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Discussione: Per la Right Nation

  1. #1
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    Cool Per la Right Nation

    Il Network delle libertà(1)

    Aggrego, dunque sono

    Di Angelo Crespi

    Ideazione, a.XIII, n°4, luglio-agosto 2006,
    pp.14-16

    Alla vigilia delle recenti elezioni del 9 aprile, mi ero permesso di criticare dalle colonne del Domenicale i risultati della politica culturale del centrodestra, sostenendo come fosse necessario adottare – sia in caso di vittoria, sia in caso di sconfitta, come poi è stato – una nuova linea ispirata a quello che ho definito «gramscismo liberale». Un ossimoro, vero, ma come tutti gli ossimori e I paradossi è capace di mettere in moto un ragionamento.
    Il centrodestra, dopo aver preconizzato nel 2001la rivoluzione liberale, non è riuscito ad attuarne se non una minima parte, ma non per incapacità progettuale, semmai per difetto nella prassi. A ottimi intenti, di fatto, sono seguiti pessimi svolgimenti. Così pur nella difficoltà di concepire razionalmente un gramscismo liberale – essendeo il gramscismo una teoria del potere e il liberalismo una pratica di libertà – mi sembra che i due termini accostati possano sintetizzare in modo efficace le linee guida per un nuovo progetto culturale da fortificare soprattutto ora, all’opposizione.
    Prima di fornire, come richiesto dal focus di Ideazione tre campi di applicazione, mi sembra giusto evitare qualsiasi fraintendimento. Puntare sul gramscismo non significa dimenticare la liberà, ma sacrificare la libertà nella fase progettuale e nella scelta degli uomini perché essa sia poi esaltata nella fase dei risultati [Verità sacrosanta, dimenticata dalla CDL nel lustro di governo, scegliendo uomini inadatti anche per ruoli chiave, o “uomini con la valigia”, pronti a passare sempre dalla parte del vincitore N.d.R.]. Come è stato più volte e da più parti evidenziato, il liberalismo del governo di centrodestra si è fermato alla prima fase. Non volendo utilizzare metodi ampiamente utilizzati nella Storia d’Italia di cooptazione e coercizione, e neppure applicando un serio spoil system, il centrodestra ha finito per premiare uomini della vecchia nomenklatura: i soliti scrittori, i soliti registi, i soliti cantanti, i soliti artisti, dimostrandosi molto liberale nella scelta dei dirigenti e degli operatori, ma illiberale nei risultati, perché in definitiva, dopo cinque anni di governo, le politiche culturali sono rimaste saldamente nelle mani della sinistra, con esiti nefasti in termini di libertà e consenso. La delusione deriva da questi risultati: non perché non si è riusciti a sostituire in toto la vecchia classe dirigente, ma perché accanto ad essa non è stato possibile crearne una nuova.

    Ed ora passiamo al cuore del focus: le priorità da affrontare:

    1) Innanzitutto la formazione. Non si può pensare di invertire il segno ad una egemonia culturale, pur declinante, se non si investe sulla formazione. Il compito della politica ovviamente non deve essere quello di creare geni ( i geni nascono sempre in opposizione alla politica e ai regimi), bensì fornire la libertà perché essi possano crescere. In soldoni: occorre smontare l’apparato precedente che si fondava solo, come insegnava Gramsci, su un’occupazione in vista di una rivoluzione. La formazione è, dunque, un momento fondamentale della pratica politica. Il centrodestra, sia nei singoli partiti che lo compongono sia nell’eventualità di un raggruppamento unico, deve dotarsi di strutture di formazione, sostenerle economicamente, dotarle di tutti gli strumenti necessari. Migliaia di giovani (nelle università, nelle scuole, nei giornali, nel mondo dell’editoria e dell’arte), in potenza una classe dirigente liberale, sono stati lasciati in balìa delle sirene della sinistra che dedica loro attenzione, offrendogli prebende, possibilità di crescita, visibilità [Ottima l’analisi anche su questo punto!!! N.d.R]

    2) L’informazione. In questi anni di governo pochissima attenzione è stata data all’informazione. Mentre il mondo procedeva, il centrodestra con il solito snobismo verso il “culturame”, comunicava I risultati della propria politica con metodi antiquati, lamentandosi comunque dell’egemonia della sinistra nel mondo dell’informazione. Spesso anche quando si è presentata l’occasione di incardinare propri uomini (per esempio nella televisione pubblica) uno stolto suddito è stato preferito a un buon amico. Per questa ragione, occorre un ripensamento del ruolo dell’informazione e soprattutto una razionalizzazione dei mezzi pubblici (pochi) e privati, ancora a disposizione o nell’orbita del centrodestra. Inoltre, serve una grande riflessione sulla televisione che nella sua duplice funzione di informatore e comunicatore non può essere lasciata integralmente nelle mani della sinistra. E’ palese che la tv pubblica, e purtroppo anche quella privata, ha mediato valori fortemente in contrasto con i desiderata del centrodestra, risultando un mezzo di persuasione e indirizzo infinitamente più potente della comunicazione politica.

    3) L’aggregazione. La cosa che più che mai è mancata la centrodestra è stata la capacità di far rete e aggregare le proprie forze culturali . Nonostante le apparenze e le trite analisi, non si può addebitare questa colpa al mondo intellettuale, criticando l’individualismo metodologico del pensatore liberale o l’individualismo aristocratico del pensatore di destra.. Non è, infatti, questione di conculcare la libertà dell’intellettuale che è anzi una risorsa, né il lecito individualismo o aristocratismo che lo spinge, al contrario dell’intellettuale engagé sempre pronto a chinarsi alle logiche di potere o della peggior banalizzazione democraticista. Semmai davanti a un mondo culturale giustamente competitivo e poco incline alle caramille, spetta alla politica trovare i modi i tempi i luoghi perché avvenga quel fondamentale scambio pubblico d’idee che anche l’intellettuale liberale cerca. Spetta, dunque, alla politica per sua naturale costituzione creare la rete affinché si moltiplichi l’incidenza sul reale del pensiero liberale. Più che l’individualismo degli intellettuali, va detto, ha nuociuto l’individualismo dei politici, per certi versi una certa spocchiosa predisposizione a sostituirsi al mondo intellettuale o a credere di poterne fare a meno.


    Vst il blog: http://vandeano2005.splinder.com/

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  2. #2
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    Il Network delle libertà (3)


    Costruire una nuova classe dirigente

    Di Flavio Felice,
    professore di Dottrine economiche e politiche alla Pontificia Università Lateranense di Roma e presidente vicario dell’Istituto Acton di Roma
    .

    Ideazione, a.XIII, n°4, luglio-agosto 2006, pp.17-21

    «Squadra che vince non si cambia», con questo aforisma normalmente si descrive la situazione nella quale un team sportivo, un équipe, una coalizione politica o quant’altro, superato il test rilevante per il quale rea stato costituito, decide di rimanere compatto, di mantenere inalterati gli equilibri e di preservarsi immutato nel perseguimento dei fini stabiliti.
    Oggi la coalizione dei cosiddetti moderati è uscita sconfitta dal test elettorale; certo, la CDL ha perso per una manciata di voti, certo esistono dei ricorsi, certo il centrosinistra appare lacerato dalle sue stesse contraddizioni interne, certo la proposta politica del centrodestra potrebbe non essere esaurita, ma il dato di fatto è un altro. In primo luogo, per una manciata di voti al governo c’è il gabinetto Prodi; in secondo luogo, i ricorsi sono affidati ad una commissione parlamentare, la quale affinché possa svolgere coerentemente i suoi compiti necessiterà di almeno un anno e mezzo e poi voterà a maggioranza; in terzo luogo, le contraddizioni non è detto che esplodano: basterebbe tirare a campare. Ed infine, la proposta politica della CDL, che nasceva come prospettiva di governo del Paese, oggi deve fare i conti con la prospettiva dell’opposizione che evidentemente differisce per ragioni di metodo e di merito da quella tipica della maggioranza. Per questa ragione è necessario che i leaders della CDL non escludano nessuna ipotesi, neppure quella estrema, ossia: «Squadra che perde si cambia». Dire che la sconfitta elettorale non deve escludere l’ipotesi di un cambiamento non deve immediatamente far pensare ad un ricambio della leadership. Non che ciò non possa avvenire, qualora si creassero le condizioni favorevoli ed emergessero figure rappresentative che ad oggi, a dire il vero, stentano a farsi notare. Pur tuttavia, una qualche forma di cambiamento appare ineludibile. Più volte durante gli anni del governo Berlusconi si è parlato di svolta, di segni di discontinuità, come se dovesse accadere qualcosa di fragoroso, un avvenimento di grado di recuperare l’elettorato deluso. Un elettorato deluso da che cosa? E’ probabile che motivo di delusione non siano state tanto le proposte non realizzate e tanto meno il fatto di averne effettivamente realizzate alcune (sempre migliorabili s’intende), quanto la manifesta incapacità di dar vita ad un ambiente politico e culturale favorevole all’emergere e alla legittimazione presso vasti ambiti della società civile delle idee liberali, moderate e riformiste sui campi della scuola del lavoro e della pubblica amministrazione. Un ambiente culturale che si sarebbe dovuto tradurre in opportunità di fare sistema, di percepirsi non solo come maggioranza, ma soprattutto come massa critica, in grado di spiegare le ragioni della società libera e dell’economia di mercato applicate alla vita quotidiana degli italiani.

    La riscossa della Destra culturale nell’esperienza americana.

    E’ risaputo che culturalmente la sinistra nel nostro Paese conserva un potere attrattivo ed una capacità di creare massa critica come nessun’altra componente culturale del paese. Ciò è vero oggi in Italia, così come lo è stato ad esempio negli Stati Uniti, almeno fino alla fine degli anni Settanta. A cavallo tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta si sarebbe diffusa negli Stati Uniti quella che il teologo cattolico John Neuhaus ha definito come una nuova ideologia: the naked public square, l’ideologia della “nuda piazza pubblica”. Questa sarebbe stata l’esito di una miscela culturalmente esplosiva, scaturita da una serie di dottrine e pratiche politiche, tesa ad escludere la religione, e quei valori riconducibili ad una matrice di ordine religioso, dalla vita pubblica ordinaria. Una simile deriva, per Neuhaus, perseguirebbe l’esplicito obbiettivo d’intaccare nel profondo il DNA degli Stati Uniti, la stessa ragione ideale in forza della quale essi sarebbe nati. In definitiva, dal Paese sorto su un’esperienza ed un’eccezionalità tutt’altro che ludici, ma che rimandano al tema della rivendicazione di una libertà religiosa “ di per se stessa evidente” vissuta pubblicamente e testimoniata nei tanti simboli nazionali, gli USA per Neuhaus sarebbero scivolati pericolosamente verso la più indefferentista e ludica delle derive ideologiche, quella del secolarismo più esasperato, violentemente antireligioso e cristofobico, ben espresso dai prodotti eticamente e culturalmente più imbarazzanti che sfornano gli studios di Hollywood.
    Per spiegare questo fenomeno, che non poi non appare così distante dal grado di difficoltà che la cultura liberale, cattolica e riformista incontra nel processo di elaborazione e attuazione delle proprie proposte politiche e culturali nella vita italiana. Neuhaus ricorre alla teoria delle élites di Vilfredo Pareto. Il punto sottolineato da Neuhaus è che finalmente negli anni Ottanta si comprese che, in fondo, tale deriva secolarista-ludica piuttosto che esser l’esito di una Rivoluzione culturale di popolo, di un fenomeno di massa, altro non fosse che il prodotto enfatizzato ed abilmente amplificato dell’egemonia di una ristretta e potente élite culturale.

    A questo punto, una maggioranza silenziosa, fino ad allora divisa ed incapace di svolgere le funzioni che le erano proprie, senza grandi mezzi a disposizione, riscoprì le ragioni dello stare insieme, di coalizzarsi contro un potente avversario, di fare massa critica, ed ha iniziato a rivendicare il proprio ruolo di élite culturale.


    Il che è avvenuto attraverso la denuncia da parte di riviste, think-tanks case editrici di un ‘autentica cospirazione attuata dalla potente e chiassosa minoranza massmediatica, sedicente progressiste e ostentatamente radicla-chic. Quest’ultima, nel frattempo, mirava ad assurgere a nuova élite culturale, prendendo il posto delle agenzie culturali che fino ad allora avevano espresso il cosiddetto maistream, le quali divise, stanche e indebolite avevano di fatto finito per perdere posizioni strategiche nell’esercizio delle funzioni di guida che le erano proprie.
    L’inganno che quelle riviste, quei think-tanks e quelle case editrici hanno inteso svelare – e che oggi appare definitivamente svelato – è che la rivendicazione laicista di una “nuda piazza pubblica”, poiché evidentemente, sotto il profilo storico-esistenziale si mostra impossibile (non esiste il vuoto in natura), non era altro che un pretesto per sostituire i significati ed i valori fondanti l’esperienza americana: “we hold these truths”, e che per questa ragione godevano di piena cittadinanza presso la piazza pubblica, con altri valori ed altri significati creati e manipolati ad arte dalle nuove élites dello Stato moderno, con il chiaro intento di autodefinirsi come fonte e principio dei nuovi diritti di cittadinanza.

    Sia chiaro che l’Italia è l’Italia, le nostre problematiche sono per certi versi più complesse.


    In merito ai valori e ai significati che una certa minoranza nostrana un po’ pretestuosamente intende imporre come la naturale logica del progresso, una sorta di esito necessario del deterministico processo storico post-risorgimentale, post-resistenza, post-sessantotto non è minimamente paragonabile alla controcultura statunitense. Basti pensare che nel nostro Paese, in un’unica proposta politica si fondono istanze vetero e neo-comuniste, “conservatrici” e comunitariste che giungono a considerare qualsiasi tentativo di riforma costituzionale come un agguato neo-fascista nei confronti di quelle forze che a tutt’oggi comprenderebbero una sorta di “arco costituzionale”, ed istanze libertarie che oscillano tra un pur nobile libertinismo [Sic!!!!! Il libertinismo è degradazione escrementizia dell’essere umano e della sua dignità antropologica, latro che nobile!!!! N.d.R.] e il più becero anarco-capitalismo e viceversa. D’altro canto, in molti si chiedono quali siano le matrici culturali che dovrebbero comporre l’eventuale alternativa politica al coacervo di cui sopra; ma a tale domanda si stenta a dare una risposta convincente.

    Questioni di merito a parte, resta un dato di fatto, che riguarda in primo luogo il metodo. Mi chiedo se oggi il centrodestra sia in grado di proporsi con una propria cultura politica, non dico omogenea, ma quanto meno con un sistema coerente di proposte tra loro comunicanti.

    Un insieme di princìpi, di prospettive, di idee politiche in grado di rappresentare un consistente mosaico che possa offrire un ventaglio di analisi politiche fruibili dalla classe dirigente. E già, la classe dirigente! E qui iniziano le dolenti note, il centrodestra può seriamente vantarsi di avere una classe dirigente che meriti un simile attributo? Oppure i suoi attivisti, simpatizzanti, protagonisti, nella migliore delle ipotesi, sono ottime persone, magari grandi professionisti ed imprenditori, prestati alla politica, che confondono la logica del loro mestiere con la logica della politica? Il sospetto è forte.
    Il primo dovere che spetta a coloro che si candidano ad essere l’alternativa politica al centrosinistra per i prossimi anni è quello di comprendere se, in che misura e a quali condizioni possano proporsi effettivamente come classe dirigente. A questo punto, realizzato che, al di là delle buone intenzioni resta ben poco, appare evidente quanto sia necessario riflettere sulle strategie da attuare per concretizzare nel più breve tempo possibile una simile prospettiva – consapevoli che si tratta di un compito titanico che non potrà esaurirsi in una sola generazione.

    A voler sintetizzare, mi permetto, con umiltà e in punta di piedi, di proporre tre iniziative che gli interessati potrebbero mettere immediatamente in campo:

    1) Favorire la nascita di una rete diversificata di think-tanks, indipendenti dai partiti e dal denaro pubblico, finanziati da privati cittadini e da imprese, coerentemente orientati alla comprensione e alla diffusione della cultura del libero mercato ed in competizione l’uno con l’altro. I campi d’azione dovrebbero esser la politica, intesa come lo studio della plausibilità di public policies che si addicono ad un'economia di mercato avanzata; l’economia, intesa come lo studio dell’impatto che le diverse strategie di public policies possono aver sulla crescita economica; la cultura, intesa come la promozione e lo sviluppo di tutta una serie di istituzioni e di iniziative culturali che evidenzino la vitalità di una società basata sul principio di sussidiarietà orizzontale, il rispetto delle istituzioni e la centralità della persona umana

    2) Diverse sono le riviste che in un modo o nell’altro si riconoscono nell’area liberl-moderata. Forse è giunto il momento che queste riviste, libere dai condizionamenti di partito, cooperino in modo competitivo per offrire il miglior prodotto possibile, facendo ricorso alle risorse intellettuali più vivaci che il panorama nazionale ed internazionale è in grado di proporre.

    3) Potenziare le case editrici che in questi anni, a volte in modo eroico e sempre a spese proprie, hanno diffuso i temi del libero mercato e le ragioni della società libera. Organizzare la presentazione di libri, recensirli sulle riviste e sui quotidiani e promuoverli con dei forum nei vari siti Internet che spontaneamente ogni giorno nascono.


    Mi rendo perfettamente conto che si tratta di tre proposte modeste, che probabilmente non hanno nulla di originale, ma proprio perché non sono originali non si comprende perché mai gli interessati – se autenticamente tali – non le abbiano ancora relizzate. I think-tanks, ad esempio, potrebbero diventare promotori di riviste e di case editrici , così come le riviste e le case editrici potrebbero promuovere una serie d’incontri, di seminari, di conferenze da concludersi con un seminario residenziale, dove ogni anno si andrebbero a formare circa trenta persone (più o meno giovani) selezionate secondo il merito, tenendo conto delle necessità e della distribuzione geografica, premiando con borse di studio i meritevoli bisognosi. Il materiale didattico diventerebbe un prezioso strumento formativo da divulgare e da approfondire in tutto il territorio nazionale, e nel giro di cinque anni si avrebbero almeno centocinquanta persone che si presume abbiano ricevuto gli strumenti minimi, se per assurgere immediatamente al rango di classe dirigente, quanto meno per affrontare le fondamentali difficoltà di ordine teorico della vita politica.

    Sarà pure banale ed insufficiente, ma sbaglio o intorno c’è il deserto (o quasi)?



  3. #3
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    Il Network delle Libertà (5)


    L’importante è
    non pianificare


    di Vittorio Mathieu,
    Accademico dei Lincei, presidente del comitato scientifico della Fondazione Ideazione
    .


    Ideazione, a.XIII, n°4, luglio-agosto 2006, pp.25-29

    Molte le fondazioni culturali classificabili (all’ingrosso) come “di centrodestra”; non sufficientemente incisivo il loro operato. Eppure se facessimo la somma dei loro introiti – quasi mai di origine pubblica – arriveremmo a un totale cospicuo. Poiché il tempo dei fiori all’occhiello è sempre più lontano, conviene domandarsi come provvedere , in modo che gli enti erogatori abbiano la soddisfazione di vedere I loro sforzi coronati da un risultato concreto.
    Pensando in primo luogo al principale mezzo di comunicazione delle fondazioni con il pubblico, le riviste, la prima risposta da dare è: specializzarsi e coalizzarsi. Dividersi i compiti a seconda delle possibilità. Ciò comporterà qualche attrito, perché alcuni temi sono più attraenti di altri: attirano di più l’attenzione. Ma il vantaggio della specializzazione è tale da compensare qualche sacrificio. Inoltre, l’interesse del pubblico non dipende solo dal tema trattato, ma anche e soprattutto dal modo di trattarlo. Se ciascuno, anziché parlare di tutto, affronta un problema in modo originale è probabile che attiri l’attenzione di molti che prima non ci pensavano. La libera concorrenza, se veramente tale, induce specializzazioni anche nel commercio (lo ha dimostrato Pascal Salin).
    La cerchia dei collaboratori fissi sarà ristretta: la maggior parte del lavoro verrà svolto da freelance. Per quanto specifico, infatti, sia il problema in discussione, per affrontarlo occorrono competenze sparse fra più specialisti. Costoro, dovranno essere disponibili per più centri. Un problema angoscioso è la loro retribuzione. In genere, ormai, anche il lavoro intellettuale va retribuito [meno male!!!!!! N.d.R.]; e i professionisti tengono in gran conto l’entità della retribuzione, perché questa diviene, all’americana, un attestato di stima. Si può risparmiare da altre parti, in particolare nella composizione tipografica, lasciata ormai a chi scrive in cambio di un buon onorario, grazie alla scrittura elettronica. Rimane per contro pesante e inesorabile la distribuzione, decisiva per far sì che il messaggio non rimanga la voce di un oratore nel deserto. E’ inutile nasconderselo: c’è un punto critico al di sotto del quale si risparmia omettendo di distribuire un’opera già stampata e mandandola la più presto al macero, in modo che non ingombri il magazzino.


    Alcune modeste proposte.

    Un mezzo, però, c’è per attirare buoni collaboratori con retribuzioni modeste o persino nulle: divenire un periodico autorevole. Anche se vengono letti nelle redazioni di altri periodici, certi periodici acquistano fama di “autorevoli” e attirano collaboratori desiderosi di divenire autorevoli a loro volta.
    La specializzazione serve anche a questo: in particolare a farsi portavoce di un gruppo compatto e battagliero, anche se relativamente piccolo. In questo dobbiamo riconoscere che sono in vantaggio le sinistre [Grazie; con il ’62 e la calata di braghe della dc sulla cultura, il progetto di egemonia gramsciana si è momentaneamente realizzato!!!! N.d.R]. Se provate a fare un censimento dei quotidiani e settimanali giudicati autorevoli nel mondo, trovate moltissimi periodici di sinistra, con tirature non grandi, ma con pretese di serietà ed acutezza: esempio tipico Le Monde. Come si spiega il consolidarsi di queste fame, siano esse usurpate o no?
    Il prestigio oggi viene soprattutto dalla scienza e sarebbe interessante studiare i processi attraverso cui divengono autorevoli i mensili scientifici. Hanno dei comitati di garanti con nomi famosi e direttori di sezione con il compito di garantire l’attendibilità dei testi. A sua volta, questa funzione dà ai garanti un prestigio a ritroso, al punto che dirigere una rivista autorevole è utile in America per ottenere una cattedra.
    Nonostante tali cautele, su questi fogli autorevoli compaiono contributi che sono vere e proprie “bufale” (cioè: non soltanto congetture che attendono di essere corroborate o falsificate, come ogni proposta scientifica, ma che non stanno, come si suole dire, né in cielo né in terra). La ragione di ciò è che una rivista ha il compito di annunciare le novità e la ricerca del nuovo per il nuovo porta spesso alla frode intellettuale, a volte involontaria, a volte colposa o dolosa. Il nuovo ha il pregio di sorprendere, ma il sorprendere non è detto per questo che sia autenticamente nuovo. La teoria delle tracce mnestiche – per fare un esempio – si trova in Aristotele e fu già confutata da Plotino, eppure ricompare periodicamente nelle “scienze cognitive”.
    Se questa è la situazione nelle scienze, si pensi a quello che sarà in politica e in quella che si presenta come scienza politica. Il genio, si sa, è innovatore, e quando compare a volte è misconosciuto, a volte no: ma la probabilità è che per genio si spacci anche chi cerca soltanto di colpire e di far rumore. Probabilità che cresce tanto più quanto più una scienza è di dominio pubblico. Ad esempio, sul modo di trovare sempre più numeri primi (che, pure, si è dimostrato che sono infiniti) nessuno osa dire la sua. Sul problema della fusione nucleare fredda già ci si può illudere anche in buona fede. Sulle cause e gli effetti dell’inquinamento pochi si rimettono con umiltà al parere di altri. In politica generale, poi, non ci sono specialisti: accade piuttosto che chi è specialista in tutt’altro campo si presenti come giudice di problemi di cui non sa nulla [Bravissimo!!!!!!!!!!!!!!! N.d.R.]. I premi Nobel in particolare, non solo sono tollerati se parlano di cose che non conoscono, ma sono costantemente invitati a farlo. La via per divenire autorevoli in campo scientifico suscita, dunque, molte perplessità e non fornisce un esempio che si possa applicare in campo politico.

    La forza delle minoranze creative

    Eppure accade che gruppi politicamente minoritari siano tenuti in considerazione, pur rappresentando posizioni in contrasto con quelle della maggioranza. Prendiamo ad esempio i cattolici in Francia. Dalla fina dell’Ottocento la Francia è uno Stato, non solo laico, ma dichiaratamente laicista; eppure i pensatori cattolici francesi sono tenuti in una considerazione ben superiore a quella dei corrispondenti pensatori italiani e tedeschi. O almeno, lo erano finché il francese è stato una delle massime lingue di cultura.
    Domandiamoci, dunque: come mai tanta attenzione al pensiero cattolico nella Francia di mezzo secolo fa? La ragione è chiara: I cattolici erano una minoranza, ma una minoranza che si dichiarava e si definiva con chiarezza. Erano rispettati anche in Italia docenti come Gustavo Bontadini o Sofia Vanni Rovighi, ma insegnavano in un’Università istituzionalmente cattolica [no era il motivo principale, e poi non è negativa in sé l’esistenza di Università cattoliche. Ce ne fossero….N.d.R.], anche se, grazie a loro, si era aperta a trecentosessanta gradi; e in un Paese dove almeno allora l’essere cattolici non faceva notizia. A Bontadini sentii dire da un collega che lo apprezzava: «Se tu non fossi un cattolico, meriteresti cooptato ai Lincei». Poi Bontadini lo fu, anche perché lui stesso ironizzava sulla sua situazione [Frase aberrante e situazione che mostra tutta la forza corrosiva della penetrazione delle idee moderniste nel mondo Cattolico: quindi un cattolico deve scindere il suo essere credente dal suo habitus intellettuale? No!!!!!! E’ eresia modernista!!!! Si legga in proposito la Pascendi di San Pio X. Poveri noi in che mani “cattoliche” siamo messi N.d.R.]. Raccontava, ad esempio, che un amico gli aveva detto: «Tu Gustavo, sei il più grande filosofo. Cattolico. Italiano. Di via Stradella (la strada in cui abitava)».
    Nell’Italia di oggi non gira più la Madonna Pellegrina e la professione di fede è ormai minoritaria. [Questa cazzata, Vittorio, potevi risparmiartela!!!!!!! Non è vero che la Pelegrinatio Mariae si è estinta in Italia. Certo ha subito un rallentamento pericoloso negli anni 1965-1980, ossia all’indomani di quella “primavera per la Chiesa” che è stato il vaticano II. Ma già Giovanni Paolo II con la sua pietà mariana, culminata nella lettera Rosarium Virginis Mariae, ha ridato vigore a non poche pratiche devote, che hanno potenti ricadute culturali, spirituali, sociali e addirittura civili nell’ottica della Regalità sociale di Cristo. Altro che crisi!!!!!! Caro Vittorio, ho sempre pensato che l’aria mefistofelica dei Lincei ti abbia nuociuto più che giovato N.d.R]. In compenso sul soglio di Pietro siede un Pontefice che ha resistito vittoriosamente alla teologia sociologizzante e agli exploits dei teologi vedètte. Un gruppo cattolico può far sentire una voce minoritaria su cui l’eccezionalità attiri l’attenzione. Mettersi in contrasto con l’andazzo corrente non è difficile, perché la tecnologia biomedica è tutta occupata “a disorientare I borghesi” sui temi della morale, con invenzioni sempre più strabilianti in materia sessuale.
    Il modo tradizionale di conservare la specie è ancora largamente praticato (sia pure evitando che dalle premesse discendano le conseguenze); ma ciò che attira l’attenzione è ormai la riproduzione in laboratorio. Ciò coinvolge problemi etici su cui la “minoranza” [minoranza a chi??????? N.d.R.] cattolica avrebbe buon gioco nel far prevalere a destra le sue posizioni, mentre dalla parte opposta una minoranza anch’essa cattolica minimizza il contrasto. Un indifferentismo etico verso questi problemi è presente anche a destra [purtroppo è vero Nd.R.], ma evita di farsi sentire, mentre a sinistra sono i conservatori in materia di costume quelli che cercano di defilarsi.
    Intorno a questo problema potrebbe dunque formarsi un nucleo di ricercatori che raccolga in primo luogo le opinioni scientificamente meglio corroborate sulle conseguenze delle nuove pratiche riproduttive, terapeutiche ed eugenetiche; e in secondo luogo si richiami ai princìpi etici, nonché di buon gusto che sconsigliano certe novità.
    Anche questo non è un problema nuovo. Wagner, nel Faust, afferma che: «il modo tradizionale di generare […] è ormai spodestato quanto a dignità: se l’animale continua a trarne godimento, l’uomo, con le sue grandi doti, dovrà avere un’origine più pura, più elevata». Goethe era un “laico”, ancor più di Marcello Pera, ma credeva nella natura e ne accettava i procedimenti riproduttivi, anche se rozzi e ineleganti.
    Questo è un tema non soltanto eine Posse, una burla, come dice il Faust: è un tipico esempio della difficoltà che la sinistra nel concepire il diritto quando cerca di applicarlo ai costumi. Kantianamente il diritto è il mezzo per rendere compatibile la libertà di ciascuno con quella degli altri: e solo in virtù della forma può prescrivere ai singoli certi comportamenti. Le sue norme per un liberale è bene che consistano essenzialmente in proibizioni. In tal modo ciò che non è proibito risulterà automaticamente permesso. Con la crisi del giusnaturalismo, però, il diritto cambia pelle: tende a divenire, non più regolativo e formale, ma costitutivo e assistenziale. Perciò contenutistico: prescrive che cosa si deve fare. Lo osservava il giuspositivista Norberto Bobbio già mezzo secolo fa; e si compiaceva che le leggi aiutassero anziché proibire. Se non che leggi del genere rimangono dichiarazioni d’intenti. Tutti, ad esempio, hanno diritto ad avere una casa ed un lavoro; ma la legge non è in grado di dire quale ente (pubblico o privato) glieli debba dare; e, soprattutto, come debbano essere.
    Applicato alla procreazione il diritto può proteggere un legittimo desiderio quale quello di aver un figlio; ma non può garantirne la soddisfazione, neppure con la riproduzione artificiale. Per quanto legittimo, il desiderio di avere un figlio non prevale su norme a garanzia dell’ordine pubblico, o semplicemente su leggi di natura. Per questo – lecita restando e plausibile assistita [in merito, abbiamo idee diverse che, però, non possiamo sviscerare in questa sede N.d.R.] (come quella che si pratica ormai quasi sempre sulle vacche) – può, e forse deve, essere proibita la fecondazione in vitro, con le pratiche che la precedono, la permettono e la seguono. Queste si può ben dire che vadano contro l’ordine pubblico.


    Come organizzare il coordinamento.

    Un ultimo punto sulla conduzione delle fondazioni associate: cupola o rete? Ossia, un a comando centralizzato che fa capo ad un punto culminante o un collegamento tra una fondazione e l’altra, senza che si possa individuare un centro? Il primo modello ha fatto le sue prove (a volte brillanti) nel secolo Ventesimo, sotto forma di Ministero della Cultura Popolare. Ma è adatto ad una guida pubblica dell’opinione. Ad una sua conduzione libera e privata si conviene un modello molto meno centralizzato: altrimenti sorgerebbe il problema di dove collocare il centro e a beneficio di chi o di che cosa. Il modello preferibile è la rete, in cui ogni fondazione è collegata – ossia legata da un nodo – a tre o quattro altre senza che l’insieme svolga un progetto pianificato dall’alto. Un accordo spontaneo non si raggiungerà sempre perfettamente e in tutto, ma a cercarlo ci si abitua a poco a poco, in vista di fini politici comuni che, del resto, non rimangono fissi, ma si modificano nel tempo. La ricerca del perfetto è nemica del buono.

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    Thumbs up I temi della politica del futuro, le priorità per la costituenda Right Nation

    Sì alla Vita,
    Editoriale Lug/Ago '06



    Di Carlo Casini

    Un bell’articolo di Galli della Loggia, pubblicato dal Corriere della Sera e rafforzato da un’inchiesta di Repubblica, svela un altro pezzo di verità: finito il comunismo reale, integrati gli eredi nella cultura dell’economia di mercato, le uniche vere discriminanti sociali e culturali restano la bioetica e il diritto alla Vita

    Sul Corriere della Sera di qualche settimana fa, è uscito un fondo di Galli della Loggia dal titolo “La fine del cattocomunismo” che ha suscitato discussioni ancora in corso. La tesi di Galli della Loggia è che, crollato il comunismo reale, cioè dimostratosi falso il mito di un mondo nuovo generato dall’economia collettiva, la differenza tra le varie posizioni politiche diviene assai sfumata. Gli ex comunisti hanno accettato l’economia di mercato e sono talora divenuti più liberisti dei liberali. D’altronde i rafforzati poteri dell’Unione europea vincolano e orientano le scelte nazionali, quale che sia la maggioranza al governo. Anche sul piano internazionale le differenze riguardano più i toni e le parole che le grandi scelte. L’unica vera differenza – osserva Galli della Loggia – è riscontrabile nella bioetica: solo riguardo all’embrione, all’aborto, al matrimonio, all’eutanasia e simili, il confronto si fa serrato. Ma questo determina la fine del cattocumunismo, poiché l’attrazione del marxismo verso i cattolici non era esercitata dalle proposte bioetiche della sinistra, ma dalle (fallite) promesse di solidarietà e giustizia sociale.

    Galli della Loggia ha ragione. Ne deduco la riprova dai lunghi servizi su “Il silenzio dei cattolici democratici”, redatti da Simonetta Fiore su Repubblica del 12 e 13 luglio. Vi è l’insistito lamento che non vi sono più cattolici veramente liberi capaci di disobbedire alla gerarchia. Ma poi, vai a vedere gli esempi di libertà democratica citati dalla Fiore e ti trovi di fronte al fedele che dice no all’abrogazione del divorzio o si impegna per la depenalizzazione dell’aborto, mentre la “resistenza” mancata è quella “al cardinal Ruini, alla strategia astensionista per il referendum sulla legge 40”:

    Allora è vero: la differenza, anche nel campo politico, è descritta dalle scelte nel campo della bioetica: queste sono quelle che distinguerebbero i “cattolici democratici” dagli altri. Senonché la Fiore dimentica che a lungo in passato è stata sostenuta una tesi opposta, che ancora oggi non è completamente abbandonata: quella della indifferenza. I temi della vita e della famiglia sarebbero estranei alla politica. Rispetto ad essi i governi dovrebbero essere neutrali, le alleanze tra partiti dovrebbero ignorarli. Non differenza, ma indifferenza. A ben guardare fu usata proprio la tesi della indifferenza per giustificare i “cattocomunisti”, che credevano di trovare nella interpretazione marxista della storia e della società la chiave per realizzare la loro ansia cristiana di dare risposte ai bisogni del mondo e perciò ritenevano secondari (indifferenti) i problemi bioetici, tanto da accettare ambiguità e compromessi che permettessero di mantenere un solido legame con una sinistra forza di redenzione sociale.
    Ma ora, crollato il comunismo reale, convertita la la sinistra italiana alla economia di mercato, accettati i radicali prima a destra e poi a sinistra, cosa resta di qualificante? Dove ritrovare una identità profonda? La visione bioetica fa la differenza: ed è giusto che sia così, perché in definitiva, si tratta di decidere sulla dignità umana, che è come dire sulla definizione stessa di uomo, sul senso della sua vita, sul fondamento dei diritti umani. È logico, perciò, che quanto diventa primario non possa essere più oggetto ai mascheramenti, annacquamenti o indifferenze. Questo spiega la fine del cattocomunismo.

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    Una modernità liberale
    Sintesi di radici e futuro


    Di Paola Liberace,
    giornalista, direttore generale della Fondazione Ideazione

    Ideazione, a.XIII, n°4 luglio-agosto 2006, pp.22-24


    Esistono vari modi di mettere in relazione due termini come cultura e politica. Il più semplice è collegarli con una congiunzione: ma questa scelta nasconde già una precisa tesi. Politica e cultura si appartengono: come motivare in maniera qualificante un’affermazione del genere, che vanta illustri precedenti? Proviamo a contraddire la tesi, sostituendo alla congiunzione una disgiunzione: l’esperienza di governo del centrodestra appena conclusa mostra che per questa via si giunge a una separazione infelice. Il governo Berlusconi ha in qualche modo preferito la politica alla cultura, attirando due generi di critiche. Da un lato, l’accusa di aver trascurato la necessità delle risorse per lo sviluppo culturale (tentando, al contrario, di trasformare il patrimonio storico-architettonico del Paese in un valore commerciabile per ripianare i conti dello Stato). Dall’altro, il giudizio deluso di chi – anche nello stesso centrodestra – sperava in un consistente investimento nella formazione di un’opinione pubblica liberale e di una nuova classe dirigente.
    In che cosa ha sbagliato il centrodestra? Per rispondere, torniamo brevemente alla congiunzione tra cultura e politica, e complichiamo ancora il gioco. Trasformando a turno ciascuno dei due termini nell’attributo dell’altro, si ottengono due espressioni – politica culturale, cultura politica – facili a scambiare, ma notevolmente diverse. Contro la politica culturale di Berlusconi ha puntato il dito chi lamenta la scarsità di mezzi destinati alla cultura. La seconda specie di detrattori prende, invece, di mira l’incapacità di focalizzare la cultura politica del centrodestra. La differenza è sostanziale: nel secondo caso, cultura non rappresenta soltanto un complesso pregevole di beni materiali e intellettuali, ma un paradigma di significati condivisi che si fa valore morale e prassi civile e sociale. La politica culturale è anzitutto una politica, e con il metro della politica va giudicata: valutando la capacità di mirare la bene comune, di gestire la complessa negoziazione tra gli interessi in gioco a vantaggio del maggior numero degli attori coinvolti. Da questo punto di vista, persino i critici più acerrimi hanno concesso l’onore delle armi all’operato di Urbani, biasimando semmai la subordinazione delle sue istanze rispetto a quelle del Ministero dell’Economia. D’altro canto, gli stessi critici hanno a suo tempo riconosciuto nei limiti dei ministri della CDL la traccia di errori già compiuti dai predecessori del centrosinistra. In ambiti di così difficile gestione, come in generale nell’esercizio politico, l’abilità di raccogliere in una sintesi più alta esigenze trasversali rispetto agli schieramenti può diventare un fattore critico di successo.
    Nell’espressione cultura politica è, invece, la cultura a guidare. Qui, come dice l’etimologia stessa, conta la capacità di nutrire e coltivare un sostrato condiviso, sul quale s’innesta un’azione politica destinata a portate frutti persistenti. Da questo punto di vista, lo sforzo del governo Berlusconi è stato trascurabile: inferiore non solo alle attese dei suoi sostenitori, ma alla stessa leggenda sventolata come uno spauracchio dagli oppositori. Dov’è la l’esercizio prezzolato per difendere la causa del Cavaliere? Dov’è l’omologazione massiva la liberismo, al garantismo, alla deregulation, al riformismo istituzionale, in una parola al liberalismo? Dov’è l’occupazione militare delle posizioni chiave dell’opinion-leading? Più di un appello, nei passati cinque anni di governo, è stato levato verso al dirigenza della Casa delle Libertà perché almeno una di queste “sciagurate” profezie avesse modo di avverarsi: i cinque anni sono terminati, ed è forte il dubbio che almeno in parte gli appelli siano caduti – tranne poche isolate iniziative – sostanzialmente nel vuoto.
    Eppure, è ancora da qui che occorre ripartire. Affermare la necessità di una cultura che genera la politica non significa tornare ai re-filosofi, difendendo una concezione elitaria ed intellettualistica dell’impegno pubblico: vuol dire, invece, risalire alle origini del politico, alla costruzione del consenso. Ancora una volta, non si parla di un’operazione orwelliana, ma della progettazione e del consolidamento di una base su cui stringere il patto tra governanti e governati. Il cemento di questa costruzione sono i significati condivisi - le conoscenze, i valori, le credenze, le norme, gli atteggiamenti pubblici e privati – di cui la cultura è fatta: che in democrazia non s’improvvisano, né s’impongono, ma si propongono alla libera scelta degli elettori. Senza essere innervata da un tentativo serio e meditato di diffondere una cultura, la proposta politica resta lettera morta, esercizio di potere e propaganda che all’apparir del vero, misera, cade.
    Individuare i significati condivisi che caratterizzano la proposta liberale, metterli in circolazione, avanzarli all’attenzione del dibattito politico, è il compito delle organizzazioni culturali che fanno riferimento all’area di centrodestra. Quotidiani, riviste, fondazioni, case editrici, fondazioni, associazioni, istituti, ma anche portali, siti web, blog, e altre entità che abitano l’universo on line svolgono una delicata azione bifronte: in un verso rivolti alla diffusione culturale, nell’altro all’agenda setting, mediando tra la società civile e i suoi amministratori. Ma chi fa cultura politica nell’area liberale opera da mediatore anche in un altro senso, sposando rivoluzione e conservazione, Tradizione e avanguardia. Alla cultura politica di centrodestra non può bastare la ricerca dell’eccezione: riconoscere, stimolare, provocare l’emergenza di un nuovo sentire, che sposta in qua o in là le mura della “Città dei liberi” e ne disegna una mappa sempre più precisa. Occorre anche definire la regola: scoprire – o riscoprire – i confini in qualche maniera già tracciati del comune vocabolario politico, dove mediazione vuol dire traditio, trasmissione, consegna, salvaguardia. Qui il metodo è il messaggio: il dibattito sorto nel nostro Paese sulla crisi dell’Occidente, animato da contributi decisivi (basti citare quelli del Foglio e della Fondazione Magna Charta), ha mostrato con chiarezza che non si tratta di indulgere ad un falso progressismo, di liberarsi di valori “obsoleti” in nome di una modernità coincidente con lo snaturamento.
    Esiste, invece, una modernità diversa, che senza dimenticare le radici, guarda al futuro. Ne è protagonista un individuo libero, nel pieno dei suoi diritti, ma non isolato: è attraverso le relazioni fondamentali – la famiglia, la proprietà, il mercato – che egli costruisce la società civile. Procedere verso la modernità vuol dire sostenere lo sviluppo: impossibile senza rinnovare un patto produttivo, anziché scellerato, tra finanza e impresa, nell’ottica di un liberismo ben temperato. Ancora, modernità resta una parola vuota senza democrazia; occorre perciò all’interno appoggiare le riforme istituzionali, e all’estero promuovere l’evoluzione democratica, unica garanzia di stabilità internazionale e progresso. Infine, icona affascinante e temibile della modernità sono i mezzi di comunicazione di massa: la consapevolezza del loro potere non può far dimenticare che rappresentano un’opportunità di crescita e di libertà. Così intesa, modernità spicca tra le parole chiave da diffondere e proporre all’area moderata e liberale.

 

 

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