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    Un grande etnofederalista: Giovanni Damiano

    Le rivolte del Nord e quelle del Sud
    G. Savoini, V. Campagna

    in "Margini" n. 31, aprile 2000


    Il ritorno nella realtà politica e sociale dell'elemento “localistico” - dovuto non solo ad una reazione agli aspetti economici del processo di globalizzazione, ma anche al riaffiorare delle identità etniche - ci ha indotto a rivolgere alcune domande a esponenti di movimenti etnici: G. Savoini (giornalista della Padania) e V. Campagna (responsabile del Movimento Italia Meridionale; autore,per le Edizioni di Ar, della Rivolta di Battipaglia; direttore editoriale di Alburno).

    D. - Quanto è rilevante il fattore immigrazione nel processo delle trasformazioni globalizzanti?
    R. (Savoini) - Dietro il fenomeno dell'immigrazione extracomunitaria di massa si celano gli interessi più o meno occulti delle lobbies mondialiste. Il progetto di Governo Unico Mondiale verrà attuato soltanto dopo la distruzione, l'annichilimento, l'omologazione delle identità dei singoli popoli che compongono il continente europeo. Per questo motivo i potentati economici dell'Alta Finanza cosmopolita si servono dell'immigrazione come arma micidiale per sovvertire gli equilibri sociali, culturali ed etnici del nostro continente. L'Immigrazione non è un fenomeno inarrestabile, come propagandano gli scribacchini, i nani e le ballerine di regime. L'immigrazione può e deve essere fermata aiutando i popoli in via di sviluppo a casa loro.
    R. (Campagna) - L'immigrazione rappresenta l'atto finale di un processo livellatore delle differenze esistenti tra i popoli, condotto, inizialmente, nel far desiderare un mondo di eguali in cui la felicità è rappresentatadai beni di consumo prodotti dalle multinazionali. L'ultimo ingranaggio livellatore rischia, però, di incepparsi, in quanto moltissimi immigrati rifiutano la società occidentale, innalzando il vessillo della loro fede musulmana...ma ciò rappresenta il capitolo di un'altra lotta che noi dovremo sostenere, sia che abitiamo nell'Italia meridionale che nell'estrema punta Nord della Scandinavia, per difendere la nostra cultura di europei.

    D. - Il Nord e il Sud hanno dato risposte diverse, ma ugualmente significative, agli sconvolgimenti sociali degli ultimi decenni. Il Sud con le rivolte degli anni '60, il Nord con la creazione di un modo nuovo —etnico— di intendere la politica. Vi è possibilità che oggi il Nord e il Sud si battano assieme?
    R. (Savoini) - Sicuramente la possibilità di difendere al meglio le identità dei popoli padani e italiani passa attraverso una comunione di intenti tra le forze migliori del Mezzogiorno e della Padania. La Lega ha dimostrato di non voler perdersi nei rigagnoli di un anti-meridionalismo retorico e demagogico e auspica che il Sud possa realmente ribellarsi all'assistenzialismo e tornare orgogliosamente protagonista del suo destino. Altrimenti la Padania ha la forza di fare da sola. E lo farà.
    R. (Campagna) - Se si condivide che l'Italia è un piccolo satellite del pianeta mondialista, si condividerà anche che chiunque pensi di poter condurre da solo la lotta contro il processo di globalizzazione o è un illuso o appartiene a quel progetto mondialista che finge di voler combattere.
    Il settentrione e il meridione d'Italia non hanno alternative: devono organizzarsi autonomamente ma condurre uniti la lotta. Se per l'editore Franco Freda —imprigionato per aver previsto e denunciato, dieci anni fa, l'invasione della criminalità straniera— si fosse proceduto contestando tutt'insieme l'assurdità di processare le idee, invece di difendere i propri interessi politici di parte, oggi avremmo avuto una prima piccolissima vittoria contro il mondialismo.

    D. - In un libro di recente pubblicazione Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione (Edizioni di Ar), L'Autore chiarisce i molteplici aspetti attraverso i quali si svolge il processo di globalizzazione. Può darci un suo parere sintetico su queste tesi?
    R. (Savoini) - I veri razzisti sono coloro che negano le differenze etniche e culturali tra i popoli. Il “politically correct” che domina in Occidente è oggettivamente un pensiero razzista che non tiene conto del fallimento del “melting pot” negli Stati Uniti, ovvero nel quartier generale del mondialismo. I padanisti, così come tutti i movimenti identitari europei, elogiano le differenze e non vogliono, che in nome del mercato senza regole, alle radici tradizionali si sostituiscono i falsi miti materialistici e consumistici che trasformerebbero il territorio europeo in un degradato falansterio di meticci rimbecilliti dall'ideologia del benessere materiale (che peraltro sarà goduto solo dalle élites e dai miliardari). Viva le differenze, dunque. Abbasso l'egualitarismo che, dopo la sbornia marxista-leninista, miseramente evaporata, si è reincarnato negli esegeti del mondialismo e della società multirazziale.
    R. (Campagna) - Condivido, totalmente, l'analisi di Giovanni Damiano nella sua opera Elogio delle differenze. Infatti la globalizzazione economica è solo un aspetto di quella perversa logica volta ad imporre un modello generale unico per tutti e in tutti i vari aspetti della vita: culturale, polititca, sociale etc. Ritengo, comunque, difficile tradurre in pratica questi concetti, in quanto l'uomo moderno si illude di essere tanto più libero quanto più è schiavo del sistema materialista consumista. L'unica possibilità di evadere dalla gabbia della globalizzazione è di riscoprire la propria storia, la propria cultura, e di amare la propria Terra come elemento non causale della propria nascita.Tra i vari difetti , l'italiano meridionale ancora ha il pregio di essere legato alla propria Terra e di non aver accettato, del tutto, il dominio dell'economia sulla propria vita, come ben illustra Ulderico Nisticò nel suo Prontuario oscurantista (Edizioni di Ar).

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    Giovanni Damiano, Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione, Edizioni di Ar.
    Elogio delle differenze è un autentico manifesto del differenzialismo o –comunque la si voglia chiamare- dell’unica concezione metapolitica radicalmente alternativa nei confronti della globalizzazione. I (dis)valori della modernità occidentale, i suoi presupposti ideologici e giuridici, la sua prepotenza assimilatrice sono analizzati e presentati in relazione alla effettive e concrete risposte che una comunità organica tradizionale -o quanto ne rimane- deve dare in termini di difesa della propria (e altrui) identità. Damiano osserva giustamente che la modernità “si fonda su un cumulo di macerie”, perché non può sopportare la compresenza di differenze che prescindano da mode di massa, da aspettative effimere e da diktàt livellatori. Con le buone o con le cattive -con la “persuasione” sottile e il consumismo o con le operazioni di “polizia internazionale”- la tendenza è quella di eliminare ogni radicamento, ogni specificità culturale, religiosa ed etnica, presentata come espressione fastidiosa di intolleranza ed egoismo. Il differenzialismo riconosce, di contro, l’esistenza di forme oggettive -etnie, religioni, tradizioni- nelle quali il singolo si situa secondo modalità e gradazioni, nonché attitudini, diverse. La relazione fra tali forme si instaura non secondo un principio di superiorità/inferiorità dell’una rispetto all’altra, e nemmeno di eguaglianza, ma viene scandita dalla diversità (non – equivalenza) di ogni forma, dalla loro capacità di connettersi e di separarsi a seconda della situazione.
    Sono, invece, i processi di assimilazione e di integrazione –ideologicamente determinati- a colpire mortalmente tali diversità, secondo una logica giacobina di falsa tolleranza. (A. Braccio, in 'Margini' n. 33, gennaio 2001)

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    «[...]Dopo aver individuato i protagonisti della globalizzazione nelle organizzazioni internazionali politiche (ONU, Unione Europea, Nato, etc.) ed economiche (ad esempio: Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale), nonché nelle multinazionali che sottraggono risorse e potere ai governi degli Stati, Damiano sottolinea anche il ruolo svolto dalle Organizzazioni Non Governative (ONG) che, pur impegnandosi spesso in lodevoli attività di aiuto e sostegno ai Paesi poveri, esprimono delle logiche di «internazionalismo umanitario» per nulla alternative bensì funzionali alla «deculturazione» (Latouche). Non a caso le ONG si fanno sovente promotrici dei cosiddetti «diritti universali». Ciò è particolarmente significativo in quanto il globalismo giuridico, anche se procede più lentamente rispetto alla dimensione tecnico-economica dell’omogeneizzazione planetaria, è un aspetto centrale dell’ideologia mondialista, giacché lo svuotamento delle appartenenze identitarie, secondo l’utopia giuridica imperante, dovrebbe essere compensato da un diritto cosmopolitico capace di garantire la pace nella nascente società globale (o multirazziale). L’autore dell’Elogio delle differenze smaschera efficacemente il carattere illusorio di una prospettiva di questo tipo: la pretesa di fondare un ordine politico mondiale sui diritti umani universali ed individuali rappresenta in sé un’istanza violenta e bellicosa. Prima di tutto perché gli astratti e presunti «diritti universali» sono in realtà una determinazione storica dell’Occidente moderno, perciò affermarli su scala mondiale significa occidentalizzare il mondo e, dunque, violentare culture e tradizioni diverse dalla nostra. Inoltre centrare tutto il fenomeno giuridico sul singolo individuo, prescindendo dai vincoli storici e comunitari che legano gli uomini, nonché dalla sovranità degli Stati (il concetto di cittadinanza dilatato su scala mondiale), contribuisce ad inflazionare l’interventismo militare attraverso le cosiddette «operazioni di polizia internazionale», come si è visto negli anni più recenti. Tutto ciò con un uso arbitrario del diritto internazionale per cui si sceglie di intervenire in uno scenario piuttosto che in un altro sulla base di considerazioni che nulla hanno a che fare con il più elementare sentimento di giustizia.[...]»
    Recensione a "Elogio delle differenze. Per una critica della globalizzazione",

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    Elogio delle differenze, Prof. Damiano
    intervista di Radio Padania Libera (De Bono e Rondini)
    Intervista telefonica rilasciata dal prof. Giovanni Damiano a Radio Padania Libera (conduttori: Marco De Bono, Marco Rondini) il 20 novembre del 2001.

    Marco De Bono. - Nel corso dei nostri incontri radiofonici abbiamo affrontato, da diversi punti di vista, fenomeni come la globalizzazione e l’immigrazione, cercando di dimostrarne la non spontaneità. Ne riparliamo con un ospite che è Giovanni Damiano, professore di filosofia. Lo contattiamo perché il saggio del quale è autore: Elogio delle differenze, per una critica della globalizzazione, rispecchia posizioni molto vicine a quelle del nostro Movimento: di difesa e salvaguardia delle differenze e delle specificità etniche e culturali.

    Entro subito nel vivo dell’argomento ponendole la domanda che lei inserisce nel prologo di Elogio delle differenze: la globalizzazione è il nostro destino? Ed è quindi irrealistico opporvisi?

    Giovanni Damiano. - Io non credo affatto che la globalizzazione possa essere intesa come destino. Anche perché questo implicherebbe una visione della storia di tipo deterministico che mi sembra, francamente, un residuo ottocentesco. Quindi credo che, al contrario, la storia sia invece il regno della libertà e della possibilità. Scrivere la storia in anticipo è sempre una forzatura, di tipo ideologico.

    Marco Rondini. - I più ritengono che la globalizzazione sia un fenomeno puramente economico, mentre nel suo saggio ne viene sottolineato il carattere onnipervasivo; cosa che tra l’altro il nostro segretario ha più volte denunciato. Che cosa intendiamo per multidimensionalità della globalizzazione?

    Giovanni Damiano. - Io ho cercato di mettere in evidenza come il ridurre la globalizzazione ad un fenomeno esclusivamente economico sia un impoverire, in maniera decisiva, questo concetto. La globalizzazione, proprio perché è una spinta all’unificazione, tende ad interessare tutte le dimensioni della realtà. Quindi ritengo che si debba parlare di globalizzazione anche in ambiti diversi da quello economico. Avremo allora una globalizzazione economica ma anche politica, sociale e culturale. In questi ultimi tempi diversi autori si stanno avvicinando a questo concetto; penso ad esempio ad Habermas, Giddens, Beck ecc. Stanno cioè riconoscendo che la globalizzazione è un fenomeno onnipervasivo, che si sviluppa su più dimensioni. Ecco perché ho utilizzato questo concetto di multidimensionalità, soffermandomi soprattutto sulla dimensione sociale. Cioè su come la globalizzazione potrebbe trasformare le nostre società, riducendole ad una società globale, che perde di vista quelle che sono le specifiche differenze insite nei diversi assetti sociali, presenti nel mondo, per costruire un tipo di società che in ogni punto del pianeta rimandi sempre e solo agli stessi principi e allo stesso modo di intendere le relazioni sociali.

    Marco Rondini. - Nel suo saggio si sofferma, in particolar modo, su uno degli aspetti della globalizzazione e cioè sul tentativo, insito nel progetto mondialista, di annullamento delle differenze. Progetto che si compie attraverso l’instaurazione dell’utopica società multirazziale. A questo opponiamo la salvaguardia delle differenze.

    Marco De Bono. - Va qui ricordato che più volte il nostro movimento che professa il differenzialismo, si è trovato a difendersi da accuse di razzismo e xenofobia – intendendo con questi termini, i nostri detrattori, la propaganda di una supposta superiorità e il tentativo di fomentare, nelle nostre comunità, la paura, l’odio e l’annullamento del diverso. È vero invece esattamente il contrario perché la nostra posizione differenzialista implica, ancor prima della difesa delle nostre specificità, l’esistenza dell’altro, di qualcuno di diverso con il quale avviene il confronto.

    Giovanni Damiano. - Queste accuse sono semplicemente un argomento polemico e anche, a dir il vero, pesantemente moralistico usato contro tutti quelli che cercano di difendere la propria identità. Queste accuse sono soltanto il paravento dietro il quale si nasconde la volontà di screditare moralmente chi la pensa diversamente. Perché io non credo affatto che la difesa della propria differenza possa mai essere intesa come paura del diverso. Questo è uno psicologismo senza alcun fondamento, io in realtà non ho paura del diverso, ho semplicemente interesse a difendere quello che è il mio modo di vita, coi miei valori, con i miei usi, con i miei costumi e con le mie tradizioni. Non vedo come questo possa essere inteso come paura dell’altro. Né tanto meno difendere la propria identità può mai significare di screditare l’identità altrui. Anzi al contrario, se io difendo la mia identità è proprio perché riconosco che ci sono altre persone, che rimandano a delle differenze, cioè a delle identità diverse dalla mia.

    Marco De Bono. - Noi abbiamo sempre visto gli Stati Uniti come una società multirazziale, bene o male, priva di veri valori. Ora però di fronte ad un pericolo sembra che abbiano riscoperto un’unità come popolo americano. Per riscoprire dei valori comuni abbiamo proprio bisogno che incomba su di noi un pericolo?

    Giovanni Damiano. - Indubbiamente i momenti di pericolo rafforzano. Rendono forse più consapevoli di ciò che si sta perdendo, o di quello che si rischia di perdere. Ecco il motivo per cui, in genere, quando ci sono questi momenti di mobilitazione, dovuti ad un qualsivoglia tipo di pericolo, interno o esterno, c’è sicuramente un rafforzamento dei propri valori. Nel caso degli americani credo possa essere riferito a quella sorta di religione civile che loro da sempre praticano. Una sorta di culto laico basato su una serie di valori, e su una serie di riflessioni sul proprio destino e sul proprio carattere. Indicativi della loro stessa nascita. Gli americani si sono sempre visti come il nuovo popolo d’Israele, un nuovo popolo eletto, un popolo che in qualche modo è destinato a compiere una sua missione, e questo sin dal 1600 e ancor più nel 1700. Credo che abbiano individuato in queste caratteristiche di novità e di diverinvengono nelle loro costituzioni: dalla dichiarazione della Virginia alla dichiarazione di Indipendenza. Si tratta di una vera e propria religione civile che nei momenti del pericolo riesce a coagulare un’intera nazione intorno a dei valori condivisi. Valori che sono di per sé oggettivamente astratti, non riconducibili ad una specificità culturale o etnica. La cosa non deve stupire, perché, altrimenti, la società americana sarebbe deflagrata già da tempo.

    Marco Rondini. - Recentemente con Maurizio Cabona, de Il Giornale, ci siamo soffermati, sottolineandola, sull’attualità dell’analisi svolta da Oswald Spengler, nel testo Anni della decisione (Edizioni di Ar) . E per farlo abbiamo dato lettura di alcuni brani che rileggo per poi lasciarle la possibilità di commentarli: "In Africa è il missionario cristiano, specialmente il metodista inglese, colui che in tutta innocenza – con il suo predicare l’uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio e il peccato di essere ricchi – ara il terreno sul quale poi il messo bolscevico semina e raccoglie. Inoltre il missionario islamico ne segue le tracce con progressivo successo. Dove ieri sorgeva una scuola cristiana, sorgerà domani una capanna destinata a moschea. Il sacerdote cristiano appare sospetto soprattutto perché rappresenta un popolo bianco dominatore, contro il quale si rivolge la propaganda islamica più politica che dogmatica".

    Giovanni Damiano. - È sicuramente un passaggio particolarmente complesso, gravido di conseguenze anche per l’oggi. Indubbiamente ci sono alcune colpe dell’Occidente. Ma oggi impera un terzomondismo troppo spinto che ci porta ad una continua autoflagellazione. Indubbiamente una certa tolleranza mal intesa può dare un’impressione di debolezza, e finire con il permettere che altri possano sostituirci. Vi è da un lato un atteggiamento della Chiesa cattolica, che io francamente non condivido, troppo tollerante e disarmante, nel senso letterale del termine, che ci priva dal punto di vista culturale della difesa della nostra identità e dall’altro apre la strada ad un Islam aggressivo, sicuramente ecumenico e universalistico, indubbiamente proteso alla evangelizzazione. Lo stesso proliferare di moschee in Italia è indicativo di questa situazione.

    Marco Rondini. - In una recente recensione, pubblicata su La Padania, il suo saggio veniva definito come il manifesto del differenzialismo. Cosa intende quando dice che il differenzialismo si regge sul rapporto differenziale?

    Giovanni Damiano. - Io ho cercato di mettere in evidenza alcuni aspetti del pensiero differenzialista, che oggi ritengo sia fondamentale per opporsi a questo tipo di processi globali. Il pensiero differenzialista riconosce che ogni specificità, ogni cultura ha diritto all’esistenza, a svilupparsi e a divenire, ovviamente nel rispetto di se stessa. Il differenzialismo presuppone una reciprocità, quindi un reciproco rispetto, un reciproco riconoscimento della dignità di ogni posizione culturale, etnica e tradizionale. Totalmente alieno da qualsiasi pretesa di superiorità. Quindi nessun annullamento del diverso, perché nel momento in cui il diverso fosse annullato sparirebbe anche la propria identità, non esistendo più alcun termine di paragone. L’annullamento delle differenze è il processo cui tende la globalizzazione, nei suoi aspetti soprattutto sociali.

    Marco de Bono. - Esiste una globalizzazione positiva e una negativa, come i così detti no global vogliono darci ad intendere?

    Giovanni Damiano. - Già nel mio testo avevo indicato come potessero esserci frizioni fra i diversi apologeti della globalizzazione. Perché i no global sono soltanto per un altro tipo di globalizzazione, quella dal basso, di tipo cosmopolitico – democratico, che eventualmente vorrebbe mettere un freno a quelle che sono le disuguaglianze, sempre più ampie, che si verificano a seguito della globalizzazione economica. Personalmente ritengo che questa forma di globalizzazione dal basso sia quella più pericolosa dal punto di vista sociale. Quella che fa passare l’idea della dissoluzione delle differenze, l’idea della trasformazione delle nostre società, e delle nostre tradizioni, in vista di una società globale, di una società di eguali dove non ci siano più differenze di sorta. La globalizzazione considerata cattiva, mi riferisco a quella economica, è indubbiamente da rivedere, perché è chiaro che l’economia non può essere lasciata a se stessa. Quindi credo che anche in quel caso vadano apportati dei correttivi, soprattutto per evitare che certe forme di globalizzazione economica e finanziaria possano avere delle pesanti ricadute sul popolo. Ritengo però che dal punto di vista ideologico la globalizzazione dal basso sia quella più pericolosa.

    Marco De Bono. - Vi sono state molte polemiche per la questione dei crocefissi tolti dalle aule scolastiche per non turbare la sensibilità dei bambini stranieri, non cattolici. E ultimamente sentiamo parlare, cosa che l’anno scorso è successa un po’ ovunque, di un’eventuale eliminazione delle canzoni di Natale in quelle classi, delle scuole elementari, dove sono presenti bambini di altre religioni. In più assistiamo all’edificazione di scuole islamiche, specificatamente in Inghilterra, così i figli di questi immigrati, di religione islamica, non rischiano di perdere le proprie tradizioni. Ma allora, contrariamente a quello che ci viene raccontato, non sono più integrabili. La soluzione qual è: li dobbiamo obbligare ad accettare la nostra tradizione, anche perché sono sempre di più "purtroppo".

    Giovanni Damiano. - Innanzitutto, trovo assolutamente inaccettabile che si possa venir meno a degli usi e costumi consolidati per compiacere gli islamici. Credo che si tratti, in questo caso, di una tolleranza disarmante, cioè di una tolleranza che dimostra la nostra debolezza. Sarebbe sicuramente un passo in avanti quello di creare delle strutture dove gli islamici, ad esempio, possano seguire le proprie tradizioni senza per questo entrare in conflitto con le nostre, altrimenti finiremo per pagare, poi, noi questo malinteso multiculturalismo. La cosa sicuramente migliore sarebbe quella di tendere ad un restringimento del fenomeno, questo credo che sia a monte il discorso di fondo. Il problema dell’immigrazione dovrebbe essere impostato in termini molto più seri, bisognerebbe cercare innanzitutto di favorire un’immigrazione più organica, più "integrabile" e compatibile, per evitare situazioni di questo tipo che ci vedono perdenti. Perché una posizione di quel tipo, come l’eliminazione dei canti di Natale, agli occhi di un islamico è la dimostrazione di una nostra debolezza.

    Marco De Bono. - Tra l’altro alla nostra debolezza viene contrapposta una sorta di volontà di conquista che anima l’attività dei centri islamici. Spesso leggiamo riportate dalla stampa nazionale, le dichiarazioni di questo o quell’ esponente islamico che ci ricordano che vale di più di cento battaglie vinte aver sposato e convertito all’Islam una donna cristiana. Mentre noi, come cristiani, non rivendicheremmo come vittoria la conversione di un islamico.

    Giovanni Damiano. - Io credo che ciò derivi da una diversità di impostazione. Il Cristianesimo, ormai, mi sembra sulla difensiva rispetto ad un Islam che indubbiamente sta avanzando. Al di là delle discussioni, che lasciano il tempo che trovano, sullo scontro di civiltà, rimane il fatto di fondo, che loro tendono ad una penetrazione qui da noi. Ed è evidente che qualsiasi conversione di un europeo all’Islam finisce con l’essere una conferma di questa penetrazione.

 

 

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