Metafisica della non-dualità, verità e pluralismo


Oblio della verità e violenza

L'età moderna e contemporanea sembra aver rinunciato alla Verità tradizionalmente intesa, tramite un lungo percorso che si snoda attraverso le varie filosofie che hanno contrassegnato gli ultimi secoli, quanto meno da Cartesio in poi. Sarebbe interessante riflettere sulle modalità che via via, a partire dalla sfera teoretica-epistemologica, hanno permesso di mettere al bando l'intuizione intellettuale, e con essa la Verità, determinando così una serie di contraccolpi a livello materiale e spirituale, che nel loro intreccio costituiscono la civiltà occidentale moderna, ormai per altro estesa anche alle aree orientali, sempre più occidentalizzate. Gli spazi un tempo vivificati e illuminati dalla Verità, sono stati così occupati da forze invasive che sembrano alimentare la loro esistenza proprio in assenza della Verità: tra queste, le più potenti sembrano essere le forze economiche del mercato e della pianificazione socialista, la democrazia, la tecnica, la scienza ...
Molto spesso queste forze, quasi per sgravio di coscienza, tentano di giustificare il ripudio della Verità, rileggendo la storia di essa come storia di violenza, di imposizione, di esclusione... anche se queste forze che denunciano possibili prepotenze altrui, in realtà hanno generato meccanismi di sopraffazione e di dominio, tra i più potenti ed efficaci in assoluto, grazie soprattutto alle superiori capacità operative dell'Apparato tecnico-scientifico. Si tratta di temi che abbiamo in parte già affrontato, prendendo a pretesto vari autori.
Limitiamoci ora al primo aspetto: la Verità è intrinsecamente correlata a forme di violenza e sopraffazione?
Questa tesi ritorna spesso negli autori contemporanei: per farsene un'idea, basterà considerare certi testi, espressione della mentalità corrente, quali ad esempio La società aperta e i suoi nemici, di K. Popper, oppure Il regime della verità, di E. Pace.
K. Popper considera la metafisica platonica, con le sue pretese di verità, come un sistema chiuso, dogmatico, nemico del pluralismo ..., ne discenderebbe una dottrina sociopolitica totalitaria, come quella che sarebbe delineata in Stato e ancor più in Leggi. Le critiche, apertamente o velatamente, riguardano tutte le filosofie che in una forma o nell'altra vorrebbero imitare il Platonismo.
Secondo un'opinione corrente, le pretese di possedere la Verità, avrebbero due espressioni privilegiate: la metafisica (sul modello di Platone), e la religione (sul modello del fondamentalismo). Con quest'ultimo se la prende E. Pace, criticando il fondamentalismo islamico, evangelico etc., poiché l'integralismo religioso, in nome della Verità, pretenderebbe di imporre con la forza un regime autoritario, che di tale presunta Verità trascendente sarebbe la proiezione nella storia.
Più in generale, le pretese della metafisica e del fondamentalismo vengono accusate di riduzionismo e di volontà liberticida, poiché tenderebbero a ridurre la ricchezza, la molteplicità del reale, ad un Principio unico, che nelle diverse correnti spirituali prenderebbe il nome di Dio, Assoluto, Fondamento, Bene ... o più semplicemente Uno, termine che ricapitola tutti gli altri. È diffusa l'espressione monismo, a volte in senso spregiativo, per riassumere il carattere essenziale di quelle visioni del mondo che sarebbero penalizzate da un'impostazione unilaterale, volta a ridurre ad un solo termine tutto ciò che è.
In effetti, tale locuzione è comunque da prendere con le riserve del caso, per motivi facilmente intuibili1.
Perfino le accuse di Heidegger e Severino alla metafisica, anche quando non coincidono con quelle di cui sopra, risentono a vario titolo di tale pregiudizio antimetafisico, fatto che meriterebbe di esser approfondito a parte.
Esaminiamo ora gli aspetti principali del problema posto.
Come intendere l'Uno?

Poniamo subito un criterio metodologico di onestà intellettuale, che non dovrebbe mai esser disatteso: quando si giudica una corrente spirituale, il punto di riferimento per una seria disamina deve essere cercato nelle sue manifestazioni più autentiche, e non in quelle più degenerate o comunque controverse che certo non possono mai mancare nella storia! Non possiamo penetrare l'insegnamento di Gesù, di Muhammad, di Shankara speculando sulle perversioni teoriche e pratiche dovute all'inquisitore medievale, al prete sprovveduto, al fanatico integralista, al millantato guru e così via ... La mediocrità intellettiva di troppi discepoli o presunti tali, non sarà di alcun aiuto ai fini della comprensione della dottrina.
Nel caso della nozione di Uno (e di molte altre), vengono ripetute con sospetto fervore semplificazioni non sempre lecite, non sempre coerenti, che in gran parte sono state raccattate qua e là ignorando il criterio di onestà intellettuale sopra segnalato, per malafede o imperizia: esse non possono pretendere attenuanti, anche perché le fonti, autorevoli e chiare, non mancano, e qui ci limiteremo a qualche esempio, di volta in volta.
Dicendo che il Principio, o l'Assoluto, o Dio, o il Fondamento, o Brahman ... è Uno, si afferma qualcosa che si impone intuitivamente e logicamente per la sua trasparenza, incontrovertibilità e semplicità. Anche se i vari termini manifestano sfaccettature di significato un po' diverse, essi presentano altresì una linea di continuità. Come potrebbe il Principio, o l'Assoluto etc. esser duplice? Due assoluti si limiterebbero a vicenda, per cui non potrebbero esser tali, per la contraddizione che non lo consente. Di qui una qualche preferenza accordata al termine Uno per indicare la Realtà Assoluta, accanto ad altre espressioni che, per altri seri motivi, sono da sempre utilizzate in metafisica e nelle religioni.
In questo contesto, può comparire anche l'espressione non-dualità, per mettere tra l'altro in risalto che il Principio è per forza esente da dualità, dato che essa comporterebbe anche limitazione, il che non può essere nel caso dell'Assoluto. La dualità si addice invece agli enti, i quali sono necessariamente caratterizzati da qualche aspetto limitativo che li distingue dagli altri.
L'Uno, cioè l'infinito non-duale

Ovviamente il Reale-Assoluto, essendo Uno per definizione, nulla può avere fuori di sé, altrimenti sarebbe limitato da una realtà ulteriore: perciò si dice che l'Uno è Incondizionato, o se si preferisce Infinito. Essendo tale, è per forza di cose onnicomprensivo. In un certo senso, solo l'Uno, cioè l'Infinito, è2, nulla potendovi essere in aggiunta, ed essendo tutto da sempre (eternamente) già incluso nell'Infinito, che altrimenti non sarebbe tale... Ciò non comporta la nientificazione degli enti finiti e molteplici, come talvolta si crede: semplicemente, gli enti tutti, senza alcuna eccezione possibile, sono reali non in quanto separati ma in quanto partecipano dell'Infinito, che può quindi essere immaginato come una Dimora Ospitale che, essendo Infinita, accoglie da sempre tutti gli enti senza preclusioni di sorta. Se l'Infinito fosse inospitale ed escludesse qualche ente, in quanto tale questi dimorerebbe altrove, ma allora ciò che si considera l'Infinito non potrebbe esserlo, anche qui per la contraddizione che non lo consente. Quanto detto è più che sufficiente per intuire che la metafisica dell'Uno, cioè dell'Infinito, cioè della Non-Dualità3, lungi dall'avere quel carattere riduttivistico che alcuni hanno ad essa abusivamente rimproverato, per superficialità o altro, permette invece un pluralismo integrale4, proprio perché è la Parola di quella Casa Ospitale, che da sempre è Accogliente nei riguardi di qualsiasi Ente5.
Gli abitatori dell'infinito

Gli enti, umani e non, sono da sempre chiamati a raccolta nell'universale dimora dell'Infinito: è questa consapevolezza che si richiede anche all'uomo, affinché il suo abitare non pretenda di diventare invadente nei confronti dell'altro Ente, richiedendo impossibili privilegi nell'economia del tutto. Antropocentrismo, Utilitarismo, Apparato tecnico-scientifico ... sono alcune delle espressioni dell'arroganza umana, che vorrebbe imporre l'impossibile: vorrebbe cioè che la Dimora Ospitale dell'Infinito diventasse una Dimora Inospitale ad uso dell'uomo, e specialmente di certi uomini, quelli che, oggi, operano per conto dell'Apparato, essendone i funzionari.
In alternativa, ricorderemo che l'umiltà dell'abitatore ospitato e riconoscente trova invece una sublime esemplificazione nella metafisica dei Pellerossa, presso i quali è tradizionalmente molto vivo il sentimento dello "esser ospitati" nel mondo, il che spiega molto bene perché essi abbiano solo sfiorato la Terra, invece di calpestarla6.
La natura dell'errore, cioè della violenza

Ecco la radice dell'errore, cioè di qualsiasi errore in quanto tale: l'inospitalità, l'arroganza. Essa si mostra quando l'ente finito pretende l'impossibile, cioè di farsi esso stesso Assoluto7, volendo tenere solo o principalmente per sé la Dimora dell'Infinito, dimenticando che, nell'Infinito, qualsiasi ente è a casa propria, e non solo alcuni. Da sempre, la metafisica, o se si preferisce la sophia perennis, è impegnata a denunciare la struttura fondamentale dell'errore, consistente nello scambiare il relativo con l'Assoluto, il finito con l'Infinito, l'Abitatore con la Dimora, la Parte con il Tutto.
Alcune immagini elaborate nelle scuole spirituali, o forse donate dagli dei, per condurre gli umani erranti ed educarli all'Ospitalità, sono celebri e particolarmente suggestive: esse hanno contribuito ad orientare le civiltà del passato, in Occidente come in Oriente, conferendo ad esse misura e dignità, limitando la tracotanza della parte umana degli Abitatori dell'Infinito. Occorre ammettere che nel mondo moderno e contemporaneo, tali insegnamenti vengono per lo più ignorati, se non derisi, e la supponenza della parte umana ha raggiunto livelli che un tempo erano impensabili: l'uomo dell'Apparato tecnico-scientifico e delle forze economiche dominanti pensa, anzi crede, di essere il padrone della Dimora dell'Infinito; crede che gli enti siano manipolabili a piacimento; crede di custodire la chiave che apre e chiude la porta della Dimora, facendovi entrare ed uscire gli enti, a comando; crede che tutto questo generi qualcosa di positivo, cui ha imposto dei nomi rassicuranti: Sviluppo, Progresso, P.N.L., Benessere, Felicità per il maggior numero ...8.
Tutti i saperi che oggi portano il nome di Scienze, sono finanziati, protetti, diffusi, imposti nelle scuole e nelle università, nella misura in cui sono funzionali ai progetti operativi della volontà di potenza che vuole padroneggiare la Dimora dell'Infinito; essi non hanno più nulla in comune con i saperi di un tempo, per lo più espressione di quella sophia perennis, che insegnava a contemplare in silenzio l'Infinito e i suoi molteplici Abitatori; che ricordava che nella grande casa dell'Essere, c'è un posto per ogni Abitatore; che insegnava a mettere tra parentesi la presunzione umana9, rammentando che l'uomo è solo uno degli Abitatori, e che non è lecito tentare di conculcare una prospettiva meramente umana.
Il carattere non-umano del contemplare

Riassumendo: i saperi che gli umani oggi valutano tali, sono in realtà interpretazioni funzionali ad una prospettiva parziale, per lo più antropocentrica, la quale, coscientemente o meno, opera come se il mondo esistesse in esclusiva per l'uomo stesso, e (ormai) per l'Apparato di cui è funzionario. In tempi meno oscuri, si riteneva che il nome di Scienza potesse spettare solo a quel conoscere disinteressato, esente da egoicità e utilitarismi, che come tale era quindi estraneo ad ogni forma di antropocentrismo e di attaccamento. Solo un conoscere purgato di tali elementi limitativi era degno del nome di Scienza, e Contemplazione era il termine utilizzato nella tradizione greco-latina per designare l'atto conoscitivo purificato, e quindi autentico, perché capace di vedere in una prospettiva non-umana, tramite una facoltà sovraindividuale designata nella stessa tradizione come nous o intelletto (il carattere "divino" del nous non indica nulla di mistico e di misterioso, ma la qualità non meramente umana e non individuale di tale facoltà).
La cultura moderna, invece, in nome di un acritico "hic homo intelligit", deride noùs e contemplazione, di cui nulla sa (non avendone alcuna esperienza), ritenendo dogmaticamente che ogni posizione conoscitiva debba necessariamente esser meramente umana e relativa, risultando ad essa impensabile il trascendimento dell'unico orizzonte alla sua portata. In questo modo, umanesimo, relativismo e tecnoscienza manipolatrice vengono assolutizzati; di conseguenza, la prospettiva unilaterale e ammorbante del mondo umano e dell'Apparato si arroga il diritto di predazione su tutto il resto, operando nel segno della violenza rispetto a tutti gli altri enti (e perfino all'interno del mondo umano). Al contrario, l'intellezione pura e sovraindividuale10 è il tentativo di guardare gli enti e l'Infinito non con l'occhio parziale e aggressivo di un particolare ente, che vede l'altro come asservito anticipatamente, ma con lo sguardo imparziale e distaccato della sapienza non-umana, che vede ogni cosa con equanimità rigorosa e sub specie aeternitatis.
Più ci si avvicina a tale sguardo, più ci si allontana dalla prepotenza legata agli sguardi interessati, e subentra una dimensione pacificante. Nel contemplare da tali altezze non accessibili ai più, emerge la piccineria e la violenza più o meno mascherata dei criteri con cui gli umani solitamente valutano gli enti e gli eventi del mondo: bene-male, etc.
Il moralismo umanistico come violenza

Gli umani stimano bene o male gli eventi, valutandone il tornaconto o meno; anche le situazioni considerate più nobili spesso finiscono per tradire la presenza di un calcolo meschino e di una mentalità ristretta. Schopenhauer e Nietzsche hanno avuto il merito di denunciare apertamente il carattere ipocrita e mistificatorio delle varie idee morali e dello stesso "principio di ragione", che spesso cerca di fondare i sistemi morali che vanno per la maggiore.
Qualche esempio.
  • La morale razionale di Kant, che vieta di trattare l'uomo solo come mezzo, nello stesso tempo permette che tutti gli altri enti siano asserviti al mondo umano, giustificandone tutte le prevaricazioni in nome di una presunta superiorità della coscienza morale-razionale! In realtà, il tanto declamato rigorismo kantiano prevede una rigorosa e fastidiosa giustificazione delle prepotenze degli umani contro i non-umani. Da questo punto di vista, Kant ha fatto scuola: gli idealisti come Fichte e Hegel conservano questo aspetto sgradevole del Kantismo; la formula da essi preferita è quella della supremazia dello Spirito (leggasi mondo umano) sulla Natura, in nome del progresso della libertà del primo, della morale, dell'eticità, della ragione....
  • Il Marxismo, su questo punto, è stranamente allineato con i filosofi borghesi: l'esaltazione dello sviluppo delle forze produttive, prevede espressamente il crescente dominio sul mondo non-umano, il che è considerato acriticamente un fatto assolutamente positivo, come tale apportatore di civiltà.
Si potrebbe rivisitare tutta la storia del pensiero moderno, per farne emergere la continuità di fondo, ben più forte delle eventuali differenze ideologico-politiche.
Solo le migliori correnti spirituali espressioni della metafisica, della sophia perennis, sono estranee a tali vedute anguste; in tempi abbastanza recenti, anche l'Ecologia Profonda ha dato dignitosi contributi, volti a ridimensionare l'invadente protagonismo degli umani, in una prospettiva radicalmente ecocentrica. È auspicabile un possibile connubio, ormai, tra sophia perennis ed ecologia profonda, capace di aprire spazi di cultura, di civiltà, di modi di essere, non risucchiabili nella potenza dell'Apparato tecnico-scientifico e delle Forze Economiche che oggi condizionano e devastano il mondo.
Sistema chiuso e sistema aperto

Un pervicace luogo comune, diffuso negli ambienti antimetafisici, pretende che la metafisica sia essenzialmente un sistema di pensiero definito e chiuso, come tale responsabile di logiche oppressive ed autoritarie, che vietano qualsiasi apertura e qualsiasi pluralismo. La civiltà liberal-democratica comporterebbe invece una società aperta, poiché basata sul rifiuto della metafisica, e sull'accettazione del razionalismo critico, della scienza, della democrazia ... . Tra i liberaldemocratici, K. Popper è uno dei maggiori sostenitori di questa tesi, la cui diffusione è pari all'infondatezza, dato che lo stesso Popper ha mostrato di non conoscere i termini più indispensabili del problema e di travisare perfino certi concetti essenziali (v. la nozione di Bene in Platone).
Abbiamo già detto che la metafisica si rivolge principalmente all'Infinito il quale, per la sua stessa natura, sfugge ad ogni definizione concettuale, poiché ogni definizione è un tentativo di delimitare ciò che, in questo caso, è al di là di ogni delimitazione11.
Ne discende che nessun sistema concettuale può pretendere di essere una descrizione assoluta dell'Assoluto (cioè un Sistema chiuso)12: al contrario, anche le descrizioni più profonde ed elaborate dovranno necessariamente esser considerate delle descrizioni parziali, capaci di indicare solo qualche aspetto dell'Assoluto. Di conseguenza, qualsiasi formulazione metafisica potrà esser accettata, purché accompagnata dalla consapevolezza dei suoi limiti intrinseci, per cui resta uno spazio illimitato per altre possibili letture dell'Infinito, mai esaustive: tutto questo, se proprio si vuol conservare il termine "sistema", costituisce un Sistema Aperto, ed è questo atteggiamento di Inesauribile Apertura a qualificare la metafisica in quanto tale. Il sistema chiuso, invece, le è strutturalmente estraneo, contrariamente a quanto avventatamente sostenuto da Popper e da altri inesperti in materia13.
Il linguaggio simbolico e l'infinito

Riguardo al linguaggio in generale, si possono svolgere le stesse considerazioni, poiché nessun termine linguistico può esser veramente "comprensivo" dell'Infinito. Qualsiasi sistema linguistico-concettuale è sempre in ritardo strutturale, dato l'inesauribile traboccamento dell'Assoluto, e tale divario non è mai interamente colmabile. Con questo, non si intende rifiutare il linguaggio concettuale: semplicemente, si prende atto dei limiti intrinseci che qualsiasi operazione linguistico-concettuale porta inevitabilmente con sé. La prudenza nei confronti del linguaggio non sfocia in un oscuro misticismo, in fantasie irrazionalistiche: al contrario, permette di salvaguardare anche tale linguaggio, a patto di conoscerne i limiti, evitando le assolutizzazioni fuori posto e controproducenti, come quelle realizzate da Cartesio o da Hegel.
Non esistono idee chiare e distinte, nel senso di Cartesio, sostanzialmente corrispondenti alle cose; il linguaggio matematico non è affatto più chiaro e preciso di altri, e soprattutto non corrisponde meglio di altri alla natura del reale, come pretende gran parte della cultura moderna, di derivazione cartesiana e galileiana. L'hegelismo, che ha ben compreso i difetti del razionalismo cartesiano, ha creduto vanamente di compensarli inventandosi la ragion dialettica, capace di una concettualizzazione dinamica esente dalle rigidità del concetto "astratto", ed in grado quindi di esporre compiutamente l'Assoluto nella sua totalità, senza ripiegare nelle parzialità della ragione non-dialettica.
Come si può notare da questi cenni cursori, sono principalmente le filosofie moderne, "razionali" e "critiche", ad esser dogmatiche, stante la loro pretesa di elaborare un linguaggio concettuale in grado di definire il Reale e di rinchiuderlo nei confini delle formulazioni cartesiane, hegeliane o altro.
Al polo opposto, altre correnti moderne, rifiutando tali insane dogmatizzazioni, eludono il problema rifiutandosi a priori di parlare dell'Assoluto dato che perfino gli enti risulterebbero insondabili data l'opacità del mondo in cui viviamo.
La cultura moderna-contemporanea risulta marchiata da questi estremismi, che sono tali per eccesso (il linguaggio circoscrive l'Assoluto, il Reale) o per difetto (l'Assoluto, se esiste, comunque sfugge totalmente ... non resta, eventualmente, che la fede!). Questa mancanza di equilibrio è un altro preoccupante "segno dei tempi"; in alternativa, una soluzione misurata è ben presente nelle varie espressioni della Sophia Perennis, là dove si dice che il linguaggio, non potendo circoscrivere l'Infinito che travalica ogni confinamento, può però alludere ad esso o indicarne taluni aspetti, così da esser d'aiuto quale sostegno per una intuizione dell'Infinito stesso. Il linguaggio così inteso, invece di voler catturare, misurare e rinchiudere (l'Infinito, gli Enti), si propone come supporto che aiuta la visione intuitiva di ciò che prima non si lasciava nemmeno scorgere. Tale linguaggio, stante la funzione di cui sopra, appare dunque "disvelante", nel senso che, togliendo il velo, lascia vedere qualcosa dell'Infinito; oppure, il che è lo stesso, appare come "apertura", poiché apre (favorisce) ulteriori possibilità di visione, prima precluse. Gli antichi chiamavano mitico-simbolico questo linguaggio tipico della Sophia Perennis, per distinguerlo da altre forme linguistiche; rimanendo in Occidente, Pitagora, Platone e i loro discepoli ci hanno lasciato le più belle testimonianze di questa pratica simbolica del linguaggio: i "Numeri" di Pitagora ed i Miti di Platone sono appunto Simboli che stimolano e sorreggono il lampo dell'intuizione14, la cui luce arriva così ad irraggiarsi in contrade prima inesplorate e misteriose, per lo spirito dormiente.
È la cultura moderna ad esaltare, in una forma o nell'altra, il linguaggio concettuale, quale linguaggio catturante-misurante, teso a dominare "scientificamente" gli enti; l'Apparato tecnico-scientifico ha perfezionato questo uso imprigionante del linguaggio, negando qualsiasi dignità ad altre possibilità linguistiche.
La Sophia Perennis, da sempre, lascia parlare un altro linguaggio, che invece di confinare e chiudere, dischiude e disvela, incoraggiando l'apertura della visione intellettuale oltre le precedenti limitazioni. Il "mito della caverna" di Platone esemplifica in modo eccellente le tappe principali percorse dalla coscienza nel corso della sua espansione (apertura) verso l'Infinito, tappe che costituiscono le stazioni principali di un processo di decondizionamento e di liberazione.
Oggi più che mai, urge il ritorno della parola disvelante e veritativa, capace di dischiudere nuovi spazi di libertà, in un mondo ostile alla verità, banalizzato dall'omologazione planetaria e asfissiato dalla clonazione frenetica ed unilaterale delle parole calcolanti-catturanti della tecnoscienza.
VINCIT OMNIA VERITAS