di Luciana Petruccelli, da "Il Giornale dei Misteri" n. 412 del febbraio 2006
Fu intorno agli anni Venti del secolo scorso che si cominciò a sentir parlare degli Sherpa, proprio da quando gli alpinisti scelsero come mete ambite delle loro scalate le alte vette della catena dell’Himàlaya. Per il loro carattere socievole, per lo straordinario senso di disciplina, la resistenza all’altitudine e la robustezza fisica nel portare pesi ingenti in quel modo caratteristico – reggendo con la fronte la cinghia del bagaglio posato sulle spalle – gli Sherpa divennero guide insostituibili. Il fatto di essere reclutati per quelle loro doti fece nascere l’equivoco relativo al loro nome: si pensò che “sherpa” fosse sinonimo di “portatore d’alta quota”. In realtà “Sherpa” è il nome proprio di un popolo: “Shar-pa” (da shar = est, e pa = gente) ossia “Gente dell’est”, è il nome scelto dagli Sherpa per distinguersi dagli altri abitanti del Nepal.
Attualmente essi vivono nel Khumbu, una regione orientale del Nepal, ai piedi della catena himalayana, ma molti secoli addietro erano stanziati appunto molto più a est, nel Tibet. La loro origine tibetana appare evidente non solo per i tratti somatici e per l’affinità della lingua, ma altresì per la loro cultura e per la loro fede religiosa. Non si conosce per quale ragione sia avvenuta quella prima migrazione che portò intere comunità a trasferirsi, da una regione dal clima relativamente temperato, anche se di alta quota, in una zona dal clima molto più rigido, e dove l’isolamento dal resto del mondo era completo.
A quella prima lontana migrazione altre ne seguirono nel corso dei secoli, e anche recentemente, dopo l’occupazione del Tibet da parte dei cinesi, migliaia di profughi tibetani che hanno visto distruggere i loro templi e i loro monasteri dai nuovi occupanti, si sono riversati nel Khumbu. Però non tutti i tibetani sono di etnia sherpa.
Il popolo sherpa conta poco più di 15000 individui divisi in diciotto clan. Il gruppo etnico è molto omogeneo, non solo perché è rimasto isolato dal resto del mondo sino a pochi decenni fa, ma anche per la consuetudine tribale che impone rigide regole per i matrimoni: le unioni devono essere allo stesso tempo esogamiche ed endogamiche, ossia al di fuori del proprio clan, ma all’interno della propria etnia. Adesso gli Sherpa sono quasi sempre monogami, ma prima della migrazione era molto diffusa la poliandria. Quando vivevano negli altipiani desertici del Tibet, dove i prodotti della terra erano scarsi e potevano sostenere soltanto i bisogni di un esiguo numero di individui, era indispensabile contenere la crescita demografica, perciò era consuetudine che tutti i figli maschi di una famiglia avessero la stessa moglie. Anche se le norme che regolano le unioni sono rigide, il comportamento amoroso degli Sherpa è piuttosto disinvolto. Le relazioni prematrimoniali degli adolescenti sono frequenti, e se poi il rapporto si conclude con la nascita di un bambino, questo incidente non turba affatto la vita familiare, né costituisce pregiudizio per contrarre matrimonio con un altro partner. Lo stesso matrimonio è un contratto tra pari che decidono di unire i beni delle due famiglie d’origine. Questa parità si riscontra sia nella vita privata, sia in quella della comunità. Uomini e donne partecipano insieme alle assemblee del villaggio e alle scelte economiche della famiglia, e anche nel lavoro le donne sherpa hanno le stesse responsabilità e gli stessi compiti degli uomini, infatti non è insolito vedere ragazze cariche di pesi inverosimili, mentre gli uomini si prendono cura dei bambini.
Alla base della cultura sherpa c’è il grande rispetto per la dignità dell’uomo. Anche se un individuo ha un comportamento riprovevole, nessuno si permette di giudicarlo o di censurarlo, appunto per rispetto alla sua dignità. Per gli Sherpa non è importante essere eroici, bensì essere miti e prudenti; non conta avere grandi ricchezze, ma essere pronti a dimostrare la propria generosità e ospitalità verso chi ne ha bisogno. Queste sono le doti che aumentano il prestigio dell’individuo.
Molti giovani vivono da monaci per alcuni anni, ma una volta ritornati alla vita laica non dimenticano di dedicare qualche momento della giornata alla meditazione, per ascoltare la “guida interiore”, come avevano appreso a fare nel periodo trascorso in monastero.
Gli Sherpa hanno una venerazione religiosa per le loro montagne, che considerano dimora degli dèi, e si irritano con gli stranieri se non le rispettano. Ancora oggi, quando una spedizione sta per concludersi, lasciano che siano gli scalatori stranieri a raggiungere la vetta, mentre loro, seguendo un’antica tradizione, si fermano qualche metro più in basso, per un senso di mistico rispetto e di deferente omaggio alle divinità, retaggio delle credenze animiste della precedente religione tibetana Bonpo. È consuetudine, perciò, che prima di intraprendere un viaggio ogni Sherpa si affidi a uno sciamano o a un lama perché celebri le ataviche cerimonie della “eliminazione degli ostacoli” e della “divinazione”, al fine di ottenere la protezione delle divinità e per conoscere l’esito del viaggio. Durante il rituale il lama cade in uno stato di semi incoscienza, e al risveglio narra le visioni avute. Strumenti indispensabili per la cerimonia sono il dorje (o fulmine) ed il dadar (una freccia con numerosi nastri multicolori).
La vita dello Sherpa è intimamente legata alla propria religione: i concetti di karma – la legge di causa ed effetto – e di reincarnazione, sono passati dalle religioni Bonpo e induista in quella buddista. Tuttavia il concetto iniziale di karma “individuale”, in seguito alle innovazioni filosofiche del buddismo, si è trasformato nel tempo ed è diventato karma “collettivo e trasferibile”.
Secondo questa teoria, i meriti delle azioni dei Bodhisattva – gli avatar, ossia le emanazioni di Buddha l’Illuminato – sarebbero “accreditati” nel karma collettivo, annullando i demeriti dei peccatori. Il concetto di karma collettivo è più adatto a indurre la comunità a evitare i peccati e a compiere soltanto buone azioni, per non depauperare il cumulo di virtù accumulate a beneficio di tutti. Ogni Sherpa, però, ha anche un suo patrimonio di indulgenze, che può aumentare o diminuire a seconda che compia buone o cattive azioni.
Riuscendo ad accrescere la propria riserva di indulgenze non sarebbe più obbligato a reincarnarsi, e rimarrebbe quindi per sempre in una felice esistenza paradisiaca, perciò la possibilità di vivere in un’eterna “residenza celeste” rappresenta per lo Sherpa la sua meta più ambita. È facile intuire quante buone azioni sia indotto a compiere, e per quale ragione la sua vita sia sempre intrisa di bontà. Se uno Sherpa ha una vita irregolare, infrange il codice morale, ha amori proibiti o compie azioni riprovevoli, non è giudicato dalla comunità. Gli errori che commette riguardano lui solo, e lui solo ne pagherà le conseguenze, perché perderà la sua riserva di indulgenze e soffrirà molto nella sua vita successiva, dopo l’inevitabile reincarnazione.
Parlando con gli Sherpa di buone o di cattive azioni, si finisce inevitabilmente a parlare di pei, ovvero del cu-mulo dei meriti dell’anima umana. Essi credono che nelle sfere celesti la mano divina segni, sulla “scheda personale” di ognuno, le cattive azioni suggerite dagli spiriti maligni con dei tratti scuri, e con dei tratti bianchi le buone azioni: coloro che hanno solo tratti bianchi ed hanno accumulato moltissimi meriti hanno la certezza di accedere al Devachen (un grande paradiso sopra le sei sfere celesti) e hanno la probabilità di tornare sulla terra reincarnandosi in un lama, destinato a condurre una vita saggia e santa.
Fra gli Sherpa sono considerati peccati gravi il furto, le liti, l’uccisione di una creatura vivente, le relazioni sessuali con monache o con spose altrui, l’uso di bevande alcoliche, la raccolta dei fiori. Altro peccato grave (dovremmo farlo sapere ai nostri piromani), è il dar fuoco ad una foresta. Anche il non far soffrire gli animali fa parte del bagaglio morale degli Sherpa, per cui certe operazioni necessarie, come la castrazione o l’abbattimento di quei pochi capi di bestiame destinati all’alimentazione, sono compiute da macellai non appartenenti al loro clan.
Gli Sherpa non credono sia peccato la mancanza di rispetto o la disobbedienza alle divinità, come avviene per le religioni monoteistiche: il peccato è una mancanza verso l’ordine morale della società, indipendentemente dalle credenze religiose. Esiste quindi un obbligo superiore a non peccare, che deriva unicamente da un profondo e sentito senso di civismo.
Le azioni positive che gli Sherpa devono compiere sono di tre tipi: osservanza dei precetti religiosi e rituali – recitazione di preghiere, lettura dei sacri testi e offerte per le cerimonie – più le azioni a favore di persone e quelle a favore di animali. Sempre a causa dell’influenza dell’antica religione Bonpo, gli Sherpa credono che le malattie e gli infortuni siano da attribuire agli spiriti maligni, come punizione di qualche peccato commesso. Per questa ragione si fanno offerte quotidiane agli esseri invisibili, per indurli a non provocare incidenti o malattie, per sé e per i propri compagni.
Gli Sherpa sono anche devoti ai klu, gli spiriti dell’acqua, che nell’iconografia simbolica sono rappresentati come serpenti. Questi spiriti sono ben disposti verso l’uomo e gli mostrano benevolenza, però, se vengono trascurati dimenticando le piccole offerte votive, possono divenire anche pericolosi. I klu, prima di essere venerati come spiriti dell’acqua, si credeva fossero i “folletti delle abitazioni” e ad essi era dedicata un’offerta quotidiana sull’altare domestico. I klu dimostrano sempre un certo affetto e attaccamento alle donne, perciò, quando una di esse si sposa e abbandona la casa, la tradizione vuole che il piccolo sacrario domestico venga coperto con pesanti drappi perché i klu non possano rendersi conto di ciò che succede e dispiacersene. La montagna, che noi consideriamo deserta e inanimata, per gli Sherpa è un luogo popolato da ogni tipo di spiriti e folletti che si divertono a fare scherzi a chi vi si avventura. Gli alpinisti stranieri sono considerati degli ingenui perché credono che siano i raggi del sole e il riverbero delle nevi e dei ghiacci a bruciare i loro visi. Secondo gli Sherpa, invece, gli autori di quei dispetti sono i diavoletti dei ghiacciai, che attendono gli uomini al varco per arrostir loro la pelle. Il controllo delle forze occulte è una preoccupazione quasi costante, e perché la comunità sia liberata dagli spiriti maligni, all’inizio della primavera e dell’autunno si celebrano particolari cerimonie di purificazione. Sono gli sciamani ad essere incaricati di mettersi in contatto con le forze soprannaturali per evocare gli spiriti protettori, e sempre gli sciamani, oltre a praticare guarigioni ed esorcismi, in collaborazione con i religiosi buddisti svolgono la funzione di psicopompi, ossia di guida delle anime verso il regno ultraterreno. Gli Sherpa hanno sparso nella natura che li circonda i segni sacri del buddismo: i mulini di preghiera si ritrovano ovunque, azionati dall’acqua presso i ruscelli o mossi dal vento sulle alture. I fedeli sono certi che le migliaia di mantra, le preghiere e le giaculatorie scritte all’interno o dipinte all’esterno dei mulini di preghiera, vengano “lette” dagli elementi del cosmo. I principi religiosi hanno influenzato anche la loro vita di lavoro, tanto che il merito principale del loro comportamento durante le dure fatiche di una spedizione, va attribuito alla loro fede di buddisti. Queste descrizioni idilliache del carattere e del comportamento degli Sherpa sono tratte dai resoconti degli alpinisti che hanno compiuto le memorabili scalate intorno agli anni Cinquanta, a cominciare da sir Edmund Hillary, il primo a conquistare l’Everest con l’aiuto dello sherpa Tenzing. Allora gli scalatori erano pochi, e nelle settimane necessarie per i preparativi avevano tempo e modo di stabilire rapporti amichevoli con gli Sherpa, di ascoltare la loro storia, le loro leggende.
Adesso che i gruppi sono sempre più numerosi, e con l’aiuto delle nuove tecniche le scalate richiedono tempi più brevi, gli alpinisti hanno minori occasioni di fraternizzare con i loro portatori, però gli Sherpa continuano a prestare la loro opera con lo stesso spirito di dedizione, e a pagare il loro tributo alla montagna, come è accaduto anche recentemente, quando una enorme valanga ha sepolto un intero accampamento e diciotto Sherpa vi hanno lasciato la vita.
Bibliografia
Mirella Ferrera, I popoli del Mondo, ed. White Star, Vercelli 2003.
Mario Fantin, Sherpa Himalaya Nepal, Tamari Editore, Bologna 1971.
Jean-Michel Varenne, Il Buddismo Tibetano, SugarCo Edizioni, Milano 1985.
Henri Arvon, Il Buddismo, Garzanti, Milano 1959.
Eric Newby, Il Grande Libro delle Esplorazioni, Vallardi, Lainate 1975.
AA.VV. Il Milione, vol. XII, Istituto Geografico De Agostini, Novara 1962.
Sul web: Sherpa di Khumbu.




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