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  1. #1
    fiorirà l'aspidistra
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    Predefinito Due minuti - Riprendo il raccontino

    Michelle, ma belle, suona il vecchio giradischi nell’angolo. Non so dove ho pescato quella canzone, forse in soffitta, e tuttora mi rimprovero di averlo fatto.
    Perché lasciare che i ricordi e i rimpianti tornino a tormentarmi, perché rivivere situazioni che avevo dimenticato e che anni e anni di volontario oblio avevano relegato in qualche posticino nascosto della mia mente? Ma non mi ero ripromesso di lasciarle stare, di fingere che non esistessero? Eppure eccole qui, di nuovo. Ingombranti e fastidiose.
    Michelle, ma belle, e la mente vola. Supera i confini del salottino caldo dove mi ritrovo a sorseggiare un brandy, supera gli eleganti cancelli della villa, supera le vie affollate in vista del Natale, supera il tempo che è passato. Tanto.
    Arriva diritta al mio incontro con Vincenza. Poteva essere il 1967, il 1968, forse il ’70, e chissenefrega, non ha la minima importanza. Anzi, ora che ci penso era proprio il 1967, primo anno di università per entrambi, ne sono certo. Sguardi che si incrociano nel corridoio della facoltà, sorrisi fuggevoli nella confusione degli studenti e delle contestazioni che di lì a poco sarebbero scoppiate.
    Un incontro, i sorrisi che si moltiplicano, una conversazione al tavolo di una piccola trattoria nel centro di Parma. Anche i nostri incontri si moltiplicano, dentro e fuori l’università. Nasce un amore perfetto. Due sognatori, inguaribili ottimisti, idealisti nel midollo. Tutto sembra andare così bene, la vita prende a scorrere davvero nel verso giusto.

    L’ha fatto un’altra volta. Ha sbattuto le sue schifose scarpacce inzaccherate sullo zerbino e se l’è trascinate sino alla poltrona davanti alla TV. E sì che avevo pulito tutto il pavimento, avevo pure dato la cera. Come al solito, bisognerà rifare tutto da capo. Ora se ne sta lì, annoiato e indifferentre, su quella maledetta poltrona,a fumarsi l’ennesima sigaretta. Mi toccherà recuperare gli stivali e pulire pure quelli. Che palle. Non ne posso davvero più. Come vorrei vederlo…
    No, Vincenza, non pensarle nemmeno queste cose. Non è giusto nei suoi e nei tuoi confronti. Fai quello che devi fare. Può essere che un giorno lui cambi, o può essere che tu stessa sbagli a giudicarlo. Si spacca la schiena dalla mattina alla sera dietro a quel lavoro, è normale che non sia sempre di buon umore.
    E’ ora di andare a fare la spesa, il frigorifero è desolatamente vuoto e sono quasi le sei di sera. Come al solito in prossimità delle feste i trasporti pubblici fanno ancora più schifo del resto dell’anno, ma cosa ci posso fare? La macchina è rotta da qualche mese e i soldi per aggiustarla non arrivano. Soldi, soldi, soldi. Che palle. E che desolazione. Dover pensare continuamente a qualcosa che nemmeno si possiede.
    “Donato, io esco e vado al PAM, avrei bisogno di una ventina di Euro per la cena di stasera”.
    “Donato?”
    “Donato?”
    “Donato, mi rispondi?”
    “Non ce li ho.”
    “Come sarebbe a dire non ce li hai? Ma ieri non era il giorno…”
    “Sì, stupida, era IL giorno. Ma i soldi ora non ci sono più.”
    “Cosa? Non vorrai dire che hai perso un’altra volta a quel maledetto poker?”
    “Ma stai zitta, che non ci capisci niente. Lasciami guardare la partita e taci.”
    “Donato, e io che faccio? Cosa metto in tavola stasera? Io non ho più una moneta in tasca. Come faccio, me lo spieghi tu?”
    “Donato, mi stai ascoltando?”
    Mi accascio sul primo gradino delle scale e inizio a piangere. Le impronte di fango fanno bella vista sul pianerottolo. Fuori la pioggia cade fitta.

    Fuori la pioggia cade fitta. La vedo dalla finestra, dev’essere freddino fuori. Prego Anna di metter un altro po’ di legna ad ardere nel caminetto. Ho i brividi, ma non è il freddo. Nella stanza ci saranno almeno venticinque gradi e ho indosso una bella vestaglia pesante.
    “Serve altro, signor Filippo?”
    “No, grazie.” La lascio ritornare alle sue faccende. C’è da preparare la camera al primo piano, stasera arriverà quella rompiballe di mia sorella.
    I brividi mi scuotono di nuovo. Non c’è dubbio, sono i ricordi. Non può essere altro.
    Dov’ero rimasto? Ah sì, l’amore. L’amore per Vincenza. Anche lei mi amava, nel profondo. Bastava un sorriso per capirla, quella ragazza, come un bicchier d’acqua. Limpida, trasparente.
    Con quei pochi risparmi che avevamo, a ventidue anni partimmo per la Spagna. Un’estate stupenda: la ricordo con quel senso di gratitudine verso il Signore, o chi per lui, ha fatto quel mare così blu e quei fiori così profumati, e quel sole così caldo.
    Dormivamo all’addiaccio e il massimo del lusso era una pizzeria, ma quello bastava. Bastava per entrambi. Non c’erano aspirazioni di gloria, non c’erano gli impegni e le preoccupazioni di adesso. Vivevamo felici e indifferenti, incuranti del mondo e delle sue beghe. Non ce ne importava nulla, e andava bene così.

    Michelle, ma belle. La danno alla radio mentre sbuccio le zucchine. Sono riuscita a recuperare qualche malridotto ortaggio in cantina. Vorrà dire che per stasera ci arrangeremo così. Può dirmi quel che vuole, lui, ma io che ci posso fare?
    Michelle, ma belle. Di colpo, un lampo. No, non di fuori, non il temporale. Un lampo nel mio cuore. Il ricordo. La ascoltavamo in viaggio per Siviglia. Un’estate, un amore. Andava tutto così bene. Quanti anni sono che non ci penso, mi dico. Saranno dieci, forse più.
    Chissà dov’è ora quel testardo di Filippo. Chissà se anche lui si dispera per trovare il pane quotidiano come me.
    Andava tutto così bene. Andava tutto così bene. E’ un ritornello incessante nella mente. Bastava il volersi bene.
    Ma con i ricordi piacevoli, ecco giungere anche i solchi del dolore. Inevitabile, direi. La mia vita è segnata di sofferenze, e quella fu la prima.
    “Filippo, devo lasciare l’Università.”
    “Stai scherzando, spero.”
    “Magari. Mia sorella aspetta un bambino, e in casa c’è bisogno di me. Non posso continuare a studiare. Qualcuno deve preoccuparsi di portare a casa i soldini. Mamma e papà si danno da fare, ma siamo in sette, Filippo, non basta.”
    “Ma ti mancano pochi esami…”
    “Lo so, non aggiungere altro. E’ una scelta che mi costa più di qualsiasi altra cosa. Non sai come soffro al pensiero di non potermi laureare. Ma non posso fare altro.”
    Me lo ricordo, piangemmo insieme. Voleva andarsene anche lui, ma glielo impedii con tutta me stessa. Sarebbe stata la più grossa delle sciocchezze, e non potevo accettare che per colpa mia Filippo rinunciasse agli studi.

    Mi ripromisi di terminare in fretta e di laurearmi. Avrei trovato un lavoro, mi sarei fatto una posizione, avrei dato da vivere a me, a lei e alla sua famiglia. Era quasi un dovere, e mi diedi da fare. Non mi ero mai dato così da fare in tutta la vita, studiai giorno e notte.
    Poi, la delusione. Mi tremano le mani sul davanzale se penso a quella sera. Andavo a trovare Vincenza. Le avrei parlato dei miei progetti, avremmo stabilito come fare nei prossimi anni.
    Scesi di corsa dalla bicicletta. Stavo per suonare il campanello, quando dalla finestra vidi tutto. Era lì. Lì con un uomo. Si stavano baciando, o qualcosa del genere. Non mi importò affatto, a dire il vero. Ricordo solo che erano lì, avvinghiati. La cosa mi fece quasi svenire.
    Lei, no, non lei. Eppure, sì, era lei, ne ero certo. L’avevo quasi vista in faccia. Chissà se mi aveva notato. Forse ora stava pensando ad un alibi, ad una scusa, colpevole cercava di rifugiarsi dietro a qualche bugia fatta su misura.
    La odiavo. Progetti, impegni, preoccupazioni, per ritrovarmi con una sgualdrina che se la faceva con chiunque.
    Scrissi una lettera infuocata, gliela spedii e me ne andai. Lasciai Parma, non volli più sentirla, né vederla. Finii gli studi a Torino, fu facile. Avevo sgobbato talmente tanto negli ultimi tempi, che ora mi ritrovavo praticamente con la laurea già in mano.
    Aprii un ambulatorio, poi una piccola clinica, poi una clinica come si deve. Il passato remoto diviene prossimo, il prossimo diviene presente. Ed eccomi qui. Un’altra donna non l’ho più trovata. Ero rimasto schifato. Lo sono tuttora.
    Mah.

    Quella lettera. La conservo ancora in qualche cassetto polverso, in camera da letto. L’ho letta e riletta, nei primi tempi. Era diventata un’ossessione. Come aveva potuto credere che…? Se solo si fosse soffermato un secondo. Un attimo solo, su quel gradino di ingresso.
    La realtà si sarebbe rovesciata, ed avrebbe compreso che non stavo amoreggiando con nessuno. Anzi.
    Mi bruciano gli occhi. “Sarà la cipolla”, vorrei dire. Peccato che non sto sbucciando nessuna cipolla. Che stupida.
    Non amoreggiavo. Ero l’oggetto del desiderio di uno schifoso maiale, casomai. Se fosse entrato, se fosse entrato, avrebbe visto le mie lacrime di dolore mentre venivo maltrattata. Mi avrebbe salvata, e le cose sarebbero andate in modo molto diverso. “Se, se, se”. Che sciocchezze. Invece lui è stato impulsivo e cocciuto.
    Dopo mesi di ricerche, sono venuta a sapere dove abitava. Ma ero stanca di rincorrere e farmi in quattro per gli altri. Farmi in quattro per qualcuno che al primo equivoco se ne andava lasciandomi con una misera lettera. Mi feci forte, e superai anche questo ostacolo.

    Potrei…No, non posso. Non lo farò mai. Non andrò a salutarla. Di certo si è costruita un’esistenza felice senza di me. Non si ricorda più di quello stupido che aveva creduto nel suo amore. Che se ne farebbe di un altro uomo? Sembrava così felice, quella sera.

    Potrei… No, non posso. Non mi merita. Eppure, io lo amo ancora, ne sono certa. Cosa darei per lasciare quel cretino che se ne sta in soggiorno alle sue piccole beghe quotidiane. Pianterei tutto e correrei da Filippo. Per spiegargli, per chiarirgli, per tornare ad amarlo. Potrei… no, non posso. Ora lui è di sicuro un uomo sposato e felice. Non sa nemmeno chi sono, non mi riconoscerebbe.
    Michelle, ma belle. La canzone è finita, torno alle mie zucchine. Quanti pensieri in soli due minuti, quanti ricordi dolorosi. Pensieri e ricordi, ricordi e pensieri.
    Tutto inutile, di questo sono certa.

  2. #2
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    Visto che siete presi dalla mania di riportare in superficie le antichità mummificate,ho deciso di divertirmi anche io...toh,leggete questa storiella della Franci...chiunque sia.

  3. #3
    Re del Fondoscala
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    mitico Franci lo scribacchino di POL

  4. #4
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    per un attimo ho temuto che fosse tornato il logorroico

  5. #5
    Veneta sempre itagliana mai
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    '' E' in gran parte merito di Luca Cordero di Montezemolo se la Juventus non si rivolse ai tribunali ordinari '' (Joseph S. Blatter - Presidente F.I.F.A. - Dicembre 2007)
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    Citazione Originariamente Scritto da Turambar
    per un attimo ho temuto che fosse tornato il logorroico


    come sei cattivo eh....hai mica na bella giornata oggi

  6. #6
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    Citazione Originariamente Scritto da pensiero
    come sei cattivo eh....hai mica na bella giornata oggi
    no, ma potrebbe sempre migliorare

 

 

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