LA STORIA CRIMINALE DEL CRISTIANESIMO
DI KARLHEINZ DESCHNER
RECENSIONE E COMMENTO DI
Silvano Lorenzoni
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La Storia criminale del cristianesimo di Karlheinz Deschner è un'opera monumentale, unica del suo genere e probabilmente destinata a divenire il testo di consulta enciclopedico per eccellenza sull'argomento 'storia criminale del cristianesimo'. Per quel che riguarda il suo lato scientifico, l'opera è scritta con rigore assoluto, facendo onore alla migliore tradizione tedesca di ricerca dettagliata e documentatissima. L'opera al completo è progettata in 14 volumi, dei quali in Germania ne sono già stati pubblicati 7 (Kriminalgeschichte des Christentums, presso la Rowohlt di Reinbek bei Hamburg), che arrivano fino al secolo XIV. In Italia, presso l'editore Ariele di Milano, sono stati tradotti i primi tre (pubblicati rispettivamente nel 2000, 2001 e 2002), che ci portano fino ai tempi dell'imperatore d'Oriente Giustiniano (secolo VI). Chi abbia avuto occasione di leggere o anche soltanto di sfogliare questi volumi si sarà potuto rendere conto di quanto vasto e dettagliato sia il bagaglio storiografico e culturale dell'autore - il quale, per esempio, non tralascia neppure di descrivere minuziosamente la cristianizzazione dell'Armenia (portata a termine, fra l'altro, con massacro indiscriminato dei residenti persiani che si ostinavano ad afferrarsi al loro zoroastrismo).
Ma l'opera ha anche un lato 'ideologico' - né l'autore cerca di nasconderlo, anzi, lo rende del tutto esplicito nell'introduzione generale. E questo lato ideologico dà adito a un'analisi approfondita di tipo psicologico, soprattutto con riferimento all'ambiente che l'autore ha subito e subisce (magari senza rendersene interamente conto); ambiente che non manca di improntare di sé i suoi scritti. Si tratta di un 'collettivo psicologico' di tipo schizoide, che dopo la guerra ha infuriato su tutta l'Europa ma in particolare modo in Germania - anche se in Germania esso aveva degli oscuri antecedenti che si possono rintracciare probabilmente alla Guerra dei Trent'anni (se non addirittura ai tempi di Lutero). In Germania, ci sono state delle circostanze storiche in parte analoghe nel 1648 e nel 1945: condizioni di distruzione estrema, occupazione straniera e miseria materiale e psicologica generalizzata - né ci si dimentichi che la Guerra dei Trent'anni fu essenzialmente (lasciando da parte ogni orpello 'ideologico', tanto più abbietto in quanto verniciato di biblismo - su di questo più avanti) un pretesto per una messa a sacco totale della Germania da parte di potenze straniere (in primis Francia e Svezia). Allora, o bene o male, la Germania era rappresentata dall'Impero, e i saccheggiatori stranieri usufruirono in pieno dell'aiuto della 'quinta colonna' evangelica che, obiettivamente (spesso sicuramente senza rendersene conto), fu per loro di assistenza essenziale.
Un collocamento più esatto, psicologico e ideologico, del Deschner come persona e come autore sarà reso più agevole se prima se ne darà uno schizzo biografico e un itinerario intellettuale. All'uopo si è utilizzato un utile opuscolo pubblicato dal suo editore tedesco: AA. VV., Über Karlheinz Deschner - Leben, Werke, Resonanz [Su Karlheinz Deschner - vita, opere e risonanza], Rowohlt, Reinbek bei Hamburg, 1994. A questo opuscolo si farà riferimento continuativamente, anche come fonte di opinioni e di indicazioni varie sul conto del Nostro.
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Nato a Bamberga nel 1924 da famiglia cattolica, egli fu istruito in un collegio di preti nella sua provincia natale. Ottenuta la licenza liceale nel 1942, si arruolò subito come volontario nella Wehrmacht e combatté fino alla fine della guerra, negli ultimi tempi come paracadutista, risultando ferito cinque volte. Egli ha quindi un passato esemplare di combattente. Laureato nel 1951, egli si rivelò subito un 'grafomane' e uno scrittore di successo, incominciano negli anni Cinquanta con dei romanzi che furono subito dei successi editoriali; salvo poi orientarsi verso la saggistica - ma saggistica di un certo tipo, quello 'moralistico' e di 'critico della storia e dei costumi' - facendo quella 'critica' che, cammuffata da 'libero pensiero' è invece succuba di quello che, in Germania e non solo in Germania, dal 1945 è divenuto il politicamente corretto.
Sta comunque di fatto che il successo editoriale dei suoi libri fu sufficiente per permettergli di dedicarsi a scrivere a tempo completo e di sopravvivere - sia pure poveramente - della sua attività di autore e di conferenziere. Negli ultimi cinquant'anni egli ha scritto 30 libri e ha dato 2500 conferenze. Egli ha goduto dell'appoggio morale della sua famiglia (moglie e tre figli, dei quali il terzo morì giovane) e di quello finanziario di certi mecenati (ricchi industriali e banchieri tedeschi e svizzeri). Questo, gli ha permesso di proseguire con la stesura della sua Kriminalgeschichte, sulla quale lavora dal 1970. Cardiopatico, ha limitate speranze di poterla portare a termine personalmente, ma i suoi due figli, usufruendo delle sue note, contano, se necessario, di concluderla loro se il Deschner dovesse mancare prima di poterlo fare lui. Dotato di una vasta cultura e di puntigliosità scientifica estrema, egli è conoscitore, oltre che del tedesco, delle lingue classiche e delle principali lingue contemporanee.
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Si è appena detto che l'opera del Nostro si inserisce - ideologicamente, non scientificamente, perché scientificamente essa è ineccepibile - nel filone di ciò che è politicamente corretto nel mondo contemporaneo. Se non lo fosse, difficilmente è concepibile che egli sarebbe stato e sarebbe osannato dai media, da autorità universitarie, ecc., nonché da certe chiese cristiane tedesche - quelle protestanti, tanto per essere specifici: essendo la sua opera arrivata solo al secolo XIV, essa costituisce fino adesso un attacco unico e massiccio contro la chiesa cattolica (né potrebbe esser diversamente); quindi l'attitudine di quelle chiese potrebbe magari cambiare dopo che egli si decidesse ad abbordare la Riforma. Egli non ebbe alcuna vergogna ad accettare, nel 1993, il premio Alternative Büchnerpreis, che era già stato elargito anche a quella particolarmente disgustosa figura di disertore e di odiatore del suo popolo che è Gerhard Zwerenz (sul conto del quale cfr., per esempio, la pubblicazione "L'Uomo Libero" di Milano, N.52, novembre 2001) - ma forse lo accettò solo per tirare qualche soldo, viste le sue modeste condizioni economiche. E fra i suoi 'estimatori' sta un parimenti sinistro figuro, quel Philipp Reemtsma, Creso amburghese dei tabacchi, che finanziò e finanzia l'esposizione ambulante sui 'crimini della Wehrmacht' fatta con falsi fotografici prodotti in massima parte nell'unione Sovietica ai tempi di Stalin (sul conto del quale cfr. Hennecke Kardel, Reemtsmas-Heer-Schau [L'esposizione di Reemtsma sull'esercito], edizione dell'autore, Hamburg, 1997).
In parallelo con la Kriminalgeschichte il Nostro è stato autore, per esempio, di un libro sulle connivenze della chiesa (cattolica) con i 'principali dittatori del nostro tempo', facendo i nomi di Hitler, Mussolini, Franco, Salazar, ma non quelli di Stalin o di quei sant'uomini che furono Roosevelt e Churchill ("forward christian soldiers [in avanti, soldati cristiani]", cantavano quei due figuri nel 1943, e l'establishment cristiano non ebbe niente da ridire). Quanto a Stalin, quando - molto presto - divenne assolutamente chiaro che per il cosiddetto socialismo nell'Unione Sovietica nessuno era disposto a rischiare la pelle (anzi, la gente passava entusiasticamente dalla parte degli 'invasori' pur di liberarsi da quel canchero), egli, dando prova di uno straordinario intuito, mise a tacere Marx e affini e lanciò, con grande successo, la 'guerra patriottica': e lì trovò subito l'appoggio dei preti (ortodossi). - La stampa quotidiana del marzo 2002 ha riportato certi documenti secondo i quali a Francisco Franco, che in pieno 1943 gli proponeva che la chiesa cattolica si facesse portabandiera di una crociata antibolscevica, Pio XII rispose che il nazionalsocialismo era per la chiesa un pericolo ben più grande del comunismo, e che esso andava obliterato con la forza (il papa di turno, in questo senso probabilmente non si sbagliava: da quando è caduto il muro di Berlino i comunisti, sia nostrani che in Europa Orientale, sono 'tutto preti'). Non manca neppure dell'evidenza che il Vaticano sia stata una delle varie forze che portarono all'8 settembre 1943.
Non c'è dubbio che il Nostro appartiene, de facto, al campo 'antifascista' - anche se, paradossalmente, in certi ambienti tedeschi di estrema destra egli è valutato e apprezzato come una specie di 'nazionalbolscevico' - e, lo abbiamo già indicato, ben difficilmente avrebbe potuto avere altrimenti il successo che ha avuto, perché sarebbe stato obiettivo di un ostracismo editoriale e di un silenzio mediatico assoluti. Ma non è detto che il Nostro si sia messo in quella posizione mosso soltanto da calcolo economico. Egli, con ogni probabilità, appartiene a quella generazione cui il trauma della guerra perduta ha causato un genuino sdoppiamento della personalità e una 'mania di espiazione' -
egli attacca il cristianesimo ma si afferra fanaticamente a paradigmi moralistici che nel cristianesimo trovano il loro fondamento: di questo si farà un'analisi esauriente più avanti. Il Nostro, figura psicologicamente dilacerata, ricorda qualche personaggio di Dostojevskij (e non solo lui: nella Germania, e non solo nella Germania, post-1945 questo tipo di autentici psicopati sono divenuti comunissimi, anche se pochi abbinano alla loro infelice natura un'acutissima intelligenza, come è invece il caso del Deschner).
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Un suo autoritratto 'ideologico' (si fa per dire) ce lo da Deschner stesso nell'introduzione generale alla sua Kriminalgeschichte, all'inizio del vol. I; e da quella attingeremo per meglio specificare la sua figura - che poi è, in fondo, quella della grande maggioranza dei cosiddetti e sedicenti anticlericali, soprattutto della 'sponda di sinistra'. Il suo autoritratto è poi rafforzato, nelle sue linee generali, dalle opinioni encomiastiche e dagli elogi che diversi estimatori hanno dato e danno dell'opera del Nostro, da lui mai contraddetti.
Per incominciare, egli dichiara di non essere né fascista né comunista e di essere 'dalla parte degli oppressi'; tutta roba estremamente banale e politicamente corretta - data la sua intelligenza si sarebbe potuto aspettare di meglio
. È sufficientemente schietto da dichiarare esplicitamente la sua ostilità per il cristianesimo: non nega, quindi, di essere un uomo di parte (in riguardo, i suoi argomenti coincidono quasi esattamente con quelli di un autore conservatore americano, Gary Allen, autore fra l'altro di Say no to the new word order [Diciamo di no al nuovo ordine mondiale], Concord Press, Stati Uniti, 1987).
Ma aggiunge, giustamente, che dopo tutto quel che è stato scritto encomiasticamente sul cristianesimo, ci voleva anche una 'storia criminale' per cercare di mantenere l'equilibrio: egli non esclude che il cristianesimo possa e possa avere avuto un lato non-criminale, ma su questo suo aspetto le opere in circolazione si contano a diecine di migliaia.
Attacca il cristianesimo istituzionale e i cristiani perché non seguono i precetti di Gesù Cristo . Qui egli si rivela di spirito estremamente conformista e per la figura di Gesù egli non ha altro che lodi; cita Goethe, secondo il quale "con tutte queste ostentazioni di croci e di Cristo si è finito per dimenticare il Cristo vero e la sua croce." (Qui sia permesso un calzante appunto: in uno striscione del Partito Comunista Italiano, lo scrivente vide scritto, a Padova verso il 1970, che il comunismo è la vera dotrina di Cristo [dotrina, con una sola t], falsata invece dai preti.)
Egli è 'antimonoteista', ma è del tutto chiaro che per monoteismo egli intende soltanto la bibliolatria cristiana nelle diverse sue forme, mentre non sembra avere una conoscenza neppure approssimativa della storia comparata delle religioni nel senso più amplio. Loda l'islam (dimostrando, in questo caso, faziosità - l'islam è una forma estrema di monoteismo di gran lunga peggiore dello stesso cristianesimo) e glorifica il 'buddhismo' (sul conto del quale non sembra avere delle conoscenze, neppure superficiali) perché avrebbe reso innocui (diciamolo pure: castrato) i tibetani, cosa che secondo lui il cristianesimo non sarebbe riuscito a fare agli europei - qui ogni commento diviene superfluo. E da rabbiosamente antiebreo fino ai tempi della venuta di Cristo, si trasforma in ebreofilo a spada tratta dopo, perché gli ebrei sarebbero stati fra i perseguitati dal cristianesimo.
Si dilunga negli scandali vaticani (qui non c'è niente di originale) e punta i riflettori sulla pia fraus - l'imbroglio 'a fin di bene', sul tipo della Donazione di Costantino, arma usata molto spesso dalla chiesa e raccomandata da Paolo di Tarso (su di questa ignobile stratagemma monoteista, e non solo cristiana, delle belle pagine sono state scritte da Bernard Notin, La società dei non-cittadini, Barbarossa, Milano, 1996).
Laico e materialista assoluto, non sembra avere alcuna nozione di che cosa sia la religione nel senso superiore della parola, come poterono esserlo quelle politeiste del mondo classico o dell'India vedica. Perciò, di necessità, occhieggia a sinistra (pur dichiarandosi del tutto apolitico) e non ha se non lodi per l'ex-Unione Sovietica; e nel contempo, usando una grande 'correttezza' politica e culturale, non manca occasione per punzecchiare (magari senza alcun riferimento al suo assunto di base, il cristianesimo) gli sconfitti dell'ultimo conflitto mondiale e gli americani (ma soltanto con riferimento al Vietnam).
Da buon laico a oltranza, egli crede naturalmente al 'progresso', per il quale il cristianesimo sarebbe stato una remora; mentre la scienza, di per sé, non può essere se non benefica: i danni da essa arrecati sono responsabilità di scienziati che 'la hanno usato male' - un po' come, allora, i danni arrecati dal cristianesimo sarebbero dovuti non alla sua essenza ma dal non essere stato applicato nel modo giusto dai sedicenti cristiani. Non gli viene assolutamente in mente che le cose potrebbero stare molto diversamente: la modernità e la scienza moderna, sono effluvi monoteisti ('cristiani', se vogliamo): non potendoci qui dilungare sull'argomento, il lettore sia rimandato all'opera dello scrivente Origine del monoteismo in Europa; diffusione e conseguenze, Carpe Librum, Nove, 2000.
Viene da pensare che occasionalmente al Nostro venga in mente che anche nell'essenza intrinseca del cristianesimo si possa intravvedere qualcosa di sinistro (la casistica del 'dio padrone', per usare la terminologia del filosofo marxista Claudio Simeoni [perchè è un filosofo!?...
nd Antiokos]). Deschner cita un gesuitico autore, il neocattolico Karl Rahner, citazione che vale la pena di riportare per esteso: "Seme di dio ... nel grembo del mondo ... l'atto di procreazione si compie nel quadro di una disposizione d'animo di totale abbandono ... la chiesa e l'anima che ricevono la parola si devono aprire a essa con docilità femminile, senza opporre resistenza, senza lotta, rifiutando qualsiasi atteggiamento virile ma consegnandosi piuttosto nell'oscurità". Ecco che, secondo il vaticanista Rahner, 'dio' esplicitamente violenta l'anima umana. Deschner cita il Rahner soltanto come esempio dell'arroganza pretesca - ma non si rende conto che non si tratta soltanto di arroganza: c'è di peggio.
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Alcuni panegiristi del Deschner lo 'scavalcano' addirittura e lo descrivono come il più grande critico della storia nel suo insieme (la storia vista, olisticamente, come un fatto 'criminale') e come un moralista. Eccoci davanti alla nietzscheana moralina, che con la morale nel senso superiore, come appunto l'intendeva Friedrich Nietzsche (del quale il Deschner afferma di essere un grande estimatore), non c'entra proprio: qui è del tutto chiaro che il Nostro non ha delle idee chiare. Il prof. Norbert Hörster, dell'università di Mainz, arriva a dire che chi abbia letto Deschner non può non arrivare alla conclusione che se il cristianesimo dovesse essere 'vero', bisognerebbe, per ragioni umanitarie, nascondere questo fatto dal grande pubblico.
Gli editori del Nostro affermano che oltre a essere il più grande critico storico di tutti i tempi (ripetiamolo: la storia essendo vista 'moralinisticamente' come fatto olisticamente criminale) egli verrebbe a essere anche il più grande critico della religione - e qui c'è un'ovvia confusione fra religione e monoteismo (o, se vogliamo, cristianesimo): questi 'critici religiosi' sono talmente identificati con il paradigma sociale e religioso monoteista da non sapere e capire proprio più in che cosa possa consistere la religione nel senso superiore della parola (cfr. Silvano Lorenzoni, Origine del monoteismo, cit.). E i medesimi ci assicurano che, dopo Nietzsche, è stato il Nostro colui che ha spinto più uomini e donne (in Germania) a 'pensare con la propria testa', ciò essendo, per loro, equivalente a rompere con il cristianesimo. Anche se chi pensa con la propria testa in modo corretto difficilmente può fare a meno di rompere con ogni forma di monoteismo, 'pensare con la propria testa' non si limita a quello soltanto: il ragionamento degli editori di Deschner ha quindi da vedersi, al meno, come semplicistico. Comunque è il caso di osservare che se Deschner può avere contribuito a scalzare un po' la bibliolatria - soprattutto, per quel che riguarda il Nord-Europa, in ambiti protestanti - gli si deve essere grati.
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Storia criminale del cristianesimo, dunque, ma, in fondo - ne convengono lo stesso Deschner e tanti suoi altolocati e universitari ammiratori -, solo come sfaccettatura della storia tout court, vista nel suo insieme come fenomeno 'criminale': qui traspare il paradigma interpretativo usato, proprio di tipo 'moralinistico' cristiano (vale la pena di rileggersi Friedrich Nietzsche). In fondo, la stessa Inquisizione non fu altro che un tribunale di parte, criminale quanto si vuole ma non di più -anzi, magari meno - di tanti altri, tipo quelli che operarono nell'Unione Sovietica sotto Trockij e Stalin, in Italia ai tempi della cosiddetta 'liberazione' o a Norimberga e a Tokyo nel 1945-1946. Eppure la storia criminale del cristianesimo (che va iscritta nell'estrinsecazione di un fenomeno criminale ben più vasto, il monoteismo - su di questo più avanti) ha qualcosa di particolare - è più criminale del resto perché ha una qualità particolarmente scostante. Lo stesso Deschner ogni tanto ha dei momenti di particolare lucidità e intravvede il quid della faccenda, salvo poi metterlo a tacere e non svilupparlo mai in dettaglio. Il cristianesimo, secondo una sua dichiarazione, sarebbe "die klassische Religion der Heuchelei [la religione classica dell'ipocrisia]" e si sente sdegnato quando il male viene fatto usando la santità come paravento.
Qui sta il nocciolo della questione, e non solo per quel che riguarda il cristianesimo, ma tutti i monoteismi, confessionali (ebraismo, cristianesimo, islam) e laici (marxismo, liberalismo, 'democrazia'). I monoteisti, confessionali e laici, detentori della 'verità' e inservienti del 'dio padrone' se ne fanno strumenti per imporre la 'sua volontà' al mondo, commettendo atrocità e distruzioni sconosciute in tempi sanamente politeisti - non a caso le guerre religiose furono e sono una tenebrosa novità introdotta dal monoteismo, assieme alla teocrazia. Il papa Bonifacio VIII (un pazzo scatenato) affermava che la funzione dei governi secolari era esclusivamente quella di fare da braccio armato all'autorità ecclesiastica; mentre una delle figure più repellenti di tutta la storia conosciuta, il papa Innocenzo IV, fu implicitamente il fondatore della triste nozione del cosiddetto 'criminale di guerra' (adesso non più semplicemente il perdente), con la corrispondente prassi criminale inaugurata con il 'giudizio' di Corradino di Hohenstaufen a Napoli alla fine del secolo XIII. Questa prassi ebbe il suo fatto di punta a Norimberga nel 1945-1946 e imperversa ancora in un mondo putrefatto dall'alito di Geova - vedasi il 'processo' che adesso si sta dfacendo all'ex-presidente della Serbia, Slobodan Milosevic.
Eppure gli estremi dell'ipocrisia non furono raggiunti, almeno fino a recentemente, dalla chiesa cattolica, ma nel mondo calvinista (mondo ebraico con verniciatura cristiana, come lo caratterizzò, fra gli altri, Werner Sombart nel suo Der Bourgeois [Il borghese], Duncker und Humblot, Berlin, 1913). A glorificare il massacro e ogni altro tipo di turpitudini ad majorem dei gloriam si incominciò con il cosiddetto Vecchio Testamento (istericamente lodato anche da una figura fortemente pagliaccesca, il cardinale di Monaco di Baviera Michael Faulhaber, citato dal Nostro) e delle direttive puntualmente veterotestamentarie sono seguite in quella
'nuova Israele' che è e sempre fu l'America calvinista, i cui abitanti - e in modo particolare la sua classe dirigente - si sono sempre visti come una replica del cosiddetto 'popolo eletto'. Alessandra Colla (sul mensile "Orion" di Milano, gennaio 2002) ne da un'eccellente immagine quando scrive " ... come la mano di 'dio' si abbatte sul reprobo per poi salvarlo, così la collera terribile del 'popolo eletto' ... si abbatte su criminali e terroristi per poi alleviare le miserie da lui stesso inflitte nel nome del 'bene' assoluto ... perché sono gli americani a stabilire chi è buono e chi è cattivo." E sempre un americano, certo Jonathan Schell (Der Schicksal der Erde [Il destino della Terra], Piper, München, 1982), dopo avere descritto con tinte vivide e orripilanti le inaudite sofferenze che tiene in serbo la guerra atomica - facendo riferimento agli unici dati 'sperimentali' esistenti: Hiroshima, Nagasaki, Dresda - si sdilinque a versare lacrime sulle 'vittime dell'olocausto' (che, reali o presunte, con l'olocausto nucleare non c'entrano) e a lanciare maledizioni contro il nazionalsocialismo (che con l'olocausto nucleare di Hiroshima e Nagasaki o con il bombardamento di Dresda non ebbe mai niente a che fare): mai un giudizio morale sui veri responsabili.
Ecco quanto rende la storia del monoteismo - e quindi, come caso particolare, quella del cristianesimo - più criminale di qualsiasi altra: il suo ammantarsi di una ipocrisia ripugnante della quale furono liberi tutti i veramente grandi del passato, che pure guerre ne fecero - ma i veramente grandi furono tutti pagani. Questo, Deschner a quanto sembra lo intuisce, sia pure a livello subliminale, ma non lo rende mai chiaramente esplicito nella sua opera.
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Il testo del Deschner va letto, per poter trarne il massimo profitto, in parallelo con Der Mythus des XX. Jahrhunderts [Il mito del XX secolo] di Alfred Rosenberg, Zentralverlag der NSDAP, München, 1930. E non a caso il Rosenberg ebbe per nemico diretto principale quella pagliaccesca figura citata anche dal Nostro, il cardinale Michael Faulhaber. Non è forse accidentale che i preti (cattolici) abbiano affrontato il Mythus e la Kriminalgeschichte con le stesse armi. Nominata in ambedue i casi un'agguerrita commissione di esperti armati di lenti d'ingrandimento, si sono messi a cercare nel Mythus allora e adesso nella Kriminalgeschichte le inesattezze di dettaglio (sul tipo: la tale riferenza bibliografica non fu pubblicata nel 1925 ma nel 1924; e piccinerie senza importanza del genere) per poi proclamare che i testi esaminati sono senza valore perché carenti di 'rigore scientifico'. Negli anni Trenta il risultato dello sforzo clericale furono quei celebri Hefte [quaderni, opuscoli], pubblicati in Olanda per conto della diocesi di Münster, ai quali il Rosenberg rispose con un libretto aggressivo e quasi scurrile (An die Dunkelmänner unserer Zeit [Risposta agli oscurantisti dei nostri tempi], Hoheneiche, München, 1935) che, almeno per quel che riguarda il metodo usato da quei tali, ebbe il merito di 'mettere i punti sulle i'. (Non che il Mythus del Rosenberg sia un'opera che valga molto, ma non certo per le ragioni addotte dai preti.) - Contro Deschner i preti (cattolici) misero in azione un comitato di 22 esperti che, sicuramente usando delle potenti lenti d'ingrandimento, riuscirono a trovare qualche inesattezza di dettaglio nelle sua opera (come se quisquilie del genere avessero qualche importanza). I loro risultati sono stati pubblicati in una ponderosa e illeggibile opera (Kriminalisierung des Christentums? [Criminalizzazione del cristianesimo?], Herder, Freiburg, 1993), che conclude dicendo che il testo del Deschner non vale niente. C'è da credere che, come ai loro tempi i Hefte diretti contro il Rosenberg, adesso il Kriminalisierung? verrà citata in ambienti clericali come la confutazione definitiva dell'opera del Nostro, anche se probabilmente quasi nessuno l'avrà letto.
Ma ci sono anche degli altri paralleli fra Karlheinz Deschner e Alfred Rosenberg. Si tratta in ambedue i casi di elementi dostojevskiani, psicologicamente dilacerati. Di Deschner si è già detto che - quasi sicuramente senza rendersene pienamente conto egli stesso - egli soggiace al clima psicologico malato che imperversa in Europa, e soprattutto in Germania, dopo il 1945; e il suo glorificare Cristo e attaccare il cristianesimo fattuale e i cristiani è proprio quello che fa Rosenberg - per il quale però da condannare sono soltanto i cattolici. Rosenberg, facendo finta - e magari credendolo sul serio - di essere un 'pagano', si rivela a ogni pie sospinto né più né meno che un protestante (perfino Calvino, a sentir lui, che si proclamava un esagitato antisemita, sarebbe stato un galantuomo - c'è da schiattare dal ridere). A parte confondere in continuazione la Roma classica con la Roma papale in stile prettamente protestante (e qui c'è certamente della malafede), egli sorvola a pie pari il fatto che con la cosiddetta Riforma se tanti si videro liberati dagli avvoltoi indulgenzisti vaticani, essi caddero dopo nel vischio della bibliolatria veterotestamentaristica (e anche, con Calvino, talmudica), dalla quale scaturirono il moderno capitalismo e quel suo figlio assolutamente legittimo che è il marxismo. - E sempre il Rosenberg, dando prova di faziosità, tacque una fonte di notizie importante a proposito delle indulgenze (fonte che da anche delle tabelle di costo in denaro per tipo di peccato, non esclusi l'incesto e l'omicidio, pagabile anche in anticipo per assicurarsi la 'grazia'). Egli sicuramente doveva conoscerla, ma la ignora perché l'autore era marxista (Eduard Fuchs, Illustrierte Sittengeschichte [Storia illustrata dei costumi], Verlag Albert Langen, München, 1909).
E come capita molto spesso a personaggi dilacerati, sia il Deschner che il Rosenberg cadono nel moralismo - ma sarebbe meglio parlare del nietzscheano 'moralinismo'. Sia l'uno che l'altro conoscono Nietzsche e se ne dichiarano apprezzatori, quindi avrebbero dovuto capire che egli era tutt'altro che un 'bacchettone'. Qui, per via subliminale, si rintracciano delle influenze monoteiste - cristiane, se vogliamo - ancora più conturbanti nel Rosenberg (che si dichiarava pagano) che nel Deschner, il quale, pure anticristiano, è in fondo un uomo dei nostri tempi - i tempi più falsi e abbietti di cui ci sia ricordo storico.
(A scopo di completezza sia qui menzionato un libretto che circolò in Germania negli anni Sessanta - Dietrich Bronder, Christentum in Selbstauflösung [Il cristianesimo in autodissoluzione], Pfeiffer, Hannover, 1959 - che è un documento classico di come ci si lanci contro qualcosa partendo esattamente dai suoi medesimi presupposti e usando in toto il paradigma concettuale dell''avversario'. Anche i panegirici che il Bronder fa di Lutero sembrano tolti di peso dal Mythus. La lettura del Bronder aiuta a capire Deschner e Rosenberg.)
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A questo punto diviene doveroso tirare le somme per arrivare alle ultime conseguenze: chi rifiuta l'ordine contemporaneo deve - se è del tutto conseguente e se ne ha il coraggio - rigettare l'assioma religioso che lo fonda (la frase è di Gianantonio Valli, cfr. la rivista "L'Uomo Libero" di Milano, N. 52, novembre 2001). Quindi niente mezze misure: bisogna denunciare anche la figura di Gesù Cristo come qualcosa di mostruoso e di distruttivo, esattamente come lo furono quelle di tutti i fondatori e propalatori di qualsiasi forma di monoteismo - quindi non soltanto Gesù Cristo, ma Mosé e Maometto; i papi e i riformatori; Adam Smith e Karl Marx. - Quanto alla persona di Gesù Cristo, non è il caso di affermare niente perché su di lui non si sa quasi niente: certuni affermano che non sia mai esistito (cfr. Wilhelm Kammerer, Die Fälschung der Geschichte des Urchristentums [La falsificazione della storia del primo cristianesimo], Verlag für ganzheitliche Forschung und Kultur, Wobbenbüll, 1981; anche Silvano Lorenzoni, Origine del monoteismo, cit.). È il caso perciò di farla finita con l'anticlericalismo che, in fondo, sottintende che i preti predicherebbero anche bene ma razzolano male. Chi invece rifiuta il monoteismo (cristiano o non cristiano) in blocco, sa che i preti razzolano male e predicano peggio - e ha il coraggio di dare l'ultimo passo: essi vanno attaccati non perché 'stravolgono' la dottrina di Cristo, ma proprio perché la propagano.
Vicino all'ultimo passo arrivò, ai tempi suoi, Friedrich Nietzsche - e fu un isolato. Egli asseriva che nella figura di Cristo bisognava percepire un pazzo, il quale, in quanto tale, era essenzialmente incomprensibile. Quindi Nietzsche preferiva ignorarla per concentrarsi sull'analisi dello spaventoso fenomeno storico del cristianesimo. Ma fra i tanti estimatori e ammiratori di Nietzsche non c'è stato, fino a tempi recentissimi, nessuno che abbia avuto il coraggio di dare il passo ultimo e definitivo.
Nell'augurare a Karlheinz Deschner un ottimo proseguimento del suo pregevole lavoro, vorremmo sperare che qualche altro autore, ugualmente capace, arrivi a sorpassarlo.
A quando una Storia criminale del monoteismo?
Se un uomo non è disposto a rischiare qualcosa per le sue idee,
o le sue idee non valgono molto o non vale molto lui
(Ezra Pound)