretto mandandolo in frantumi ed un’altro al vecchio gettandolo sul ciglio:"gente come te,miserabile, non serve a niente ed a nessuno!" Il suo seguito di nobili rise e riprese a galoppare verso la campagna. Passarono forse due o tre settimane da questo episodio ed il principe, in una nuova battuta di caccia lasciò il suo seguito attratto da un bellissimo fagiano. La preda che gli stava sfuggendo continuamente era diventata per lui irresistibile per cui si allontanò sempre più fino a ritrovarsi in una zona paludosa sconosciuta. Il suo cavallo impaurito da alcuni rovi che gli legavano le zampe si impennò ed il principe rotolò a terra. Dopo qualche passo scivolò in una massa di fango che presto cominciò a risucchiarlo. Cercò invano di trovare qualche appiglio ma i pochi rami che riusciva a trovare si spezzavano. Era solo, anche il cavallo era scomparso. Nonostante che lo sgomento cominciasse ad afferrarlo il suo orgoglio quasi gli impediva di gridare aiuto. Ma ecco farsi avanti quel povero, in realtà un derviscio, che il principe subito non ricordò d’aver maltrattato: "sbrigati, dammi una mano"gli ingiunse. Ma il derviscio, con fare calmo si sedette su un tronco abbattuto e senza proferir parola continuava a guardarlo. Il principe era pieno di collera: "ma tu non sai chi sono io! Fai qualcosa o ti farò decapitare!" Ed il derviscio immobile, come se non gli importasse nulla...Il principe inveì fino a quando ,osservandolo negli occhi rammentò chi era. Furono attimi lunghi. Il fango lo aveva già risucchiato , solo le braccia erano libere. Perché accadde quel che accadde solo Dio lo sa: l’angoscia stava sciogliendo la sua vanagloria, ed i suoi occhi si riempivano sempre più di lacrime e di consapevolezza: "aiutami ti prego, ho bisogno di te!". Immediatamente il derviscio, che già aveva adocchiato un ramo verde abbastanza robusto, lo sporse verso di lui che agguantandolo si salvò: non per pietà ti salvo: questa è solo la prima lezione! Di lui non si seppe più niente, se non una leggenda che parla d’un principe che divenne derviscio...

    Siamo tutti interdipendenti, per questo ognuno va rispettato, aiutato, se si vuole, ma nel modo opportuno, ci dice questa storia. E soprattutto ci può dispiegare i mezzi ed i simboli per incamminarci sulla via della conoscenza, di liberarci da questo mondo che è una trappola mortale se si vive solo per esso. Non siamo qui come in un nido ad attendere che qualcuno ci porti da mangiare, ma per dispiegare le ali, per impegnarci ad evolvere nella conoscenza, prova dopo prova. Aiutando gli altri nel modo corretto si aiuta se stessi. Un insegnante trova anche un ripagamento nel crescere coi suoi allievi, nel vederli adulti capaci ed in armonia con sè stessi e con gli altri. Ma il fine è la Realtà. Solo in Dio si è liberati da ogni limite. Abbiamo bisogno solo di Lui ed in Lui non abbiamo bisogno di niente.

    Ed il Ramadan, il quarto pilastro (condizionale) , è anche un’ottimo mezzo per conoscersi. Continuiamo inconsciamente tutto il giorno a soddisfare le richieste del corpo come se fossimo dei suoi servitori...adesso un caffè, eppoi la sigaretta, dopo un po' una caramella ,un bicchierino... eccetera eccetera fino alla sera. Proviamo ad eliminare tutto questo: cibi e bevande (compreso un semplice bicchiere d’acqua), fumo e sesso sia pur per le sole ore illuminate dal sole per un mese di fila: è una lotta ma dalla quale si prende consapevolezza di che cosa sia la dimensione corporea .Una realtà che come un bambino fa i capricci e desidera, desidera sempre di soddisfare i suoi bisogni (il corpo , l’es di Freud, o l’io bambino per il transazionalismo sono la stessa cosa). Si impara dunque a condurre una relazione interna tra le sfere dell’io più chiara e definita. Si apprende anche cosa significa privazione e sofferenza per cui si è in grado di compatire (che non significa pietismo ma "sentire cosa prova l’altro") chi è in quella situazione ed essere per questo più consapevolmente generosi. Insomma il ramadan è anche un lavoro interiore che offre i mezzi per essere più liberi, condizione indispensabile per poter trovare il raccoglimento spirituale. A Dio, alla fine della giornata del ramadan, il muslim consegna il frutto dei suoi sforzi.. Chi è malato o si trova in particolari situazioni di difficoltà è dispensato o può procrastinare e rimediare alle interruzioni . Insomma ci vuole adattamento, elasticità, buon senso e discriminazione anche nell’applicazione dei riti. Se tutto diventa un’abitudine meccanica, svuotata di senso per cui il solo bisogno che si prova è quello della coazione a ripetere l’atto ,allora il rito è finito. C’è solo un simulacro, talvolta anche una patologia psichica. Ecco che il rito è diventato fine a se stesso, che ha perso il suo valore, consapevolezza, grazia. Il buon musulmano quindi è vigile che il ramadan come gli altri riti siano mezzi utili e non si riducano a gesti stereotipi.

    Si arriva consapevolmente alla Sua Presenza (che comunque mai cessa d’essere) come alla fine di un pellegrinaggio. Ed ecco il quinto ed ultimo pilastro dell’Islam ( condizionale) : il pellegrinaggio alla Khaba alla Mecca. La Khaba è un cubo che contiene un meteorite che la tradizione vuole lasciato cadere dall’arcangerlo Gabriele. E’ un simbolo quindi di un lascito celeste che l’uomo deve trovare nel Sé, nel Centro. E per far questo egli deve viaggiare in sé, conoscersi.

    Quel centro che i musulmani di tutto il mondo trovano attraverso il mihrab, in direzione della Khaba (kibla) quando pregano, verso cui vanno durante il pellegrinaggio, è il riflesso della via del cuore, il cammino verso il Sé . Una via in cui bisogna conoscersi , affrontando delle prove, in cui "strada,pellegrino e meta"sono la stessa cosa diceva Attar. Anche a Chartres, sul pavimento della meravigliosa cattedrale gotica, troviamo tracciato un labirinto che il pellegrino a piedi nudi ed occhi bassi seguiva come in un un pellegrinaggio. Alla fine del percorso, (nel centro di sé) alzati gli occhi splende il grande rosone: la luce di Dio. Insomma questa sapienza del pellegrinaggio ricordata dagli alchimisti cristiani, ebrei e musulmani (ed uno di essi, il musulmano AlGiabr, Geber in volgare, è stato per tutti allora un riferimento costante) sta nella famosa sigla VITRIOLVM : visita interiora terrae qui invenies rectificando occultum lapidem veram medicinam, che significa che se si vuol trovare il senso della vita ,l’acqua di vita, la fonte nascosta della conoscenza bisogna entrare in se stessi per affrancarsi da preconcetti, condizionamenti, fobie, depressioni ed insomma tutte quelle devianze che pietrificano l’agire ed il sentire dell’esistenza . Solo in questa libertà è possibile appetire al divino. Fu Jung a portare all’attenzione in Occidente questi significati psicologici dell’alchimia. Ma leggendo i maestri della mistica Islamica, ci si sorprende sempre di ritrovare che le scoperte psicologiche e psicanalitiche di base anche oggi, erano ben chiare a quei maestri. Maestri che insegnavano ai loro allievi l’arte del conoscersi, a scoprire che i tesori più importanti e significativi sono seppelliti dentro di sé.

    I riti, le cerimonie, le forme religiose diventano col tempo una burocrazia che si alimenta di se stessa. Quanto era nato in modo creativo, dinamico e come mezzo d’evoluzione (la religione statica e dinamica di cui parlava H.Bergson) si irrigidisce, perde i contatti con il suo senso vitale e bada solo alla sua conservazione. E’ normale che sia così, come non deve stupire il turbamento di ogni ordine istituzionalizzato ad ogni germogliare di consapevolezza. Francesco d’Assisi criticò accesamente in vaticano quel formalismo che aveva seppellito il senso del Vangelo e per poco, per questo, ci lasciò la vita (un mistico che vestiva come i dervisci e che chiamava il suo ordine dei fratelli minori forse in riferimento a quelli maggiori, sufi, che aveva incontrato nei suoi viaggi tra i musulmani). E Gesù non ebbe come nemici proprio quegli scribi e sacerdoti "ipocriti, bare imbiancate" che avevano ridotto la religione a ritualismi formali ed esibizioni narcisistiche di gerarchia e dottrinalismo? Insomma ogni religione ripropone una realtà dinamica o statica che sta a noi scegliere, capire ed individuare. Ma il fine è Dio, tutto il resto diventa nobile quando è concepito come mezzo per arrivare a Lui.



    domande e risposte



    d: Lei ha detto che l'Islam è ecumenico ed accetta le religioni precedenti, ma è caduto in contraddizione dicendo che l'uomo fa Dio ad immagine e somiglianza sua quando nella Bibbia sta scritto il contrario ossia che l'uomo è fatto ad immagine e somiglianza di Dio.Non è così?

    r: Capita non di rado ad un insegnante che uno studente un po' chiacchierone oppure che dorme durante la lezione si svegli giusto in tempo per ascoltare una frase, disancorata dal contesto,e la sbandieri come prova di un errore o chissà di che cosa. Un'operazione del genere viene fatta anche dai giornalisti a servizio delle delle varie tendenze politiche: si prende una frase da un discorso del leader "nemico", se ne aggiunge un'altra come in un puzzle, e si ottengono concetti completamente diversi dal contenuto originale del discorso.Talvolta c'è chi capisce solo quel che vuole capire per vedere confermati i propri pregiudizi. Qui si è detto che le religioni pagane e certe ideologie moderne hanno fatto Dio ad immagine e somiglianza dell'uomo. Si è detto che l'uomo, talvolta, rovescia il suo rispecchiare il divino facendo del proprio ego un idolo.E' quello che si simbolizza col termine anticristo, con l'avvento dei falsi profeti di cui parla anche l'apocalittica cristiana. Nell'uomo ci sono tutte le ierofanie divine ed il suo rango è tale che, dice il Corano, Iblis (figura del male) è stato condannato proprio perché non si è inchinato davanti all'uomo. Nella sua Identità Reale è il divino che si rivela per cui, nell'affermazione di tale identità proclamata da profeti e maestri come alHallaj, è la Verità che testimonia se stessa nell'uomo ( quando la Verità si è impadronita di un cuore / lo svuota di tutto ciò che non è Lei ).

    d: Non esistono forse fanatismi nell'Islam?

    r: Il fanatismo è un'alterazione dell'equilibrio psichico che si ritrova ovunque . Il Corano (come pur il Vangelo) delineano una figura del credente contraria ad ogni irrigidimento fanatico . Da questo punto di vista non esiste il musulmano fanatico come non esiste il cristiano fanatico (che sarebbe contraddittorio) esistono i fanatici che portano la loro devianza ovunque si trovano. Nessuno chiamerebbe sportivo chi approfitta di una partita di calcio per i suoi sfoghi distruttivi e talvolta assassini anche se costoro si sentono ultra-sportivi.

    d: Lei dice che il Corano è tollerante ed ecumenico ed allora perché vuole la morte dei miscredenti? La lotta contro l'infedele?

    r: Il vero nemico, il vero miscredente, il vero infedele sta in noi, nel nostro egoismo, nell'ignoranza, nell'incapacità di discriminare tanto siamo abbagliati da pregiudizi e condizionamenti. Questo fondamentalmente anche per il Corano. Poi, come sappiamo, il profeta dell'Islam ha dovuto suo malgrado difendersi dagli attacchi dei meccani che volevano eliminare lui ed i suoi compagni ( perché l'Islam colpiva i loro privilegi ed interessi economici ) . Quindi certi brani del Corano vanno letti, oltre che da una buona traduzione, conoscendo le situazioni specifiche in cui la rivelazione si svolgeva, per cui se una sura si rivolge alla resistenza contro i meccani infedeli non si può universalizzarla arbitrariamente dicendo: gli infedeli per l'islam sono cristiani ebrei etc.etc. che è falso. Anzi il Corano dice che "non ci deve essere costrizione in fatto di religione", e già è stato ricordato come il Corano affermi che cristiani, ebrei e tutti coloro che compiono il bene avranno il loro paradiso. Rumi a tal proposito nel Fihi ma Fihi ricorda questo episodio :"il Profeta-su di lui la pace-era seduto in mezzo ai suoi compagni quando un gruppo di infedeli si mise a discuterlo ed a criticarlo."bene",disse ad un certo punto."Voi sapete che solo una persona al mondo è il depositario della rivelazione. Su di lui la rivelazione discende,e non su chiunque: e quell'uomo ha dei segni e delle indicazioni, in ciò che fa e dice, e sul suo volto, che sono un simbolo della sua condizione. Voi ora avete riconosciuto questi segni: volgetevi dunque verso di lui e restategli legati, ed egli vi condurrà per mano".Quelli restarono tutti senza risposta: e visto che non avevano niente da replicare, si levarono e posero mano alle spade, vessando ed insultando i compagni del Profeta. Questi raccomandò ai suoi seguaci: "restate pazienti, perché non dicano che abbiamo prevalso su di loro con la forza e che diffondiamo la fede con la violenza. Provvederà Dio a diffondere questa religione". Così per un certo tempo, i Compagni fecero la preghiera di nascosto ed in segreto pronunciarono il nome di Mohammed, fino al momento in cui giunse una rivelazione" estraete anche voi le spade: è ora di combattere!".

    d: Perché voi che parlate di ecumenismo e di pace non fate qualcosa per far smettere le guerre ed i fanatismi religiosi?

    r: Quel che ognuno può fare è trovare la pace in sé e nella vita di tutti i giorni ed estenderla nel proprio ambiente. Purtroppo le istituzioni ed i poteri politici sono sovente veicolo di ambizioni, intrighi, privilegi, lotte ciniche di potere e da qui nascono guerre e fanatismi pilotati. Non si può pretendere dall'oggi al domani assemblee di saggi illuminati nelle amministrazioni se l'inconscio collettivo umano non è maturo. Chi va in un porcaio, pur essendoci arrivato pulito e profumato finisce per puzzare. Chi ha pace la dia dove sta.

    d: Attraverso gli extracomunitari oggi l'occidente ha scoperto il dialogo con l'Islam.Non è una scoperta importante?

    r: Lei quando compie delle operazioni matematiche che numeri usa? Quelli arabi. Nelle scienze, nella filosofia, nei giochi ( gli scacchi: scacco matto ovvero schaik mat, lo sceicco è caduto), nei costumi l'occidente trova cospicue basi nell'Islam, che nel medioevo costituiva la civiltà più evoluta. Dalla Spagna alla Sicilia alle coste adriatiche l'Islam era per le altre popolazioni il riferimento culturale primario. Il mondo cristiano era allora "terzo mondo" con condizioni pessime di igiene, dove imperversava l'intolleranza religiosa ed una scarsissima cultura.Tale è stato il disfacimento provocato dalle invasioni barbariche. I punti "illuminati" del medioevo segnalati dagli storici revisionisti come Duby e Le Goff sono spesso i riflessi dell'apporto islamico. Le biblioteche spagnole contavano decine di migliaia di trattati scientifici ed umanistici, la biblioteca cristiana più fornita era quella del vaticano con duemila testi. La Divina Commedia di Dante, come hanno dimostrato gli studi soprattutto di Asin Palicios, sta sulla falsariga dei poemi celesti islamici per quanto in una versione propria mirabile. Nell'Islam già si praticava la vaccinazione ben prima che lo ricordasse Voltaire (il quale nel 1700 si lamentava che in Europa non si applicassero ancora quei sistemi avanzati dei mori). Questo per ricordare che gli extracomunitari sono solo un episodio,e che comunque l'Islam è una realtà ben più grande e vasta su cui dialogare.

    d: Qual è il motivo razionale delle conversioni in occidente all'Islam?

    r: Per l'Islam ognuno nasce musulmano. Chi crede in Dio e fa il bene quegli è già musulmano. Comunque conversioni come quella del filosofo marxista Garody ne riassumono una parte: l'Islam è una religione senza strutture religiose gerarchiche, dove esiste solo una comunità oltre ogni etnia e nazione, dove l'uomo può avere un contatto diretto con Dio senza intermediari. Da qui l'attrazione che provano molti per questa religione. Altri sono attratti dalla via realizzativa dell'Islam, il Tasawwuf o Sufismo come oggi viene chiamato, da un'organismo in cui la conoscenza realizzativa è viva ed operante.

    d: Ci può parlare del sufismo? e chi sono i sufi?

    r: Le dico solo due cose: la prima è che in questa sede verrà già a parlarne chi lo può con cognizione, la seconda è che per fortuna ci sono i sufi! (come sfortunatamente esistono sedicenti sufi, spesso spettacolarmente vestiti da guru, che intrallazzano dappertutto)

    d: Tutte le persone sono uguali per l'Islam. Ed allora perché le donne nell'Islam vivono un'altra condizione?

    r: Anche su questo ci sarà una relazione specifica. Ricordo solo che, per la questione del chador, il Corano raccomanda alle donne di vestire in modo decente "di non mostrare troppo le parti intime (che non sono certo il naso o le dita dei piedi) se non ai bambini che sono innocenti o nel contesto famigliare".Il Libro consiglia di lasciar cadere il velo (chador) sui seni di modo che vengano coperti. Nelle zone arabe il coprirsi interamente, compreso il capo ed il viso, è dovuto a ragioni ambientali: tutti , maschi e femmine (si pensi al classici beduini sui cammelli) per difendersi dal sole, e dal vento polveroso. Quindi è un costume tipico locale. Il senso coranico è evidente ed è ovvia la parafrasi : " già che qui (in Arabia) si usa il velo sul capo per ripararsi dal sole lo si lasci scendere fino a coprire i seni, in caso non si usasse questo riparo sul capo i seni vengano coperti in altro modo" . La clitoridectomia è vietata dal Corano (come mutilazione)e quindi dalla shari'ah. Purtroppo è un'usanza nefasta di certi paesi africani musulmani e cristiani. Usanze extraislamiche o di certe etnie come quella araba si sono mescolate all'Islam per cui, alcuni sprovveduti, confondono la religione con le consuetudini. Così i costumi e le usanze di certe popolazioni continuano a imporre una condizione non dignitosa alla donna, nonostante gli sforzi dell'Islam o di altre religioni o ancora di un pensiero laico illuministico, per correggere queste situazioni.

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    Il rapporto tra uomo e natura nell'Islam
    Il mio compito è raccontarvi come l'Islâm vede il rapporto tra l'uomo e la natura. Fonte prima del pensiero islamico è ovviamente il Corano. Dopo il Corano, la fonte più importante dell'elaborazione teologica dell'Islâm è la Sunna del Profeta Muhammad. Sunna è un termine arabo che significa "comportamento". Per Sunna si intendono quindi i detti e i comportamenti, i fatti della vita di Muhammad, così come sono stati tramandati. Quindi vi presenterò quello che è il pensiero islamico sulla natura basandomi essenzialmente su questi due fonti: il Corano e la Sunna.

    Natura in arabo si dice tabî°at, ma il Corano non usa mai questo termine. Usa invece il termine khalq, che è legato al verbo khalaqa che significa creare. Quindi il Corano si riferisce sempre alla natura come al creato. Per natura allora d'ora in poi noi intenderemo, in accordo con il Corano e con la tradizione islamica, la totalità di tutto ciò che esiste, e tutto ciò che esiste è creazione di Dio. Questo è il punto di partenza di ogni riflessione islamica sulla natura. Del resto si pensi che il primo versetto che è stato rivelato del Corano, ci presenta Dio proprio in quanto creatore: "Iqra' bismi rabbika-lladhi khalaqa" - "Recita! Nel nome del tuo Signore che ha creato" (XIC, 1).



    Quanto all’uomo, dice Dio nel Corano (II, 30):

    "Ecco, voglio mettere sulla terra un mio khalîfa".

    Khalîfa, da cui viene l'italiano "califfo", significa "successore", vicario", "luogotenente", "curatore", "vicereggente": quasi tutte le traduzioni italiane usano "vicario". Possiamo quindi affermare che per il Corano, e dunque per l'Islâm, il creato è sempre sotto il dominio, la sovranità di Dio che lo ha affidato all'uomo come suo vicario. Dice infatti il Corano:

    "A Lui [Dio] appartiene tutto ciò che è nei cieli e tutto ciò che è in terra" (XVI, 50) perché lui è "il Signore dei mondi" (I, 2).

    Questo è il punto cardine del rapporto dell'uomo con il creato secondo l'Islâm. L'uomo non ha nessuna "sovranità", nessun "dominio" sulla natura, non è il "signore" del creato, ma solo il suo reggente per conto di Dio e a Dio deve rendere conto di come ha "gestito" ciò che gli è stato affidato, la natura.

    Questo stato di "vicariato" dell'uomo viene sottolineato, enfatizzato, anche da come il processo di denominazione delle cose viene raccontato nel Corano:

    "Dio insegnò a Adamo tutti i nomi delle cose" (II, 31).

    Decidere qual è il nome di una cosa è un segno di potere, di dominio sulla cosa: si può assegnare un nome solo ad una cosa che si possiede in modo assoluto, incontestabile. Così si impone un nome al proprio gatto, al proprio figlio, non a quello di un altro. Quindi il fatto che sia Dio a imporre i nomi alle cose, è un ulteriore segno del carattere vicariale dell'uomo nei confronti della natura. Non c'è alcun passaggio di sovranità da parte di Dio all'uomo, ma solo un affidamento.



    Tralasciando ogni considerazione, per quanto antropologicamente interessante, sul valore "magico" del nome, nel racconto del processo di denominazione del creato è nascosto un significato più profondo.

    Nella nostra coscienza comune si è perso il fatto che un nome ha anche un significato e che all’origine un nome indica una funzione, una caratteristica dell’oggetto nominato. Quando sentiamo un nome, non ne cogliamo immediatamente il suo indicare una funzione, una caratteristica. Quando sentiamo dire pontefice non ci vengono in mente i ponti. Diversamente avviene nelle lingue semitiche come l'arabo e l'ebraico. Per un arabofono il legame tra Muhammad o Ahmad e il concetto di "degno di lode", "lodato" è più immediato.

    Quello che voglio dire è che un nome fa riferimento ad una qualche caratteristica o funzione della cosa nominata. Quindi il fatto che Dio insegni all'uomo i nomi significa che Dio insegna all'uomo le funzioni, le caratteristiche delle cose, cioè Dio dà all'uomo la conoscenza delle cose, la scienza, intendendo il termine in senso ampio.

    La conoscenza costituisce allora la modalità, o almeno una delle modalità fondamentali, mediante la quale l'uomo esercita il suo compito di reggente del creato. Dio affida all'uomo la gestione della natura e affinché l'uomo sia in grado di gestire la natura Dio gli dà la conoscenza. L'uomo ha dunque il sacro dovere di conoscere per assolvere i compiti che Dio gli ha affidato.

    Ecco alcuni detti del Profeta Muhammad:

    "A colui che si incammina alla ricerca della scienza Dio spiana la via al Paradiso. […] la superiorità del sapiente sul comune fedele è come la superiorità della luna sulle stelle. I sapienti sono gli eredi dei profeti, e i profeti non lasciano in eredità né oro né denaro, ma solamente la scienza".

    "A colui che procede lungo una via nella ricerca d'una scienza Dio spiana una via al Paradiso".

    "Colui che lascia la sua casa alla ricerca della scienza è nella Via di Dio sino al suo ritorno".

    "Ricercate la scienza, fosse anche fino in Cina".



    Questo ci porta ad un altro aspetto importante del concetto di natura nell'Islâm.

    La natura in quanto creazione di Dio è anche un segno, un insieme di segni, di insegnamenti, di Dio. Ecco alcuni dei numerosi passi coranici relativi:

    "In verità, nella creazione dei cieli e della terra, nell’alternarsi della notte e del giorno, nelle navi che corrono sul mare cariche di cose utili agli uomini, nell’acqua che Dio fa scendere dal cielo per vivificare la terra che era già morta e sulla quale egli sparge animali d’ogni specie, nelle variazioni dei venti e nelle nubi che si muovono obbedienti tra cielo e terra vi sono certamente segni per chi sa comprendere" (II, 164),

    "E uno dei suoi segni è la creazione dei cieli e della terra e la varietà delle vostre lingue e dei vostri colori. Certo in questo ci sono segni per i sapienti. […] E uno dei suoi segni è che vi fa balenare il lampo […] e dal cielo fa scendere l'acqua e con essa fa rivivere la terra che era morta. Certo in questo ci sono segni per gente che ragiona" (XXX, 24-25)

    "Tra i suoi segni ci sono la notte e il giorno […]. Un altro dei suoi segni è questo, che tu vedi la terra intristita, ma quando su di essa facciamo scendere l'acqua, si scuote e si gonfia" (XLI, 39).

    Questo suona familiare ai nostri orecchi di uomini colti occidentali, in quanto ci ricordano il famoso concetto di "gran libro della natura" di cui hanno parlato, secoli dopo il Corano, i filosofi che nelle correnti storie della filosofia o della scienza sono considerati aver dato il via alla moderna concezione della scienza: Galilei, Bacone, Campanella ecc.

    Ha detto lo shaykh al-Muhâsibî, maestro sufi del IX secolo:

    "La prima cosa che Dio ha voluto dai suoi servi è che essi Lo conoscano per mezzo dei diversi aspetti attraverso i quali Egli si fa conoscere da loro. Infatti Egli si è fatto da loro conoscere attraverso la creazione del mondo […]. La conoscenza precede ogni cosa ed è la radice di ogni cosa".



    Questo compito di gestore del creato affidato all'uomo non è certo un gioco, perché dice Dio nel Corano:

    "Il cielo e la terra e quanto è in mezzo ad essi non li abbiamo creati per scherzo" (XXI, 16)

    ma si tratta di una prova cui l'uomo è sottoposto da Dio:

    "Poi abbiamo fatto di voi i loro successori sulla terra, per vedere come avreste agito" (X, 14).

    Non a caso gli angeli saputo della nomina dell'uomo a vicario, così obbiettano a Dio:

    "Vuoi forse mettere sulla terra chi vi porterà la corruzione e spargerà il sangue? […] Ma Egli [Dio] replicò: In verità io so ciò che voi non sapete" (II, 30)

    Dunque la gestione della natura è una prova cui l'uomo è sottoposto e da come avrà assolto il suo compito di vicario in terra di Dio l'uomo sarà giudicato.



    C'è poi un ultimo aspetto importante del concetto di creato nel Corano: tutto il creato adora Dio.

    "A Dio si prostrano adoranti gli esseri dei cieli e della terra, bestie e angeli, senza orgoglio. […] A Lui appartiene tutto ciò che è che è nei cieli e tutto ciò che è in terra, a Lui spetta un culto perenne" (XVI, 49-50)

    Il termine Islâm nella sua accezione originaria coranica, non indica una specifica religione, ma semplicemente l'essere sottomesso a Dio, e muslim, musulmano, non indica chi appartiene ad una particolare religione, alla religione predicata da Muhammad, ma genericamente colui che adora Dio ed è a Lui sottomesso. Allora la natura, in quanto sottomessa al volere Divino e in quanto è in perenne adorazione di Dio, risulta quindi essere un'autentica "musulmana". Quindi un buon musulmano, nel senso di uno che segue il messaggio portato da Muhammad, non può che essere in sintonia, in armonia con la natura, in quanto ambedue sottomessi a Dio, ambedue muslim.

    Questa comunanza essenziale, direi spirituale, tra l'uomo sinceramente credente e la natura è espressa dal Corano nel seguente versetto:

    "Non vedi che davanti a Dio si prostrano tutti gli esseri che sono nei cieli e quelli che sono in terra, e si prostrano sole, luna, stelle, monti, piante, animali e molti uomini?" (XXII, 18)

    Dice inoltre il Corano:

    "Non ci sono animali che camminano sulla terra né uccelli che volano in cielo che non formino comunità come le vostre" (VI, 38)

    Particolarmente rivelante è l'uso dell'espressione "comunità" riferita agli animali. Infatti l'espressione araba usata è Umam plurale di Umma, termini che nel Corano vengono usati per indicare gli appartenenti ad una comunità religiosa, ad una religione. La Umma per eccellenza è nel Corano e nella letteratura islamica la comunità dei musulmani.



    La concezione coranica della natura si basa dunque sui seguenti concetti di fondo:

    1. la natura è sotto l'assoluta sovranità di Dio

    2. l'uomo è il vicario di Dio sulla terra

    3. l'uomo ha il compito di gestire al meglio ciò che gli è stato affidato, il creato

    4. la creazione è un segno di Dio che l'uomo deve saper leggere

    5. tutto il creato loda Dio, in particolare gli animali. L'uomo di Dio è colui che è in grado di udire l'invocazione (dhikr) che ogni essere, animato o inanimato, fa di Dio.



    Sulle basi di questa visione si è sviluppata la riflessione islamica - teologica, filosofica e mistica - e la conseguente ortoprassi, vale a dire il comportamento islamicamente corretto dell'uomo nei confronti della natura.

    Ed ecco infatti, in sintonia con il messaggio coranico, quali sono le istruzioni che Abu Bakr, il successore di Maometto alla guida della comunità musulmana, il primo califfo, dà ai comandanti dei battaglioni in partenza per la Siria:

    "[…] chiedete l’aiuto di Dio nel combattere, nel rispetto delle regole date da Dio. Non tagliate alberi e non bruciateli, non uccidete bestie, non abbattete alberi da frutto, non demolite luoghi di culto, non uccidete bambini, anziani e donne. Troverete dei religiosi, che si dedicano all’adorazione nei loro monasteri o nei loro eremi. Non disturbateli."



    Andiamo ora a vedere quale deve essere l'attitudine del buon musulmano verso il mondo animale.

    L'amore e la cura degli animali è sempre stato un tratto costante della cultura e della storia dei popoli islamici, come chiunque può notare anche solo andando come turista nei paesi del nord Africa e del medio oriente.

    Ha detto il Profeta Muhammad:

    "Nessuno uccida un passero o qualcosa di più grande se non nel modo giusto, altrimenti Dio gliene chiederà conto nel giorno del giudizio. Gli fu chiesto: qual è il modo giusto? Rispose: È giusto se lo macelli e lo mangi, non ucciderlo e buttarlo via"

    Dunque per l'Islam è lecito uccidere gli animali solo e soltanto al fine di garantire all'uomo di che nutrirsi. L'uccisione di animali al di fuori di questo scopo è considerata cosa proibita o quanto meno deprecabile.

    Secondo Ibn Taymiyyah, il famoso teologo hanbalita medioevale:

    "la caccia per necessità è permessa. La caccia per divertimento o per gioco è detestabile, e se causa ingiustizia alla gente, distruggendo i loro campi e le loro proprietà è proibita".

    I teologi musulmani di al Andalus, cioè della Spagna all'epoca della sovranità musulmana, avevano proibito ai musulmani anche solo di assistere alle corride.

    Chi uccide un animale senza motivo, dovrà renderne conto a Dio nel giorno del giudizio secondo quanto dichiarato dal Profeta Muhammad:

    "Se uccidi un passero senza motivo, questi si presenterà da Dio il giorno del giudizio dicendo: O Signore! Mi ha ucciso per gioco e non per uno scopo utile".

    Dice il Corano in un passo già citato sopra:

    "Non ci sono animali […] che non formino comunità come le vostre […]. Poi tutti saranno riuniti davanti al loro Signore" (VI, 38)

    I teologi non danno un'interpretazione univoca di questo passo. Alcuni, sulla scorta del detto di Muhammad visto sopra e forse riecheggiando testi apocrifi ebraici, "Il libro dei segreti di Enoc", hanno dichiarato che il Giorno del Giudizio, quando ogni uomo sarà messo di fronte alle proprie azioni buone e cattive, gli animali risorgeranno dalle loro tombe e testimonieranno contro gli uomini che li hanno maltrattati o uccisi.

    Secondo la tradizione, un giorno Muhammad ha narrato questa sua visione dell’inferno:

    "Ho visto una donna e un gatto che la stava lacerando con le zampe. Mi fu spiegato, che la donna aveva imprigionato il gatto fino a farlo morire di fame e lei né gli dava da mangiare né lo liberava così che potesse nutrirsi da se".



    Abbiamo sostenuto che è lecito uccidere un animale per nutrirsene, ma questa non è cosa da prendersi alla leggera. È una concessione, una misericordia che Dio ci fa, visto che ogni animale, come abbiamo già detto, da un lato appartiene a Lui e solo a Lui e dall'altro è un nostro fratello musulmano.

    E allora bisogna uccidere l'animale secondo un rituale ben preciso, invocando il nome di Dio e chiedendo il suo permesso e riducendo al minimo le sofferenza dell'animale. Ha detto il Profeta Muhammad:

    "Dio ha prescritto di fare il bene verso ogni cosa: quindi quando macelli, macella con bontà, che ognuno affili la sua lama e renda le cose semplici all'animale che deve essere macellato"

    Ma è anche proibito far del male psicologico all'animale, per questo non si deve affilare l'arma di fronte all'animale, perché questo sarebbe, sempre secondo le parole del Profeta Muhammad, "ucciderlo due volte".

    Inoltre è buona norma quando si mangia invocare il nome di Dio, ringraziando Lui di averci concesso di mangiare una delle sue creature e l'animale di averci dato se stesso per nutrirci.



    Questo tuttavia non è ancora sufficiente. Non basta evitare di uccidere gli animali, bisogna anche essere buoni e rispettosi verso di loro. Ha detto il Profeta Muhammad:

    Dio "il Misericordioso è misericordioso verso coloro che sono misericordiosi. Agisci quindi gentilmente verso coloro che sono sulla terra così gli angeli saranno misericordiosi con voi".

    Voi sapete che i musulmani sono tenuti a pregare in orari stabiliti ben precisi. Ma durante i viaggi quando giungevano ad una sosta, il Profeta diceva ai suoi compagni che prima di affrettarsi a fare la preghiera dovevano scaricare gli animali e lasciarli liberi di pascolare.

    Molto famosa nel mondo islamico è questa storia relativa a Muhammad e ad una sua gatta di nome Muezza.

    Un giorno, il Profeta dormiva e fu svegliato dal richiamo alla preghiera. Muezza però si era addormentata su una delle maniche del mantello del Profeta. Allora Muhammad per potersi recare alla preghiera senza disturbare il sonno della gatta, si tagliò la manica del mantello.

    Un giorno alcuni compagni del Profeta videro un uccellino con due pulcini e glieli presero. L'uccellino prese allora a svolazzargli intorno disperato. Venne il Profeta e chiese: "Chi ha messo questo qui in angustie per i suoi piccoli? Rendetegli i sui piccoli!".

    Ecco un altro detto del Profeta Muhammad:

    "Un uomo, lungo la strada, provando una sete fortissima, scese dal pozzo e bevve. Quando risalì, vide un cane che, ansimante per la sete, leccava la terra.' Questo animale soffre la sete quanto la soffrivo io', e sceso nel pozzo riempì il suo stivale d'acqua, risalì fuori del pozzo e diede da bere al cane. Dio si compiacque del suo gesto e gli perdonò i peccati. Così quando mi chiedete: 'O Inviato di Dio, avremo una ricompensa per il bene che facciamo ai nostri animali?', io vi rispondo che vi sarà una ricompensa per chiunque darà da bere ad ogni essere dotato di cuore che pulsa".



    Nel XIII secolo un importante giurista, ‘Izz ad-Din ibn ‘Abd as-Salam decretò quanto segue a proposito degli animali:

    "Bisogna fornire agli animali ciò di cui hanno bisogno anche se sono vecchi o malati e nessun beneficio può essere tratto da loro.

    Gli animali non possono essere caricati più di quanto possano portare.

    Non devono essere messi insieme ad altri animali, della stessa specie o no, che possano loro far del male.

    Bisogna macellarli con gentilezza.

    Quando si macellano non vanno spellati né vanno rotte le loro ossa finché non si sia certi che sono morti.

    Macellate i cuccioli senza che la madre lo veda.

    Rendete confortevoli le loro stalle e i loro pascoli

    Mettete maschi e femmine insieme durante la stagione degli accoppiamenti".

    Come vedete si tratta di una specie di "carta dei diritti degli animali" islamica di epoca medioevale.



    Nell’Islam è usanza lasciare dei lasciti che costituiscono delle fondazioni (waqaf) destinate ad opere di bene. Molti ospedali, moschee e scuole sono stati costruiti e mantenute grazie a questi lasciti. Esistevano anche lasciti relativi ad ospedali per animali e per la creazione e la gestione di aree destinate agli animali abbandonati, che qui erano nutriti e curati fino alla loro morte. L’odierno stadio di Damasco sorge dove una volta c’era una di queste aree.



    Un sentimento analogo di rispetto deve essere portato alle piante, al mondo vegetale.

    Ha detto il Profeta Muhammad:

    "Dio manderà all'inferno chi taglia un albero senza giustificazione".

    Come forse sapete, uno dei doveri del musulmano è quello di fare la carità, di essere caritatevole. Secondo un detto del Profeta Muhammad:

    "Ogni volta che un musulmano pianta un albero o sparge della semente, gli verrà considerato come un'elemosina tutto ciò che del prodotto seminato sarà mangiato da un uccello, da un uomo o da un quadrupede ".

    Sulla scorta di questa tradizione il piantare gli alberi è sempre stato considerato un atto estremamente meritorio. Infatti il piantare un albero è una carità che dura nel tempo. Ogni volta che un uomo o un animale si nutre di frutti della pianta, allora questo è un atto di carità che io ho compiuto piantando quell'albero. Ogni volta che un uomo o un animale si riposa all'ombra di quella pianta anche questo è un atto di carità che io compio. E ancora, ogni volta che un uccello fa il nido su questa pianta, io compio un atto di carità. Piantare un albero è dunque una carità continua che io faccio, una carità che io faccio anche dopo che sono morto.

    Ancora oggi in Turchia è usanza che quando nasce un bambino si piantino sette alberi.



    Quando divenne capo di Medina (nel VII secolo) Muhammad si preoccupò di creare alcune piantagioni di palme da dattero e di altre piante da frutto per il benessere della collettività. Queste piantagioni e alcune foreste vennero dichiarate "santuari", cioè vennero dichiarate aree protette.



    L'acqua è un bene prezioso, anzi direi letteralmente vitale, cosa ben presente nei paesi dove l'Islâm è nato e si è sviluppato. Per questo motivo l'Islâm proibisce il "possesso" privato dell'acqua sulla base del seguente detto del Profeta:

    "I musulmani devono condividere le seguenti tre cose: l'acqua, il pascolo e il fuoco"

    Inoltre il Profeta Muhammad ha invitato a fare un uso parsimonioso dell'acqua, raccomandando di non sprecare troppa acqua per le abluzioni rituali:

    "Un giorno Muhammad vide uno dei suoi compagni che faceva le abluzioni usando molta acqua. Lo riprese immediatamente dicendogli: ’Cosa stai facendo? Tu stai sprecando dell’acqua!’ Al che il compagno rispose: Ma può esserci spreco nel fare le abluzioni?’. E il Profeta rispose: ‘Si, anche se le fai in un fiume piena".

    In un'altra occasione Muhammad ha detto:

    "Chiunque faccia l'abluzione rituale più di tre volte fa una cosa ingiusta e sbagliata".

    Al Ghazali, il più famoso teologo dell'Islâm (per intenderci un San Tommaso e un Sant'Agostino nello stesso tempo) ha detto:

    "Quando ci si lava non si lasci scorrere l'acqua a vuoto, ma ci si limiti solo alla quantità necessaria".

    In generale il Corano ci intima di non fare sprechi:

    "Mangiate e bevete ma senza eccedere perché Dio non ama chi eccede" (VII, 31)



    Nonostante alcune grandi città del mondo musulmano, per esempio il Cairo, siano molto rumorose, i teologi musulmani condannano l'inquinamento acustico sulla scorta del seguente versetto del Corano:

    "[…] e abbassa la voce nel parlare, perché la voce più sgradevole è il raglio dell'asino" (XXXI, 19)



    In generale comunque possiamo dire che i Musulmani invitano a rispettare e non sporcare il mondo. Infatti per i musulmani il Libro di Dio per eccellenza, il Corano, deve essere trattato con gran rispetto: deve essere tenuto in luoghi puliti e può essere toccato solo dopo essersi lavati, dopo aver fatto l’abluzione. Ma se, come abbiamo detto, la natura non è altro che un altro Libro che Dio ha dato agli uomini perché sappiano intenderne i segni, allora anche verso la natura dobbiamo avere questo atteggiamento di rispetto e pulizia, per cui devo tenere pulito il libro della natura e badare a non sporcarlo.



    S'impone a questo punto un'osservazione. Noi parliamo sempre di uomo vs creato, uomo vs natura, ma questo non significa che l'uomo non sia a tutti gli effetti parte del creato. L'uomo è parte integrante della natura, del creato, pur avendo uno statuto ontologico particolare. Dunque anche verso l'uomo bisogna avere un comportamento degno. Dice il Corano:

    "[…] abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chi uccide un uomo senza che questi abbia ucciso un altro uomo o abbia portato la corruzione sulla terra e come se avesse ucciso tutti gli uomini; chi invece salva la vita di un uomo è come se avesse salvato al vita di tutti gli uomini" (V, 32)

    E "se uno è ucciso ingiustamente, noi diamo al suo erede facoltà di vendicarlo. Egli però non commetta eccessi e Dio certamente l'aiuterà" (XVII, 33) "perché Dio non ama quelli che eccedono." (II, 190) "Chi tuttavia poi perdona e si riconcilia, Dio gliene darà ricompensa." (XLII, 36)

    Ecco ora quanto ha detto secondo la tradizione il Profeta Muhammad, racconto che suonerà famigliare a molti di voi:

    "Il Giorno della Resurrezione Dio dirà: 'Figlio di Adamo ero ammalato e tu non mi hai fatto visita'. E l'uomo dirà: 'O Signore come potevo mai rendere visita a Te, dato che Tu sei il Signore delle creature?'. Ma Egli dirà: 'Ignori forse che quel tale Mio servo era ammalato e tu non l'hai visitato? Ignoravi forse che se l'avessi visitato, avresti trovato Me accanto a lui?'. Dirà 'Figlio di Adamo: ti chiesi cibo e tu non Mi hai dato cibo'. E l'uomo dirà: 'O Signore, come avrei mai potuto dare cibo a Te, dato che Tu sei il Signore delle creature?'. Ma Egli dirà: 'Ignori forse che quel tal mio servo ti chiese cibo e tu non glie ne hai dato? Ignoravi forse che se gli davi cibo, quel cibo era per Me?'. Dirà: 'Figlio di Adamo: ti chiesi da bere e tu non mi hai dato da bere'. E l'uomo dirà: 'O Signore, come potevo mai dare da bere a Te, dato che sei il Signore delle creature?'. Ma Egli dirà: 'Quel tal Mio servo ti chiese da bere, e tu non gli desti da bere. Ignoravi forse che se gli davi da bere, avresti trovato che ciò era per Me?'".



    Infine voglio chiudere ricordando un’importante iniziativa contemporanea presa dal mondo islamico in tema di protezione dell'ambiente.

    Nel 1994, sotto gli auspici del governo dell'Arabia Saudita, è stato elaborato un documento "Environmental Protection in Islam" con l'intento di promuovere ricerche sulla protezione ambientale in un contesto Islamico.

    In questo documento a partire dal concetto di uomo come vicario di Dio e gerente, della natura si afferma che:

    "Deve essere presa ogni precauzione per assicurare gli interessi e i diritti di tutti poiché tutti sono egualmente partner sulla terra, e questo non deve essere inteso come ristretto ad una generazione a sfavore delle altre. […] ogni generazione faccia l'uso migliore della natura in funzione delle proprie necessità senza danneggiare gli interessi delle generazioni future. Quindi l'uomo non dovrebbe abusare, fare un uso cattivo o distorto delle risorse naturali perché ogni generazione ha il diritto di trarre beneficio dalle risorse naturali, ma non ne ha un diritto di 'possesso'".

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    Grazie marika per i bellissimi brani sul sufismo, quanto mai preziosi ed urgenti in periodi di oscurità, intolleranza ed ignoranza dilaganti. Ci offrono la possibilità di conoscere una autorevole tradizione mistica nota per i suoi frutti di saggezza bellezza ed amore folle, ubriaco ed ebbro di Dio, perduto nella sua Unicità come una falena nella fiamma. Ho molto apprezzato, oltre i giganti dello spirito da te citati, il vigore speculativo di un Ibn'Arabi e la parabola esistenziale, quasi "cristica" di un Al' Hallaji su cui Massignon ha scritto cose stupende. Ancora più interessante è la dialettica tra due tendenze o scuole, due vissuti mistici che si alternano nel sufismo:l'Unicità della Presenza testimoniale (wahdat-al-shuhud) che ci parla di una unione d'amore con il Creatore, di un rapporto di intimità assoluta che tuttavia non annulla la differenza tra gli amanti pena la fine dell'amore stesso e "l'essenza dell'essenza è l'amore" gridava ebbro per i bazar proprio Hallag. L'amore qui è lo ishq,il Desiderio essenziale che lo avvicina all'eros in Gregorio Nisseno, intensità di un amore che si trasfigura nell''agape, nell'oblazione assoluta di sè in Dio, ove l'amato l'amante e l'amore sono Uno, "siamo due spiriti infusi in un solo corpo" diceva ancora Hallag - straordinariamente simile a certe affermazioni di un Giovanni della Croce o delle mistiche fiamminghe. E poi la linea del wadhat al-wujud, dell'Unicità dell'essere, linea di Ibn sina o Ibn Arabi che sembra tendere ad un'ascesi più metafisica intellettuale di semplificazione ed indiamento quasi plotiniana, senza residui creati a testimoniare l'avvenuta fusione nell'Unico. Ma sono tensioni che spesso si incrociano e vivificano feconde intuizioni mistiche. Ti ringrazio marika e ti offro questi appunti tratti da un sito sull'esicasmo, che mostrno affinità, non identità ma vicinanza nella pratica sincera e devota della preghiera profonda. "Il sufismo, corrente fondamentalmente islamica, mostra l'aspetto interiore ed esoterico dell'islam. Organizzato in confraternite o turuq (plurale di tariqah) riunite intorno ad un maestro, esso presenta diversi aspetti che ricordano fortemente quelli che, da parte sua, mette in luce la spiritualità cristiana.

    Tra le altre, due sono le nozioni fondamentali comuni ai sufi e agli esicasti, il cuore e il ricordo di Dio. L'anima umana è considerata come «capace» di Dio, di cercarlo e di conoscerlo, e la purificazione del cuore apre la via del ritorno. Il termine cuore ha due accezioni, indicando il cuore carnale e quello spirituale che ha sede nell'organo fisico. Per i sufi il corpo umano è il «tempio» di Dio dove, nella « nicchia » del cuore, brilla la «lampada», la sua luce. « Né la Mia terra, né il Mio cielo Mi contengono, ma Io sono contenuto nel cuore del Mio fedele servo », dice Dio al Profeta.

    Il grande mistico e poeta Jalàlo'd-Din Rumi (1207-1273), fondatore dell'ordine dei dervisci danzatori, evoca la purezza verso la quale colui che è alla ricerca di Dio deve aspirare: « Purificati degli attributi dell'io, così da poter contemplare la tua pura essenza, e contempla nel tuo proprio cuore tutte le scienze dei profeti, senza libri, senza professori, senza maestri. Il libro del sufi non è composto d'inchiostro e di lettere, è solo un cuore bianco come la neve ». Col far entrare il ricordo di Dio nel proprio cuore, il credente si introduce lui stesso nel ricordo e nella presenza di Dio. Diversi passi del Corano alludono all'importanza del ricordo di Dio, o dikr. Va notato che il termine dikr serve contemporaneamente a indicare sia il ricordo che l'invocazione.

    Dio domanda al suo servo di invocarlo incessantemente, di pensano in ogni circostanza, e promette: «Ricordatevi di Me. Io mi ricorderò di voi» (Corano, 2,152).

    Dio è Pace, il cuore rappresenta la sua « dimora di Pace »; per questo l'invocazione del suo nome dona la Pace (Corano, 13,28). Presso molte confraternite il ricordarsi di Allah è un esercizio talora solitario, talaltra collettivo, a volte accompagnato da musica o danzato. I metodi del dikr sono stati descritti da vari autori. La loro complessità tecnica, i riferimenti alla padronanza del respiro, alle posizioni del corpo, all'immaginazione, a centri per i quali passa l'energia sottile risvegliata dalla meditazione, o invece la loro apparente facilità, non devono trarre in inganno: l'iniziazione costituisce la condizione prima per comprendere sul serio l'esatto senso di questi testi e la loro applicazione.

    Uno dei massimi pensatori dell'islam, al_Gazzali (1058-1111) ha sottolineato con queste parole l'importanza della pratica del ricordo di Dio: «Quando l'uomo si è familiarizzato con il dikr allora si separa da ogni altra cosa. Ora, alla sua morte, egli è separato da tutto ciò che non è Dio [...]. Gli resta solamente il dikr. Se il dikr gli è familiare, ne trae diletto e si rallegra che siano stati allontanati gli ostacoli che lo distoglievano da esso [...] cosicché egli si scopre solo con il suo Diletto. L'uomo pertanto, dopo la morte, trova la sua gioia in questa intimità; poi, assunto sotto la protezione di Dio, egli ascende dal pensiero dell'incontro all' incontro stesso».

  4. #4
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    Assalamualeikum!
    Hai fatto un ottimo lavoro,poichè non so come si fa a quotare un intervento te lo scrivo semplicement.Ti quoto! harunabdelnur

  5. #5
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